Archivio mensile:agosto 2015

Loro dicono di no, ma…

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( Articolo condiviso )

I trombati della politica, militanti, dopo essere stati cacciati dai partiti o movimenti collaterali, sono riusciti ad infiltrarsi nel movimento, a questi si sommano i panteisti della democrazia diretta, uno shampoo antiforfora per il regime, che cercano di incollare la gente su un computer a cliccare cazzate. La forza propulsiva di quello che era un movimento del popolo arretra in desolanti superminchiate televisive, portali insignificanti, leaderini allo sbaraglio, piccoli politici all’ arrembaggio. Loro dicono di no, ma la poltrona è già pronta, per rivoluzionare il sistema si fanno sistema, questo è l’unico obiettivo, la promozione va avanti dichiarando tutto e il contrario di tutto,  come del resto i politici hanno sempre fatto.

III

La grande truffa di Telethon

Telethon

( Articolo Condiviso )

Originale pubblicato su alterinfo.net con il titolo “La grande escroquerie du Téléthon. Le professeur Testard dénonce une mystification”. Traduzione a cura di Giuditta

Sono 20 anni che questa “grande fiera” televisiva continua… Ecco cosa ne pensa un ricercatore, uno specialista in biologia della riproduzione.

È scandaloso. Il Telethon raccoglie annualmente tanti euro quanto il bilancio di funzionamento di tutto l’Inserm. La gente pensa di donare soldi per la cura. Ma la terapia genica non è efficace. Se i donatori sapessero che il loro denaro, prima di tutto è utilizzato per finanziare le pubblicazioni scientifiche, ma anche i brevetti di poche imprese, o per eliminare gli embrioni dai geni deficienti, cambierebbero di parere.
Il professor Marc Peschanski, uno dei architetti di questa terapia genica, ha dichiarato che abbiamo intrapreso una strada sbagliata. Si stanno facendo progressi nella diagnosi, ma non per guarire. Inoltre, anche se progrediamo tecnicamente, noi non comprendiamo molto di più la complessità della vita. Poiché non possiamo guarire le malattie, sarebbe preferibile cercare di scoprirne l’origine, prima che si verifichino. Ciò consentirebbe l’assoluta comprensione dell’uomo, di una certa definizione di uomo”. Da un’intervista con Medicina-Douces.com

Jacques Testard, è direttore della ricerca presso l’Istituto Nazionale della Sanità e della Ricerca Medica (Inserm), specialista in biologia della riproduzione, “padre scientifico” del primo bebè-provetta francese, e autore di numerose pubblicazioni scientifiche che dimostrano il suo impegno per una “scienza contenuta entro i limiti della dignità umana”.
Testard scrive sul suo blog, fra l’altro:
Gli OGM (organismi geneticamente modificati) sono disseminati inutilmente, perché non hanno dimostrato il loro potenziale, e presentano un reale rischio per l’ambiente, la salute e l’economia. Essi non sono che degli avatar dell’agricoltura intensiva che consentono ai produttori di fare fruttificare i brevetti sulla Natura e la Vita.
Al contrario, i test terapeutici sugli esseri umani sono giustificati quando sono l’unica possibilità, anche piccola, per salvare una vita. Ma è assolutamente contraria all’etica scientifica (e medica) far credere a dei successi imminenti di uno o di un altro farmaco. Nonostante i numerosi errori, i fautori della terapia genica (spesso gli stessi fra quelli degli OGM) sostengono che “finiremo per arrivarci”, e hanno creato un tale aspettativa sociale che il “misticismo del gene” si impone ovunque, sino nell’immaginario collettivo.
Il successo costante del Telethon dimostra questo effetto, poiché a forza di ripetute promesse, e grazie alla complicità di personalità mediatiche e scientifiche, questa operazione raccoglie donazioni per un importo vicino al bilancio di funzionamento di qualsiasi ricerca medica in Francia. Questa manna influisce drammaticamente sulla ricerca biologica in quanto la lobby del DNA dispone del quasi monopolio dei mezzi finanziari (finanziamenti pubblici, dell’industria e della beneficenza) e intellettuali (riviste mediche, convenzioni, contratti, man bassa sugli studenti…).
Quindi, la maggior parte delle altre ricerche sono gravemente impoverite – un risultato che sembra sfuggire ai generosi donatori di questa enorme operazione caritativa…

Per completare, ultima citazione estratta dal libro di Testard “La bicicletta, il muro e il cittadino”:

Tecnoscienza e mistificazione: il Telethon
Da due decenni, ogni anno, due giorni di programmazione della televisione pubblica sono esclusivamente riservati ad un’operazione orchestrata, alla quale contribuiscono tutti gli altri mezzi di comunicazione: il Telethon. Col risultato che, delle patologie, certamente drammatiche ma che, per fortuna, interessano relativamente poche persone (due o tre volte inferiore alla sola trisomia 21, per esempio), mobilitano molto di più la popolazione e raccolgono molti più soldi rispetto ad altrettante terribili malattie, un centinaio o un migliaio di volte più frequenti.

Possiamo solo constatare un meritato successo di una efficace attività di lobbying e consigliare a tutte le vittime, di tutte le malattie, di organizzarsi per fare altrettanto.
Ma si dimenticherebbe, per esempio, che:

  • il potenziale caritativo non è illimitato. Quello che ci donano oggi contro la distrofia muscolare, non lo doneranno domani contro la malaria (2 milioni di decessi ogni anno, quasi tutti in Africa);
  • quasi la metà dei fondi raccolti (che sono equivalenti al bilancio annuale di funzionamento di tutta la ricerca medica francese) alimentano innumerevoli laboratori che influenzano fortemente le linee guida. Contribuendo in tal modo alla supremazia finanziaria dell’Associazione francese contro la distrofia muscolare (l’AFM che raccoglie e ridistribuisce a suo piacimento i fondi raccolti), sarebbe anche e soprattutto impedire ai ricercatori (statutari per la maggior parte, e quindi pagati dallo Stato, ma anche laureati e, soprattutto, studenti, sicuramente raccomandati, post-dottorato che vivono sul finanziamento della AFM) di contribuire alla lotta contro altre malattie, e/o di aprire nuove strade;
  • non è sufficiente disporre di mezzi finanziari per guarire tutte le patologie. Lasciar credere a questo strapotere della medicina, come lo fa il Telethon è indurre in errore i pazienti e le loro famiglie;
  • dopo venti anni di promesse, la terapia genica, non sembra essere la buona strategia per curare la maggior parte delle malattie genetiche;
  • quando delle somme così importanti sono raccolte, e portano a tali conseguenze, il loro utilizzo dovrebbe essere deciso da un comitato scientifico e sociale che non sia sottomesso all’organismo che le colletta.

Ma anche, come non domandarsi sul contenuto di una “magica” operazione in cui le persone, illuminate dalla fede scientifica, corrono fino ad esaurimento o fanno nuotare i loro cani nella piscina comunale… per “vincere la miopatia”? Alla fine della tecnoscienza, spuntano gli oracoli e i sacrifici di un tempo che credevamo finito…
In conclusione: Non fate donazioni al Telethon!

Dalla Politica alla Vita

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( Articolo Condiviso )

Fin dai tempi in cui per la prima volta si è definito movimento radicale autonomo, l’anarchismo è stato associato alla sinistra. Un’associazione il più delle volte problematica. I militanti di sinistra con un incarico di potere (compresi quelli anarchici, come i capi della C.N.T. e della F.A.I. nella Spagna del 1936-37) hanno sempre considerato d’ostacolo ai propri programmi politici il fine anarchico della trasformazione totale della vita — e il conseguente principio secondo cui i fini dovrebbero essere già insiti nei mezzi di lotta impiegati. L’insorgenza reale è sempre scoppiata altrove rispetto a qualsivoglia programma politico e gli anarchici più coerenti hanno intravisto la possibilità di realizzare i loro sogni proprio in un luogo sconosciuto ed altro. Tuttavia, a più riprese, quando i fuochi dell’insurrezione si raffreddavano (e talvolta perfino mentre bruciavano ancora ardentemente, come nel 1936-37), i leader anarchici hanno finito coll’assumere il ruolo di «coscienza della sinistra». Ma se l’espansione dell’utopia anarchica ed i principi ad essa connessi sono stati un ostacolo agli schemi politici della sinistra, questi schemi hanno costituito un ben più pesante macigno attorno al collo del movimento anarchico, appesantendolo con quel “realismo” che non sa sognare.

Per la sinistra, la lotta sociale contro lo sfruttamento e l’oppressione è essenzialmente un programma politico da realizzare con qualsiasi mezzo ed espediente. Una tale concezione richiede una metodologia politica palesemente in contrasto con alcuni principi anarchici di fondo. In primo luogo, la politica come categoria distinta dell’esistenza sociale comporta la separazione delle decisioni che determinano la nostra vita dalla loro esecuzione. Questa separazione risiede nelle istituzioni — poco importa quanto democratiche o consensuali esse siano — che assumono ed impongono dette decisioni. Del resto la politica esige che le decisioni vengano prese prima che si creino le circostanze cui applicarle, e ciò rende necessaria la loro costituzione come regole generali sempre applicabili nelle situazioni, senza alcun riguardo alle circostanze specifiche. I semi del pensiero ideologico — per cui le idee regolano le attività degli individui invece di risultare loro utili per lo sviluppo dei propri progetti — sono qui evidenziati. Un punto da approfondire meglio in seguito.
La concezione di lotta sociale della sinistra mira ad influenzare le istituzioni decisionali di potere o a crearne delle versioni alternative. In altre parole, si tratta di una lotta parziale per il cambiamento, non certo per la distruzione, dei rapporti di dominio.
Una simile concezione, con la relativa base programmatica, richiede come strumento una forma organizzativa che rappresenti la lotta, quale espressione concreta del suo programma. Se le persone coinvolte stabiliranno che quel programma è rivoluzionario, allora l’organizzazione finirà col rappresentare per loro la rivoluzione; e la forza dell’organizzazione verrà equiparata alla forza della lotta rivoluzionaria.
Un chiaro esempio lo troviamo ancora nella rivoluzione spagnola, allorché la direzione della CNT, dopo aver incitato gli operai e i contadini della Catalogna ad espropriare i mezzi di produzione (oltre alle armi con cui formarono le libere milizie), una volta assunto il comando della gestione produttiva si guardò bene dal dissolvere l’organizzazione o dal permettere agli operai di esplorare la ri-creazione di una propria vita sociale. La confusione tra gestione sindacale ed autogestione operaia ha avuto esiti che possono essere esaminati da chiunque voglia considerare in modo critico quegli eventi. Quando la lotta contro l’ordine costituito viene separata dagli individui che la conducono e messa nelle mani di un’organizzazione, cessa di essere un progetto autodeterminato da quegli individui e si trasforma in una causa esterna cui aderire. Ed essendo quella causa identificata con l’organizzazione, l’attività principale degli individui che vi aderiscono sarà inevitabilmente il mantenimento e l’espansione dell’organizzazione medesima.
L’Organizzazione è il mezzo con cui la sinistra intende trasformare i rapporti istituzionalizzati di dominio. Che questo avvenga attraverso l’appello ai governanti del momento e l’esercizio dei diritti democratici, attraverso la conquista elettorale o violenta del potere statale, attraverso l’espropriazione istituzionale dei mezzi di produzione o attraverso una combinazione di questi mezzi, non è rilevante. Per compiere ciò, l’organizzazione tenta di trasformarsi in potere alternativo o in contro-potere. Ecco perché deve abbracciare l’ideologia corrente del potere, ovvero la democrazia. La democrazia è quel sistema decisionale separato che richiede una creazione di consenso sociale per i programmi proposti. Anche se il potere risiede sempre nella coercizione, nel contesto democratico esso è giustificato dal consenso che può ottenere. Ed ecco perchè la sinistra è costretta ad aggregare quanti più aderenti è possibile, numeri da contare a sostegno dei propri programmi. Nella sua adesione alla democrazia, deve inevitabilmente abbracciare l’illusione quantitativa.
La necessità di acquisire sostenitori richiede il ricorso al denominatore comune più basso. Così, invece di sviluppare una vitale esplorazione teorica, la sinistra elabora un insieme di dottrine semplicistiche con cui guardare il mondo ed una litania di soperchierie morali compiute dai dominatori odierni, con cui spera di ottenere una discreta attrazione di massa. Ogni riflessione o esplorazione al di fuori di questo contesto ideologico viene condannata con veemenza o guardata con incomprensione. L’incapacità di una seria esplorazione teorica è il costo dell’accettazione dell’illusione quantitativa, secondo la quale il riflesso di un movimento forte è dato dal numero di aderenti — senza badare alla loro passività ed ignoranza — più che dalla qualità e coerenza delle idee e delle pratiche.
La necessità politica di appellarsi alle «masse» spinge metodologicamente la sinistra ad avanzare richieste frammentarie ai dominanti: un metodo senz’altro coerente con un progetto di mera trasformazione dei rapporti di potere, proprio perché non affronta quei rapporti alla radice e sottende che semplici (benché talvolta estremi) aggiustamenti dei rapporti odierni siano sufficienti per la realizzazione del proprio programma. La sinistra non intende mettere in discussione l’ordine dominante in sé, perché ciò costituirebbe una minaccia anche per se stessa.
Implicita in questo approccio frammentario al cambiamento è la dottrina del progressismo (una delle etichette più in voga fra militanti di sinistra e liberali al giorno d’oggi — che si lasciano volentieri alle spalle altre etichette ormai insudiciate — è appunto «progressista»). Il Progressismo è l’idea secondo cui l’ordine odierno delle cose è il risultato di un continuo (sebbene forse «dialettico») processo di miglioramento e che se ci diamo da fare (con il voto, la petizione, la controversia, la disobbedienza civile, la violenza politica o persino la conquista del potere — tutto, fuorché la sua distruzione), possiamo spingere questo processo in avanti. Il concetto di progresso e l’approccio frammentario che ne è espressione pratica indicano nella concezione della sinistra un ennesimo aspetto quantitativo della trasformazione sociale: è solo questione di gradi, di posizioni lungo una traiettoria continua. La giusta quantità di aggiustamenti ci porterà «là» (dovunque sia questo «là»). Riforma e rivoluzione in questo contesto sono semplicemente livelli differenti della stessa attività.
La sinistra non riesce proprio a percepire la schiacciante evidenza che l’unica traiettoria su cui ci troviamo, fin dalla nascita del capitalismo e dell’industrialismo, è il crescente impoverimento dell’esistenza — e questo non può essere riformato.

L’approccio frammentario e l’esigenza politica di incasellare porta inoltre la sinistra a valorizzare le persone in base all’appartenenza ai diversi gruppi di oppressi e sfruttati: «lavoratori», «donne», «immigrati», «gay e lesbiche», «persone di colore» e così via. Questo incasellamento sta alla base di una politica identitaria, particolare forma di falsa opposizione: le persone oppresse scelgono di identificarsi in una data categoria sociale, un preteso atto di sfida alla propria oppressione che viceversa contribuisce a rafforzarla. Infatti, l’identificazione continua in un ruolo sociale inibisce la capacità di analizzare la propria situazione in questa società, e di agire in quanto individui contro la propria oppressione, garantendo la continuazione dei rapporti sociali che la determinano. In fondo le persone sono utili alle manovre politiche della sinistra solo in quanto membri di categorie sociali, perché nel contesto democratico tali categorie possono diventare gruppi di pressione e blocchi di potere.
La logica politica della sinistra coi suoi fabbisogni organizzativi — l’adesione alla democrazia e all’illusione quantitativa, e la valorizzazione delle persone in funzione della loro appartenenza a una data categoria sociale — è implicitamente collettivista e liquida l’individuo in quanto tale. Come non riconoscere nei reiterati appelli agli individui di sacrificarsi alle più svariate cause, ai programmi, all’organizzazione…, le ideologie manipolatrici dell’identità collettiva, della responsabilità collettiva, della colpa collettiva.
Ciascun appartenente ai gruppi “privilegiati” — «perbene», «bianco», «maschio», «del primo mondo», «della classe media» — diventa responsabile di tutta l’oppressione attribuita a quel gruppo. Ecco perché è indispensabile che si attivi, onde espiare per quei “crimini”, fornendo un sostegno acritico ai movimenti di quelli più oppressi di lui. A loro volta, gli individui che sono definiti in base alla loro appartenenza ad un gruppo oppresso vengono spinti ad accettare l’identità collettiva del gruppo col ricatto di una vincolante “solidarietà” — sorellanza, nazionalismo nero, identità queer, ecc. Qualora si sottraessero, magari azzardando una critica radicale di questa identità di gruppo, ciò verrebbe considerato un’accettazione della propria oppressione. L’individuo che agisce autonomamente (o al più con coloro con cui ha sviluppato un’affinità reale) contro l’oppressione e lo sfruttamento che ha sperimentato nel corso della sua esistenza, viene accusato di «individualismo borghese», malgrado stia lottando proprio contro l’alienazione, la separazione e l’atomizzazione, che sono il risultato implicito dell’attività sociale collettiva che il potere ed il capitale — la cosiddetta «società borghese» — ci impongono.
La lotta della sinistra non nasce dai desideri, dalle esigenze e dai sogni degli individui sfruttati, oppressi, dominati e spossessati dalla società. Non è un’attività di persone che si sforzano di riappropriarsi della propria vita e che ricercano gli strumenti necessari per riuscirci; è piuttosto un programma, formulato nelle menti dei leader o nelle riunioni organizzative, che si situa al di sopra e prima delle lotte degli individui, e a cui questi devono subordinarsi. E qualunque sia il suo slogan — socialismo, comunismo, anarchismo, sorellanza, popolo africano, diritti animali, liberazione della terra, primitivismo, autogestione dei lavoratori, ecc. ecc. —, non fornisce agli individui uno strumento da poter usare nella propria lotta contro il potere, pretendendo che essi sostituiscano all’attuale ordine dominante il dominio del programma di sinistra. In altre parole, esige che gli individui continuino a rinunciare alla possibilità di autodeterminare la propria esistenza.
Nella sua massima espressione, il tentativo anarchico è volto alla trasformazione totale dell’esistenza basata sulla riappropriazione della vita da parte di ogni singolo individuo, che agisce in libera associazione con altri individui liberamente scelti. Questa visione prende forma nei testi più poetici di molti anarchici noti, ed è quel che fa dell’anarchismo la «coscienza della sinistra». Ma qual è l’utilità di essere la coscienza di un movimento che non condivide, né potrebbe farlo, l’ampiezza e la profondità dei sogni dell’individuo, se questi desidera realizzarli? Nella storia del movimento anarchico le prospettive e le pratiche più contigue alla sinistra, quali l’anarco-sindacalismo ed il piattaformismo, hanno sempre racchiuso assai meno del sogno e assai più del programma. Ora che la sinistra ha cessato d’essere una forza significativa in qualche modo distinguibile dal resto della sfera politica, almeno nell’occidente del mondo, non c’è motivo di continuare a portare questo fardello sulle nostre spalle.

La realizzazione dei nostri sogni, dei sogni di ogni individuo ancora capace di desiderare in modo autonomo d’essere creatore della propria esistenza, richiede una rottura consapevole e rigorosa con la sinistra. Come minimo questa rottura significa:
1. Il rifiuto di una percezione politica della lotta sociale; il riconoscimento che la lotta rivoluzionaria non è un programma, ma piuttosto una lotta per la riappropriazione individuale e sociale della totalità della vita. In quanto tale, essa è essenzialmente anti-politica. In altre parole, si contrappone a qualsiasi forma di organizzazione sociale — e a qualsiasi metodo — in cui le decisioni sul vivere e lottare sono separate dalla loro esecuzione, al di là di quanto democratico e partecipativo possa essere tale processo decisionale separato.
2. Il rifiuto dell’organizzazionismo, intendendo con questo il rifiuto dell’idea secondo cui una qualche organizzazione possa rappresentare individui o gruppi di sfruttati, la lotta sociale, la rivoluzione o l’anarchia. Quindi anche il rifiuto di tutte quelle organizzazioni — partiti, sindacati, federazioni e simili — che, data la loro essenza programmatica, assumono un ruolo rappresentativo. Ciò non significa il rifiuto della capacità di organizzare le attività specifiche necessarie alla lotta rivoluzionaria, ma piuttosto il rifiuto di sottomettere l’organizzazione dei propri compiti e dei progetti al formalismo di un programma organizzativo. Il solo compito che ha sempre mostrato di esigere un’organizzazione formale è lo sviluppo ed il mantenimento di se stessa.
3. Il rigetto della democrazia e dell’illusione quantitativa. Il rifiuto della prospettiva secondo cui il numero di aderenti ad una causa, ad un’idea o ad un programma, sia ciò che determina la forza di una lotta, a scapito del valore qualitativo della lotta in quanto attacco contro le istituzioni del dominio e in quanto riappropriazione della vita. Il rifiuto di ogni istituzionalizzazione o formalizzazione del processo decisionale, oltre che di qualsiasi concezione del processo decisionale come momento separato dalla vita e dalla pratica. Il rifiuto, inoltre, del metodo «evangelico» che serve per conquistare le masse: un metodo che presuppone che l’esplorazione teorica sia al limite, che vi sia una risposta a cui tutti devono aderire e che quindi ogni mezzo è valido per diffondere il messaggio anche se dovesse contraddire ciò che si sostiene. Ciò spinge a ricercare seguaci che accettino la propria posizione piuttosto che compagni e complici con cui portare avanti le proprie esplorazioni. Ad attrarre i potenziali complici con cui sviluppare rapporti di affinità ed espandere la pratica della rivolta, è una lotta per la realizzazione dei propri progetti in modo coerente con le proprie idee, con i propri sogni e desideri.
4. Il rifiuto di fare richieste a chi è al potere, scegliendo piuttosto una pratica di azione diretta e di attacco. Il rifiuto dell’idea che ci si possa autodeterminare tramite richieste parziali che, nel migliore dei casi, apportano solo un temporaneo miglioramento alla nocività dell’ordine sociale. Il riconoscimento della necessità di attaccare questa società nella sua totalità, di raggiungere in ogni lotta parziale una consapevolezza pratica e teorica della totalità che deve essere distrutta. Quindi, anche la capacità di vedere cosa sia potenzialmente rivoluzionario — cosa si muove oltre la logica delle richieste e dei cambiamenti frammentari — nelle lotte sociali parziali, poiché dopo tutto una rottura radicale e insurrezionale si può scatenare nel corso di una lotta iniziata per ottenere risultati parziali, ma partendo da quella richiesta per andare oltre e pretendere di più.
5. Il rifiuto dell’idea di progresso, dell’idea che l’ordine attuale delle cose sia il risultato di un continuo processo di miglioramento che possiamo perseguire, forse fino all’apoteosi se ci impegniamo. Il riconoscimento che l’attuale traiettoria — che i potenti e la loro opposizione leale riformista e “rivoluzionaria” chiamano «progresso» — è implicitamente nociva per la libertà individuale, per la libera associazione, per avere relazioni umane soddisfacenti, per la totalità della vita e per lo stesso pianeta. Il riconoscimento che questa strada deve essere interrotta e che bisogna sviluppare nuovi modi di vivere e di rapportarsi, se vogliamo raggiungere l’autonomia e la libertà complete. (Questo non porta necessariamente ad un rigetto assoluto della tecnologia e della civiltà, che non costituisce certo il culmine della rottura con la sinistra; benché il rifiuto del progresso implichi la volontà di esaminare e mettere in discussione seriamente la civiltà, la tecnologia e soprattutto l’industrialismo. Coloro che non sono disposti a sollevare tali questioni, probabilmente continuano a restare fedeli al mito del progresso).
6. Il rifiuto della politica identitaria. Il riconoscimento che, mentre i vari gruppi oppressi sperimentano la propria spoliazione relativa all’oppressione che vivono e l’analisi di tali specificità è necessaria per avere una piena comprensione di come funziona il dominio, comunque la spoliazione è la sottrazione della capacità in ciascuno di noi, in quanto individui, di autodeterminare la nostra esistenza e di associarci liberamente con gli altri. La riappropriazione della vita a livello sociale, come pure la sua piena riappropriazione a livello individuale, potrà avvenire solo allorché cesseremo di aggrapparci ad un’identità sociale.
7. Il rifiuto del collettivismo, della subordinazione dell’individuo al gruppo. Il rifiuto dell’ideologia della responsabilità collettiva (il che non determina il rifiuto di un’analisi sociale o di classe, ma piuttosto la rimozione del giudizio morale che ne deriva ed il rifiuto della pericolosa pratica di biasimare gli individui per le attività compiute nel nome di una categoria sociale, o che a questa sono state attribuite, di cui agli individui è stato detto di fare parte senza che lo abbiano scelto — «ebreo», «zingaro», «uomo», «bianco», ecc.). Il rifiuto dell’idea che chiunque, per «privilegio» o per una supposta appartenenza ad un particolare gruppo di oppressi, debba una solidarietà acritica a qualsiasi lotta o movimento, ed il riconoscimento che una simile concezione costituisce un forte ostacolo in qualsiasi processo rivoluzionario. La creazione di progetti e di attività collettive che servono i bisogni e i desideri degli individui coinvolti, e non viceversa. Il riconoscimento che l’alienazione di fondo imposta dal capitale non è basata su alcuna ideologia iper-individualista, ma semmai proviene dal programma collettivo di produzione imposto, che espropria le nostre capacità creative individuali al fine di realizzare i suoi scopi. Il riconoscimento che la liberazione di ogni singolo individuo, in grado di poter determinare le condizioni della propria esistenza in libera associazione con altri di sua scelta, sia lo scopo primario della rivoluzione.
8. Il rifiuto dell’ideologia, vale a dire il rifiuto di ogni programma, astrazione, ideale o teoria, posto sopra la vita e gli individui come una costruzione da servire e riverire. Quindi il rifiuto di Dio, dello Stato, della Nazione, della Razza, ecc., ma anche dell’Anarchismo, del Primitivismo, del Comunismo, della Libertà, della Ragione, dell’Individuo, ecc. quando questi si trasformino in ideali cui sacrificare se stessi, i propri desideri, le aspirazioni, i sogni. L’uso delle idee, dell’analisi teorica e della capacità di ragionare e pensare astrattamente e criticamente come strumento per la realizzazione dei propri obiettivi, per riappropriarsi della vita ed agire contro tutto ciò che ostacola tale percorso. Il rifiuto delle facili risposte che interdicono ogni tentativo di esaminare la realtà che si affronta, attraverso un’interrogazione ed un’esplorazione teorica continua.

Per come la vedo, questi sono i punti che determinano una rottura reale con la Sinistra. Qualora se ne trascurasse qualcuno — nella teoria o nella pratica —, rimarrebbero in piedi le vestigia della sinistra, la qual cosa costituirebbe un ostacolo al nostro progetto di liberazione. La rottura con la sinistra è basata sulla necessità di liberare la pratica dell’anarchia dai confini della politica; ciò rende di fatto impossibile un’adesione alla destra o a qualunque altra fazione dello spettro politico. Una lotta per la trasformazione della totalità della vita, una lotta per riprenderci ogni singola esistenza in un movimento collettivo per la realizzazione individuale, può solo essere intralciata dai programmi politici, dalle organizzazioni «rivoluzionarie» e dalle costruzioni ideologiche che richiedono il nostro asservimento, perché anch’essi, come lo Stato ed il Capitale, esigono che cediamo loro la nostra vita.
Abbiamo sogni troppo grandi per i ristretti confini degli schemi politici. È tempo di lasciare la sinistra alle nostre spalle e proseguire sulla festosa strada verso l’ignoto dell’insurrezione e della creazione di un’esistenza piena ed appagante.

Wolfi Landstreicher 2002

VIA TASI E IMU? MAGARI! PECCATO CHE RENZI DIMENTICHI DI DIRE CHE IL FISCAL COMPACT E’ ALLE PORTE

Anatocismo: raffica di condanne per le banche

A ciascuno secondo i propri bisogni, da ciascuno secondo le proprie sottomissioni

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Lilith Jaywalking
«Finii il secondo bicchiere, me se servii un terzo. Dalla finestra vedevo il sole tramontare sull’arena; il silenzio cominciava a farsi un po’ imbarazzante. Bene, lui voleva scoprire le carte, e allora anch’io.
“Comunque c’è una condizione… — dissi prudentemente — Una condizione non insignificante”.
Annuì lentamente.
“Secondo lei… secondo lei sono uno che può convertirsi all’islam?”.
Chinò la testa come per sprofondare in intense riflessioni personali; poi, rialzando lo sguardo su di me, rispose: “Sì”.
Dopo un istante, ecco di nuovo il suo grande sorriso luminoso, candido. Era la seconda volta che ne beneficiavo, lo choc fu un po’ meno forte; ma quel sorriso continuava a essere terribilmente efficace. Comunque adesso toccava a lui parlare. Trangugiai una dopo l’altra due focaccine, ormai tiepide. Il sole sparì dietro i gradoni dell’anfiteatro, la notte invase l’arena; era incredibile pensare che lì, duemila anni prima, si fossero davvero svolti combattimenti di gladiatori e belve feroci.
“Lei non è cattolico, cosa che avrebbe potuto costituire un ostacolo…” — riprese lui, sommessamente.
No, infatti; quello proprio no.
“E penso che lei non sia neanche realmente ateo. I veri atei, in fondo, sono rari”.
“Dice? Io invece ero convinto che nel mondo occidentale l’ateismo avesse una diffusione universale”.
“Secondo me soltanto in superficie. Gli unici veri atei che abbia conosciuto erano dei ribelli; anziché limitarsi a constatare freddamente la non-esistenza di Dio, quell’esistenza la rifiutavano, alla maniera di Bakunin: ‘E anche se Dio esistesse, bisognerebbe disfarsene…’ insomma erano degli atei alla Kirilov; rifiutavano Dio perché al suo posto volevano mettere l’uomo, erano umanisti, avevano un alto concetto della libertà umana, della dignità umana. Immagino che non si riconosca neanche in questo ritratto, vero?”.
No, infatti, neanche in quello; già solo la parola umanesimo mi metteva una leggera voglia di vomitare, ma forse erano le focaccine, avevo esagerato pure con quelle; presi un altro bicchiere di Meursault per farmela passare».
(Michel Houellebecq, Sottomissione)

QUANTI MILIONI DI DISOCCUPATI, STAVOLTA?

SEGNALI DI RIPRESA… SUICIDI E CRISI: LA TRAGEDIA CONTINUA?

Possiamo protestare, o serve il permesso?

Sorgente: Possiamo protestare, o serve il permesso?

SALVACONDOTTO RENZIANO

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(Foto: Salvacondotto del Comando Supremo Alleato del Mediterraneo, Anno di riferimento: 1944)

Travaglio apprezza molti punti dell’intervento di Renzi al Meeting CL, la sua presa di distanza ed il discorso di umanità da non confondere con il buonismo ” degli imprenditori della paura “, poi arriva a chiedergli cosa fare …..
Proprio da il FQ, che si scaglio’ contro il movimento per promuovere l’abolizione del reato di clandestinità, provocando una sollevazione interna sorretta da parlamentari supercazzolisti, che portarono poi al portale che sancì la linea dei due contro quella di certa rete e blog.

Il cavaliere dei buonisti Travaglio e direttore del FQ, riesce poi a chiedere a Renzi cosa vorrebbe fare.

Tutte le volte che l’ M5S ha provato a prendere un punto di vista pragmatico e da potenziale forza di governo, ( almeno con dei post timidi e nulla piu’ ), si è sentito attaccare ed etichettare come ciano Tinazzi o Farinacci…
Troppo facile Travaglio.
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Poi una difesa della sostanza e legittima campagna dell’ antiberlusconismo che avrebbe portato, secondo Travaglio, a rischi enormi per il paese se non bloccato.
Anche questa una balla spaziale, perchè da un punto di vista costituzionale e reale Renzi ha superato in poco tempo Berlusconi, messo fuori da una “severino ad personam” , inefficace invece per altri.
Renzi, a parte di averci continuato ad uccidere di tasse, è riuscito in imprese che il “nano” non ha fatto governando e comunque non avrebbe potuto fare senza la complicità sindacale e istituzionale , nonchè convivenza con una certa giustizia:
a) La peggiore riforma della scuola mai vista.
b) Legge elettorale incostituzionale che si lega ad una distruzione del senato incostituzionale.
c) Riforme fatiscenti o “annuncite” espansa.
d) Lottizzazione della RAI senza editti bulgari, lui si è limitato ad averne il controllo.
Ora, faccia di tolla, annuncia l’abolizione dell’ IMU, cavallo di battaglia di Berlusconi e Lega.

Una novità epocale , ma per Renzi lo spread è amico….
Poi, a fronte di questo, è capace di infilare l’aumento dell’ IVA e dare un’altra mazzata alle imprese / commercio
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Travaglio conclude poi che il premier controllerà tutto, quasi contraddicendo la premessa iniziale….
E si scopre che Renzi, con quella faccia da babbeo….è molto più pericoloso di Berlusconi….
Ma Renzi gode di un salvacondotto di potere 

Se per Berlusconi si mossero contro tutte le forze e mobilitazioni sindacali …nonchè un milione di persone in piazza ( NO B Day), Renzi ne è immune….chissà perchè …
Forse sostenuto da cordata economica amica?

Tinazzi

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Travaglio. I pro e gli anti

Non tutto il discorso di Matteo Renzi ieri al Meeting di Cielle è da buttar via. Intanto non ha fatto il ruffiano, come di solito fanno tutti i politici che vanno lì in passerella a caccia di voti e, appena varcano i cancelli della Fiera di Rimini, si travestono da ciellini, devoti di don Giussani, fan sfegatati della “sussidiarietà” e delle altre fisime della compagnia. Anzi, ha fatto sapere alla folla plaudente di aver poco a che spartire con quel mondo (“abbiamo idee opposte su molte cose”) e di non amare l’applausite che in 25 anni di Meeting ha garantito standing ovation a chiunque – tutti e il contrario di tutti – passasse da quel palco. Ha detto anche cose apprezzabili nei contenuti. Per esempio quando se l’è presa con gli “imprenditori della paura” che soffiano sul fuoco del malcontento da immigrazione per qualche voto in più, e s’è detto disposto anche a perdere voti pur di continuare a “salvare vite” in nome dei valori di “umanità”, che non vanno confusi con il “buonismo”. Se avesse anche aggiunto come intende affrontare in concreto la piaga della clandestinità (magari con una legge più seria della Bossi-Fini, che penalizza i lavoratori e agevola i criminali) e soprattutto rafforzare le strutture dello Stato (forze dell’ordine in primis) per gestire al meglio un fenomeno di proporzioni bibliche, al di là delle consuete giaculatorie sull’Europa (il miglior modo di buttare la palla in tribuna), sarebbe stato perfetto: ma la perfezione non è di questo mondo, tantomeno di questo governo.

La retorica sull’Italia che ha “ripreso a correre”, ovviamente da quando c’è lui, fa parte del gioco: la propaganda è l’unica tassa che si paga regolarmente in Italia. C’è però un passaggio del discorso di Renzi che in apparenza riguarda il passato e invece investe il futuro: il giudizio sul ventennio 1994-2014, quello dominato da Berlusconi e dal berlusconismo di destra e di sinistra. Renzi ne parla al passato, come se fosse una parentesi definitivamente chiusa. E questo è il primo errore: B. è – almeno politicamente – un rottame, ma il berlusconismo è vivo e vegeto. Quasi tutte le riforme di Renzi sono copiate pari pari dai programmi di B. e, senza il Patto del Nazareno con B., probabilmente non ne sarebbe passata nemmeno una: né il Jobs Act, né la cosiddetta Buona Scuola, né la nuova legge elettorale per la Camera (Italicum), né la riforma costituzionale del Senato che sta per tornare a Palazzo Madama per la terza delle quattro letture previste.

E senza Verdini e i suoi voltagabbana, il suo governo rischia lo sfratto. Il secondo e più grave errore però è un altro: dire che “la Seconda Repubblica è stata una rissa ideologica permanente che ha impantanato l’Italia in discussioni sterili mentre il mondo correva. Il berlusconismo e per alcuni aspetti l’antiberlusconismo hanno messo il tasto pausa al ventennio italiano, impedendoci di correre”. Eh no. Troppo comodo, troppo furbo, troppo paraculo: berlusconismo e antiberlusconismo sono due cose opposte ed è il momento che il presidente del Consiglio e segretario del Pd dica non solo ai suoi elettori, ma a tutti gli italiani e anche all’Europa, che cosa pensa di Silvio Berlusconi e di ciò che ha fatto in questi vent’anni. La sua opinione sui dirigenti del centrosinistra Renzi l’ha ripetuta in tutte le salse, specie quando voleva prenderne il posto all’insegna della rottamazione (salvo poi riciclare le vecchie muffe, a parte le poche che non sono corse a baciare la sacra pantofola). Ma di B., che ci dice di B.?

Se lo ritiene un normale leader di centrodestra, da giudicare serenamente sul piano storico con i suoi pro e i suoi contro, come Kohl, Chirac, Sarkozy, Thatcher ecc, è un conto. Se invece pensa che sia stato un male per l’Italia, anzi il peggiore dei mali della storia repubblicana, è un altro conto. Che cos’ha da dire Renzi su chi ha cacciato dalla tv pubblica Biagi, Santoro e Luttazzi e con loro pezzi interi di società, di realtà e di verità, ha fatto destituire direttori di giornale a lui sgraditi, ha inquinato la vita pubblica con le sue pratiche corruttive e le sue amicizie piduiste e mafiose, ha spudoratamente favorito gli interessi delle sue aziende a scapito della concorrenza e del pluralismo, ha approvato decine di leggi su misura per i suoi interessi e i suoi processi, ha devastato la giustizia e l’etica pubblica praticando, predicando e santificando l’illegalità di massa, ha screditato la magistratura, la libera stampa, la Consulta e infine la stessa Costituzione, cancellando dal sentire comune l’idea stessa che il potere debba essere controllato e arginato da contropoteri indipendenti, picconando i fondamenti della democrazia liberale e dello Stato di diritto? Se tutto ciò è accaduto, e sventuratamente è accaduto, come può Renzi mettere sullo stesso piano il berlusconismo e il suo contrario, cioè le poche voci che si sono levate nel deserto, anche con qualche rischio personale, per contrastare quello tsunami di merda?

Renzi dovrebbe domandarsi quanto sarebbe durato e fin dove si sarebbe spinto il berlusconismo, se non avesse incontrato ostacoli fuori dal sistema dei partiti, nella società civile. E poi ringraziare chi aveva capito tutto fin dall’inizio e messo in guardia gli italiani, mentre lui sedeva sulle ginocchia di Verdini, o vinceva milioni alla Ruota della Fortuna, o andava in gita premio ad Arcore. Se non vuole ringraziare i vivi, s’inchini almeno a chi non c’è più: Montanelli, Biagi, Bocca, Rinaldi, Sechi, Federico Orlando, Bobbio, Galante Garrone, Sylos Labini, Tabucchi, Luzi, Scalfaro, Monicelli, Franca Rame. Questi sono i volti dell’antiberlusconismo: il meglio della cultura liberaldemocratica, liberalcattolica, liberalsocialista e progressista, ovviamente estranea alle greppie dei partiti che col berlusconismo hanno sempre banchettato e fatto a mezzo. Equipararla al berlusconismo è come dire che fra il 1943 e il ’45 l’Italia fu paralizzata da una noiosa e sterile rissa ideologica tra i fascisti che volevano trasformare l’Italia in una dependance del Terzo Reich e gli antifascisti che lottavano per farne una democrazia, impedendoci di correre (al passo dell’oca, s’intende).

Si dirà: ma l’antifascismo nel Dopoguerra imbarcò orde di fascisti convertiti in articulo mortis (di Mussolini, però) e diventò per molti una lucrosa professione e un comodo ufficio di collocamento. Verissimo: l’antiberlusconismo, invece, nemmeno quello. Gli antiberlusconiani non hanno tratto alcun vantaggio neppure dopo la caduta di B. Nessuno di essi ha ottenuto incarichi o prebende dai governi succeduti a B. I quali, anzi, han continuato a ingrassare B. e i suoi cari (da Alfano e Verdini, per non parlare della “nuova” Rai), lasciando gli antiberlusconiani là dov’erano confinati: ai margini, nel ghetto, a espiare la grave colpa di aver avuto ragione.

Ps. Dopo l’equazione berlusconismo-antiberlusconismo, Renzi si è prodotto in un’imbarazzante difesa della schiforma del Senato: la boiata che lo trasforma in un dopolavoro per consiglieri regionali, perlopiù inquisiti e dunque immuni, scelti dalle Regioni anziché eletti dai cittadini. “Dicono – ha sproloquiato il premier – che se non c’è l’elezione diretta del Senato è a rischio la democrazia. Ma non è che devi votare tante volte, quello è il Telegatto”. Per la verità, con il combinato disposto Italicum-nuovo Senato, sarà del tutto inutile votare: le elezioni saranno finte per i deputati (per due terzi nominati dai partiti come capilista bloccati) e abolite per i senatori (tutti cooptati dai consigli regionali). E il premier controllerà tutto: Parlamento, governo, Quirinale, Corte costituzionale, Rai e Csm, cioè magistratura, realizzando un sogno (anzi un incubo) che forse nemmeno B. aveva osato accarezzare. Per questo Renzi non può condannare il berlusconismo: non è mica un cannibale.

Marco Travaglio FQ 26 agosto 2015