Podemos o no podemos? C’è chi può e c’è…..chi non vuole

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“Un podemos in italia non puo’ nascere perché l’italiano medio è uno che pensa unicamente ed esclusivamente ai cazzi suoi a tutti i livelli . 

Si aggregano si ma per interesse e si vendono facilmente .
Poi riescono ad inquinare l’acqua pulita con poco.
Questo da soli, se poi aiutati …. ancora peggio.
Lo spagnolo, piu’ solare, ingenuo fra canti e balli ha un senso della comunità superiore”.

Ernesto Tinazzi Leone, tra i fondatori del M5S al Teatro Smeraldo il 4 ottobre 2009.

di Sergio Di Cori Modigliani

Gira in questi giorni, in Italia, una certa mestizia dolorosa, prodotta da un misto di invidia e di consapevolezza, nell’esser testimoni di ciò che sta accadendo in Europa in questo momento. Mentre i greci con la loro piccola nazione traballante, e un peso economico-politico pari a circa 1/10 di quello italiano, riesce a mettere in crisi l’Unione Europea e l’intera zona euro, gli spagnoli dal canto loro segnano il successo di Podemos che produce immediatamente un severo allarme sia a Bruxelles che a Francoforte. Per non parlare dello scossone che provocherà (anzi, lo sta già facendo, eccome se lo sta facendo) la presenza di 58 agguerriti e competenti militanti scozzesi nel parlamento britannico. Al punto tale da spingere Mario Draghi a lanciare un monito da codice rosso: “o interveniamo in qualche modo adesso, oppure aumenta in maniera preoccupante il rischio di deflagrazione con danni irreparabili”.

Colpisce il nostro immaginario il successo di Podemos in Spagna, ma ciò che colpisce ancora di più è il fatto che un successo parziale alle amministrative abbia prodotto un autentico terremoto in Europa. Da noi non sarebbe possibile, perché il cambiamento rimane e resta una parola quasi oscena (in termini reali pragmatici) e l’intero corpus sociale italiano è immerso in un quadro che, alla fine dei conti, è pressoché identico a quello che era nel 2014, nel 2012, nel 2006, nel 1998. Non accade nulla, non cambia nulla.

Il paese è fermo. Immobile. Impantanato. Così, è ovvio, anche il mercato, dunque il lavoro, e di conseguenza la circolazione del danaro che produce redditi, investimenti, consumi.

Nei talk show televisivi vengono proposti uno dopo l’altro personaggi della politica vecchia ai quali vengono affiancati dei giovani -ma soltanto all’anagrafe- che non sono in grado di intaccare neppure per un centimetro o un grammo il vecchio sistema marcio di un paese in declino. E la crisi non c’entra. Anzi. Le crisi producono i loro anticorpi sociali ed è proprio nei momento di grande crisi che le società producono grandi leader, grandi movimenti, grandi novità, poderosi quanto necessari cambiamenti.

In teoria, al 31 dicembre 2014, sia la Spagna che la Grecia e l’Irlanda stavano cento volte peggio di noi. Non è più così. Noi italiani, come sempre fedeli alla nostra tradizione storica, stiamo a guardare. Assenti dal dibattito culturale europeo, completamente fuori da ogni trattativa politica (c’è qualcuno che ricorda un solo atto, parola, frase, successo, risultato, novità, prodotta dal nostro caro leader durante il semestre di presidenza europea?) navighiamo a vista fingendo di non capire, costruendo battaglie finte, con obiettivi falsificati, tentando -attraverso i partiti e la gigantesca montagna di liste civiche, in grandissima parte finte, le cosiddette liste civetta- di presentare come novità il vecchio, come originalità lo stantio, e come rivoluzionari dei programmi conservatori il cui unico fine consiste nel garantire il perenne mantenimento dello status quo. Ieri, la commissione parlamentare anti-mafia ha offerto, essa stessa, un’immagine catastrofica della situazione italiana: abbiamo i nomi di alcuni candidati impresentabili ma non li diciamo pubblicamente, e grazie al corriere della sera, per un caso, sono stati resi noti i nomi soltanto di quattro e soltanto in Puglia. Un’eccezione non giustificata, che aggiunge mistero a mistero, il perché non è chiaro, almeno a me.

L’idea stessa di arrivare a definire gli “impresentabili” all’interno di una lista già costituita è regressiva.

Ciò che manca, al nostro paese, è il salto verso il recupero del senso dell’esistenzialità che produce essenzialità, e quindi sostanza, da cui c’è da aspettarsi, di conseguenza, l’efficacia e l’efficienza, quelle che dovrebbero essere le prime due priorità in assoluto in Italia.

Da noi non esiste né il riconoscimento né la valorizzazione di una bella biografia, questo è il punto. Anzi.

Una bella biografia è la base fondante di qualsivoglia relazionalità, sia essa sentimentale, sessuale, culturale, politica. E’ la somma delle azioni provate e documentate in una esistenza che forniscono la cifra del giudizio di una persona. Le biografie che contano vengono emarginate per principio.

Questa è la ragione per cui non possiamo avere formazioni politiche come in Scozia, in Irlanda, in Grecia, in Spagna, e (ultima new entry europea) in Macedonia.

Dobbiamo accettare la realtà per ciò che essa è e abituarci a essere testimoni europei di ciò che avviene, di interessante e stimolante presso altre etnie e popoli.

E’ il grave, imperdonabile errore del movimento cinque stelle. Comprensibile, dato il livello così basso, losco, perverso e torbido del nostro paese. Ma rimane imperdonabile. Tutti gli eletti del M5s sono, senza dubbio alcuno, innocenti e non responsabili, in alcun modo, della catastrofe prodotta dal sistema partitico-imprenditoriale in Italia, sono venuti alla ribalta quando la tragedia era stata già consumata. Ma sembra che vengano scelti apposta sulla base del loro vuoto e mai del loro pieno. Si è sdoganato un falso ideologico grave come quello di identificare l’onestà come merito e non solo come una virtù, condannandoci a una piattezza e banalità senza pari. L’onestà non è una condizione dell’essere basilare, è un pre-requisito, non un merito. Nessuno al mondo, salendo su un aereo si rivolgerebbe all’hostess chiedendo “ma il pilota è onesto?”; da lui si pretendono soltanto due caratteristiche: totale e documentata competenza tecnica, e solido provato equilibrio psico-fisico; due condizioni che garantiscono il passeggero, le uniche necessarie.

In Italia, la figura del leader Pablo Iglesias è stata presentata in maniera completamente falsificata, così come quella della scozzese Sturgeon e di Yannis Varoufakis. Il capo di Podemos è stato presentato come un giornalista televisivo dotato di poderosa abilità mediatica che ha bucato lo schermo, da cui il suo successo, praticamente un bambolotto televisivo come Matteo Salvini. Non è così. Gli spagnoli non sono così piatti, tristi e ignoranti, non si sarebbero mai accontentati di così poco.

Qui di seguito, vi segnalo la biografia di Pablo Iglesias, per capire la chiave del suo successo, ma soprattutto comprendere perché ai burocrati di Bruxelles mette davvero paura.

Pablo Iglesias è nato nel 1978 a Madrid. Sua madre, Maria Luisa Turriòn de Santa Maria, era avvocata del sindacato delle Commissioni Operaie ed esponente di punta del movimento di cittadini madrileni che si occupava degli sfrattati. Suo padre, Francisco Javier Iglesias Pelàez era un docente di storia e filosofia al liceo (adesso sta in pensione) ed era un militante del Frap (Fronte Rivoluzionario Antifascista Patriottico) arrestato ben sette volte dalla polizia franchista sotto l’accusa di ave incitato alla rivolta i suoi studenti. Il figlio Pablo cresce in un quartiere modesto e degradato della capitale spagnola e nel 1997 si iscrive all’Unione della Gioventù Comunista di Spagna. Nel 2001 si laurea in Giurisprudenza con una tesi sui Diritti Civili dei senza tetto e si specializza in Diritto del Lavoro, poi nel 2004 prende una seconda laurea in Scienze Politiche e consegue il dottorato di ricerca in Teorie e Tecniche delle Comunicazioni di massa con il massimo dei voti, discutendo una tesi sulla disobbedienza civile “e sul diritto del cittadino spagnolo a protestare contro la globalizzazione per l’affermazione e la valorizzazione dei propri prodotti territoriali”. Nel 2007 vince una borsa di studio e va a Cambridge, Inghilterra dove studia per due anni al Centro di studi latinoamericani. Nel 2009 va a Buenos Aires dove si specializza nell’analisi del bilancio sociale applicato dai coniugi Kirchner. Di ritorno a Madrid, nel 2010, decide di scendere in campo nell’attività politica e fonda il movimento Podemos, costruito sulla traccia dei movimenti dei Montoneros di derivazione peronista bonaeriensi.

Uno con una biografia così, vi sembra un prodotto mediatico televisivo?

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Pubblicato il 28 maggio 2015 su Il raggio riflesso. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 1 Commento.

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