Il suicidio come subappalto

Anne Archet

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Ho letto ieri che a Toronto i poliziotti intervengono quattro volte più spesso per i casi di suicidio che per quelli di omicidio. Ora, la polizia si trasforma in gruppo paramilitare un po’ dappertutto. Il giorno in cui sarò sul punto di buttarmi dalla finestra, se vedessi uno sbirro presentarsi in uniforme nera da SS non sono certa che ciò mi ridarebbe il piacere di vivere.
Ho letto anche che la percentuale di crimini violenti compilata da Statistique Canada è in caduta libera da trent’anni. Trent’anni. Mai siamo stati così pacificati e addomesticati. Mai abbiamo interiorizzato altrettanto la violenza dei dispositivi del potere. Mai l’abbiamo rivolta a tal punto contro noi stessi piuttosto che contro i nostri Padroni. E mai i nostri Padroni sono stati talmente intransigenti. Mai sono stati tanto intolleranti verso le nostre scappatelle —anche quelle che sono reali solo nella loro fantasia. Mai è stato così prepotente il loro bisogno di sorvegliarci, di schedarci, di espellerci dagli spazi pubblici, di terrorizzarci con minacce immaginarie, di reprimere la minima espressione di indipendenza, di uccidere sul nascere ogni velleità di vivere secondo termini che non siano quelli che hanno scelto per noi.
I nostri Padroni trasformano decisamente il mondo in un deserto e si innervosiscono se vengono divelte telecamere di sicurezza, sfondati bancomat o calpestati documenti.
Più noi obbediamo, più i Padroni sono esigenti e crudeli. Se questo vi sembra — come a me — un paradosso, è perché voi siete — proprio come me — degli schiavi. Allora se pensate che stando in fila, spiegando i vostri spostamenti, rivolgendovi gentilmente alle autorità, rispettando le ingiunzioni del tribunale, formulando domande chiare e ragionevoli, agendo in conformità con le esigenze della vostra categoria sociale (gli studenti studiano, i lavoratori lavorano, le donne fanno panini, i musulmani ritornano in musulmania e i trans si arrabattono per essere invisibili) e canalizzando le vostre insoddisfazioni in un partito politico che al limite si agiterà durante il carnevale periodico delle elezioni (quando i padroni fanno finta di essere schiavi per un mese per allentare un po’ la pressione), in breve, se pensate che facendo esattamente ciò che vi viene detto di fare, facendo tutto ciò che occorre per essere rispettabili, accomodanti e con una buona reputazione, otterrete il privilegio di vivere, vi cullate in carezzevoli sogni. Sogni democratici, per di più: i più piatti, i più tristi, i più mediocri dei sogni.
Ecco un’altra verità della police, se non di La Palice: la sola violenza accettabile nella nostra società è quella dei nostri Padroni. È la sola che può essere pubblicamente acclamata. È la sola che permette di biasimare senza incertezze la persona che la subisce. Perché ce la siamo voluta, anche non facendo nulla — soprattutto non facendo nulla. Meno facciamo, più ai loro occhi la meritiamo. Non sono un sociologo, né uno psicologo, né alcuna forma di logo, ma trovo del tutto logico che i suicidi siano in aumento quando gli omicidi sono in calo. Noi, schiavi, abbiamo interiorizzato la violenza che ci tiene a bada. L’abbiamo per lo più in subappalto: la esercitiamo contro noi stessi, con l’obbedienza, il risentimento, il sacrificio nel nome della crescita o delle generazioni future e con il suicidio — che è la forma finale della rinuncia di sé che ci viene predicata fin dal nostro primo respiro.
Pensate a cosa viene utilizzato per lottare contro il suicidio. Sbirri. Farmaci. Campagne pubbliche per far passare il messaggio.
Adesso, pensate a cosa viene utilizzato per lottare contro di noi. Ci vedete qualche similitudine? Non siete i soli.
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Pubblicato il 27 maggio 2015 su Il raggio riflesso. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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