La merda ama stare vicino alla merda

Contro la maxi-prigione, i suoi difensori ed i suoi falsi critici

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A metà maggio abbiamo avuto diritto ad una piccola valanga di merda nella stampa. I giornalisti si sono precipitati a puntare i riflettori sulla lotta contro la maxi-prigione. Scandalizzati dal fatto che tale lotta non percorra le vie legali e preconizzi l’azione diretta e l’auto-organizzazione per impedire la costruzione di questo nuovo inferno carcerario, che si rivolga non alle istituzioni e ai politici ma si faccia largo nei quartieri popolari di Bruxelles (e non solo), che non abbia nulla da condividere con i giornalisti e tutto da dialogare con altri ribelli; non hanno esitato a definirla «guerriglia urbana» e al solito «terrorismo».
Nei due anni in cui questa lotta prosegue ostinatamente, e a differenza della cricca politicante e degli accomodanti cittadinisti, non abbiamo mai usato mezzi termini: per impedire la maxi-prigione occorre portar avanti una lotta diretta ed offensiva. Auto-organizzarsi fuori da ogni struttura ufficiale, prendere la parola nei nostri spazi di lotta e nelle strade (e non davanti ai microfoni dei giornalisti o opportunamente seduti al tavolo coi nostri nemici); agire con l’azione diretta ed il sabotaggio contro le ditte che vogliono costruire questa maxi-prigione e contro tutto ciò che ci rinchiude quotidianamente in questa città sempre più simile a un campo di concentramento a cielo aperto.
Non ci sorprende che questa proposta di lotta, con la simpatia e l’entusiasmo che riesce a suscitare ovunque in chi non ne può più di questo sistema marcio, indispettisca fortemente il potere. Che dispiaccia ai giornalisti, amplificatori della voce del potere, ci fa solo sorridere. Che innervosisca i promotori e i costruttori di questa opera della repressione è nella logica stessa delle cose. Se pensavano di poter costruire questa prigione e arricchirsi sulla miseria degli altri in piena tranquillità, venendo applauditi da tutti, si sono sbagliati di grosso.
Se la nostra risposta alla stampa è stata di ignorarla freddamente continuando la nostra lotta, lontano dalle telecamere e dai luoghi dove gli avvoltoi dei media amano ammassarsi (i giornalisti sanno bene di essere accolti a sassate nei quartieri e vi si avventurano raramente senza la protezione dei loro colleghi in uniforme), quella di altri oppositori alla maxi-prigione è stata assai differente. Come alla «occupazione simbolica» (sono le loro stesse parole) in corso sul futuro terreno della maxi-prigione, dove diverse persone hanno sentito la necessità di dichiarare davanti alle telecamere di opporsi ai «gesti criminali» e di essere «pacifisti». Talmente pacifisti da preferire affiancare i magistrati (che fanno parte della loro piattaforma cittadinista contro la mega-prigione, gli stessi magistrati che condannano giorno dopo giorno le persone a crepare in galera), gli eletti, i giornalisti, gli sbirri, piuttosto che vedersi associati alla «feccia», ai «criminali», ai «clandestini», ai «poveri», ai «violenti». «Bisogna smetterla di mettere tutti nello stesso calderone», dichiarava una portavoce dell’opposizione legalitaria (che ritiene di poter fermare la maxi-prigione a colpi di partecipazione cittadina, di petizioni, di interviste, di azioni ludiche). Ebbene, siamo stranamente d’accordo: un profondo abisso separa chi lotta in maniera autonoma e diretta, muovendosi nei quartieri ed agendo di giorno come di notte, da chi preferisce le conferenze ufficiali, una ridotta maxi-prigione, qualche carota. Giorno dopo giorno, azione dopo azione, questo abisso si fa più profondo: o si lotta contro il potere che vuole imporre la maxi-prigione, o si lecca il culo al potere, alle sue leggi e ai suoi difensori, indipendentemente dalle «buone intenzioni» che si pretende di avere.
«Non abbiamo nulla a che vedere con queste azioni» affermava un «occupante» del terreno di Haren, parlando delle azioni di sabotaggio contro le imprese e contro i responsabili del progetto della maxi-prigione. Oltre a fare in questo modo un unico calderone arrogandosi il diritto di parlare a nome degli altri occupanti, cercava di colpire un aspetto importante della nostra proposta di lotta: la solidarietà fra ribelli, l’ostilità con lo Stato e i suoi sbirri. Se qualcuno pretende, per di più sollecitato dai giornalisti, che l’auto-organizzazione e l’azione diretta «discrediti la lotta», la risposta arriva praticamente da sola: ma di quale lotta parlate? Non la nostra in ogni caso.
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Pubblicato il 24 giugno 2015 su Il raggio riflesso. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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