Segnali di fumo

Brulotti

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Se nel corso degli ultimi anni è riuscita a farsi sentire la tentazione del nichilismo (attivo o passivo, non fa qui differenza), è perché la politica ha colonizzato ogni anfratto dell’esistenza umana e vi ha inscenato talmente tante volte il suo insulso teatrino da provocare una irrefrenabile ondata di disgusto. All’incanto del vivere, letteralmente, non crede più nessuno (men che meno ora, con la mera sopravvivenza in pericolo). Si subiscono le sue molteplici rappresentazioni, questo sì, esausti ed mansuefatti. Immobilizzati, spesso, dalla convinzione che non esista altra possibilità. Motivo per cui, in questa titanica società che sta affondando, sembra non sia rimasto altro da fare che ballare. Ovviamente c’è ballo e ballo, canzonetta e canzonetta. Ai piani alti si prevedono riprese economiche e consensi politici che fermeranno la «crisi», in basso si preannunciano lotte radicali e conflitti sociali che mineranno il dominio. Per stare sereni, basta crederci.
Pensiamo allo scorso Primo maggio. Quel giorno c’era l’inaugurazione dell’Expo (i cui cantieri sono però per la maggior parte ancora aperti), sbandierante una certa preoccupazione per la fame nel mondo (per risolvere la quale si sono dati convegno coloro che si sono divorati l’intero pianeta). L’anfitrione era il capo del governo democratico italiano (il quale non è mai stato eletto a tale carica), ovvero il leader dello schieramento del centro-sinistra (il cui successo politico è dovuto alle sue politiche di destra), che ha liquidato i contestatori dell’iniziativa definendoli «figli di papà» (lui, erede di una famiglia proprietaria di una azienda dai bilanci a nove cifre). Già solo così, senza scomodare spugnette e rolex, sembra o non sembra una barzelletta? Ma è una barzelletta di cui nessuno più ride, da tanto esprime alla perfezione il normale corso delle cose. D’altronde l’alternativa al giovane rampollo toscano sarebbe il ritorno (con le fattezze di fantoccio) di un ottuagenario milionario lombardo che ha governato il paese negli ultimi venti anni, mentre faceva il pappone, il corruttore ed il baciamano ai tiranni. Capirete bene che l’infamia del palazzo ha assunto dimensioni tali da rendere superflue persino le critiche. È come ritrovarsi di fronte ad un oceano di merda e far notare che l’olezzo nell’aria difetta di fragranza.
Ma non è che le cose vadano poi tanto meglio nella piazza (e non certo per via di alcune banche, botteghe e automobili andate in fumo, che possono far piangere solo i loro proprietari ed indignare solo gli imbecilli), piazza occupata con cipiglio da tribuni del popolo, maestri delle moltitudini e portavoce della plebe. Anche qui è stato ormai ampiamente superato il grottesco e se all’Expo si intende fermare la carestia aprendo le porte a capi di Stato e ad amministratori delegati, al No-Expo si vuole combattere il privilegio aprendo il cancelletto chi a ministri e pontefici, e chi a parlamentari e magistrati (lasciando pure perdere le cinquanta sfumature di grigio dei masochisti libertari i quali, estinti i neuroni, non sanno più a quale autoritario rivolgersi per proporre gemellaggi ormonali).
Dopo il Primo maggio i fini strateghi della conflittualità alternata sono tutti lì, a guardare l’orologio ed a rimproverarsi per la mancata sincronizzazione. Nei loro altisonanti comunicati rimbalza di continuo il medesimo cruccio: come unire conflitto e consenso, lotta e partecipazione? Compagni, per andare avanti tutti assieme non bisogna solo sguazzare nella melma delle contraddizioni, ma anche mettersi d’accordo: quando è l’ora degli incappucciati uniti nel malox, e quando è quella dei cappuccini uniti nel bene comune? Non confondiamo maschera antigas e saio, altrimenti non ci si capisce più niente! Così, gli uni domandano irritati perché il riot vada bene a Baltimora ma non a Milano («come, non l’avete capito? ma perché un conto è la rabbia spontanea espressa dalle masse subalterne precarizzate ed un conto…»), e gli altri chiedono stizziti perché la condivisione metodologica vada bene in bucoliche vallate ma non nelle città metropolitane («come, non l’avete capito? ma perché un conto è il percorso ventennale di un movimento popolare in difesa del suo territorio ed un conto…»). Con la scusa che l’acqua bolle e tutto fa brodo avranno anche superato il problema dell’incompatibilità di alcuni ingredienti, ma gli chef si sono dimenticati di far coincidere le lancette dei loro orologi. Sull’ora di chi va regolata quella degli altri?
Colpisce che dopo il Primo maggio persino l’eterno aspirante assessore alla cultura del Comune insorto, il recuperatore settantasettino che ha insegnato a generazioni di ribelli ad attraversare con creatività le istituzioni, sia sbottato contro l’assoluta inanità di quanto ci circonda: perfino a suo dire si va in manifestazione solo per incontrare gli amici, mica perché si pensa davvero di fare qualcosa di pratico e concreto, avendo il capitalismo già trionfato su tutta la linea ed assomigliando chi rivendica diritti e democrazia ad un vecchio che vuole telefonare con i gettoni. Col sacchetto di gettoni in mano, chi perché spera di essere così fortunato da trovare un vecchio telefono pubblico funzionante e chi perché si reputa così scaltro da riuscire a scambiarli con una scheda magnetica, i politici di movimento si stanno interrogando sul da farsi. Il malessere sociale generalizzato può fornire una ghiotta occasione di intervento, ma come intervenire dato che la «crisi della rappresentanza» ha preceduto e si è rivelata altrettanto devastante della «crisi dell’economia»? Bisognerà aprire nuovi cancelletti? Bisognerà conquistare più spazio sui mass-media?
Noi, quesiti del genere non ce li poniamo, per un motivo semplice quanto banale: non pensiamo che i gettoni dello Stato siano il tesoro della libertà. Inutile lanciarli in aria, farli risuonare per poi fare la conta dei vecchi che accorrono. Anche noi siamo consapevoli che l’immaginario istituzionale abbia invaso corpi ed anime e non tema più rivali, ma ciò non è affatto la premessa di una possibile soluzione, perché costituisce il problema. Lasciamo quindi a guelfi bianchi e ghibellini rossi la loro grande chiesa che passa da Che Guevara e arriva fino a Don Gallo, passando da Ocalan attraverso Tsipras ed Imposimato. Chi pensa che solo attraverso il nucleare lo Stato sia riuscito a rendersi immortale, ad imporre la sua ineludibile materialità tecnica, farebbe bene a ricredersi. In realtà infesta qualsiasi discussione e su qualsivoglia argomento. Come se ogni ipotesi prendesse vita necessariamente grazie ad esso e si risolvesse in una più o meno accorta riconfigurazione delle istituzioni.
Tutte le mutazioni in corso nella piazza, persino quelle più inaspettate e sbalorditive, si riducono a questo.
Ovvero, ad Organismi Politicamente Modificati dall’opportunismo fatti passare per prodigiose sintesi dell’esperienza.
Prendiamo ad esempio quel Toni Negri che nel 2012, per risolvere il prosaico dilemma della militanza, riteneva probabile che «come in altre epoche rivoluzionarie anarchismo e comunismo, in forme nuove, sempre di più, nelle lotte che attraversano il nostro secolo, stiano riavvicinandosi». Chi volete che ci creda considerata la sua successiva precisazione, ovvero che «in ogni caso, la sola cosa certa è, spinozianamente, che “l’uomo guidato da ragione è più libero nello Stato, dove vive secondo un decreto comune, che nella solitudine dove obbedisce soltanto a se stesso”»? Oggi, dopo i fatti del Primo maggio, è una sua allieva a fare l’occhiolino alla «intelligenza strategica» del Comitato Invisibile, quei saggisti di estrema sinistra transalpini che incitano i loro clienti ad abitare e non governare l’insurrezione, e che biasimano la «maledizione della simmetria» che ha portato i rivoluzionari ad organizzarsi su imitazione dei propri nemici. Chi volete che ci creda, sapendo che i loro presunti membri (ma sicuri primi sostenitori) sono diventati chi consigliere comunale e chi opinionista mass-mediatico, ripercorrendo con trent’anni di ritardo strade già battute dagli italioti sovversivi, guelfi e ghibellini? Siamo sempre nel campo delle riconfigurazioni retoriche del già dato.
Ecco da dove nasce la tentazione del nichilismo. Dalla constatazione che nulla potrà mai cambiare giacché lo Stato scorre ormai nelle vene di tutti, anche dei suoi antagonisti. Dalla sostanziale innocuità degli odierni movimenti sociali, composti da vecchi brancolanti in cerca di cabine telefoniche dello scorso millennio. E dalla nausea davanti ai tornei di ping-pong della menzogna a cui sono dediti i vari leaderini della politica rivoluzionaria. È per sfuggire alla mefitica aria che si respira oggi nelle piazze, così simile a quella che fuoriesce dal palazzo, che ci si rifugia in qualche eremo. Ed è qui che si alimenta non solo la dignità attiva di chi va all’assalto in singolar tenzone (cupo per il suo disinteresse a comunicare con il resto del mondo), ma anche la preoccupazione passiva di chi si prepara al giorno dopo l’apocalisse (rassegnato nella sua incapacità di intravedere una ipotesi rivoluzionaria).
Ma cosa rimane a chi non è disposto ad accettare una notte nera priva di sogni e di aurora? Cosa, se non — contro e nonostante ogni evidenza, apparente o meno che sia — insistere nell’accendere lampi e bagliori su un altro immaginario, privo di partiti da sostituire ed economie da correggere, diritti da far rispettare e feticci da pregare? Piccole scintille, teoriche e pratiche, che rischiano di passare inosservate nell’oscurità che ci circonda. Parole che non si esauriscono in 140 caratteri (e quindi non vengono lette), gesti che non si fanno immortalare in un «selfie» (e quindi non vengono guardati). Senza dubbio. Ma, segnali di fumo per segnali di fumo, anche il principale aeroporto italiano era una struttura complessa, tecnologicamente avanzata, sorvegliata da telecamere, pattugliata da guardiani, protetta da un sofisticato sistema di allarme, attraversata 24 ore su 24 da flussi incanalati di esseri umani, merci ed energie. Un mondo in miniatura, insomma. Eppure, è bastato un piccolo corto-circuito per farlo andare in fiamme, solo pochi giorni dopo il Primo maggio. Fuori uso, fuori servizio. Cancellati i voli, saltati gli impegni, annullati gli appuntamenti. E quel che c’è non c’è ma c’era (premessa per ogni divenire senza uniformi né livree). Senza elemosine, senza lamentazioni.
[10/5/15]
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Pubblicato il 12 maggio 2015 su Il raggio riflesso. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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