Il Testamento di Victor Serge

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Idealizzazione post-mortem del bolscevismo

André Prudhommeaux
La tesi fondamentale dell’articolo testamentario di Victor Serge, pubblicato su La Révolution prolétarienne n. 309 (nov. 1947), è che il Bolscevismo sia morto assassinato tra il 1927 e il 1937. La rotta staliniana attuale, che Victor Serge definisce «totalitarismo», «non ha niente in comune», egli dichiara, «con l’opera feconda e magnifica di Lenin, Trotsky od i loro compagni». «La confusione tra le due è un paradosso falso e pericoloso».
«Sotto mille forme banali si ritrova nella stampa e nei libri in questo tempo di preparazione alla terza guerra mondiale. I reazionari hanno un interesse evidente a confondere il totalitarismo staliniano, sterminatore dei bolscevichi, con il bolscevismo, per poter raggiungere la classe operaia, il socialismo, il marxismo ed anche il liberalismo…».
Uno solo è nominato di questi reazionari nemici di tutto ciò che Victor Serge apprezza o idealizza: James Burnham. Per James Burnham, «Stalin è il vero continuatore di Lenin». Tutto il Testamento di Victor Serge è consacrato a confutare questa affermazione e ad indorare il blasone del bolscevismo defunto.
Un parallelo zoppo
Il primo dovere di un autore che si sforza di dissociare il bolscevismo dal totalitarismo staliniano è ovviamente quello di definire il contenuto di questi due termini — nel modo più esatto possibile — e di opporre tratto per tratto, nella loro realtà concreta, i due «fatti» considerati antagonistici.
Victor Serge dà una definizione, quella di stalinismo; ma si astiene dal dire in che cosa il bolscevismo se ne distingua e si limita a dire che il bolscevismo è stata la «forma russa ardente e creatrice del socialismo» in reazione contro tutto un passato che il totalitarismo staliniano ha ristabilito in forma aggravata.
«Il totalitarismo (quale si è ristabilito nell’U.R.S.S., instaurato nel III Reich ed abbozzato debolmente nell’Italia fascista ed altrove) è un regime caratterizzato dallo sfruttamento dispotico del lavoro, dalla collettivizzazione della produzione, dal monopolio burocratico e poliziesco — sarebbe meglio dire terroristico — del potere, dal pensiero asservito, dal mito del capo-simbolo. Un regime di questa natura tende forzatamente all’espansione, cioè alla guerra di conquista, poiché è incompatibile con l’esistenza di vicini diversi e più umani; poiché soffre inevitabilmente delle proprie psicosi di inquietudini, poiché vive sulla repressione permanente delle forze esplosive dell’interno».
Per noi la definizione di totalitarismo staliniano, data da Serge, manca di due o tre elementi fondamentali (come quella di Burnham su cui è ricalcata molto da vicino); le manca, tra l’altro, la fondamentale caratterizzazione di essere un assolutismo sacerdotale nel nome di una idea. Il totalitarismo poliziesco, prima di essere un collettivismo economico con forme burocratiche ed una militarizzazione ed uno sfruttamento dispotico del lavoro, è sempre ed innanzitutto una teocrazia o ideocrazia: il regno di ciò che Bakunin chiamava «una teologia politica».
Cercate in Bakunin od anche in Proudhon, ciò che c’è su Rousseau, Augusto Comte, Mazzini, Marx, e sul regime risultante necessariamente dall’applicazione delle loro dottrine; supponete uno Stato organizzato dal corpo dei loro discepoli costituiti in clero giacobino, positivista, repubblicano o comunista. Avrete il quadro totale, perfetto, luminosamente vero, non soltanto del totalitarismo staliniano, hitleriano o mussoliniano in ciò che hanno di comune e di generale, ma di tutte le forme storicamente conosciute e prevedibili del totalitarismo, si tratti dei Faraoni egiziani o dell’Impero degli Incas, della Repubblica di Platone o di quella dei Gesuiti del Paraguay, dell’Utopia di Thomas More, o delle anticipazioni di Huxley, Wells o Stapledon.
Il bolscevismo sfugge alle leggi di questo insieme.
Il fatto che Victor Serge abbia rinunciato a stabilire di fronte all’immagine dell’ideocrazia staliniana attuale quella dell’ideocrazia bolscevica, o magari semplicemente marxista, ortodossa, mostra una singolare timidezza a questo proposito. Il fatto che Victor Serge si limiti a denunciare ogni assimilazione del bolscevismo allo stalinismo come una «manovra reazionaria» — questa accusa è la reazione di difesa tipica di ogni ideocrazia terroristica —  nemmeno questo va a suo favore.
Infatti, il fatto che Victor Serge ignori volontariamente gli autori che hanno definito, un secolo prima di Burnham, le conseguenze di ogni teologia politica e che hanno tracciato in anticipo un quadro magistrale dello stalinismo, sotto i nomi di regime giacobino, positivista, marxista o mazziniano, dimostra una tendenza abbastanza allarmante a fuggire il vero problema. Victor Serge si accontenta di opporre vagamente il bolscevismo«socialismo vivo» (che invece è morto e ciò gli toglie ogni responsabilità nella situazione presente della Russia e del movimento operaio internazionale) al totalitarismo che ne è derivato storicamente «per la via del parricidio storico». Victor Serge si astiene anche dal ricercare, prima di tutto, le condizioni di un socialismo libertario che sarebbe il rovesciamento termine su termine del totalitarismo di qualsiasi forma, del totalitarismo in genere.
Il «Partito dei fucilati»
Il solo compito seriamente assunto dall’autore è, dunque, quello di sotterrare, nel modo più onorevole, il cadavere del Bolscevismo assassinato, e questo nell’attesa di una improbabile e miracolosa resurrezione. Victor Serge, grande scrittore, ultimo sopravvissuto di una generazione eroica era degno di effettuare pietosamente questa sepoltura. Noi non gli contesteremo il diritto di applicare la massima: «non si dice male del morti» — benché sia abbastanza chiara la premeditazione di fondare su un mito artificiosamente idealizzato la base futura di una ideocrazia di sostituzione.
L’epitaffio del bolscevismo è così redatto: «Il partito di Lenin e di Trotsky è stato fucilato».
Su questo tema Victor Serge si sforza d’orchestrare una sinfonia eroica, con «marcia funebre» in onore della «schiera ammirevole di combattenti rivoluzionari che fu decimata da Stalin».
Disgraziatamente, il partito dei fucilati si confonde, almeno parzialmente, con il partito dei fucilatori.
Se tutti i rivoluzionari russi uccisi dal 1927 al 1937 (sono le date limite fissate da Serge per il grande sterminio dei «puri») non avevano la tessera del Partito Comunista in tasca, non è perciò meno vero che gli esecutori, senza alcuna eccezione, si riattaccassero a Lenin, a Marx, a Engels, alla vecchia guardia bolscevica e alla Rivoluzione d’Ottobre. Ne avevano il diritto?… Questo diritto non fu loro contestato che molto debolmente dalle stesse vittime, che non hanno atteso i famosi processi di Mosca per denunciarsi vicendevolmente e sacrificarsi reciprocamente alla «nuova ortodossia». Tutta la storia di Zinoviev, Kamenev, Bucharin, Rykoff, Tomsky, Rakovsky, Piatatov, Preobrajensky, Radek ecc… non è fatta di velleità di resistenza, seguite da rinnegamenti e da adesioni al totalitarismo staliniano, con la messa sotto accusa degli antichi compagni di strada, spesso nel modo più «canagliesco»?
Ma c’è una questione ancora più grave.
La sorgente di questo modo di comportarsi, dove trovarla se non nelle tradizioni clericali e machiavelliche che risultano dall’ideocrazia? L’esercizio del potere, unicamente sanzionato dal successo storico; il feticismo del partito infallibile, al di fuori del quale non c’è salvezza; il disprezzo dell’uomo e delle «relazioni onorevoli» tra uomini, sacrificate alla teologia politica; ecco ciò che domina la storia di questa liquidazione delle opposizioni, liquidazione con tutti i mezzi onesti e disonesti.
Questa storia, d’altra parte, non è limitata al periodo 1927-1937.
Che cosa dire del periodo 1917-1927?
Che cosa dire delle scomuniche lanciate da Lenin già dal periodo dell’Iskra, contro Parvus, Martov, Axelrod, gli spontaneisti, gli otzovisti, gli empiro-critici ecc. ecc.?
Che cosa dire, infine, del metodo usato da Marx stesso o con Marx vivente, per far passare ogni rivale del cervello-capo come un imbecille, un ladro, una spia, un pazzo, un ciarlatano, un provocatore, o tutto questo insieme?
Victor Serge tenta invano di glorificare con il contesto epico della rivoluzione delle masse, di cui il bolscevismo era stato il testimonio, questa abominevole caccia agli eretici che è inseparabile da ogni ideologia totalitaria.
«La lotta della generazione rivoluzionaria durò dieci anni, dal 1927 al 1937. Le peripezie confuse e qualche volta devianti da questa lotta non debbono oscurarcene il significato. Le personalità hanno potuto affrontarsi, riconciliarsi, tradirsi perfino; hanno potuto smarrirsi, umiliarsi davanti alla tirannia, giocare d’astuzia con i carnefici, consumarsi, rivoltarsi disperatamente. Lo Stato totalitario si serviva degli uni contro gli altri più efficacemente perché faceva presa sulle anime. Il patriottismo del partito e della rivoluzione cimentato dai sacrifici, dai servizi, dai risultati ottenuti, l’attaccamento a prodigiose visioni d’avvenire, il sentimento del comune pericolo, cancellava il senso della realtà nei cervelli più chiari. Tuttavia la resistenza della generazione rivoluzionaria, alla testa della quale si trovava la maggior parte dei vecchi socialisti bolscevichi, fu così tenace che nel 1936-1939, all’epoca dei processi di Mosca, questa generazione dovette essere sterminata interamente perché il nuovo regime si stabilizzasse. Fu il colpo di forza più sanguinoso della Storia».
Pur separando l’esagerazione retorica in questa affermazione (perché non è vero che i lavoratori deportati a milioni lo fossero in quanto oppositori leninisti all’orientamento staliniano) rimane tuttavia da domandarsi se le vittime del processo di Mosca abbiano avuto coscienza di questa rottura tra bolscevismo e stalinismo di cui Victor Serge pretende svelare l’antinomia irriducibile. Ora, come Victor Serge riconosce nel passaggio citato più sopra, «il sentimento» (di una solidarietà tra bolscevismo e stalinismo) «cancellava il senso della realtà nei cervelli più chiari». Di fronte al regime staliniano, lo stesso Trotsky conservò, fino all’ultimo, l’atteggiamento ambivalente del sovrano legittimo di fronte all’usurpatore del trono. Si augurava la disfatta del dittatore, ma per meglio assicurare, con un rinnovamento del personale direttivo, la salvezza della dittatura. Questo atteggiamento, detto «clemenzista», della squadra di rinforzo o di salvataggio rappresentata dall’opposizione, è in stretto rapporto con la tesi della «difesa incondizionata dell’U.R.S.S.» (cioè, lo si voglia o no: difesa del regime), che è ancora oggi uno dei dogmi immutabili del trozkismo. Se, dunque, «solo dei reazionari hanno interesse a confondere stalinismo e bolscevismo», ecco Trotsky ed il suo discepolo, Victor Serge, non meno del trotzkista dissidente Burnham, classificati nei ranghi della reazione con il 90% degli oppositori russi provenienti dal bolscevismo.
Vi è forse in questo quella chiarezza splendente che illumina la storia di fronte alle barricate della Comune, di fronte alle fosse comuni dei federati, degli spartachisti, dei marinai di Kronstadt, e da cui nacque legittimamente la verità di una lotta irriconciliabile tra gli oppressi e gli oppressori?
Dov’è la frontiera sociale
Tra la Comune e Versailles, la frontiera è sempre invalicabile: trentamila assassinati sono morti, con le mani nere di polvere per aver scosso il giogo dello Stato. Fu il loro solo delitto; non avevano nemmeno toccato la proprietà privata, limitandosi ad attaccarne la consacrazione legale che è nello stesso tempo quella di un privilegio ben più schiacciante: quello dell’autorità religiosa, civica e morale del sacerdozio statale.
Tra il bolscevismo ed il totalitarismo staliniano c’è, tutt’al più, una differenza di generazioni ed una sfumatura ideologica: sfumatura quasi inesprimibile, che Victor Serge stesso non definisce e che risulta piuttosto da un clima esterno che da un orientamento intrinseco; ogni cosa accade all’interno di una teologia politica, di una casta di sacrificatori-sacrificati.
La radice è comune, comune è il tronco, i rami sono confusi. Se c’è una disgiunzione di caratteri, questi caratteri appartengono al medesimo ceppo. Sforziamoci, dunque, di definirli.
Il socialismo scientifico, la cui invenzione è attribuita a Marx e ad Engels, si presenta nei termini degli oracoli pronunciati dai concili e dai papi, come la sintesi di parecchie sorgenti di certezze, di molte «rivelazioni».
Kautsky ne distingue tre: la filosofia classica tedesca, l’economia politica inglese ed il socialismo francese. Ora la scienza così concepita è, secondo Kautsky, la sorgente unica della coscienza socialista. Questa non deriva dall’attività e dall’esperienza delle masse: «è una cosa introdotta dal di fuori nella lotta di classe del proletariato e non qualche cosa che emerga spontaneamente da essa». E Lenin che cita in Che fare? L’autorità del maestro in marxismo, aggiunge da parte sua: «In Russia, la teoria della social-democrazia è sorta del tutto indipendentemente dal corso spontaneo dell’organizzazione operaia; è sorta come una conseguenza naturale ed inevitabile dello sviluppo ideologico degli intellettuali…». Come dice ancora Kautsky, in polemica contro la teoria dell’organizzazione come processo: «il veicolo della scienza non è il proletariato ma gli intellettuali borghesi». Tra due concezioni ideologiche costituite ciascuna in ideocrazia di partito, o in ortodossia di frazioni nell’interno di un partito, la rivalità potrà essere sanguinosa, se mette in causa questioni d’interessi personali o di gruppo con sufficiente asprezza; ma mai la frontiera di una rivoluzione sociale separerà due religioni costituite come tali, anche se la loro teologia è essenzialmente politica. La frontiera di una rivoluzione sociale separa le classi o le caste che monopolizzano e gerarchizzano da quelle che vogliono rompere il monopolio e le gerarchie convenzionali della cultura: essa separa lecapacità dalle competenze; gli affamati di conoscenza aperta e libera dai sistematizzatori delle conoscenze chiuse. Essa interviene tra il proletariato e gli intellettuali borghesi ideocrati, ma non tra gli ideocrati di due scuole rivali candidati alla direzione monopolizzata del proletariato, tanto se sono di origine borghese quanto di origine proletaria.
Sotto questo aspetto, i regolamenti di conti tra socialisti autoritari, come le lotte intestine tra fascisti, si svolgono fuori della sfera delle lotte sociali propriamente dette.
Il mito della lotta sociale, della barricata di classe tra bolscevismo e stalinismo, non è più fondato in realtà del mito della barricata di classe tra intellettuali zaristi ed intellettuali democratici o tra intellettuali democratici ed intellettuali bolscevichi.
Per quanto tragica sia la storia del Nibelungen-not del bolscevichi, questo Crepuscolo degli Dei non è per noi che un Crepuscolo di idoli. Il duello superficiale Stalin-Trotsky occupando il davanti della scena non faceva che mascherare il duello eterno dello Stato e del popolo russo, il combattimento del tchin e del mir che è la costante fondamentale della storia russa. Sarebbe veramente troppo facile che il bolscevismo si rifacesse una verginità storica dopo aver assassinato la rivoluzione libertaria delle masse russe, con il pretesto che Zinoviev, Kamenev, Bucharin e Trotsky sono morti assassinati dal loro vecchio compagno Stalin, e che migliaia dei loro partigiani hanno condiviso la loro triste sorte. Le epurazioni terroristiche sono un sintomo del totalitarismo regnante, ma il totalitarismo si è instaurato sopra ben altri stermini che quelli dei servi infedeli, e ciò sotto il consolato stesso di Lenin e di Trotsky.
L’opera positiva del bolscevismo prima dell’ottobre
La questione di Kronstadt, dell’Ucraina ecc., è trattata da Victor Serge solo indirettamente. Ciò si capisce. Egli stesso era dal 1919 al 1923 persona grata al Cremlino; era incaricato d’informare, o piuttosto di deformare, sui fatti della repressione bolscevica antioperaia, ed in particolare di «fare inghiottire» agli anarchici e sindacalisti stranieri la storia di Kronstadt rifugio dei potenti bianchi e di Makhno bandito progromista. Ciò che egli stesso poteva allora sentire di strazio nella sua coscienza, è rimasto il suo segreto. Qualche osservatore pretende ch’egli univa la lucidità con il cinismo ed affettava volentieri la sdegno degli «uomini forti» per le considerazioni sentimentali…
Ed è pure con considerazioni sentimentali, quasi esclusivamente, che è costruita la versione di Victor Serge relativa al ruolo provvidenziale, arci-rivoluzionario, suo e dei buoni compagni di un tempo, all’epoca eroica, negli anni benedetti in cui si era i padroni!
Comunque sia, tutte le volle che Serge osa mettersi sul terreno dei fatti storici, il partito bolscevico ci appare sotto una luce contro-rivoluzionaria.
Prendiamo le cose dal principio.
Del 1903, dello sciopero generale insurrezionale delle masse e della nascita dei Soviet, Victor Serge non dice nulla.
Infatti il bolscevismo «non credeva» a quelle cose. Stimava di non avere niente da imparare dalle masse operaie ed anche di non dover loro insegnare niente. Si trattava essenzialmente di condurle al socialismo, mentre esse credevano di realizzare le loro rivendicazioni sindacali e dei miglioramenti economici insignificanti. Dall’esperienza del 1905, il bolscevismo non trae che una lezione: il dovere di partecipare alla Duma.
Arriviamo al 1917 e agli avvenimenti decisivi di febbraio-marzo. Ancora in quest’occasione i bolscevichi brillano per la loro assenza o la loro incomprensione: Victor Serge ne conviene esplicitamente quando scrive:
«Bisogna ricordare che l’impero era crollato in febbraio-marzo 1917 sotto la spinta del popolo disarmato dei sobborghi di Pietrogrado. La fraternizzazione decise la sorte dell’autocrazia. Si cercarono più tardi gli sconosciuti che avevano preso l’iniziativa di questa fraternizzazione: se ne riconobbero parecchi, ma la maggioranza restò anonima… I capi ed i militanti più qualificati di tutti i partiti rivoluzionari, erano in quel momento all’estero o in prigione. I piccoli gruppi esistenti a Pietrogrado furono così sorpresi e oltrepassati dagli avvenimenti, che il gruppo bolscevico prospettò la pubblicazione di un appello allo ripresa del lavoro nelle officine!» (noi notiamo: non hanno cambiato).
Mentre il paese si copre di una rete di delegazioni operaie, contadine e militari (o più esattamente antimilitariste) spontanee che «organizzano la disubbidienza allo Stato» secondo la formula bakuniniana e federalista, i bolscevichi discutono i loro obiettivi cioè: dei corsi della storia, del socialismo scientifico ecc.. Giungono alla formula di una rivoluzione borghese con Costituente, Parlamento, leggi sociali e nazionalizzazione di qualche industria chiave. La loro dialettica, per parecchi mesi ancora, resterà interamente esteriore al «corso spontaneo della rivoluzione delle masse». Essa si esercita in seno alla coalizione socialista-democratica altolocata, sulle basi specificamente borghesi del governo provvisorio e della Duma. Il bolscevismo non è in quel momento che il partito parlamentare più a sinistra della borghesia russa con etichetta social-democratica.
«Quattro mesi dopo, l’esperimento del governo di coalizione dei socialisti moderati e della borghesia liberale suscitava, già, una così profonda collera, che ai primi di luglio la guarnigione ed i sobborghi organizzavano essi stessi una vasta manifestazione armata sulla parola d’ordine del potere dei soviet. I bolscevichi disapprovarono questa iniziativa presa da sconosciuti; poi si congiunsero, di malavoglia, al movimento per condurlo a una liquidazione dolorosa e pericolosa. Essi credevano, probabilmente con ragione (?) che il paese non avrebbe seguito la capitale».
I sollevamenti di luglio e la fortuna che essi avevano di arrivare a un regime federalista di soviet senza-partito (i bolscevichi avendo appena cominciato la loro infiltrazione e gli altri partiti funzionando come partiti di governo), hanno fatto scorrere torrenti d’inchiostro. Ci basta segnalare la preoccupazione dei bolscevichi di conservare un piede in ogni campo e di temporeggiare il più possibile per canalizzare l’opposizione nelle vie politiche legali.
In quanto alla non-maturità del paese Victor Serge ci dà, in un altro punto, le seguenti informazioni:
«Il 1917 fu un anno di azioni di massa sorprendenti per la molteplicità, per la varietà, la potenza, la perseveranza delle iniziative popolari la cui spinta innalzava il bolscevismo. Le sommosse agrarie si estendevano in tutta la Russia. L’insubordinazione distruggeva nell’esercito la vecchia disciplina. Kronstadt e la flotta del Baltico avevano categoricamente rifiutato di ubbidire al governo provvisorio e l’intervento di Trotsky presso il soviet della base navale aveva appena evitato un conflitto armato. Il soviet di Tashkent, nel Turkestan, aveva preso il potere per suo conto… Kerensky minacciava il soviet di Kalonga con la sua artiglieria. Sul Volga, un’armata di 40.000 uomini rifiutavano l’obbedienza. Nei sobborghi di Pietrogrado e di Mosca, guardie rosse si costituivano. Lo guarnigione di Pietrogrado si metteva agli ordini del Soviet».
Per il loro intervento conciliatore, i bolscevichi dovettero essere trattati da falsi fratelli dai loro colleghi dell’intellighenzia politica.
«Diventarono, naturalmente, il capro espiatorio. La persecuzione e la calunnia («agenti della Germania») li colpì. Da questo momento sanno che, se non si mettono alla testa del movimento delle masse diventeranno impopolari».
Ci fu allora una di quelle svolte di cui il P.C. dà continuamente prove. Dopo aver frenato e paralizzato l’azione delle masse, il bolscevismo si credette in dovere di prenderne il comando. Adottò le loro parole d’ordine, deformandole e preparandosi a combatterle se necessario. È il momento, il solo, in cui la parola d’ordine «tutto il potere ai soviet» è utilizzata da Lenin e dal suo gruppo. Vi si aggiunge la Costituente (ciò che è contraddittorio) e la pace. Ma i nove decimi del comitato centrale non prendono sul serio questa agitazione. Il giorno in cui Lenin e Trotsky si pronunceranno per l’insurrezione, tutti saranno contro: sarà necessario che il pugno del capo si faccia rudemente sentire per forzare la mano del partito che non vuole rischiare il salto.
«Se voi resistete andrò a prendere i marinai di Kronstadt» minaccia Lenin.
La «rivoluzione d’ottobre» si farà.
Ottobre e ciò che ne seguì
Victor Serge, desiderando dare qualche splendore al mito di ottobre, alla storia di quel famoso colpo di Stato compiuto con la forza da un partito che la vigilia era ancora deciso a restare sul piano della politica borghese-governamentale, si sforza di minimizzare i risultati ottenuti fino allora.
«La repubblica non era ancora proclamata in Russia, nessuna istituzione democratica esisteva ancora seriamente al di fuori dei soviet o consigli di operai, di contadini e di soldati…».
A chi si potrà far credere che la proclamazione di una Repubblica, l’elezione di una Costituente, la redazione di una Costituzione, la creazione di istituzioni rappresentative democratiche, possano costituire un progresso socialista in confronto all’esistenza dei consigli di operai, contadini e soldati, federati tra di loro e praticanti l’ignoranza del potere centrale?
D’altra parte, non è sulla strada della democrazia parlamentare che s’orienta il partito bolscevico subito dopo l’ottobre. Arrivato al potere, con l’aiuto della spinta delle masse, non poteva più permettersi il ruolo di partito borghese-democratico tra i suoi confratelli, rispettando la regola del gioco costituzionale. Tra esso e gli elementi popolari-libertari che l’avevano messo sulla sella, c’era ora una questione di vita o di morte. O il bolscevismo organizzava sulle masse la prima dittatura fascista (quella che né Kerensky né Kornilov, già rotti al potere, avevano potuto costituire), o il bolscevismo sarebbe stato assorbito, sorpassato e infranto dalla rivoluzione delle masse in direzione sovietica-anarchica.
Se Victor Serge avesse cercato bene la cerniera tra bolscevismo e totalitarismo, l’avrebbe trovata là: un partito al potere diventa forzatamente reazionario — un partito portato al potere da una rivoluzione popolare diventa forzatamente il partito della più feroce controrivoluzione anti-popolare.
Andiamo oltre: tutti i partiti di repressione sanguinante anti-popolare sono usciti da una rivoluzione popolare ancora calda. Esempi: Pratile, le giornate di giugno. la Comune del 1885, Spartaco (1919), Shangai (1927) ecc… ecc… In Russia, l’avvento del Bolscevismo fu il segnale di una serie dì epurazioni successive che colpirono gli anarchici, i massimalisti, i menscevichi internazionalisti, i S.R. di sinistra, ed in seguito le opposizioni interne del Partito (opposizione operaia, gruppi operai, gruppo del centralismo democratico, ecc.).
È questa una legge ineluttabile della storia. Il merito dei bolscevichi è di aver saputo durare e di aver superato (con qualche scarto, ben inteso) tutte le minacce interne ed esterne. Ma lo loro trasformazione, da partito ideocratico semi-borghese in partito ideocratico-totalitario, fu il risultato rapido di queste prove ripetute e di questo indurimento. Il partito di Lenin, partito di ferro, divenne un partito d’acciaio, temprato nel sangue del proletariato russo: il partito di Stalin.
Victor Serge afferma che il partito di Lenin, non era né più né meno centralizzato, violento, amorale, autoritario, intollerante di quello che lo fossero, almeno potenzialmente, gli altri partiti: quelli, almeno che si possono qualificare d’ideocratici. (Non fa eccezione che per il partito inoffensivo spontaneista di Martov, tuttavia, una delle prime vittime della repressione totalitaria). Noi possiamo ammettere questa tesi senza grandi difficoltà; non contrasta con l’idea che ci facciamo della natura teocratica ed autocratica di tutti i partiti designati con questo nome, in Russia e altrove. Noi ammettiamo, anche, che il terrorismo governativo bolscevico non era per niente premeditato e che la creazione della Ceka non era parte integrante del programma della social-democrazia russa (frazione bolscevica). Non è neppure per sete di sangue che i terroristi giacobini (questi rivoluzionari modello proposti da Lenin in esempio ai suoi compagni) avevano instaurato la Santa Inquisizione della Repubblica e della Virtù. Erano, semplicemente, gli Dei che avevano sete. E, naturalmente i preposti speciali ai ruoli di sacrificatori-sacrificati sviluppavano nelle loro funzioni le vocazioni di un Carrier o di un Fouquier-Tinville…
Cessare il terrore, una volta incominciato, fu probabilmente una delle idee fisse tanto di Robespierre quanto di Danton: ma non si può interrompere a piacere la logica delle vendette politiche, senza pagarlo con la propria testa. Lenin, ci dicono, volle nel 1920 abolire la pena di morte inflitta amministrativamente dalla Ceka. Noi non ricordiamo però che i makhnovisti, quelli di Kronstadt o i semplici anarchici «banditi» abbiano molto profittato di quella velleità di ritorno alla democrazia.
L’«errore» di Kronstadt
Per noi Kronstadt calunniata, bombardata, attaccata e sterminata mentre formulava i postulati universali ed eterni della rivoluzione popolare-libertaria in Russia; per noi l’assassinio di 15.000 uomini che erano il fiore del proletariato e dei contadini russi — senza provocazione, senza trattative preliminari, senza la minima velleità di clemenza dopo la vittoria — per noi questo gesto sadico di cui Lenin, Trotsky, Zinoviev e gli altri hanno assunto tutta la responsabilità, è un delitto. Per Victor Serge è uno sbaglio, un errore veniale che non nasconde ma che cerca di giustificare.
«Se il partito bolscevico lasciava le redini del potere, chi, in quella situazione, ne prendeva la successione? Il suo dovere non era quello di resistere? Ebbe ragione a resistere. Ebbe torto a perdere la testa davanti a Kronstadt insorta, perché gli era facile resistere in molti modi diversi, e noi lo sapevamo tutti, noi che ci trovavamo sul posto a Pietrogrado».
Contrariamente a Victor Serge che si trovava sul posto (e che pare non sia stato tentato di unire la sua voce conciliatrice a quella degli anarchici americani, Emma Goldmann e Alexander Berkman) crediamo che la ragione del massacro di Kronstadt non stia nel fatto che i dirigenti bolscevichi avevano perduto la testa.
Che si fossero spaventati, noi non lo mettiamo in dubbio, e questo più per la prospettiva di perdere il potere che per la preoccupazione di sapere chi avrebbe preso la successione. Perché avevano le migliori ragioni di pensare che, Kronstadt salva, tutta la Russia sarebbe diventata una immensa Kronstadt, nella quale non ci sarebbe stato più posto per un partito-capo, per uno Stato, per una dittatura ideocratica, poliziesca, militare e tecnica, ma soltanto per i produttori liberamente associati. La possibilità di questo sviluppo sembra sfuggire a Victor Serge che si contenta di sospirare alzando le spalle!
«Qualunque siano le sue buone intenzioni e la sua probità, un partito che governa un paese affamato, non potrebbe conservare la sua popolarità».
Lasciando da parte la «probità» di un partito i cui membri beneficiavano gerarchicamente di razioni di favore e dei privilegi più esorbitanti (A. Berkman) non par giusto dire con Victor Serge che «la spontaneità delle masse russe si era spenta nel 1921». Era piuttosto la loro pazienza che era arrivata al limite. Se no, perché Lenin avrebbe affidato a quella stessa spontaneità la cura di togliere il paese dalle difficoltà a cui l’aveva condotto il «dirigismo» bolscevico al 100% (conosciuto con il nome di «comunismo di guerra»?).
Senza dubbio la N.E.P. non era affatto, checché ne dirà Victor Serge, la soddisfazione immediata delle «rivendicazioni economiche» di Kronstadt. Questa era ugualitaria e libertaria nello stesso tempo, e inseparabile da un programma di libertà politica totale. Lenin concedeva la libertà di mercato al Kulak, al commerciante e al tecnico ben pagato: non concedeva nessuna libertà politica ma «l’allentamento di quell’armatura mortale della statizzazione completa della produzione e degli scambi» nella quale la Russia moriva affogata — è Serge che lo dice!
Tuttavia non c’è nessuna libertà economica che non sia in parte libertà politica e reciprocamente. E non c’è da dubitare che se Lenin avesse concesso la N.E.P. senza «castigare» prima Kronstadt (e questo in modo da annientare tutti i pericoli per lui e il suo partito, d’un allentamento della stretta mortale), la libertà economica avrebbe portato via la dittatura.
Raphael Abramovic sarebbe stato partigiano, ci dice Serge, di un’adesione dei socialisti al regime della N.E.P. sul terreno della Costituzione sovietica, a condizione che il governo consentisse a prendere delle misure di tolleranza. Victor Serge vede in questa proposta, trascurata dal bolscevismo, una delle «occasioni mancate» del regime. La logica della storia vuole generalmente che i dittatori uscenti da un bagno di sangue continuino a condursi da dittatori. In ogni caso fu così che s’orientò la dittatura bolscevica dopo Kronstadt.
«Il comitato centrale mise i menscevichi e gli anarchici fuori legge. Il malcontento del partito e della classe operaia obbligò il Comitato Centrale a stabilire da allora lo stato di assedio — uno stato d’assedio clemente, è vero, nel partito stesso. L’opposizione operaia fu condannata, un’epurazione condusse a delle espulsioni».
I bolscevichi non avevano fiducia che in se stessi. Il regime interno.
Questa è la spiegazione, secondo Victor Serge, dello stato d’assedio inaugurato dopo la fine della guerra civile e che non venne mai soppresso, ma che si accentuò ogni anno di più. Che lo stato d’assedio — clemente o non — sia stata la legge in seno al partito, dimostra che i bolscevichi non avevano neppure fiducia in se stessi.
Ora un partito che non ammette che in nessun caso il potere possa sfuggirgli, né che possa dividerlo, e nemmeno che l’orientamento interno possa essere determinato dal libero gioco del funzionamento organizzativo, è evidentemente un partito totalitario. È un partito totalitario nel senso che rifiuta di ammettere che la società, gli uomini in generale, o il «proletariato» o gli stessi uomini del partito possono essere i soggetti della storia, debbono determinare essi stessi la scelta di una posizione, di un orientamento, d’un ritmo di sviluppo ecc. La società, la classe operaia, il partito stesso in quanto si compone di esseri viventi e non infallibili, non sono ammessi soltanto come oggetti, o tutt’al più come strumenti di una volontà storica, assolutamente determinante e la sola giudice di tutto, che pesa il pro ed il contro, progetta, decide, esegue, premia e punisce.
Di fronte a questa volontà, identificata con il mito dello Stato ed incarnata nella persona del suo capo, tutti gli altri elementi non sono che dei fattori materiali; essa sola è l’idea, l’idea fatta potere, l’idea assoluta, l’autocrazia dell’idea. Che una tale concezione abbia potuto svilupparsi dal marxismo, questa negazione talvolta veemente dell’idealismo e del volontarismo storico può sembrare paradossale. Ma attraverso il marxismo più o meno caricaturale dei Kautsky e degli altri bonzi infatuati della loro «scienza», il bolscevismo continuava l’hegelismo, ideologia necessariamente autoritaria e con carattere quasi orientale.
Il rifiuto di dividere il potere e le responsabilità con altri settori socialisti all’interno della Russia, è ugualmente in rapporto con questa ricerca appassionata dell’unicità, dell’unità o della sintesi totale che caratterizza lo spirito degli intellettuali russi e tedeschi (e non solamente degli intellettuali). La diversità, la pluralità, la differenza spinta fino all’individualismo totale, e la ricchezza sociale e culturale che ne risulta; la possibilità d’una uguaglianza delle classi nella libertà; la ricerca di una varietà non gerarchica delle funzioni e dei valori, di una anarchia dei punti di vista, di una libera concorrenza di esperienze di ogni genere, è così ripugnante al monismo intransigente degli ideologi della grande pianura asiatica da non incontrarla neppure fra gli anarchici, salvo rare eccezioni.
L’Internazionale
«I bolscevichi credevano nella rivoluzione mondiale»; è questa la spiegazione data da Victor Serge per giustificare il totalitarismo del loro regime interno: «un governo di coalizione socialista e democratica avrebbe indebolito l’Internazionale?»… egli aggiunge: «Forse sta in questo l’errore più grande e più grave del partito Lenin-Trotsky».
Stiamo, dunque alfine, per intenderci? Sì, certamente, nel momento in cui la rivoluzione mondiale anticapitalista era all’ordine del giorno, e suo strumento doveva essere una Internazionale potente e ricca di tutte le tradizioni e di tutte le più differenti forze rivoluzionarie universali, era assurdo, era stupido distruggere in anticipo l’unione delle forze internazionali socialiste opponendosi all’unione delle forze rivoluzionarie russe.
Era stupido ed assurdo, dopo aver voluto ridurre allo stato di oggetto o di strumento tutta la società russa, pretendere di ridurre nello stesso stato tutta la società umana e questo nel momento in cui questa società doveva essere attivata al massimo nel senso di uno sviluppo rivoluzionario…
Purtroppo, lettore, non è così. Ciò che Victor Serge conferma sulle posizioni bolsceviche è la necessità di una nuova Internazionale monolitica e cento per cento leninista, tale quale l’hanno fatta le ventun condizioni, le torture e il resto. E ciò che egli condanna è la rivoluzione mondiale nel senso emancipatore e libertario della parola: quella che i bolscevichi non hanno voluto, poiché volevano conservare il monopolio ideocratico assoluto sul movimento russo nella stessa Russia, e che la Russia non poteva nello stesso tempo seminare la libertà al di fuori e vivere in schiavitù al di dentro.
Victor Serge scrive, parola per parola: «I marxisti rivoluzionari della scuola bolscevica si auguravano, volevano la trasformazione sociale dell’Europa e del mondo mediante la presa di coscienza delle masse lavoratrici, mediante l’organizzazione razionale ed equa di una nuova società, essi intendevano lavorare perché l’uomo dominasse finalmente il proprio destino. In questo si sono ingannati, poiché sono stati vinti».
Non è possibile, così crediamo noi, accumulare in così poche parole tante affermazioni contrarie alla verità.
I bolscevichi non potevano volere la presa di coscienza delle masse lavoratrici del mondo, perché non credevano nella presa di coscienza delle masse lavoratrici sotto la spinta dell’esempio o delle circostanze, ma alla conversione intellettuale dei borghesi mediante un solo ed unico socialismo scientifico, uguale per tutti che s’impara nel corpus dei vangeli marxisti, e che insegna a «dirigere» il proletariato sulle vie della sua salvezza.
I bolscevichi non potevano volere che l’uomo dominasse finalmente il proprio destino, perché ammettevano che il destino dell’uomo passato, presente e futuro, è fissato nei dogmi di una ideocrazia.
Infine, i bolscevichi non sono stati vinti nell’opera di rivoluzione mondiale che il mondo del dopo-guerra proponeva, perché non hanno mai cercato di realizzarla e perché hanno abbandonato o sabotato tutti i tentativi dei rivoluzionari che hanno avuto l’ingenuità di contare su di loro, di battersi e di morire per loro.
A questo proposito, basterà un solo esempio per illustrare ciò che noi intendiamo per abbandono e sabotaggio di tentativi rivoluzionari.
Non si tratta né della Spagna consegnata a Franco, né dell’abbandono della Germania ad Hitler, né della Cina, né dell’Indonesia, né del fallito sciopero generale inglese, né dell’Ottobre «nero» tedesco del 1923, né della vergognosa capitolazione di Bielefeld nel 1920, né di nessun’altra operazione di ausiliari, lasciate «in sospeso» dalla strategia bolscevica, in Sassonia, Baviera, Austria, Ungheria, Bulgaria, Lettonia, Finlandia. Si tratta di un fatto che Victor Serge conosceva bene, poiché lo cita nel suo libro L’anno primo della Rivoluzione e che risale al 1918, l’anno decisivo della Rivoluzione tedesca.
A quell’epoca, l’ambasciatore bolscevico Joffe rimise all’avvocato dell’ambasciata Oskar Kohn una somma relativamente enorme destinata ad armare gli effettivi berlinesi del partito socialista indipendente con fucili e munizioni ricomprate di contrabbando da gruppi sbandati dell’esercito tedesco. La somma per la quale Kohn diede una ricevuta, fu chiusa in casseforti e non ne uscì più. Nello stesso tempo migliaia di spartachisti affamati e senza armi si scontravano con le forze dell’ordine in tutte le città della Germania: si facevano sparare addosso con gli stessi fucili che il Partito del signor Oskar Kohn non aveva neppure cercato di comperare. In nessun momento gli emissari bolscevichi avevano cercato di venire in aiuto agli spartachisti. Il motivo era che il Bolscevismo russo vedeva negli «Indipendenti», un gregge obbediente e che avrebbe potuto trattenere o utilizzare a suo piacere: gli spartachisti avevano la loro lesta sulle spalle e volevano usarla anche nel battersi.
Ora, per giunta, Victor Serge se ne viene a dirci: «I bolscevichi si sono ingannati sulla capacità politica e l’energia delle classi operaie d’occidente ed anzitutto della classe operaia tedesca». Fu il loro errore più grave, egli aggiunge. Ed attribuisce precisamente a questa generosa illusione la trasformazione dell’Internazionale in un apparato passivo, annesso allo stato-partito sovietico. Pare di sognare!
Un bilancio truccato
Le caratteristiche proprie del bolscevismo, «quelle che gli conferiscono una superiorità innegabile sui partiti rivali… sono: a) la convinzione marxista; b) la dottrina dell’egemonia del proletariato nella rivoluzione; c) l’internazionalismo intransigente; d) l’unità di pensiero e d’azione».
È strano leggere questa dichiarazione di Victor Serge in fondo alla seconda pagina del suo testamento e di trovarne la confutazione dettagliata alla pagina 7.
Infatti, la convinzione «marxista» veramente particolare ai bolscevichi (ad eccezione dei menscevichi, dei massimalisti, degli S.R. ecc.) è la teoria del partito. Ora la teoria bolscevica del partito «è completamente fallita» ci dice Serge. «La centralizzazione, la disciplina, l’ideologia governata non possono ormai ispirarci che una giusta diffidenza».
Il bolscevismo ha avuto, forse, più fortuna nello stabilire la dottrina dell’egemonia del proletariato nella rivoluzione? (Il proletariato significa qui: organizzazione rivoluzionaria professionale dei borghesi intellettuali).
Victor Serge non si fa illusioni su questo soggetto. «Io non credo che… l’egemonia del proletariato possa imporsi se non sotto forme murali e filosofiche che implicano in realtà la rinuncia all’egemonia (sic). Io non credo che la dittatura del proletariato possa rivivere nelle future lotte». (Non ha mai vissuto: che cos’è il potere assoluto dei senza-potere se non una chimera dialettica ed un prestanome per il potere di una casta?). Ed in seguito Victor Serge aggiunge ancora a questo verbalismo contraddittorio: «Ci saranno certamente delle dittature più o meno rivoluzionarie… non più a beneficio del solo proletariato: la rivoluziono proletaria non è più, secondo me, il nostro scopo; la rivoluzione che noi vogliamo servire non può essere compiuta che… democraticamente, libertariamente».
Chi potrà comprendere questa dittatura democratica-libertaria? In tutti i modi ecco la rivoluzione proletaria sepolta.
Rimangono l’internazionalismo intransigente dei bolscevichi e la loro unità di pensiero e di azione. L’internazionalismo monolitico di Lenin, che fu concepito solo come la dittatura nazionale di un partito russo centralizzato sulla massa dei lavoratori, è fallito, abbiamo detto, per mancanza di pluralismo rivoluzionario.
Victor Serge è sicuro, invece, che sia fallito per altre ragioni che si ricollegano precisamente alla mancanza di unità nel pensiero e nell’azione.
«La varietà degli interessi e delle formazioni psicologiche non ha permesso di impegnare la coorte omogenea dei militanti devoti a un’opera comune così nobilmente lodata da Bucharin».
Così, uno dopo l’altro, gli elementi del bilancio dei «meriti duraturi» del bolscevismo fatto da Victor Serge per confessione sua propria, si rivelano nulli, almeno per ciò che concerne l’avvenire.
Allora, che cosa rimane di un testamento così idealizzatore, così sentimentalmente glorificatore di un passato tragicamente sterile?
L’ultimo sforzo di Victor Serge si applica infine a dimostrare questo: abbiamo lavorato invano — il regime di abbrutimento più spaventoso è uscito dalla nostra opera — ma abbiamo lavorato bene.
Nel 1927 la Russia ha avuto un anno meraviglioso che è stato il frutto di questo lavoro. Che sia stato raccolto da mani indegne o che sia marcito sui rami non importa: ma abbiamo saputo mostrare quello di cui eravamo capaci.
In questo modo si è tentati di lasciare a Victor Serge — e agli altri — il riposo che hanno, infatti, ben meritato. Ma la necessità di una critica spietata, spinta fino alle radici dell’errore, ci obbliga tuttavia a chiederci se il quadro storico del bolscevismo trionfante sia molto esatto. Se lo fosse non si spiegherebbe né il miracolo del 1927, né il miracolo satanico della rapida decadenza che fece della terra promessa un Inferno irrimediabile.
L’anno meraviglioso
«Un primo bilancio della Rivoluzione russa dev’essere fatto verso il 1927. Dieci anni sono trascorsi. La dittatura del proletariato è diventata dal 1920-1921, date approssimative e discutibili, la dittatura del partito comunista, anch’esso soggetto alla dittatura della vecchia guardia bolscevica. Questa «vecchia guardia» costituisce in generale una élite interessante, intelligente, disinteressata, attiva, tenace. I risultati raggiunti sono grandiosi. All’estero l’U.R.S.S. è rispettata, riconosciuta, spesso ammirata. All’interno la ricostruzione economica è compiuta sulle rovine lasciate dalla guerra, con le sole risorse del paese e dell’energia popolare. Un nuovo sistema di produzione collettivista è stato sostituito al capitalismo e funziona abbastanza bene. Le masse lavoratrici della Russia hanno dimostrato la loro capacità di vincere, di organizzare e di produrre. Nuovi costumi, un nuovo sentimento della dignità dei lavoratori si sono creati. Il sentimento della proprietà privata, che i filosofi della borghesia considerano come innato, è in via di estinzione naturale. L’agricoltura si è ricostruita ad un livello che raggiunge ed incomincia a sorpassare quello del 1931. Il salario reale dei lavoratori è sensibilmente più alto di quello del 1913, cioè di quello di prima della guerra. Una nuova letteratura piena di vigore é sorta. Il bilancio della rivoluzione proletaria è nettamente positivo».
Non ho sotto gli occhi le pubblicazioni ufficiali del Partito e quelle dell’opposizione nel 1927. Ricostruisco, quindi, su ricordi. Ma mi pare di ricordarmi bene che il quadro della propaganda delle pubblicazioni ufficiali del «gruppo Stalin-Bucharin-Rykov» come si diceva allora tra i comunisti di sinistra, corrispondesse, nelle sue grandi linee, al quadro elogiativo tracciato da Victor Serge.
Il gruppo Trotsky, Zinoviev-Kamenev-Piatakov-Radek ecc. si serviva di un linguaggio ben diverso. Reclamava un immediato raddrizzamento sull’orlo della catastrofe. Il pericolo di un ritorno al capitalismo (privato) era denunciato altamente. Il ristagno economico era pure denunciato: il governo, lo Stato — dicevano — era caduto a pezzi nelle nelle mani dei piccoli borghesi rappresentanti la burocrazia, gli operai aristocratici, il commerciante privato, il contadino sfruttatore. La degenerazione della vecchia guardia era proclamata come un fatto evidente.
Il ritardo sull’estero era oggetto di grida d’indignazione: il mondo capitalista aveva camminato a passi da gigante tra il 1913 ed il 1927; aveva triplicato la sua produzione industriale, elettrificato le sue campagne, aumentato il livello di vita delle sue masse, accumulati enormi mezzi per la sua lotta armata. E l’U.R.S.S., il paese per eccellenza della rivoluzione e del progresso, era ancora al suo sistema vegetativo dell’epoca zarista, poteva appena riparare le locomotive, le dinamo e gli altiforni ereditati dal vecchio regime. La vecchia pigrizia russa, l’individualismo contadino, l’istinto privato mercenario, il gusto del profitto privato, paralizzavano la marcia verso il socialismo.
Era in questo modo che si poteva «raggiungere ed oltrepassare» il capitalismo privato? E se il nuovo regime non si affermava superiore nella tecnica, nella produzione massiva, nella coesione e nel dinamismo — sarebbe stato vinto su tutti i fronti: fronte esterno della rivoluzione mondiale battuto rapidamente dalla guerra imperialista; fronte interno della dittatura proletaria naufragante nel neo-capitalismo dei Kulak e della N.E.P.
La critica violenta dell’opposizione era forse un sintomo di salute del regime e del partito: tuttavia l’opposizione che reclamava per se stessa la «democrazia» all’interno del partito e del regime (qual è l’opposizione che non è democratica, almeno in questo senso?) non desiderava minimamente un allentamento della dittatura centralizzata: essa trovava troppo mite il gruppo di destra tanto sul piano dell’Internazionale (opportunismo, concessioni, fronte unico dalla cima alla base ecc.) quanto sul piano economico-politico interno. E proponeva un pugno di ferro — il proprio — per incominciare l’industrializzazione, la collettivizzazione, l’elettrificazione, la proletarizzazione e la militarizzazione ad oltranza di una Russia ricaduta nel sonno… del mugik.
Siamo certi che se Trotsky, Zinoviev, Kamenev fossero stati vincitori non avrebbero trattato Stalin, Bucharin, Rykov in un modo diverso da come essi stessi furono trattati. Lenin non aveva detto che Trotsky vedeva tutte le cose sotto un punto di vista amministrativo con firme da mettere su dei decreti?
… Vent’anni sono passati e la requisitoria feroce fatta dagli amici politici di Victor Serge contro l’inerzia colpevole del triumvirato di «destra» e lo stato di cose sociali nel decimo anno della rivoluzione si è cambiato in una meravigliosa visione, addobbata di tutti i miraggi del ricordo.
Che cosa è accaduto?
È accaduto che Stalin ed i suoi compagni di strada, risvegliati nella loro quiete dai clamori dell’opposizione, hanno dato a questa una forte dose della medicina che essa proponeva. I troskisti avevano dato ai Giorgiani delle sferze per batterli, consigliando un rinnovamento dei quadri, l’esclusione spietata dei menscevichi e degli « ustrialovisti» e l’epurazione della vecchia guardia. Il sistema poliziesco di cui Joseph Dugatchvili teneva i fili cominciò a stringersi sugli eretici industrializzati, come in passato si era stretto sull’opposizione operaia, sul gruppo Mendeiev, sul gruppo Myasnikov, e sui gruppi Sapronov-Smirnov (sempre in prigione senza che i troskisti pensassero a liberarli!).
Nello stesso tempo Stalin cominciò ad applicare, con un sistema straordinario, la stessa politica dell’opposizione di sinistra in tutti i campi.
Non ne era che la caricatura, protestò Trotsky. Ma in due o tre anni il dittatore, grande rivale di Stalin, si trovò solo.
Il suo avversario gli aveva rubato nello stesso tempo i suoi uomini e la sua politica.
Ciò che furono le collettivizzazioni forzate, l’epurazione, i primi piani quinquennali, coloro che hanno letto Kravchenko possono farsene, credo, un’idea. Kravchenko ne parla, d’altra parte, in qualità di agente partecipante all’operazione. Gli sanguinava il cuore, esso racconta, nel trattare così brutalmente gente inoffensiva, ma non pensava a disubbidire perché lavorava per l’idea. Così fecero tutti i caduti bolscevichi del regime mobilitati fino all’ultimo uomo; la maggior parte, individualmente, «brava gente», idealisti sinceri più o meno induriti dagli anni terribili, dalla lotta per i posti o dal fanatismo partigiano; pronti a impietosirsi individualmente sul caso singolo, pur continuando a vedere nel nemico di destra o di sinistra, nei «Kuback», nel piccolo borghese, nei senza-partito — in Trotsky stesso — l’incarnazione «storica» del diavolo capitalista. «Difendevano» il loro pane, la loro vita, quella della loro famiglia, epuravano, collettivizzavano, industrializzavano con il revolver in mano, con o senza gioia sadica; servivano l’idea; facevano sacrifici all’idea, si sacrificavano per l’idea. Erano dei veri bolscevichi!
L’idea? C’è bisogno di ripetere che era l’idea di Trotsky?
Così, il colpo di Stato di Stalin si riassume in questo: utilizzò contro il suo rivale, il programma di questo rivale, e gli uomini che erano pronti a seguirlo.
Che ciò sia «disonesto» siamo d’accordo! Il fair play parlamentare, in una tipica nazione democratica, consiste nel passare il manico della padella all’uomo che dà la ricetta.
Ma la Russia del 1927 non era una nazione democratica. Ho già detto che un governo che non accetta affatto l’idea di cedere o di dividere il potere è un governo totalitario.
Tanto Trotsky quanto Stalin non volevano né cedere né dividere: bisognava, dunque, che uno dei due fosse eliminato dalla scena politica.
E la ricetta di Trotsky applicata da Stalin con doppia dose di sale e pepe, condusse allo sterminio del contadino, alla forzata «accumulazione socialista» dell’operaio mezzo nudo che moriva di fame; condusse al «terzo periodo» delle masse internazionali, al settarismo cieco, all’avvento di Hitler.
Mi si dirà che Lenin, Trotsky, Victor Serge, i «bolscevichi», non ne sono responsabili.
Ma questa è una disputa infantile, una disputa sentimentale sulle parole. Trotsky in una formula sensazionale ha scritto: «è il programma che fa il partito». D’altra parte è grande orgoglio del partito bolscevico di forgiare gli uomini secondo la misura che gli conviene. Ma lasciamo gli uomini, lasciamo il partito ed esaminiamo il programma.
L’ideocrazia bolscevica è responsabile
Stalin ed i milioni di uomini che lo servono non hanno conosciuto un’altra formazione, un’altra educazione, un’altra via aperta all’azione e all’idea.
Lenin, Trotsky, Victor Serge, qualunque siano i preconcetti dovuti al loro fanatismo ideocratico, hanno assaggiato — il primo un poco, il secondo di più ed il terzo largamente — il frutto proibito di una libera cultura, di una cultura senza idolatria e ideocrazia. Rimaneva loro «qualche cosa d’umano».
Stalin ha continuato la sua opera di stermino.
Ha ucciso tre tipi di gente:
1) coloro che, bolscevichi imperfetti, conservavano in sé qualche principio estraneo all’ideocrazia bolscevica, al «marxismo tartaro» e diffondevano, nonostante tutto, nel regno del Bolscevismo, un profumo impuro di altri tempi e di altri paesi;
2) coloro che tracciavano o prevedevano una svolta politica, anticipavano le decisioni del capo, e diventavano, così, l’incarnazione d’una forza o di una tendenza sociale distinta. (Il totalitarismo di Stalin non ammette che un’incarnazione delle forze sociali nello Stato ideocratico: quella che si fa nella propria persona).
2) bis — coloro che, in ritardo su una svolta politica, o opponendosi ad essa per inerzia indocile, misconoscevano le volontà del potere e diventavano così il centro di cristallizzazione di una resistenza qualsiasi (questo caso si presenta, in fondo, come una variante del precedente).
3) coloro che, estranei perché primitivi o per tradizione popolare ad ogni ideocrazia (od a certe forme essenziali dell’ideocrazia), non potevano capire quello che si voleva da essi e si facevano uccidere per ingenuità politica (ciò si può definire «liquidazione dell’analfabetismo»).
Ora queste tre categorie ed altre ancora hanno avuto innumerevoli vittime nell’età d’oro del «bolscevismo».
Per dei dettagli più ampi indichiamo il libro di Volin La rivoluzione sconosciuta ed il suo opuscolo La repressione dell’Anarchismo nella Russia sovietica.
Rimarrebbe da tracciare una prospettiva della Rivoluzione popolare libertaria in Russia nel passato e la sua proiezione nell’avvenire.
È un compito che affronteremo un’altra volta.
Contentiamoci di affermare, lasciando Victor Serge ed il suo testamento politico, che il bolscevismo ideocratico di cui egli infiora la tomba non ha mai avuto un solo punto in comune nella sua formazione con lo sviluppo spontaneo di esperienze e di tentativi fatti dalle masse.
Su questo punto noi diamo ragione a Lenin: il totalitarismo del tshin bolscevico è sorto completamente indipendente dalla corrente popolare spontanea rappresentata nella storia russa dall’evoluzione del mir in soviet.
Volontà, anno II, n. 9, 10-11, 12 del marzo, aprile, giugno 1948, anno III, n. 1 del luglio 1948 )
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Pubblicato il 8 luglio 2015 su Il raggio riflesso. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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