Archivio mensile:aprile 2015

Le braccia conserte

IL VINCITORE

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Quando 19 anni fa iniziai ad appassionarmi alla formazione, collaborai con una società in cui ci veniva quasi vietato di mettere le braccia conserte. Se lo facevamo, ci puntavano il dito contro dicendoci “così non stai imparando!”.
Una volta in un corso addirittura qualcuno disse che chiudendo le braccia si riduce l’udito di circa il 40%. Formattori!
Ma per mia fortuna, dopo un primo periodo in cui credevo a tutto ciò che mi veniva detto, ho iniziato a studiare e a ricercare.
E così, oggi, dopo anni ho una bella notizia per tutti noi: le braccia conserte non indicano sempre chiusura! 
Chi fa una lettura del linguaggio del corpo in questo modo, probabilmente è rimasto legato a pre-giudizi e ad errori che andavano di moda anni fa. Ora esistono veri e propri professionisti della comunicazione non verbale.
Il non-verbolario non esiste! E non è così semplicistico leggere il corpo di una persona, né il proprio.
Le braccia conserte, ad esempio, spesso indicano un momento di riflessione della persona e un momento di dialogo interno. Sicuramente è un gesto “barriera”, ma la barriera a volte può avere un messaggio positivo del tipo “non voglio essere distratto da altri stimoli perché questo argomento mi interessa”.
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Legambiente, il PD e il grande affare dell’ecologia

Legambiente fa business con l’ecologia. I dubbi degli esperti: “E’ una onlus”

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La principale organizzazione ambientalista italiana ha quote in alcune società, come Azzero CO2 che investe sulle fonti rinnovabili grazie anche agli incentivi pubblici e ha come clienti alcuni colossi dell’energia. Oltre ai potenziali conflitti di interesse, c’è il rischio di incompatibilità tra affari e settore non profit di utilità sociale. La replica dell’associazione: “Il nostro impegno concreto è utile a indirizzare le scelte industriali e ambientali del Paese”

Oltre 115mila tra iscritti e sostenitori. Più di 3mila giovani che partecipano ai suoi campi di volontariato. Tante iniziative a difesa di natura e territorio. Ma Legambiente non è solo questo: la più importante e influente organizzazione ambientalista italiana fa anche business. Su che cosa? Su ambiente e fonti rinnovabili, con tanto di potenziali conflitti di interesse. Ma non solo, perché Legambiente è una onlus, un’organizzazione non lucrativa di utilità sociale. E secondo gli esperti interpellati da ilfattoquotidiano.it, il docente di Diritto commerciale all’Università degli Studi di Milano Ugo Minneci e il consulente su legislazione e fiscalità degli enti non profit Carlo Mazzini, “una onlus non potrebbe detenere partecipazioni in grado di garantirle il controllo di società di capitali, pena la perdita dello status stesso di onlus e delle conseguenti agevolazioni fiscali”. Senza contare che quando non è la stessa Legambiente a fare impresa, ci pensano diversi suoi dirigenti e consiglieri nazionali ad aggiungere al loro ruolo di ambientalisti quello di imprenditori.

Azzerare la CO2? Con la srl è meglio
Per combattere il surriscaldamento globale la soluzione è una: limitare le emissioni di anidride carbonica. Dall’enunciare un sacrosanto principio ambientalista a farci sopra affari il passo è breve. Tanto che il principale braccio operativo di Legambiente si chiama proprio Azzero CO2, una srl con 119mila euro di capitale sociale che offre diversi servizi, dalla consulenza in ambito energetico alla progettazione e realizzazione di impianti che sfruttano fonti rinnovabili. Il business tira, grazie anche a clienti come il colosso Enel, Edison e Sorgenia, tutti attivi nel settore energia.

Legambiente possiede direttamente il 36% della società, mentre il 15% è in mano alla fondazioneLegambiente Innovazione, che per l’associazione si occupa dei premi alle imprese che sviluppano prodotti innovativi dal punto di vista della sostenibilità ambientale. Gli altri due soci sono il circolo di Legambiente ‘Festambiente’ (9%) e l’associazione Kyoto Club (40%), anch’essi legati alla onlus ambientalista. I circoli, nello statuto, sono infatti definiti “organi decentrati di Legambiente”. Kyoto club invece è un’organizzazione non profit presieduta dal neo presidente di Terna Catia Bastioli che tra i propri soci ha la stessa Legambiente insieme a molte società che operano nel settore dell’energia e alle industrie dell’eolico che fanno parte dell’Anev (Associazione nazionale energia del vento). Tra i suoi scopi, si legge sul sito, c’è quello di “stimolare proposte e politiche di intervento mirate e incisive nel settore energetico-ambientale”. Fare lobby, insomma, con il supporto di Legambiente, che in Kyoto club può contare sul vice presidente Francesco Ferrante, membro del direttivo dell’organizzazione verde ed ex parlamentare del Pd.

Il ruolo di Legambiente nella gestione di Azzero CO2 è evidente: tutti i vertici della società fanno parte anche degli organismi dirigenti della onlus che, va detto, contano più di 400 persone. Il presidente di Azzero CO2 Giuseppe Gamba è un membro della presidenza del comitato scientifico di Legambiente, l’amministratore delegato Mario Gamberale è nel consiglio nazionale, mentre il consigliere della srl Sandro Scollato è nel direttivo nazionale e ha sostituito poco più di un mese fa un altro dirigente di Legambiente, Mario Zambrini. E gli altri due consiglieri di amministrazione?Edoardo Zanchini è il vice presidente della onlus, mentre Andrea Poggio ne è il vice direttore generale. Azzero CO2, insomma, è una diretta emanazione di Legambiente.

Niente che l’organizzazione ambientalista abbia mai tenuto nascosto. Anzi ne ha sempre fatto una ragione di vanto, visto che secondo i vertici con il business bisogna sporcarsi le mani perindirizzare le scelte industriali e ambientali del Paese. Il vice presidente Zanchini, che per Legambiente è anche responsabile del settore Energia, spiega infatti: ”Quando qualche anni fa abbiamo creato Azzero CO2, l’idea era quella di promuove il settore dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili. Se dobbiamo cambiare il mondo una parte di questo sforzo dobbiamo farla anche noi. Ad Azzero CO2 diamo un mandato preciso, di fare campagne che altrimenti non farebbe nessun altro, come quella per la sostituzione di coperture di amianto con il fotovoltaico. Il nostro obiettivo è fare gli interessi del Paese andando nella direzione delle rinnovabili, non far guadagnare Azzero CO2″.

Ma c’è un rischio. Se da un lato si partecipa alla definizione delle leggi come maggiore associazione ambientalista italiana e dall’altro lato si fa impresa, per esempio grazie agli incentivialle fonti rinnovabili, si cade nel più classico dei conflitti di interesse. E si finisce per essere accusati da altre associazioni ambientaliste, come Italia Nostra, di essere “una potente lobby con solidi legami con il mondo economico e con il mondo politico”. Del resto Legambiente ha radici ben piantate nel Pd, soprattutto negli Ecodem del suo presidente onorario Ermete Realacci, e fronde che crescono veloci nella nuova formazione Green Italia. Mentre diverse industrie, alcune del settore energia, sono state spesso generose a garantire alla onlus sponsorizzazioni e partnership.

Dirigenti della onlus in prima linea
Se non è Legambiente a fare affari attraverso Azzero CO2, a farli, o almeno a provarci, sono diversi suoi dirigenti attraverso altre società. Come nel caso del consigliere nazionale dell’associazione ambientalista Lorenzo Partesotti, che con la sua Solaris negli anni scorsi si è speso invano per la costruzione di un impianto eolico su monte dei Cucchi, sull’Appennino Bolognese. Chi realizzò lo studio di impatto ambientale favorevole al progetto, in quel caso? Ambiente italia, una srl che fino a poco più di un mese fa era socia di Azzero CO2, prima di essere sostituita dal circolo di Grosseto Festambiente. Ambiente Italia è una srl fondata tra gli altri da Realacci, che ha partecipato anche alla nascita del Kyoto club. Realacci a un certo punto ne è uscito, ma tra i proprietari di Ambiente Italia ci sono ancora ben cinque membri del vertice nazionale di Legambiente: Giulio Conte, Duccio Bianchi, Marina Alberti, Maria Berrini e ancora una volta Mario Zambrini, che oltre a essere socio è anche amministratore unico della società. E che cosa fa Ambiente Italia? Oltre a studi di impatto ambientale per la costruzione di impianti eolici per clienti come Agsm e Sorgenia, offre servizi di consulenza al gruppo Salini costruzioni e al colosso del cemento Colacem.

Zanchini in tutto ciò non vede alcun problema: “Siamo felici che ci sia contaminazione nel gruppo dirigente di Legambiente – spiega -. Ci sono persone che magari non la pensano come noi, lontane da noi, ma che sono interessate ai nostri temi e ai nostri obiettivi. Così facciamo in modo che facciano parte del gruppo dirigente. Noi cerchiamo di spingere in certe direzioni di cambiamento e quindi coinvolgiamo esplicitamente anche gli imprenditori”.

Ma così quelli che dovrebbero essere i soggetti controllati dagli ambientalisti finiscono per essere i clienti dei vertici della principale associazione ambientalista o, attraverso Azzero CO2, dell’associazione stessa. E gli affari vanno pure bene. Azzero CO2 nel 2013 ha realizzato ricavi per 4,6 milioni di euro e un utile di 34mila euro, limitando le conseguenze della crisi e del taglio degli incentivi sui 6,4 milioni di ricavi e i 136mila euro di utili registrati nel 2012. Ambiente Italia ha incassato nel 2012 2,1 milioni, con un utile di 129mila euro.

Un sistema di società che fa business sull’ambiente
Le ramificazioni che partono da Legambiente vanno oltre Azzero CO2. Che infatti possiede al 100% la società di servizi editoriali Qualenergia e quattro srl (Eternet Free 1, Eternet Free 2, Eternet Free 7, Eternet Free Azzero CO2) che fanno affari installando impianti fotovoltaici sui tetti, un business che gode degli incentivi pubblici e che è stato spinto anche dalla campagna di Legambiente ‘Eternet Free’, finalizzata a promuovere la sostituzione di coperture in eternit con celle fotovoltaiche. Eternit Free Azzero CO2, per esempio, nel 2012 ha realizzato impianti per un valore complessivo di quasi 600mila euro, come indicato in bilancio. Azzero CO2 possiede inoltre il 10% inEsco Lazio srl, una società con interessi nel biogas e nel fotovoltaico con ricavi che nel 2012 sono stati di 1,2 milioni di euro e con quote in altre quattro società che operano nel settore energia.

Una piccola holding, questo è anche Legambiente. Che è pure socia al 10% di Menowatt GE srl, una società che si occupa di tecnologie per l’illuminazione pubblica e per motori efficienti e che fino alla fine del 2013 era posseduta al 70% da Sorgenia, la società del gruppo Cir della famiglia De Benedetti che partecipa all’azionariato della centrale a carbone Tirreno Power di Vado Ligure, finita al centro di un’inchiesta della procura di Savona con ipotesi di reato che vanno dal disastro ambientale all’omicidio colposo. E che dovrebbe pertanto essere un nemico giurato degli ambientalisti, piuttosto che un alleato. “Abbiamo fatto dure battaglie contro le centrali a carbone di gruppi come Sorgenia o Enel – ribatte Zanchini -. Quando però queste società fanno interventi di efficienza energetica e di rinnovabili non abbiamo problemi a collaborare con loro e fare accordi che vanno nella direzione verso cui spingiamo”. Nessun imbarazzo, dunque, in Legambiente. Del resto Sorgenia ha sempre garantito alla onlus laute sponsorizzazioni e tuttora ha in pegno il 14% delle azioni di Menowatt GE.

Ma i business di Legambiente non finiscono qui. La onlus possiede anche il 50% di Vivilitalia, una società che si occupa di turismo sostenibile, mentre il suo circolo Festambiente ha in portafoglio anche il 40% di Solaria, un’altra srl attiva nel settore delle rinnovabili. E’ stata invece chiusa Car Sharing Italia, una srl per il noleggio di vetture ecologiche messa in liquidazione dopo la perdita da 206mila euro registrata nel 2009. Da non dimenticare poi l’Editoriale la Nuova Ecologia, la società cooperativa promossa da Legambiente per pubblicare la rivista dell’associazione.

Una onlus che fa impresa? Per gli esperti è vietato
Favorire le leggi sugli incentivi alle fonti rinnovabili e poi sfruttare tali incentivi per fare affari? Di certo c’è un problema di opportunità e di potenziali conflitti di interesse. Ma non è tutto. Perché Legambiente è una organizzazione non lucrativa di utilità sociale. Può una onlus fare impresa attraverso altre società, come Azzero CO2? No, secondo gli esperti contattati da ilfattoquotidiano.it.Carlo Mazzini, consulente sulla legislazione e sulla fiscalità degli enti non profit e curatore del sito Quinonprofit, spiega: “Attraverso alcune circolari l’Agenzia delle entrate ha stabilito in passato che una onlus non può avere partecipazioni tali da poter gestire, dirigere e indicare gli amministratori di una società, a meno che tale società non sia un’impresa sociale che non distribuisce gli utili”. Una regola che è in conflitto con la situazione di Legambiente e Azzero CO2, il cui statuto addirittura dà diritto ai soci “che siano associazioni ambientaliste riconosciute” di ricevere una percentuale maggiorata degli utili.

“La ratio delle indicazioni dell’Agenzia delle entrate – continua Mazzini – è che una onlus possa investire in società di capitali solo con finalità di risparmio, ma senza avere partecipazioni di controllo. In modo da evitare che si possa fare impresa con soldi che provengono da donazioni, e quindi da una fiscalità agevolata”. Analoga l’opinione di Ugo Minneci, docente di Diritto commerciale all’Università degli Studi di Milano: “La onlus non si può trasformare in una sorta di capogruppo di società di capitali, altrimenti finisce per tradire la sua vocazione. E rischia di perdere lo stato di onlus e le conseguenti agevolazioni fiscali”.

Argomentazioni a cui Zanchini replica così: “La partecipazione è divisa tra diversi soggetti e noi non esprimiamo il controllo di Azzero CO2, perché il controllo lo fa il management”. Ma se il management fa parte del vertice di Legambiente? “L’accusa mi fa ridere – risponde il vice presidente della onlus -. Mario Gamberale (amministratore delegato di Azzero CO2, ndr) è un cittadino che decide di dare una mano a un’associazione ambientalista e fa parte del suo consiglio direttivo, come alcune centinaia di persone. Il management non dipende da noi. Come Legambiente esprimiamo solo gli indirizzi di Azzero CO2 per quanto riguarda le scelte sulle campagne e sulle iniziative che ci interessano. E controlliamo che non vengano fatte cose che vanno contro le nostre idee. Per esempio abbiamo posto il veto sulla realizzazione di impianti fotovoltaici a terra”. Parole che di certo non negano la partecipazione di Legambiente alla gestione della società.

Legambiente? “Una lobby economico-politica”. L’accusa degli altri ambientalisti

Italia Nostra e la Rete della Resistenza sui Crinali puntano il dito contro l’appoggio incondizionato dato alle fonti rinnovabili dell’associazione verde. Tra liti con i circoli locali, potenziali conflitti di interesse per la partecipazione in società che fanno business, legami con il Pd e il nuovo partito Green Italia

“Una potente lobby strettamente legata alle industrie del settore delle fonti rinnovabili. Che ha solidi legami con la politica”. Ecco come Mariarita Signorini, membro della giunta nazionale di Italia Nostra, descrive i vertici di Legambiente. Sotto accusa i legami che negli anni la principale associazione ambientalista italiana ha stretto con il mondo economico. E la spinta senza se e senza ma data allo sviluppo delle energie alternative. Un settore su cui Legambiente stessa fa affari, soprattutto attraverso la società controllata Azzero CO2. E su cui fanno affari alcuni suoi dirigenti nazionali grazie ad alcune srl, come Ambiente Italia. Con il rischio di conflitti di interesse. Da un lato infatti Legambiente ha partecipato attivamente al business delle fonti rinnovabili, dall’altro ha influenzato la normativa nazionale sugli incentivi che hanno contribuito a rincarare le bollette energetiche degli italiani. “I suoi vertici – continua Signorini – sono stati e sono tuttora gliinterlocutori privilegiati del ministero dell’Ambiente e del ministero dello Sviluppo economico”. Una posizione assicurata dai legami con il mondo politico, e in particolare con il Pd.

Gli agganci con la politica, dal Pd a Green Italia
Legambiente ha solide radici nel Pd, soprattutto nella corrente degli Ecodem di quell’Ermete Realacci che per quasi vent’anni è stato presidente nazionale della onlus e ancora oggi ne è il presidente onorario. E che alla Camera è presidente della commissione Ambiente. Il rapporto con Realacci passa anche attraverso la sua fondazione Symbola, che tra gli associati ha sia Legambiente che Azzero CO2 e tra i finanziatori ha colossi dell’energia come Eni ed Enel Green Power, il gruppo Cir della famiglia De Benedetti e la Novamont, la società guidata dal neo presidente del gestore della rete elettrica Terna Catia Bastioli, che produce quei sacchetti biodegradabili per la cui diffusione tanto hanno fatto le norme sponsorizzate da Legambiente ed Ecodem.

Messe solide radici nel Pd, Legambiente è passata a gettar fronde nella nuova formazione politica Green Italia, alleata alle europee con i Verdi. Molti dei membri della direzione di Green Italia sono infatti dirigenti di Legambiente o hanno incarichi nelle società partecipate da Legambiente. Eccone qualcuno: il vice presidente del Kyoto Club ed ex Pd Francesco Ferrante, l’ex deputato del Pd Roberto della Seta, il presidente di Azzero CO2 Giuseppe Gamba, l’ex esponente di Fli Fabio Granata, il direttore tecnico di Azzero CO2 Annalisa Corrado e Fabio Renzi, che è anche segretario generale di Symbola, giusto per chiudere il cerchio che riconduce a Realacci.

Symbola è poi vicina al Kyoto club, l’organizzazione non profit, fondata tra gli altri da Realacci e presieduta da Catia Bastioli, che fa attività di lobbying a favore delle fonti rinnovabili ed è socia di Legambiente in Azzero CO2. Una delle figure di raccordo è Gianni Silvestrini, direttore scientifico di Kyoto club e membro del comitato scientifico di Symbola. Silvestrini è stato consigliere per le fonti rinnovabili del ministero per lo Sviluppo economico, quando questo era guidato da Pier Luigi Bersani. Membro della presidenza del comitato scientifico di Legambiente fino al 2011, Silvestrini è stato anche presidente del cda di Azzero CO2 ed è proprietario al 26% di Exalto Energy & Innovation, una srl con un giro di affari di 1,1 milioni di euro (bilancio 2012) che come socio al 30% ha Innovatec spa, una società del gruppo Kinexia di Pietro Colucci, attivo nelle energie rinnovabili e quotato alla Borsa di Milano.

Tra le altre cose Exalto ha realizzato impianti fotovoltaici nell’ambito della campagna ‘Eternit Free’ di Legambiente, finalizzata a promuovere la sostituzione di coperture in eternit con celle fotovoltaiche. Ma il legame con l’associazione ambientalista va al di là di una semplice partnership, visto che l’amministratore delegato di Exalto, Mario Gamberale, ricopre il medesimo ruolo in Azzero CO2 ed è anche consigliere nazionale di Legambiente.

Scontri con gli altri ambientalisti. E liti in casa propria
Nel 2010 Exalto è stata tra i promotori insieme ad Azzero CO2 di un progetto per installare un mega impianto fotovoltaico su 26 ettari di terreno a Cutrofiano, in provincia di Lecce. L’iniziativa aveva avuto l’appoggio di Legambiente, ma alla fine non se ne è fatto più nulla per l’opposizione di alcuni comitati ambientalisti locali e di Italia Nostra. Quello di Cutrofiano non è il solo scontro tra Legambiente e altre organizzazioni ambientaliste. Dissidi che a volte si sono consumati all’interno della stessa onlus. Come nel 2008, quando tutti i soci del circolo di Legambiente di Carovigno(Brindisi) si sono dimessi, dopo aver denunciato la trasformazione dell’associazione in “una multiservizi buona per ogni attività” e la mancanza di democrazia interna. Un destino seguito due anni più tardi dal circolo di Milano Ovest, che tra l’altro ha accusato i vertici di non consentire un dibattito interno adeguato su una tematica complessa come quella del fotovoltaico su terreni agricoli. Peggio è andata al circolo di Manciano (Grosseto), che per le sue battaglie contro gli impianti di fotovoltaico industriale in Maremma nel 2011 è stato addirittura espulso dall’associazione verde.

Le fonti rinnovabili, appunto. Legambiente le appoggia senza se e senza ma, anche a danno del paesaggio sostengono altre associazioni e comitati ambientalisti, come la già citata Italia Nostra e laRete della Resistenza sui Crinali, attiva soprattutto in Toscana ed Emilia Romagna per contrastare lo sviluppo indiscriminato dell’eolico, che si sono battute contro progetti in cui Legambiente ha giocato un doppio ruolo. Come nel caso del consigliere nazionale dell’associazione ambientalista Lorenzo Partesotti, che con la sua Solaris negli anni scorsi si è speso invano per la costruzione di un impianto su monte dei Cucchi, sull’Appennino Bolognese, contando su uno studio di impatto ambientale realizzato niente meno che da Ambiente Italia, società partecipata da alcuni dirigenti di Legambiente. Dinamica analoga in Toscana, dove Cecilia Armellini da un lato era tra i vertici della onlus verde, dall’altro si muoveva a favore della Carpinaccio srl per ottenere l’approvazione di progetti eolici.

“La dirigenza nazionale di Legambiente ha dimostrato uno zelo eccessivo nella condiscendenza verso impianti industriali di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili fino a teorizzare il teorema dell’eolico senza se e senza ma – accusa il coordinatore della Rete della Resistenza sui Crinali Alberto Cuppini -. Tale zelo rischia di portare a potenziali conflitti di interesse”. Signorini di Italia Nostra difende molte sezioni locali dell’associazione ambientalista, che “svolgono azioni positive contro il consumo del territorio. Ma – aggiunge – i vertici fanno parte di una vera e propria lobby legata ai poteri economici e al mondo politico, con potenziali e gravi conflitti di interesse. Per noi invece il paesaggio va tutelato, è la nostra ricchezza. Non può pertanto essere straziato in nome delle energie rinnovabili improduttive”.

Scontri e incomprensioni che non sono destinati a smussarsi. Anzi nelle ultime settimane si stanno riproponendo altrove, come in Liguria, dove tra Vado Ligure e Quiliano (Savona) il progetto per un nuovo impianto eolico è stato presentato da Fera, una società che nel 2009, pur senza che nessuno dei suoi amministratori venisse indagato, è stata definita dal gip di Palermo come “sponsorizzata da Cosa Nostra” nell’ordinanza in cui chiedeva l’arresto di otto persone nell’ambito dell’inchiesta Eolo. Ma non finisce qui: secondo il Secolo XIX, oggi Fera è sotto il monitoraggio dalla Direzione investigativa antimafia per presunti contatti con il latitante Amedeo Matacena, al centro del caso che ha portato agli arresti l’ex ministro Claudio Scajola. Il progetto di Vado Ligure e Quiliano, osteggiato dal Wwf Italia, in aprile ha ricevuto il parere negativo della Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici. La reazione di Legambiente? Un duro comunicato che accusa la soprintendenza di farsi portatrice di una “posizione irragionevole” e di “pregiudizi contro l’eolico”.

E ora dal fotovoltaico e dall’eolico, la battaglia rischia di spostarsi sul fronte del solare termodinamico, una tecnologia della quale ilfattoquotidiano.it si è già occupato riguardo a un progetto per costruire su 226 ettari di terreno agricolo a Banzi, in Basilicata, una centrale che riceverebbe in 25 anni 1,2 miliardi di incentivi a fronte di un valore di mercato per l’energia prodotta pari ad appena 280 milioni di euro. Un mese fa l’Associazione intercomunale lucana, attiva contro il progetto di Banzi, ha presentato al governo, insieme ad altre associazioni di rilievo nazionale come Wwf e Italia Nostra, una proposta di modifica delle norme sulle fonti rinnovabili in modo da vietare l’installazione di impianti industriali per la produzione di energia elettrica su aree agricole. E cosa ha fatto invece Legambiente negli stessi giorni? Ha firmato un protocollo di intesa con l’Anest, l’associazione che rappresenta le società che operano nel settore del solare termodinamico. Tra gli obiettivi dichiarati, quello di assicurare alle imprese un sostegno allo sviluppo dei progetti e al dialogo con i cittadini. Ovvero un appoggio alla loro attività di lobbying.

Occhio al mercato libero: qualche precauzione

Il blog di edoardo beltrame

Fra tre anni sparirà il mercato tutelato e tutto sarà più libero e conveniente: questo ci raccontano.

Il tempo per preparare gli utenti sarebbe sufficiente, come insegnano in Inghilterra, ma invece prepariamoci al peggio. Chi tra gli utenti domestici ci è già passato, paga di più.

Essenziale sapere quanto consumate e non solo quanto spendete. Se sapete quanto consumate potete valutare quello che vi offrono. In caso contrario è meglio lasciare perdere

Quelli che vi offriranno gas e luce vorranno conoscere il vostro numero di POD o di PDR, un numero in calce sulla vostra bolletta. Quel numero è un’informazione sensibile come l’IBAN per la banca. 

Se non ricevete da tempo le bollette, preoccupatevi perché potrebbero avervele rubate dalla cassetta della posta. Lo hanno fatto proprio per conoscere i numeri di POD o di PDR, e potrebbero inviarvi un nuovo contratto, già compilato, millantando di averli ottenuti da voi.

Poi…

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SEGNALI DI RIPRESA… PER IL 2015 TASI E IMU ANCORA PIÙ CARE

No era la Xylella!

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SCOPERTO IL REALE PARASSITA RESPONSABILE DEL DISSECCAMENTO DEGLI ULIVI

Si potranno evitare decine di migliaia di eradicazioni.

Si tratta di una svolta clamorosa che conferma le perplessità di quanti sostenevano l’inesattezza della diagnosi che riteneva responsabile un insetto dell’epidemia che ha colpito gli ulivi. È stato infatti individuato il reale parassita responsabile del disseccamento rapido, per cui era stato previsto un piano d’emergenza che avrebbe comportato numerosissime eradicazioni. Un pericolo scongiurato giusto in tempo. Contrariamente alla ipotesi fino ad oggi avanzata, il responsabile della malattia che ha colpito gli ulivi salentini non è la Xylella, bensì il Silletti. L’assonanza dei nomi non deve confondere: infatti, se il primo è un batterio da tempo presente sul territorio, nel secondo caso ci troviamo davanti ad un parassita bipede di dimensioni ben maggiori, tanto che gli agronomi dell’università di Utopia, della facoltà di Scienze Antiautoritarie, si chiedono come sia stato possibile non notarlo fino ad oggi, isolarlo ed arginarne i danni. Secondo gli studiosi esso appartiene al genere Homini Status, e si tratta di un parassita ben noto, che da tempo immemore infesta non solo il Salento, ma il pianeta intero. «È un parassita – secondo gli esperti – particolarmente pericoloso per l’intero ecosistema; è facilmente individuabile e riconoscibile, tanto che la maggior parte delle persone – non solo agricoltori – tendono a disprezzarlo. Ciò nonostante, esso è sempre presente e riesce a carpire la buona fede di chi lo incontra, e ciclicamente si manifesta in maniera più visibile, spesso in coincidenza con le tornate elettorali, proprio come il periodo che stiamo attraversando. Contrariamente ad altri tipi di insetti, esso non ha alcuna pubblica utilità ma, in quanto parassita, arreca solo danni e vive a scapito degli altri organismi viventi che gli sono accanto, di cui sfrutta le risorse, indebolendoli ed approfittando per ingrassare sempre più». Purtroppo ad oggi nessun rimedio definitivo per la sua scomparsa è stato ancora trovato, nonostante gli studiosi di Utopia ne abbiano teorizzati alcuni da oltre un secolo e mezzo; però, nel corso della Storia alcuni individui hanno provato ad effettuare delle sperimentazioni sul campo. Per evitare l’uso di anticrittogamici, che danneggiano l’ambiente, i pionieri della sperimentazione hanno fatto ricorso ai mezzi più disparati: il veleno, la lima, la colubrina, il pugnale, la dinamite… Niente pesticidi dunque? «Anche il diserbante – fanno sapere gli esperti – può andar bene, a patto che sia opportunamente combinato. Le buone pratiche di cui tanto si parla in questi giorni, come il buon vecchio randello o un calcio in culo sono utili, sebbene servano solo a tenerlo a distanza». E per chi volesse saperne di più sui precursori della sperimentazione, abbiamo chiesto? «Beh, sono stati tanti. I primi nomi che ci vengono in mente sono Caserio, Luccheni, Angiolillo, Passannante, Bresci, Czolgosz, Morral, Vaillant, Henry, Wilckens…». Insomma, i modi per difendersi ci sono, e non è necessario aspettare la circolare del Ministero, che potrebbe tardare ad arrivare.

Erasmo Cagacazzo

Erano solo chiacchiere e propaganda

Erano solo chiacchiere e propaganda

uno conta un cazzo

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Ogni tanto ci sono incontri con attivisti 5 stelle ( non si possono evitare amici ) o portavoce .
Ti ringraziano , ti avevano ” eletto come uno dei modelli ” del movimento .
Ma ancora non capiscono , non accettano il FATTO.
E nemmeno il fatto che, avendo dato una pedata al culo ad un certo attivismo , rete attiva , sinapsi collegata da anni , te incluso , inevitabilmente nulla hai più a che fare  con questa realtà.
Sei la prova evidente che tutta una serie di principi erano propaganda .
A tutti viene rinnovato il FATTO di non dirlo in giro ( dell’incontro ) ,potrebbe essere usato contro per fini squallidi di emarginazione.
E nessuna parola serve, occorre, tanto meno inutili chiacchiere .
Nulla di male , ognuno è libero di fare politica attiva in un partito ed è lodevole l’impronta ancora civica che permane in molti , seppure offuscata da fatti oggettivi, con un senso di solitudine che non si puo’ coprire con marce , eventi e marketing .
Fortunatamente , con tutti i loro limiti , esistono persone valide , dove la seggiola è uno strumento , non il fine. 

 Tinazzi

Sovrastrutture complesse nel mondo occidentale

Tinazzi

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Il fascismo si è evoluto
ha preso altre forme , sovrastrutture complesse nel mondo occidentale
Ma alla fine una ristretta classe dirigente impera, nazionale e sovranazionale
e sempre di piu’ il controllo è sottratto al popolo
ma in modo piu’ sottile….
lo si fa sfogare in cazzate e finta partecipazione
Lui è convinto di stare piu’ o meno in una democrazia
Ma tutte le decisioni che lo riguardano
le prendono altri
e lui conta sempre meno
costantemente….. 

A Mosca nasce la coalizione sino-russo-iraniana contro la NATO?

Per farla finita con la politica e i suoi metodi

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Brulotti

È opinione diffusa che la politica da tempo non goda di buona salute. Sfiduciata dai suoi elettori, pare essere approdata ad un punto morto. Un processo, questo, che è destinato ad approfondirsi, dicono. Ma, se è vero che la politica non possiede affatto quel fascino di una volta, smascherata insieme ai suoi interpreti da sempre più ampi strati di popolazione, c’è sempre chi non cessa di evitarne instancabilmente l’auspicabile distruzione. Si pensi a uomini e donne di Stato, o di potere in generale; gente, insomma, per cui la sopravvivenza della politica è di vitale importanza affinché essi possano conservare il proprio posto nell’attuale meccanismo sociale. In fondo, sarebbe una follia per chi presiede Confindustria, pronunciarsi a favore di una distruzione della politica, essendo questa il requisito del suo privilegio. Perciò non troviamo nulla che ci sorprenda nel vedere i detentori del potere schierati a difesa di ciò che consente loro di continuare a esercitarlo. La cosa buffa è che, nella schiera di coloro che potremmo appellare «gli amici della politica» figurano individui che nulla dovrebbero avere a che fare con l’autorità e la merce: i rivoluzionari – ammesso che tale definizione abbia ancora un senso.
Sovente ci troviamo a sentire i pomposi discorsi di taluni che, esibendo il proprio cartellino della militanza, pluritimbrato in occasione di cortei e presidi in piazza, affermano con fierezza che loro «fanno politica». Non come quei fannulloni, criticoni che non fanno nulla, che disertano i cortei prevedibili e controllabili da parte di occhi più o meno istituzionali. Spiacenti, il presenzialismo lo lasciamo a chi ha una così bella cera da esibire, nelle prime pagine dei tanto odiati (?) giornali, nelle foto in questura, al cospetto della gente.
Questi militanti imbellettati peccano forse per scelta linguistica, chiamando «politica» ciò che in realtà non lo è? Non crediamo. Al contrario, pensiamo siano ben consapevoli di ciò che dicono, o almeno vogliamo attribuir loro una tale considerazione. Se parlano così è perché la loro visione della lotta non punta a eliminare la politica, ma a farne uso, sia durante il «processo rivoluzionario», sia nella società per cui lottano. Non si ingannano, dunque. Hanno scelto.
Essi potrebbero obiettare che della politica non si può fare a meno, che c’è una bella differenza tra la politica dei padroni e la propria – essendo diversi gli interessi di classe in gioco –, che la politica ha banalmente a che vedere con le relazioni sociali. Obiezioni che non condividiamo, e il perché è presto detto.
La politica persegue il fine di scollegare pensiero e azione attraverso l’istituzione di «sedi idonee», ora il parlamento, il consiglio comunale, ora il comitato di quartiere, ora l’assemblea. In questo modo, essa ricerca la scissione della coscienza dei sovversivi, depotenziandone l’impeto di rivolta.
La politica, per nulla espressione del desiderio e della spontaneità umana, non è altro che attività di calcolo, pianificazione razionale dell’azione secondo un programma. Così, essa ottiene l’effetto di ridurre le persone al rispetto di decisioni prese in contesti retti da deliri organizzativi in cui la burocrazia la fa da padrona. Qui la libertà individuale scompare, cedendo il posto all’autorità della decisione presa da una maggioranza. In fondo, tutto ciò che è «politico», nel migliore dei casi puzza di democrazia, borghese, proletaria o diretta che sia.
Ancora, la politica non ha luogo senza rappresentanza, senza la necessità di “incoronare” funzionari e delegati. Di essa nemica mortale è l’azione diretta, attraverso cui gli spiriti in rivolta desiderano far saltare per aria l’appiattimento della mediazione e della delega nella lotta contro il nemico.
Non mancano poi i cosiddetti politicanti di movimento, ossia coloro che pretendono di valutare azioni e parole in base all’opportunità, sempre pronti a rimproverare ai compagni l’intempestività di affermazioni e gesti ritenuti non adatti in certe circostanze. Alcuni di loro sono soliti calibrare il proprio operato nella lotta sulle disposizioni del codice penale, nel timore che una prassi coerente possa comportare un livello di repressione esagerato, difficile da sopportare e gestire. «I compagni servono più fuori che dentro», si sente spesso dire. A ragione – in quanto ci auguriamo che l’imprevedibilità dell’attacco sappia avere sempre il sopravvento sul controllo poliziesco –, a meno che tale affermazione non costituisca solo una scusa per l’immobilismo e il rafforzamento indiretto della pacificazione sociale.
Altri politicanti, nel caso della nascita di un movimento popolare, chiamano i propri compagni e non solo, a «sporcarsi le mani» tra la gente, perché è fondamentale marciare uniti, è essenziale non lasciare indietro nessuno. Così, essi si preoccuperanno di informare accuratamente la popolazione sugli effetti di una certa nocività sulla sua vita, di partecipare alle assemblee dei comitati, di organizzare petizioni, di esaltare con particolare enfasi solo quei sabotaggi in grado di raccogliere il plauso della cittadinanza, ecc… In questo, mostrano con chiarezza il loro volto politico, dedito al compromesso e alla ricerca del consenso, nel costante sforzo di trasformare le masse in qualcosa che non sono.
La politica è quell’ “arte” che antepone l’efficacia all’etica, cosicché se un determinato mezzo è in grado di condurre all’obiettivo sperato, allora esso sarà considerato inevitabilmente giusto, indipendentemente dalla sua natura. Ad esempio, metodi come la commistione tra rivoluzionari e cittadinisti – così come l’utilizzo dell’autorità nella lotta –, se finalizzati a preparare la rivoluzione o l’insurrezione, vengono accettati da certuni senza parola proferire. «Il fine giustifica i mezzi» non è un’espressione di Machiavelli, ma l’essenza delle rivoluzioni totalitarie del Novecento e del loro terrorismo di Stato, come di ogni mentalità politica.
Per tutti questi motivi vogliamo farla finita con qualsivoglia manifestazione della politica, da quella liberale, a quella marxista, fino ad arrivare a quella anarchica. Che l’individuo riprenda possesso delle facoltà del proprio essere, per passare all’attacco della propria condizione e di questo mondo. La politica, proprio per il suo ingabbiare mente e cuore dei sovversivi, è, al pari di coloro che si ostinano a volerne la riproduzione, controrivoluzionaria. Distruggiamola! E appicchiamo il fuoco all’intera società, la quale non può esistere senza di essa.
[Stramonio, n. 0, marzo 2015]

PERCHE’ LA GIORNATA LAVORATIVA E’ DI 8 ORE?

Di questi tempi, un fenomeno del genere si verifica spesso. Si sta qualche mese lontani dal lavoro, poi finalmente si trova un nuovo impiego e apparentemente la vita ritorna alla sua normalità. E’ chiaro che lo stile di vita cambia, così come gli orari. Da avere una giornata libera e vuota, ci si trova impegnati per 8 ore. Questo cambiamento può mettere in luce qualcosa di nuovo, alle persone più attente.

Appena si rientra al lavoro, si comincia ad essere meno attenti ai soldi. Non si sprecano, ma si apre il portafogli più volentieri. Un esempio? Si torna a fare colazione al bar più di frequente. Si beve magari un espresso di corsa, al bancone, mentre prima ci si era abituati a prendere il caffè della moka, ma a casa propria, seduti a tavola in relax.

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Non si parla di acquisti importanti, ma di quelle spese di piccole dimensioni che, a tutti gli effetti, non aggiungono nulla di bello e di costruttivo alla propria vita. Finché siamo ingabbiati nel mondo del lavoro dalla mattina alla sera, non ce ne rendiamo conto. Dopo qualche periodo di stop è però più facile diventare consapevoli di questo fenomeno.

Si torna a spendere anche per delle sciocchezze perché si ha la percezione di aver riacquistato una certa posizione; si riceve uno stipendio regolare e questo sembra dare diritto anche a compiere degli sprechi. Si prova una curiosa sensazione di potere quando si guadagna una manciata di euro senza alcun pensiero critico. Ci si sente bene ad esercitare il potere del denaro quando si è certi che se ne guadagnerà altro in modo rapido.

Tutti coloro che si muovono nel mondo in questa maniera hanno fatto propria una mentalità consumistica imposta dall’alto.

Ma tutto questo è veramente necessario? Non sarebbe più sano avere più tempo libero di cui godere, per incontrare delle persone, vivere rilassati e felici, piuttosto che restare rinchiusi per 8 ore al giorno?

LA CULTURA DELL’INUTILE
In Occidente viene deliberatamente coltivato e nutrito dalle grandi aziende uno stile di vita che stimola le spese inutili. Le aziende di ogni tipo contribuiscono in maniera massiccia a rendere il pubblico ingenuo con i propri soldi. Incoraggiano la propensione alla spesa casuale e non essenziale ogni volta che possono.

Nel documentario The Corporation, uno psicologo esperto di marketing ha esposto uno dei metodi che vengono usati per aumentare le vendite. Il suo staff ha condotto uno studio sull’effetto dei capricci dei bambini sulla probabilità che i genitori acquistino loro un giocattolo. E’ stato così scoperto che tra il 20 e il 40% degli acquisti dei loro prodotti non venivano fatti se i bambini non facevano i capricci. Perciò, sulla base di questi studi, sono nate le pubblicità dei prodotti indirizzate direttamente ai bambini, incoraggiandoli così a insistere coi genitori, anche con i capricci, affinché comprino. Questa campagna di marketing da sola rappresenta i milioni di dollari spesi sulla base di una domanda assolutamente fabbricata e mostra come sia possibile manipolare i consumatori affinché desiderino acquistare determinati prodotti.

Questo è solo un piccolo esempio di un fenomeno che va avanti da molto tempo. Le grandi aziende non hanno costruito il loro fatturato sulla promozione sincera delle virtù dei loro prodotti, ma hanno creato una cultura di centinaia di milioni di persone che acquistano più di quello di cui hanno bisogno e che cercano di colmare l’insoddisfazione con il denaro.

Compriamo cose per essere felici, per soddisfare la figura degli adulti che avevamo nell’infanzia e per molte ragioni psicologiche che hanno ben poco a che fare con ciò che un prodotto davvero utile rappresenta. Quante cose abbiamo accumulate in cantina o in garage che non utilizziamo mai?

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LA VERA RAGIONE DELLA SETTIMANA LAVORATIVA DI 40 ORE
Lo strumento ideale per le aziende per sostenere una cultura del genere è stato quello di sviluppare una settimana lavorativa di 40 ore come stile di vita normale. In queste condizioni di lavoro, le persone possono avere una propria vita soltanto la sera e nei fine settimana. Questa disposizione ci rende naturalmente più inclini a spendere tanto per divertirci e per le comodità, visto che il tempo libero è così scarso.

In questo modo, le attività sane come camminare, allenarsi, leggere, meditare o scrivere diminuiscono. Proprio così, perché, pur non costando nulla, queste attività richiedono del tempo.

Improvvisamente, quindi, ci si ritrova con più soldi e molto meno tempo. Dopo una giornata di lavoro, l’ultima cosa che si desidera fare è tornare a casa e allenarsi, magari dopo cena o prima di andare a dormire. Lo stesso vale per la mattina appena svegli.

Si tratta di un problema con una soluzione molto semplice: basterebbe lavorare meno, per avere più tempo libero. Eppure, in alcuni settori è quasi impossibile, perché clienti e fornitori sono tutti saldamente radicati in questa cultura della giornata standard lavorativa. Questo standard si è sviluppato durante la rivoluzione industriale in Inghilterra nel XIX secolo, come tregua per quei lavoratori che in fabbrica venivano sfruttati dalle 14 alle 16 ore consecutive (fenomeni che stanno tornando a diffondersi, seppure in sordina e alimentati dal lavoro nero).

Dal momento che le metodologie e le tecnologie di oggi sono molto avanzate, i lavoratori di ogni settore possono produrre molto di più in un lasso di tempo più breve. A livello teorico, quindi, questo potrebbe portare a giornate lavorative più brevi.

Ma la giornata lavorativa di 8 ore è troppo redditizia per le grandi imprese, non a causa della quantità di lavoro prodotto in otto ore (il lavoratore medio in ufficio compie tre ore di lavoro effettivo svolte in 8 ore), ma perché questo rende le persone degli acquirenti felici. Mantenere il loro tempo libero scarso significa spingere le persone a spendere molto di più per le comodità, per gratificarsi e per qualsiasi altro oggetto inutile che possano comprare. Li porta a guardare la televisione, la pubblicità e a spegnere ogni loro ambizione.

Siamo immersi in una cultura progettata per renderci stanchi, affamati di indulgenza, disposti a pagare moltissimo per divertirci e per lasciarci sempre quel senso di insoddisfazione, che ci fa continuare a desiderare le cose che non abbiamo ancora. Compriamo tanto perché ci sembra che ci manchi qualcosa.

Le economie occidentali sono state costruite in modo calcolato sulla gratificazione, sulla dipendenza e le spese inutili. Spendiamo per rallegrarci, per premiarci, per celebrarci, risolvere i problemi, elevare il nostro status, alleviare la noia.

Proviamo ad immaginare cosa succederebbe se il mondo occidentale smettesse di acquistare tante cose inutili, che non aggiungono alcun valore alla nostra vita.

L’economia crollerebbe e non recupererebbe più.

Tutti quei problemi come obesità, depressione, inquinamento e corruzione sono il prezzo da pagare per sostenere un’economia miliardaria. Affinché l’economia sia “sana”, le persone devono essere “malate”. Le persone sane e felici non hanno bisogno di molto di più di quel che hanno già e questo significa che non comprano cianfrusaglie, non hanno necessità di essere intrattenute e non finiscono per guardare gli spot pubblicitari.

La cultura della giornata lavorativa di otto ore è il più potente strumento per mantenere le persone insoddisfatte e per far loro credere che la soluzione di ogni problema sia acquistare qualcosa.

La legge di Parkinson postula che un’organizzazione cresce indipendentemente dalla quantità di lavoro da svolgere o che – semplificando – più tempo a disposizione si avrà, più se ne sprecherà.

La maggior parte di noi tratta i soldi allo stesso modo. Più ne guadagniamo, più ne spendiamo. Non è che improvvisamente ci occorrono più cose perché abbiamo più soldi.

E’ ovvio che non si debba certo rifuggire completamente questo sistema e andare a vivere nei boschi. Ma si dovrebbe di certo cercare di capire ciò che il grande commercio vuole da noi. E’ stato fatto per decenni un grande lavoro per creare milioni di consumatori ideali e l’obiettivo è stato raggiunto. Il nostro stile di vita è stato progettato da altri, non è una scelta.

Il cliente ideale non è soddisfatto ma è speranzoso; non è interessato allo sviluppo personale; è abituato a guardare la televisione; lavora a tempo pieno; guadagna molto; indulge nel tempo libero.

Qualcuno si riconosce?

fonte: http://www.generazionebio.com/notizie/4753-perche-giornata-lavorativa-8-ore.html

*fonte:  themindunleashed.org