Per farla finita con la politica e i suoi metodi

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Brulotti

È opinione diffusa che la politica da tempo non goda di buona salute. Sfiduciata dai suoi elettori, pare essere approdata ad un punto morto. Un processo, questo, che è destinato ad approfondirsi, dicono. Ma, se è vero che la politica non possiede affatto quel fascino di una volta, smascherata insieme ai suoi interpreti da sempre più ampi strati di popolazione, c’è sempre chi non cessa di evitarne instancabilmente l’auspicabile distruzione. Si pensi a uomini e donne di Stato, o di potere in generale; gente, insomma, per cui la sopravvivenza della politica è di vitale importanza affinché essi possano conservare il proprio posto nell’attuale meccanismo sociale. In fondo, sarebbe una follia per chi presiede Confindustria, pronunciarsi a favore di una distruzione della politica, essendo questa il requisito del suo privilegio. Perciò non troviamo nulla che ci sorprenda nel vedere i detentori del potere schierati a difesa di ciò che consente loro di continuare a esercitarlo. La cosa buffa è che, nella schiera di coloro che potremmo appellare «gli amici della politica» figurano individui che nulla dovrebbero avere a che fare con l’autorità e la merce: i rivoluzionari – ammesso che tale definizione abbia ancora un senso.
Sovente ci troviamo a sentire i pomposi discorsi di taluni che, esibendo il proprio cartellino della militanza, pluritimbrato in occasione di cortei e presidi in piazza, affermano con fierezza che loro «fanno politica». Non come quei fannulloni, criticoni che non fanno nulla, che disertano i cortei prevedibili e controllabili da parte di occhi più o meno istituzionali. Spiacenti, il presenzialismo lo lasciamo a chi ha una così bella cera da esibire, nelle prime pagine dei tanto odiati (?) giornali, nelle foto in questura, al cospetto della gente.
Questi militanti imbellettati peccano forse per scelta linguistica, chiamando «politica» ciò che in realtà non lo è? Non crediamo. Al contrario, pensiamo siano ben consapevoli di ciò che dicono, o almeno vogliamo attribuir loro una tale considerazione. Se parlano così è perché la loro visione della lotta non punta a eliminare la politica, ma a farne uso, sia durante il «processo rivoluzionario», sia nella società per cui lottano. Non si ingannano, dunque. Hanno scelto.
Essi potrebbero obiettare che della politica non si può fare a meno, che c’è una bella differenza tra la politica dei padroni e la propria – essendo diversi gli interessi di classe in gioco –, che la politica ha banalmente a che vedere con le relazioni sociali. Obiezioni che non condividiamo, e il perché è presto detto.
La politica persegue il fine di scollegare pensiero e azione attraverso l’istituzione di «sedi idonee», ora il parlamento, il consiglio comunale, ora il comitato di quartiere, ora l’assemblea. In questo modo, essa ricerca la scissione della coscienza dei sovversivi, depotenziandone l’impeto di rivolta.
La politica, per nulla espressione del desiderio e della spontaneità umana, non è altro che attività di calcolo, pianificazione razionale dell’azione secondo un programma. Così, essa ottiene l’effetto di ridurre le persone al rispetto di decisioni prese in contesti retti da deliri organizzativi in cui la burocrazia la fa da padrona. Qui la libertà individuale scompare, cedendo il posto all’autorità della decisione presa da una maggioranza. In fondo, tutto ciò che è «politico», nel migliore dei casi puzza di democrazia, borghese, proletaria o diretta che sia.
Ancora, la politica non ha luogo senza rappresentanza, senza la necessità di “incoronare” funzionari e delegati. Di essa nemica mortale è l’azione diretta, attraverso cui gli spiriti in rivolta desiderano far saltare per aria l’appiattimento della mediazione e della delega nella lotta contro il nemico.
Non mancano poi i cosiddetti politicanti di movimento, ossia coloro che pretendono di valutare azioni e parole in base all’opportunità, sempre pronti a rimproverare ai compagni l’intempestività di affermazioni e gesti ritenuti non adatti in certe circostanze. Alcuni di loro sono soliti calibrare il proprio operato nella lotta sulle disposizioni del codice penale, nel timore che una prassi coerente possa comportare un livello di repressione esagerato, difficile da sopportare e gestire. «I compagni servono più fuori che dentro», si sente spesso dire. A ragione – in quanto ci auguriamo che l’imprevedibilità dell’attacco sappia avere sempre il sopravvento sul controllo poliziesco –, a meno che tale affermazione non costituisca solo una scusa per l’immobilismo e il rafforzamento indiretto della pacificazione sociale.
Altri politicanti, nel caso della nascita di un movimento popolare, chiamano i propri compagni e non solo, a «sporcarsi le mani» tra la gente, perché è fondamentale marciare uniti, è essenziale non lasciare indietro nessuno. Così, essi si preoccuperanno di informare accuratamente la popolazione sugli effetti di una certa nocività sulla sua vita, di partecipare alle assemblee dei comitati, di organizzare petizioni, di esaltare con particolare enfasi solo quei sabotaggi in grado di raccogliere il plauso della cittadinanza, ecc… In questo, mostrano con chiarezza il loro volto politico, dedito al compromesso e alla ricerca del consenso, nel costante sforzo di trasformare le masse in qualcosa che non sono.
La politica è quell’ “arte” che antepone l’efficacia all’etica, cosicché se un determinato mezzo è in grado di condurre all’obiettivo sperato, allora esso sarà considerato inevitabilmente giusto, indipendentemente dalla sua natura. Ad esempio, metodi come la commistione tra rivoluzionari e cittadinisti – così come l’utilizzo dell’autorità nella lotta –, se finalizzati a preparare la rivoluzione o l’insurrezione, vengono accettati da certuni senza parola proferire. «Il fine giustifica i mezzi» non è un’espressione di Machiavelli, ma l’essenza delle rivoluzioni totalitarie del Novecento e del loro terrorismo di Stato, come di ogni mentalità politica.
Per tutti questi motivi vogliamo farla finita con qualsivoglia manifestazione della politica, da quella liberale, a quella marxista, fino ad arrivare a quella anarchica. Che l’individuo riprenda possesso delle facoltà del proprio essere, per passare all’attacco della propria condizione e di questo mondo. La politica, proprio per il suo ingabbiare mente e cuore dei sovversivi, è, al pari di coloro che si ostinano a volerne la riproduzione, controrivoluzionaria. Distruggiamola! E appicchiamo il fuoco all’intera società, la quale non può esistere senza di essa.
[Stramonio, n. 0, marzo 2015]
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Pubblicato il 22 aprile 2015 su Il raggio riflesso. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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