Archivio mensile:luglio 2015

La paglia brucia

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Centoquindici anni fa, il 29 luglio 1900, l’Italia si ritrovò all’improvviso senza re. Ma il monarca Umberto I non venne detronizzato da un colpo di Stato o da una rivoluzione, da un voto parlamentare o da un referendum popolare. No, era stato abbattuto dalle rivoltellate esplose da un singolo individuo — l’anarchico Gaetano Bresci — giunto dall’America per vendicare il massacro avvenuto due anni prima a Milano ad opera del generale Bava Beccaris durante i moti per il pane.
All’epoca il gesto di Bresci fu applaudito da gran parte della popolazione, ma duramente condannato da tutte le forze politiche (anche da quelle composte da sovversivi). La cosa non stupisce, anzi, è talmente ovvia. Gli esseri umani in carne ed ossa, che vivono e soffrono, che hanno un cuore ed una dignità, non possono che gioire davanti alla morte del tiranno. Ma gli esseri di paglia, quelli che amano calcare il palcoscenico della politica, non possono tollerare che qualcuno decida di uscire dalla rappresentazione. Ne va del loro ruolo e dei loro applausi. Per tutti costoro — reazionari, socialisti o anarchici — Gaetano Bresci fu solo un criminale, un folle, un provocatore.
Con il passare degli anni la figura del tessitore di Prato venne rivalutata ed egli diventò suo malgrado un personaggio e, in quanto tale, adatto per qualche copione. Il che spiega il motivo per cui oggi il suo nome viene celebrato anche dai moderni esseri di paglia, ovvero da chi strilla contro i folli e i provocatori che si ostinano ad uscire dalla rappresentazione. Ad una comoda distanza temporale, la rivoltella di Bresci può ben essere ammirata. Bruciate quelle distanze e comparirà qualche essere di paglia a ricordare che il potere non si concentra e non si incarna più in un re, che è diffuso in un intero sistema sociale che quindi deresponsabilizza e che bla-bla-bla…
Chiacchiere doppiamente ipocrite. Da un lato perché l’autorità, per essere esercitata, ha pur sempre bisogno di esseri umani che comandano (e di altri che obbediscono). Dall’altro perché, se un sistema non può certo essere abbattuto da un paio di rivoltellate, può essere comunque sabotato. Ad esempio, anche oggi, 29 luglio 2015, centoquindici anni dopo gli spari di Monza, qualcosa è successo. Alcuni cavi lungo i binari dell’Alta Velocità fra Fidenza e Fontanellato sono stati dati alle fiamme, mentre nei pressi dell’aeroporto di Fiumicino sono state le sterpaglie a prendere fuoco in quello che viene presentato come un atto doloso.
«Quelle fiamme sono opera di criminali, di folli, di provocatori», dicono gli esseri di paglia. Questi esseri di paglia sono suscettibili ai fiammiferi, diciamo noi. Oggi come allora — fra un treno in ritardo ed un volo cancellato — Viva Bresci!
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PROFUGO INFETTO DA CHIKUNGUNYA: PERICOLO EPIDEMIA

PROFUGO INFETTO DA CHIKUNGUNYA: PERICOLO EPIDEMIA.

Tesi sul razzismo

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Les Amis de Némésis
I
Il razzismo è attualmente la sola sfasatura ammessa dallo spettacolo politico: è quindi diventato, in una maniera verificata nella pratica, un soggetto puramente spettacolare. La sua posizione via via monopolistica nei falsi dibattiti ha permesso di compiere l’eliminazione di ogni questione sociale, avendole sostituite tutte. Esso rappresenta ormai il dibattito in un’epoca sprovvista di dibattito. Simula la critica in un’epoca senza critica. Fa credere che la politica esista ancora. Diventa uno dei surrogati più apprezzati del pensiero, davanti alla sua scomparsa reale.
II
In ogni epoca il razzismo è stato una questione avvelenata, fatalmente votata a veicolare e a trasmettere la falsa coscienza ideologica. In effetti il razzismo determina generalmente la posizione di coloro che si oppongono ad esso, e i suoi nemici sono così portati a fare il suo gioco. Il cretino che attacca un nero perché è nero incoraggia con l’esempio un altro cretino, che difenderà il nero perché è nero. In questo modo tutti gli elementi reali di valutazione di un individuo scompaiono a profitto di una opposizione formalista vuota, e la posizione razzista contiene e domina — di fatto e subdolamente — la posizione antirazzista. Ai neri non resta che completare questo delirio trattando gli altri da «sporchi bianchi», e diventare magari ancora più razzisti dei bianchi. L’antirazzismo è stato universalista per poco tempo, molto timidamente e solo in teoria; in pratica, si modella diffusamente sull’esempio americano, traducendosi in sordido equilibrio fra razzismi ritenuti in grado di tollerarsi fra di loro in quanto razzismi. La realtà non conta più, da qui ad esempio l’inverosimile ferocia nei rapporti che certa sinistra tende a giustificare fra immigrati, con il pretesto che questa sarebbe «culturale»; e che, immancabilmente, alimenta senza fine le proteste razziste. In un contesto così viziato, l’antirazzismo non è più della buona coscienza che vuole dissolvere una miseria particolare nella miseria universale: gli antirazzisti pensano che i neri debbano essere trattati bene quanto i bianchi, ma passano sotto silenzio il fatto che come premessa occorre che i bianchi siano essi stessi trattati male quanto i neri — per cui alla fine risulterà che i neri saranno trattati bene quanto i neri.
III
È da un pezzo che le categorie razziste non si applicano più solo alle questioni di colore di pelle o di etnia e vengono estese ad altre caratteristiche empiriche, come il sesso, l’età, il peso, le preferenze erotiche, o a pretese «culturali», come la religione, la lingua o il dialetto, l’origine territoriale, l’alimentazione, o la forma del copricapo tradizionale. È così che la ragione amministrativa conta di trionfare sull’intelligenza viva e individuale. Eccoci giunti allo stadio della conclusione di questa miserabile ragione: non solo funzionari e ideologi ci registrano come fossimo rappresentanti delle diverse categorie, ma masse compatte di prodi soldatini si accalcano ai cancelli degli uffici di registro dello spettacolo per reclamare la loro immatricolazione immaginaria. Immatricolazione che essi considerano docilmente come se indicasse la loro «natura», le loro «radici», per farla breve, come ciò che li contraddistingue e che essi intendono rivendicare come se li esprimesse. Immancabilmente, compaiono altri soldatini che li contestano e si decidono ad odiarli. La balcanizzazione dell’umanità è un metodo sperimentato per dividerla: essa ha dei bei giorni davanti a sé. I due campi che organizza, i razzisti e gli antirazzisti, si arruolano in una lite che non avrà fine perché non ha prospettiva.
IV
Questo stadio della realizzazione della ragione amministrativa è soprattutto, in effetti, quello del razzismo positivo: l’epoca non si accontenta del razzismo negativo (l’odio dell’altro), ma organizza una proliferazione molto più importante del suo correlato identitario, l’infatuazione per ciò che si considera se stessi. Il razzismo positivo è per certi versi il semplice rovescio del razzismo negativo, ma è anche la forma sotto cui quest’ultimo cova prima di scoppiare apertamente, la sua versione illusoriamente pacifica, la sua gentilezza semplicemente transitoria. Il razzismo positivo è stato sperimentato innanzitutto dai lobotomizzati antirazzisti associati del genere SOS Razzismo, a proposito delle vittime del razzismo negativo che essi si sono messi stupidamente (e cristianamente) a idolatrare; poi questo razzismo positivo ha adottato una forma egocentrica, nella misura in cui queste vittime, costantemente maltrattate e blandite al tempo stesso, hanno finito col prendere sul serio le adulazioni (per il fatto di essere stati maltrattati, sarebbero l’avvenire dell’umanità!) e per atteggiarsi a vedette. Ma le due forme di razzismo non fanno che esprimere secondo circostanze variabili l’assenza d’individualità cui gli schiavi salariati e disoccupati sono condannati, individualità che essi cercano di trovare già pronta in qualche fantasmagoria «culturale» pronta da indossare, allorché bisognerebbe crearla in una intera esistenza di libertà.
V
Nessun individuo che abbia la minima briciola d’amore per la libertà può definirsi determinista. In effetti una simile definizione, vale a dire l’accettazione e la difesa delle proprie «origini», è la manifestazione stessa dell’alienazione soggettiva dell’individuo, in quanto approvazione e duplicazione della propria alienazione oggettiva. Le «radici» sono amate dai vili, dai deboli e dai sottomessi, da quelli che aspettano di morire: esse sono considerate in grado di spiegare e scusare il loro stato di morti viventi. A forza di confondere gli uomini e gli alberi, i primi non sono più che tronchi immobili. Si tratta della posizione umana più antiumana, della posizione filosofica più antifilosofica, della concezione della libertà che più assomiglia a una cella di prigione. «È la mia cultura!», dice l’incosciente che non vuole riflettere e che vuole proibirlo anche a noi. Quanto a questa «cultura», nell’ideologia universale della nostra epoca non è altro che una cauzione radicalmente non-critica apportata ai particolarismi di ogni genere. Per compiere la sua missione puramente apologetica e mercantile essa comprende tutte le pratiche ancestrali e tutte le mode più recenti, il tutto sapientemente mescolato, finché non resta che un magma indistinto. Dopo Platone e Aristotele, si sa che lo scambio monetario e mercantile sono indifferenti al contenuto e lo rendono praticamente indifferente; l’antica cultura, foss’anche «borghese», non interessa affatto alla merce, ma ciò che le interessa è di vendere sotto questo nuovo appellativo, vuoto di contenuto, una massa infinita e indefinitamente aumentabile di gadget privi di significato ma capaci di giocare un ruolo di sostegno identificatorio. Insomma, non si vende che identità. La «cultura», che all’epoca dei Lumi significava apertura attraverso la conoscenza, è adesso sistematicamente legata a questo ripiego, con questa illusione di una «origine» o di una «natura» alla portata di tutte le borse. È «Blut und Boden», ma solo quel tanto che basta per non scatenare di colpo la Terza Guerra Mondiale.
VI
Per simulare un’opposizione ai leader reazionari più beceri, la casta politica europea benpensante rimprovera loro unicamente il loro razzismo (per esempio, il loro antisemitismo). Ecco perciò dei neonazi venire apostrofati dai democratici, i quali si limitano a domandar loro di correggere il linguaggio per venire ammessi al banchetto: dovranno solo abbandonare le loro manie razziste per diventare anch’essi dei democratici. Il nazismo si ridurrebbe all’antisemitismo, e solo a questo. Se Hitler non avesse massacrato sei milioni di ebrei, sarebbe stato probabilmente giudicato un bravo democratico. I vari leader nazionalisti possono così giocare sul velluto: prima si fanno notare per una mania pubblicamente e intenzionalmenteinaccettabile, distinguendosi così dalla marea di pretendenti al potere; poi abbandonano più o meno questa mania, e rientrano nel gioco politico come trionfatori per realizzare il resto del loro programma, che viene in tal modo tacitamente ammesso. Così facendo, nessuno rimprovera loro di essere favorevoli a uno Stato poliziesco, a un capitalismo ultra-liberale, a uno sfruttamento identitario dello stupido folklore nazionale, a un conservatorismo morale muscoloso, o a un asservimento totale al lavoro, al denaro e al capitale: giacché tutti condividono questi gusti, da destra a sinistra.
VII
Prima di essere una opinione e una forma di falsa coscienza, il razzismo esiste nei fatti che l’opinione, come al solito, non fa che seguire anche quando ritiene di criticarli. L’intera pratica sociale organizza la realtà individuale e collettiva attraverso un tessuto di segregazioni di fatto che sono illusoriamente presentate e vissute come segregazioni di diritto. In questo contesto inetto ogni particolare umano è tentato a fare di necessità virtù e ad identificarsi nella sua realtà particolare. Al posto di una società in cui l’individuo è egli stesso la realizzazione centrale privilegiata, il compimento riuscito del sistema (come suggerisce l’antica nozione di praxis), e quindi il risultato più o meno ammirevole delle capacità sociali combinate, noi conosciamo solo un mondo degradato in cui l’individuo passa per un aspetto marginale, una spesa accessoria, un epifenomeno trascurabile, in confronto alla valorizzazione del capitale, la quale ha bisogno di contenere la realtà umana entro limiti razionalmente sfruttabili. Così la ben nota potenza dissolvente della merce si scontra con i suoi limiti intrinseci, almeno in termini di segmentazione della clientela e di specializzazione adeguata dei prodotti. Le categorie sono altrettanti mercati. Se la merce si è impegnata ad abbattere tutte le muraglie cinesi del pianeta che avrebbero fatto finta di resisterle, essa non può tuttavia ritrovarsi di fronte a un’umanità indistinta, in rapporto a cui non potrebbe situarsi; e questo l’ha compreso con la stessa necessità pratica. Le vecchie sfasature, sebbene sotto una forma trasformata, degradata, simulata, devono essere mantenute per la conservazione dell’ordine sociale mercantile, quanto meno per impedire l’unificazione del proletariato mondiale (nella miseria e un domani nella rivolta). Il ruolo “emancipatorio” della merce è strettamente limitato dalla propria autoconservazione. Ma per via del loro mantenimento sotto perfusione le sfasature ancestrali hanno perso la loro natura spontanea, originaria, e i loro sostenitori si trovano condannati ad una esistenza compulsiva, esasperata, istrionica. In realtà tutti i loro sforzi mirano a riconciliarli con una dimensione irrimediabilmente perduta. Le loro proteste irredentiste vanno ancora nel senso del mercato. Il razzismo stesso ha cambiato funzione. Da “politico” e “totalitario” è diventato un agente immediato del capitale. In quanto reazione identitaria, cerca di colmare la più grande debolezza del capitalismo giunto al suo stadio avanzato: quella di rivelare infine che non è capace di generare una civiltà, né una società. Un tempo si riparava dietro le vestigia d’un passato più antico, a cominciare dalla borghesia che si avvolgeva nella toga romana quando era “rivoluzionaria”, ai suoi inizi, e che si travestiva da aristocratico da macchietta, da principe della pappa molla o da re del fazzoletto di carta, quando non voleva che qualcosa si muovesse. Ma, esauriti questi remake in cartapesta, il capitale non ha altra cultura da offrire che vendere e comprare; oggi è sul punto di sputare questo amaro boccone, sperando che nel frattempo tutta la popolazione sia diventata abbastanza abbrutita per accontentarsene.
VIII
Se il razzismo in tutte le sue forme — positive e negative — è così forte nelle manifestazioni di pensiero attuale, non è solo perché esprime un mondo pratico basato sulle segregazioni di fatto (che il pensiero poi non fa altro che trasportare sotto una forma più o meno modificata). Questa sua forza la trae anche da una mancanza essenziale, che esprime a modo proprio: quella di una esistenza da liberi individui, ciò che la lingua di legno statale definisce “cittadinanza”. Cosa dicono gli attuali legislatori? Il diritto del suolo, ad esempio in Francia, permette in maniera pretesa antirazzista di considerare come “cittadino” il figlio di persone, ad esempio africane, che non hanno nessuna caratteristica dei francesi, o nemmeno di un europeo, che non ne avranno mai e che soprattutto non ne vogliono avere. Viceversa il diritto del sangue, ad esempio in Germania, rifiuta in maniera razzista la cittadinanza a persone, per esempio turche, nate in Germania e da genitori che vivono integralmente alla maniera dei tedeschi (così facendo, la legislazione tedesca contemporanea non si disfa delle proprie origini naziste). I due modi di trattamento sono chiaramente entrambi criticabili. Non è il territorio dove nasco, né il mio «sangue» (gran bella nozione!), a determinare la mia personalità. La vera questione è altrove: in cosa sono un libero individuo abitante in un paese, vale a dire una parte attiva della vita di questo paese? E di conseguenza: c’è innanzitutto un posto reale nei paesi moderni per qualcosa che assomiglia a un libero individuo? Perché, prima di chiedere come si possa diventare cittadini di un paese, bisognerebbe che questo termine avesse un senso diverso da quello oggi imperante di suddito obbediente. Il che è una questione eminentemente pratica, che la questione della nazionalità oscura costantemente.
IX
Come già detto, l’essere umano non va definito per le sue “radici”, per la sua origine, per le sue determinazioni passate, ma si definisce attivamente con la maniera in cui la sua esistenza sociale, cioè la sua vita e la sua coesistenza con altri individui, e con la loro comunità in generale, vanno concretamente a definirlo, ed essere da lui definite. Egli può esistere realmente solo esercitando in modo integrale la propria libertà di crearsi l’ambiente circostante che desidera; solo trasformando il mondo di conseguenza; solo spezzando senza compromessi il giogo della proprietà privata e dell’economia; solo vivendo con chi accetta questo progetto e lo compie consapevolmente e apertamente. Detto altrimenti, nessuno di noi e dei nostri contemporanei esiste realmente in quanto libero individuo, poiché la libertà potrebbe esistere solo a prezzo del nostro odierno modo di vivere: la nostra epoca ignora la totalità della libertà, senza eccezioni. Quanto al razzismo, non è che una scappatoia destinata a soffocare la mancanza d’una vita in libertà. Grazie al razzismo, e all’antirazzismo, una larga parte dell’umanità cerca di accontentarsi della miseria nella quale marcisce, rivendicando questa miseria come se fosse propria (o reclamando una miseria leggermente modificata, con la quale potrebbe infine identificarsi). Ma l’autoemancipazione dell’umanità può avvenire senza l’autodissoluzione delle sue categorie alienate?
X
È indispensabile sprigionare il nucleo razionale del razzismo e contrapporlo a quest’ultimo. In effetti la rinuncia alle categorie razziste non potrà avvenire da sé: nessun malato abbandona i suoi sintomi senza fare prima scoppiare la loro verità nascosta. Il modo di pensare razzista è indispensabile a un essere umano radicalmente indebolito dalla propria mancanza di libertà, dalla propria condizione di schiavo degno di servire il re di Persia. Un uomo ridotto a così poco non ha affatto i mezzi per lasciar cadere la propria illusoria consolazione: «schiavo, forse, ma di razza!». È perfettamente vano cercare di convincerlo dell’idiozia di un simile punto di vista, perché questa idiozia gli è vitale — una «menzogna vitale», come diceva Nietzsche. È solo riprendendo gusto per una esistenza di e in libertà che egli lascerà deperire queste fantasmagorie.
XI
Non è quindi l’antirazzismo che farà scomparire il razzismo, di cui in verità è solo il falso contrario, non più di quanto lo farà lo spirito di tolleranza, questa tisana dello spirito. Solo la sovversione dell’ordine esistente è in grado di riavvicinare gli individui fra di loro (al di là delle particolarità così ridotte a niente); di riavvicinare ciascuno a se stesso, alla sua natura vivente e alla sua autorealizzazione; e di riportare agli autentici obiettivi coloro che si «ingannano di rabbia».
XII
Il tasso di razzismo è inversamente proporzionale alle tendenze rivoluzionarie coscienti di un’epoca. Ai giorni nostri, la sua ampiezza traduce in forma positiva di miseria l’assenza di volontà di cambiamento. Così come il razzismo «totalitario» si era manifestato come reazione alle rivoluzioni abortite dal 1917 al 1923 in Europa e in Russia, e per meglio allontanare per sempre lo spettro di nuovi disordini sociali organizzando come antidoto dei disordini di Stato (la guerra civile contro le «razze» invalida, zingara ed ebrea; la guerra straniera contro le «razze» slava e romana), allo stesso modo l’attuale decomposizione dei conflitti sociali si scarica sulla questione avvelenata delle minoranze, povere certo, ma tenute in tale povertà da Stati del tutto spoliticizzati, a titolo di lumpen-clientelismo. Si mantiene semplicemente la divisione razzista «sul fuoco», come una possibilità permanente di appassionare le folle pro o contro questioni costantemente infra-politiche: perché lo spettacolo «politico» non ha altro obiettivo in effetti che mascherare e consolidare la scomparsa radicale della politica.

BRICS and the Fiction of “De-Dollarization”

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The financial media as well as segments of the alternative media are pointing to a possible weakening of the US dollar as a global trading currency resulting from the BRICS (Brazil, Russia, India, China, South Africa) initiative. 

One of the central arguments in this debate on competing World currencies hinges on the BRICS initiative to create a development bank which, according to analysts, challenges the hegemony of Wall Street and the Washington based Bretton Woods institutions.

The BRICS New Development Bank (NDB) was set up to challenge two major Western-led giants – the World Bank and the International Monetary Fund. NDB’s key role will be to serve as a pool of currency for infrastructure projects within a group of five countries with major emerging national economies – Russia, Brazil, India, China and South Africa. (RT, October 9, 2015, emphasis added)

More recently, emphasis has been placed on the role of China’s new Asia Infrastructure Investment  Bank (AIIB), which, according to media reports, threatens to “transfer global financial control from Wall Street and City of London to the new development banks and funds of Beijing and Shanghai”.

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The decision to create general reserves was made in July 2014 at the Sixth Summit of BRICS at Fortaleeza in Brazil. Source: AP

There has been a lot of media hype regarding BRICS.

While the creation of BRICS has significant geopolitical implications, both the AIIB as well as the proposed BRICS Development Bank (NDB) and its Contingency Reserve Arrangement (CRA) are dollar denominated entities. Unless they are coupled with a multi-currency system of trade and credit, they do not threaten dollar hegemony. Quite the opposite, they tend to sustain and extend dollar denominated lending. Moreover, they replicate several features the Bretton Woods framework.

Towards a Multi-Currency Arrangement? 

What is significant, however, from a geopolitical standpoint is  that China and Russia are developing a ruble-yuan swap, negotiated between the Russian Central Bank, and the People’s Bank of China,

The situation of the other three BRICS member states (Brazil, India, South Africa) with regard to the implementation of (real, rand rupiah) currency swaps is markedly different. These three highly indebted countries are in the straightjacket of IMF-World Bank conditionalities. They do not decide on fundamental issues of monetary policy and macro-economic reform without the green light from the Washington based international financial institutions.

Currency swaps between the BRICS central banks was put forth by Russia to:

“facilitate trade financing while completely bypassing the dollar. “At the same time, the new system will also act as a de facto replacement of the IMF, because it will allow the members of the alliance to direct resources to finance the weaker countries.” (Voice of Russia)

While Russia has formally raised the issue of a multi-currency arrangement, the Development Bank’s structure does not currently “officially” acknowledge such a framework:

We are discussing with China and our BRICS parters the establishment of a system of multilateral swaps that will allow to transfer resources to one or another country, if needed. A part of the currency reserves can be directed to [the new system]” (Governor of the Russian Central Bank, June 2014, Prime news agency)

India, South Africa and Brazil have decided not to go along with a multiple currency arrangement, which would have allowed for the development of bilateral trade and investment activities between BRICs countries, operating outside the realm of dollar denominated credit. In fact they did not have the choice of making this decision in view of the strict loan conditionalities imposed by the IMF.

Heavily indebted under the brunt of their external creditors,  all three countries are faithful pupils of the IMF-World Bank. The central bank of these countries is controlled by Wall Street and the IMF. For them to enter into a “non-dollar” or an “anti-dollar” development banking arrangement with multiple currencies, would have required prior approval of the IMF.

The Contingency Reserve Arrangement

The CRA is defined as a “framework for provision of support through liquidity and precautionary instruments in response to actual or potential short-term balance of payments pressures.” (Russia India Report April 7, 2015). In this context, the CRA fund does not constitute a “safety net” for BRICS countries, it accepts the hegemony of the US dollar which is sustained by large scale speculative operations in the currency and commodity markets.

In essence the CRA operates in a similar fashion to an IMF precautionary loan arrangement (e.g. Brazil November 1998) with a view to enabling highly indebted countries to maintain the parity of their exchange rate to the US dollar, by replenishing central bank reserves through borrowed money.

The CRA excludes the policy option of foreign exchange controls by BRICS member states. In the case of India, Brazil and South Africa, this option is largely foreclosed as a result of their agreements with the IMF.

The dollar denominated $100 billion CRA fund is a “silver platter” for Western “institutional speculators” including JP Morgan Chase, Deutsche Bank, HSBC, Goldman Sachs et al, which are involved in short selling operations on the Forex market. Ultimately the CRA fund will finance the speculative onslaught in the currency market.

Neoliberalism firmly entrenched

An arrangement using national currencies instead of the US dollar requires sovereignty in central bank monetary policy. In many regards, India, Brazil and South Africa are (from the monetary standpoint) US proxy states, firmly aligned with IMF-World Bank-WTO economic diktats.

It is worth recalling that since 1991, India’s macroeconomic policy was under under the control of the Bretton Woods institutions, with a former World Bank official, Dr. Manmohan Singh, serving first as Finance Minister and subsequently as Prime Minister.

Moreover, while India is an ally of China and Russia under BRICS, it has entered into a  new defense cooperation deal with the Pentagon which is (unofficially) directed against Russia and China. It is also cooperating with the US in aerospace technology. India constitutes the largest market (after Saudi Arabia) for the sale of US weapons systems. And all these transactions are in US dollars.

Similarly, Brazil signed a far-reaching Defense agreement with the US in 2010 under the government of Luis Ignacio da Silva, who in the words of the IMF’s former managing director Heinrich Koeller, “Is  Our Best President”, “… I am enthusiastic [with Lula’s administration]; but it is better to say I am deeply impressed by President Lula, indeed, and in particular because I do think he has the credibility”  (IMF Managing Director Heinrich Koeller, Press conference, 10 April 2003 ).

In Brazil, the Bretton Woods institutions and Wall Street have dominated macro-economic reform since the outset of the government of Luis Ignacio da Silva in 2003. Under Lula, a Wall Street executive was appointed to head the Central Bank, the Banco do Brazil was in the hands of a former CitiGroup executive. While there are divisions within the ruling PT party, neoliberalism prevails. Economic and social in Brazil is in large part dictated by the country’s external creditors including JPMorgan Chase, Bank America and Citigroup.

Central Bank Reserves and The External Debt

India and Brazil (together with Mexico) are among the World’s most indebted developing countries. The foreign exchange reserves are fragile. India’s external debt in 2013 was of the order of more than $427 Billion, that of Brazil was a staggering $482 billion, South Africa’s external debt was of the order of $140 Billion. (World Bank, External Debt Stock, 2013).

External Debt Stock (2013)

Brazil  $482 billion

India   $427 billion

South Africa  $140 billion

All three countries have central banks reserves (including gold and forex holdings) which are lower than their external debt (see table below).

Central Bank Reserves (2013)

Brazil  $359 billion

India:  $298 billion

South Africa $50 billion

The situation of South Africa is particularly precarious with an external debt which is almost three times its central bank reserves.

What this means is that these three BRICS member states are under the brunt of their Western creditors. Their central bank reserves are sustained by borrowed money. Their central bank operations (e.g. with a view to supporting domestic investments and development programs) will require borrowing in US dollars. Their central banks are essentially “currency board” arrangements, their national currencies are dollarized.

The BRICs Development Bank (NDB)

On 15 July 2014, the group of five countries signed an agreement to create the US$100 billion BRICS Development Bank together with a US dollar denominated  ” reserve currency pool” of US$100 billion. These commitments were subsequently revised.

Each of the five-member countries  ”is expected to allocate an equal share of the $50 billion startup capital that will be expanded to $100 billion. Russia has agreed to provide $2 billion from the federal budget for the bank over the next seven years.” (RT, March 9, 2015).

In turn, the commitments to the Contingency Reserve Arrangement are as follows;

Brazil, $18 billion

Russia $18 billion

India  $18 billion

China $41 billion

South Africa $5 billion

Total $100 billion

As mentioned earlier, India, Brazil and South Africa, are heavily indebted countries with central bank reserves substantially below the level of their external debt.  Their contribution to the two BRICs financial entities can only be financed:

  • by running down their dollar denominated central bank reserves and/or
  • by financing their contributions to the Development Bank and CRA, by borrowing the money, namely by “running up” their dollar denominated external debt.

In both cases, dollar hegemony prevails. In other words, the Western creditors of these three countries will be required to “contribute” directly or indirectly to  the financing of the dollar denominated contributions of Brazil, India and South Africa to the BRICS development bank (NDB) and the CRA.

In the case of South Africa with Central Bank reserves of the order of 50 billion dollars, the contribution  to the BRICS NDB will inevitably be financed by an increase in the country’s (US dollar denominated) external debt.

Moreover, with regard to India, Brazil and South Africa, their membership in the BRICS Development Bank was no doubt the object of behind closed doors negotiations with the IMF as well as guarantees that they would not depart from the “Washington Consensus” on macro-economic reform.

Under a scheme whereby these countries were to be in be in full control of their Central Bank monetary policy, the contributions to the Development Bank (NDB) would be allocated in national currency rather than US dollars under a multi-currency arrangement. Needless to say under a multi-currency system the contingency CRA fund would not be required.

The geopolitics behind the BRICS initiative are crucial. While the BRICS initiative from the very outset has accepted the dollar system, this does not exclude the introduction, at a later stage of a multiple currency arrangement, which challenges dollar hegemony.

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