Archivio mensile:settembre 2015

Addio alla neutralità

2dc6050708a53ae9e39a84ebce1ea12da798b906_m

( Articolo Condiviso )

Un altro mito se ne va, quello della neutralità svizzera.
Il paese famoso nel mondo per il suo rifiuto della guerra – da sempre paradiso di disertori e pacifisti – ha deciso, tramite i suoi governanti, di organizzare l’esercitazione militare detta Conext 15,  che consiste nell’ addestrare l’esercito a ristabilire la sicurezza in caso di invasione alle frontiere.
Invasione, va da sé, non di turisti o di capitali stranieri, quanto di straccioni in fuga dall’orrore.
Il governo che in passato rimase immobile davanti al dilagare del nazismo – anzi, che perfino secondo Jean Ziegler (deputato socialista al parlamento federale) «…ha fornicato coi nazisti. I suoi banchieri, come certe puttane che bazzicano i bordelli e pretendono di farci credere che sono vergini, per cinquant’anni hanno raccontato un sacco di balle» – ha pensato bene di riscattarsi dichiarando guerra nel presente agli immigrati.
Ma l’addio ufficiale alla neutralità non è avvenuto a senso unico.
Già lo scorso 18 settembre a Basilea una manifestazione contro le esercitazioni militari era terminata in maniera non propriamente tranquilla: quattro poliziotti feriti, diversi edifici finiti nella traiettoria di pietre, biglie, bottiglie.
Le forze dell’ordine hanno sparato proiettili di gomma e usato gas lacrimogeni, il che non ha impedito ad alcune delle loro vetture di finire danneggiate.
Qualche fermo fra i manifestanti.
E, se l’esercitazione si è conclusa lo scorso 25 settembre, la rabbia invece no. Così, all’alba di domenica 27, qualcuno ha dato fuoco a nove veicoli militari presenti in una base dell’esercito a Hinwil, nei pressi di Zurigo.
Chi si prepara alla guerra si scordi di essere lasciato in pace.

WASHINGTON POST: L’INTERVENTO RUSSO IN SIRIA MANDA ALL’ARIA I PIANI AMERICANI

2846-604x345

( Articolo Condiviso )

Il Washington Post riconosce candidamente che gli USA stavano conducendo dei “piani” in Siria, e che il recente intervento della Russia li sta impietosamente mandando all’aria. I piani USA erano piuttosto chiari: rovesciare uno degli ultimi regimi laici del Medio Oriente, quello di Assad, supportando direttamente gruppi armati ribelli (e alimentando un conflitto che ha dilaniato la Siria per anni e causato un esodo di rifugiati senza precedenti). I piani russi sembrano ora altrettanto chiari: impedire questo rovesciamento, opponendosi a ISIS, ribelli, e agli stessi USA. Dopo un trentennio la Russia sta recuperando il suo ruolo di grande potenza geopolitica.

di Liz Sly, 26 settembre 2015

BEIRUT — Il crescente intervento militare russo in Siria potrebbe potenzialmente rovesciare le sorti del conflitto siriano in favore del Presidente Bashar Al-Assad, mandando per aria il piano americano di una sua cacciata, e segnando una nuova fase del conflitto che dura ormai da quattro anni.

È difficile capire esattamente cosa intenda fare la Russia col suo crescente dispiegamento di truppe, carri armati e aerei da guerra in una zona nevralgica della Siria, sulla costa nord, dove si trova la famiglia di Assad. Così dicono i funzionari militari degli USA, che riferiscono di non essere stati consultati in merito alle mosse militari della Russia e di essere stati presi alla sprovvista da questo intervento.

Ad ogni modo, l’attività russa ha già mandato per aria tre anni di piani americani in Siria, scombinando tutti i calcoli e i progetti su come sarebbe andato a finire il conflitto, progetti che non sono andati a compimento e probabilmente non ci andranno mai.

Primo tra tutti l’aspettativa, espressa molto spesso dai funzionari dell’amministrazione Obama, che tanto l’Iran quanto la Russia si sarebbero stancati di sostenere un regime siriano sotto assedio, e sarebbero giunti alla stessa conclusione degli americani, e cioè che Assad deve essere detronizzato in vista di una negoziazione sulla transizione del potere in Siria. Il buon esito dei negoziati sul disarmo nucleare condotti con l’Iran in luglio avevano ulteriormente sollevato delle speranze sul fatto che Washington e Teheran si sarebbero infine trovati d’accordo sul caso siriano.

RussianActivitySyria

E invece sono arrivati centinaia di soldati russi, potenti jet da combattimento e mezzi blindati in una base aerea recentemente ampliata nella provincia di Latakia, il che sembra essere il segnale di una convergenza di interessi tra Mosca e Tehran a supporto di Assad.

Questo intervento ha dato un fondamentale impulso al regime siriano, in un momento i cui i lealisti del governo stavano perdendo terreno sotto i colpi dei ribelli, ed è stato salutato con favore, oltre che dalla Siria, dall’Iran e dai loro alleati.

Gli americani pensavano che i negoziati con l’Iran potessero includere un accordo sulla Siria, ma la questione non è ancora risolta“, ha detto Hasan Nasrallah, leader della milizia Hezbollah del Libano, e capo dei combattenti che sono stati fondamentali che garantire la permanenza di Assad al potere, durante un’intervista televisiva lo scorso venerdì. “I negoziati riguardavano solo la questione nucleare.”

I nuovi e potenti armamenti introdotti sulla scena dai Russi offriranno un vantaggio qualitativo importante alle forze governative di Assad, ormai esauste, vanificando almeno per il momento le possibilità di un suo crollo imminente, secondo Chris Harmer dell’istituto Study of War, con sede a Washington.

Questo prolunga per un tempo indefinito le possibilità di sopravvivenza di Assad“, ha detto. “Fino a che potrà contare sul supporto di Iran e Russia, potrà sopravvivere.”

L’intervento rischia anche di prolungare, intensificare e forse espandere la guerra, se, come viene ampiamente ritenuto, le forze russe utilizzeranno la loro potenza di fuoco non contro lo Stato Islamico, ma contro i ribelli che stanno cercando di rovesciare Assad, alcuni dei quali sono appoggiati dagli Stati Uniti.
I funzionari russi hanno descritto il loro dispiegamento di truppe come parte di un nuovo sforzo bellico contro lo Stato Islamico, nel contesto di un sempre crescente dubbio sull’efficacia della vacillante strategia adottata dall’amministrazione Obama. I piani statunitensi di addestrare ed equipaggiare una forza bellica siriana per combattere i gruppi estremisti si sono rivelati un fallimento imbarazzante. La campagna di bombardamenti aerei che dura già da un anno, dal canto suo, non ha avuto alcun impatto evidente sul controllo che lo Stato Islamico ha sui territori siriani.

Il Presidente russo Vladimir Putin ha proposto di costituire una coalizione internazionale per combattere gli estremisti, coalizione che dovrebbe includere Iran e Siria, e sarebbe presumibilmente guidata dalla Russia, e accompagnata da trattative di pace che si terrebbero a Mosca, e nelle quali Assad giocherebbe un ruolo chiave. Le proposte, che Putin potrebbe sviluppare questo lunedì durante un discorso rivolto alle Nazioni Unite, nonché durante i colloqui col Presidente Obama, fanno pensare che ci potrebbero essere due grandi coalizioni rivali a combattere lo Stato Islamico, e due trattative per la pace rivali e contraddittorie.

Il viceministro degli esteri iraniano agli affari arabi e africani, Hossein Amir-Abdollahian, parlando dopo gli incontri con i funzionari russi a Mosca, questo martedì, ha lasciato pochi dubbi sulle intenzioni dell’Iran.

Iran e Russia sono interlocutori importanti per le trattative di pace che riguardano la crisi in Siria“, ha detto, aggiungendo che “Bashar Al-Assad, il legittimo presidente del paese, dovrebbe prendere parte alle trattative sul futuro politico della Siria“.

Non è chiaro fino a che punto gli interessi russi e iraniani coincidano.

Fino a che non è diventato evidente che la Russia stava dispiegando truppe militari, ad agosto, l’Iran era stato l’unica potenza estera effettivamente influente in Siria. La Russia ha sempre fornito armi ed equipaggiamenti all’esercito siriano durante la guerra, ma è stato l’Iran ad intervenire con il denaro e gli uomini necessari per contrastare la ribellione. Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie dell’Iran ha inviato uomini a combattere e dare consiglio a fianco delle truppe siriane, nonché milizie sciite sostenute e finanziate dall’Iran, in particolare ha inviato militanti di Hezbollah, che si sono rivelati fondamentali per permettere ad Assad di mantenere il controllo sulla capitale, Damasco.

Il recente dispiegamento di forze russe è stato preceduto da una serie di visite di funzionari iraniani a Mosca, tra cui una, in luglio, da parte del generale maggiore Qasem Soleimani, comandante della potente Quds Force, che fa parte del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie. Ciò suggerisce che il dispiegamento di forze sia stato concordato con l’Iran.

In ogni caso l’intervento russo mette in discussione l’influenza dell’Iran in Siria, nella stessa misura in cui sfida il ruolo relativamente limitato giocato dagli Stati Uniti, dice Marc Pierini, di Carnegie Europe.

La Russia sta anche dando un segnale all’Iran“, ha detto. “Il dispiegamento di forze russo in Siria è un modo per controbilanciare l’influenza iraniana“.

L’Iran non ha dato il suo supporto alla coalizione russa, e durante la riunione delle Nazioni Unite di venerdì, il presidente iraniano Hassan Rouhani sembra aver escluso che lo farà. “Non vedo un’intesa tra Iran e Russia per combattere il terrorismo in Siria“, ha detto Rouhani a un gruppo di giornalisti.

L’Iran potrebbe, comunque, lasciare spazio all’intervento russo più o meno per la stessa ragione per la quale gli Stati Uniti speravano che Tehran si sarebbe messo contro Assad — perché il sostegno al regime siriano è diventata una dispendiosa fatica, secondo Kamel Wazne, analista politico di Beirut vicino alle posizioni iraniane.

I russi stanno dicendo a Iran ed Hezbollah, ‘Siamo noi a decidere in questa regione del mondo’ ?” si è chiesto. “L’Iran ed Hezbollah accoglieranno con favore l’iniziativa, perché la guerra in Siria li ha prosciugati“.

C’è stato un gran numero di perdite tra i militanti di Hezbollah in Siria, e non se ne vede la fine“, ha aggiunto. “Se hai un mal di testa e arriva qualcuno a dirti che se lo vuole prendere, tu dici solo ‘ok, puoi tenertelo‘”.

Quanto di questo mal di testa la Russia abbia voglia di prendersi togliendolo alle estenuate forze lealiste, è ancora da vedere, dicono gli analisti militari. Sia la Russia che la Siria negano che le truppe russe stiano partecipanti in missioni di terra, sebbene i funzionari di entrambi i paesi non abbiano escluso che lo potrebbero fare.

Ad ogni modo il dispiegamento di forze sta continuando, con mezzi aerei ed equipaggiamenti che stanno arrivando di giorno in giorno, secondo i funzionari statunitensi e le immagini via satellite. Le immagini recentemente ottenute da IHS Jane’s, società di consulenza per la difesa, mostrano che la Russia sta espandendo la propria presenza in due nuovi siti a nord dell’aeroporto di Latakia, e sta costruendo nuovi edifici e tende dello stesso tipo di quelle usate dalle unità militari russe.

Il portavoce del Dipartimento di Stato, John Kirby, la scorsa settimana ha detto che l’intervento sarà bene accolto se la Russia ha intenzione di giocare “un ruolo costruttivo” contro lo Stato Islamico, ma non se il suo obiettivo è quello di dare un appoggio ad Assad, “perché è stato il regime di Assad ad essere un magnete dei terroristi all’interno della Siria“.

La maggior parte degli analisti dubita che l’impegno russo in Siria diventerà così profondo e invadente come quello in Afghanistan degli anni ’80, quando le truppe russe finirono impantanate in una sanguinosa guerra di logoramento contro i ribelli afghani sostenuti dagli Stati Uniti [i mujaheddin, che in seguito avrebbero costituito i gruppi talebani, NdT], che attirarono combattenti jihadisti da tutto il mondo.

Ma quasi qualsiasi combattimento nel quale i russi possano essere coinvolti, li porterebbe in conflitto tanto con i ribelli anti-Assad quanto con lo Stato Islamico, che si trova a centinaia di miglia a est delle basi navali russe.

I russi combatteranno contro chiunque si ponga contro Assad“, ha detto Wazne, l’analista di Beirut. “Non vedono alcuna differenza tra l’opposizione e gli estremisti“.

Se questo intervento sarà efficace per far finire la guerra è un’altra questione, dice. “Se non c’è una soluzione politica, il conflitto si trascinerà per un tempo molto lungo. Ma i termini del conflitto saranno chiari, e Assad verrà protetto dai russi“.

Putin e Obama all’Onu divisi sulla Siria

Notiziario Estero

La 70/a Assemblea Generale dell’Onu a New York è iniziata con uno scontro a distanza tra Putin e Obama e un attacco del segretario generale dell’Onu che ha accusato il Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite di aver spianato il terreno alla crisi politica siriana.

Barack Obama e Vladimir Putin si sono stretti la mano al pranzo per i capi di Stato tradizionalmente offerto in apertura dell’Assemblea Generale Onu e hanno anche fatto il brindisi, secondo quanto riporta l’Ansa.

Barack Obama- Il presidente Usa, Barack Obama, nel suo intervento ha ricordato che “dopo la seconda guerra mondiale le Nazioni Unite hanno lavorato con gli Usa per prevenire una terza guerra. Ma correnti pericolose rischiano di spingerci verso il buio. C’e’ stato progresso, ma il lavoro non è finito. Sono alla guida delle maggiori forze armate al mondo – ha ricordato il presidente Usa – e non esiterò mai a proteggere…

View original post 553 altre parole

Londra: Corbyn ‘il rosso’ già rincula?

corbyn

( Articolo Condiviso )

La annuale conferenza del Partito Laburista (tenutasi quest’anno a Brighton, nel sud dell’Inghilterra) rivela interessanti dettagli rispetto a quelle che potranno essere i nuovi equilibri interni all’organizzazione ora guidata da Jeremy Corbyn.
Il neo-leader, eletto su una piattaforma radicalmente alternativa alle politiche neo-liberiste portate avanti dal partito negli ultimi decenni, dovrà sudare non poco per tenere il controllo di una compagine assai riluttante verso ogni minimo spostamento a sinistra.
Appaiono, dunque, inevitabili, nella sua condizione, i primi cedimenti alla real-politik, sull’altare della ragion di partito. Nonostante le posizioni marcatamente pacifiste di Corbyn, é di Domenica l’annuncio della libertà di coscienza concessa al gruppo laburista in occasione della votazione parlamentare sulla partecipazione ai raid aerei guidati dagli USA in Siria. Nel suo discorso, Corbyn si è limitato ad enunciare le proprie perplessità sugli “ulteriori coinvolgimenti occidentali” nella crisi siriana, senza però forzare la mano.
Al tempo stesso, va in soffitta anche il piano di avviare, a livello di partito, una campagna contro il contestato programma nucleare Trident. Posta in votazione, la proposta di aprire un dibattito sul programma ha ricevuto il supporto solo del 7.1% dei membri del partito e di un insignificante 0.16% dei membri affiliati (cioé coloro i quali partecipano alla conferenza in rappresentanza delle trade unions legate al Labour). A sconfiggre, miseramente, la nuova leadership laburista in questa votazione, uno strana alleanza tra blairisti e centrali sindacali (in prima fila UNITE e GMB, già protagoniste dell’elezione a leader di Corbyn), preoccupate, in questo caso, più di salvaguardare i posti di lavoro dei propri affiliati nell’industria nucleare che di altre considerazioni.
Sul fronte dell’economia, John McDonnell, il ministro-ombra delle finanze, fornisce altri elementi di preoccupazione per quanti avevano guardato con simpatia all’ascesa del deputato di Islington North: arriva la promessa che il Labour condivide gli obiettivi di riduzione del debito pubblico delineati dal cancelliere, il conservatore George Osborne; diversa la strategia che un ipotetico governo a guida laburista perseguirebbe (le poche indicazioni fornite parlano di un ritorno a forme di tassazione piu’ progressive in luogo dei massicci tagli alla spesa pubblica previsti dai Tories). In ogni caso, un ritorno alla realtà, dopo i proclami di “quantitative easing popolare” lanciati da Corbyn durante la campagna per la leadership.
I propositi radicali, per ora, sembrano dunque relegati alle interviste, per Corbyn, apparso in buona forma domenica all’Andrew Marr Show sulla BBC in una conversazione in cui ha avuto modo di ribadire le proprie istanze pacifiste ed anti-austerità. Tuttavia, come dimostrano questi primi accadimenti, il governo della complessa macchina politica e burocratica del Labour é altra cosa.
Sembrano riuscire appieno, dunque, i tentativi di depotenziamento del programma di Corbyn in tema di politica estera, messi massicciamente in atto dall’establishement trasversale a tutti i partiti per evitare che si crei un’opinione pubblica sfavorevole all’interventismo militare in Siria e altrove; tuttavia, in questo caso è da sottolineare che la componente che avrebbe dovuto sostenere il programma radicale di Corbyn gli ha messo i bastoni tra le ruote.
La posizione dei sindacati britannici a favore della difesa e l’espansione delle produzioni di materiale e infrastrutture belliche richieste dal programma nucleare Trident, dimostra la natura meramente difensiva del processo politico che ha portato all’elezione di Corbyn (ma lo stesso potrebbe valere, in maniera ancora più accentuata, riguardo le ultime elezioni greche): ovvero, siamo in presenza di una classe operaia che, stremata da anni di sconfitte, tende a voler mantenere i residui benefici materiali accumulati e nulla più; in ciò, ovviamente, ha la sua influenza anche un fattore ideologico importante: in quanto classe operaia occidentale, quella britannica (e nello specifico si parla di uno strato che ha contribuito ad un’elezione vincente su un programma non moderato) si sente ancora privilegiata e non vede alternative plausibili alle compatibilità date, per cui l’unico obiettivo può essere quello di smussarne gli angoli più spigolosi.
In questo quadro, ovviamente, si conferma la necessità non di accodarsi al livello attuale di coscienza dei lavoratori, bensì di indicare e praticare un orizzonte alternativo per poter imporre un’egemonia alternativa.

August Reinsdorf e l’attentato del Niederwald

39165b127c3aa0759cf47ae6e2b8dc7cb71a1aef_m

( Articolo Condiviso )

A chi scenda il Reno da Mayenza a Colonia appare, non appena superato Bingen, ad un gomito brusco del fiume, lassù in alto, torreggiante sulle scure macchie del Niederwald e sulle vigne dorate del Rudescheim, la statua colossale della Germania, il monumento che or sono venticinque anni i tedeschi innalzarono alla patria unificata nei cuori e nelle vittorie.
L’avevano inaugurata il 28 settembre del 1883 ed a memoria di ogni buon tedesco nessuna solennità era stata celebrata mai per lo avanti con tanta pompa e tanto splendore.
Vi assistevano l’imperatore Guglielmo coi principi e la famiglia, il re di Sassonia colla famiglia reale, quasi tutti i principi, i granduchi, i grandi elettori della Confederazione, Bismark e Moltke, i taumaturghi delle ultime vittorie, tutti i grandi dignitari dello Stato ed una folla straordinaria di cittadini convenuti da ogni più remoto lembo della patria in festa.
Venticinque anni fa…
Ai giovani la data non dice nulla; ma i vecchi, coloro almeno che un quarto di secolo addietro erano già afferrati e travolti dal turbine delle idee nuove, tra le ceneri dell’ultima rivoluzione politica frugavano e cercavano una favilla per riaccendere la face di una più vasta e più profonda rivoluzione che alle plebi, eternamente tradite, annunziasse più alto e più umano diritto, il diritto al pane ed
alla libertà, i vecchi non ricalcano senza fremere, a ritroso di questi venticinque anni, il solco della memoria.
Imperversava allora in Germania, su tutta la Germania, quel ciclone di reazione furiosa e selvaggia che iniziatosi il 24 febbraio 1878, all’indomani quasi dell’attentato di Nobiling, non doveva chiudersi che il 20 febbraio 1890 colla
caduta di Bismark. Dodici anni di leggi eccezionali, dodici anni di piccoli e di grandi stati d’assedio periodici, dodici anni di regime statale, di dittatura della polizia la quale, nella sospensione di tutte le guarentigie costituzionali, faceva strame di ogni più elementare diritto dei cittadini.
La libertà di pensiero di parola di stampa, di riunione, di associazione, confiscata con un bando dei prefetti di polizia, mille trecento giornali furono soppressi, trecentotrentadue organizzazioni operaie disciolte, novecento cittadini cacciati in bando, millecinquecento condannati complessivamente a parecchie migliaia di anni di carcere duro.
I processi di crimenlese sollecitati dalle segrete circolari del Leonhart, ministro per la grazia e giustizia, ed impudentemente architettati dalla sbirraglia onnipotente, erano all’ordine del giorno: il tribunale di Berlino nella sola giornata dell’8 giugno 1878 condannò a ventidue anni di carcere per la lesa maestà sette lavoratori accusati di aver mormorato che «se l’imperatore era stato ferito aveva dopo tutto i mezzi di curarsi e di guarire». Per lo stesso reato una donna di Brandeburg su l’Avel aveva buscato, sempre per lesa maestà, un anno e mezzo di lavori forzati.
Era il regno della delazione, del sospetto, della paura.
E lo spettacolo era tanto più triste che la social-democrazia pur già vigorosa e
solidamente organizzata aveva ceduto al primo impeto ed aveva, malgrado le energiche proteste e l’indomito esempio di Johann Most, abbassato ed ripiegato subito la sua bandiera.
«Compagni! non lasciatevi provocare! Si vuol tirare su di voi. La reazione ha bisogno di disordini per vincer la partita» (1) scriveva il Vorwarts; «nessuna violenza, state nella legge per la difesa dei vostri diritti! State tranquilli, non abboccate alle provocazioni; è sotto la nostra legalità che soccomberanno i nostri nemici» raccomandava il Comitato Centrale del partito, mentre l’organo ufficiale della Social-democrazia prendeva sopra di sé «il grave ed amaro compito» di scrivere conformemente alle prescrizioni della legge (2).
Non tutti cedettero però alla paura, non tutti disarmarono in omaggio alle castrate sobbillazioni dei berrettoni social-democratici, dei quali taluno come il Geib e l’Hartmann si ritiravano vigliaccamente in faccia al nemico, mentre il famoso Comitato Centrale Elettorale di Amburgo si squagliava ora che, sotto la raffica, l’energia ed il coraggio dovevano tradursi in forme meno innocue e meno anodine che non quella del suffragio.
Attorno a Johann Most, appena uscito di carcere e cacciato in bando, intorno alla
sua Freiheit che flagellava per una parte ferocemente i manigoldi della reazione
e rampognava per l’altra senza riguardi ai suoi compagni social-democratici la loro sconcia e svergognata remissione, era un manipolo di gagliardi pronti ad ogni
sbaraglio.
Era di quel manipolo August Reinsdorf che aveva concepito — e tradotto in realtà fin dove le forze gli avevano consentito — il pensiero di far saltare in aria il 28 settembre 1883 l’Imperatore Guglielmo, il Re di Sassonia colle rispettive famiglie imperiali e reali, i principi, i granduchi, i grandi elettori della Confederazione, Bismack e Molthe e i grandi dignitari — gli artefici e gli araldi del regime d’eccezione che della Germania appena risorta avevano fatto in breve giro d’anni un sepolcro od una galera.
Ah, voleva quel pugno di parassiti abolire le conquiste dell’ultima rivoluzione politica, fermare il sole sul suo bieco disegno, e scompigliare, sgominate dal suo terrore, le minoranze ribelli a questa utopia di medievale restaurazione?
Ah, le leggi ed il regime d’eccezione inaugurato il 24 ottobre 1878 dovevano
persuadere alla vecchia Europa che sotto il pugno di ferro del gran cancelliere sarebbero nell’ultima colvulsione spirate le eresie selvaggie che fermentate nel grembo insolente dell’Internazionale minacciavano ora contendere ai Semidei il pane, la gloria ed il sole?
Ebbene egli, egli solo, troncherebbe di un colpo all’idra della reazione tutte le
sue teste.
E poiché dalla trama bieca degli agguati legislativi e dalla ferocia selvaggia della loro polizia criminale e dalla cannibalesca persecuzione — che negli strati più
umili del popolo abbrunava di lutti, di dolori, di lacrime, di sciagurati presagi i
tuguri, gli animi e l’avvenire — si ripromettevano i semidei la confusione, lo sbaraglio delle idee nuove e del movimento in cui si incarnavano, — egli, egli solo, avrebbe tra le scure macchie del Niederwald offerto alla Libertà vilipesa, così immane olocausto che di più grande, di più tragico non osò sognarne mai la druidica leggenda; mostrando ai fiacchi che non si propiziano tra le genuflessioni le aurore della riscossa; riaccendendo nello scompiglio universale l’audacia, il coraggio, la fede dei forti, sfidando tra gli schianti della sua terribile vendetta
l’olimpo dei semidei a spegnere la fiaccola della civiltà nelle mani di una minoranza temeraria che abbia la piena coscienza della propria forza e del proprio
destino.
Egli solo, il 28 settembre 1883…
Ed egli sarebbe bastato alla bisogna se questa si fosse potuta assolvere col suo
solo coraggio, la sua sola volontà, la sua sola fermezza.
Disgraziatamente egli era molto malato. La tubercolosi gli rodeva la laringe, gli insidiava tutto l’organismo. La vita era confinata nella volontà e nello sguardo. Pure in quello stato, sotto la pioggia che scrosciava nell’autunno precoce, pochi giorni prima che si facesse la solenne inaugurazione della statua della Germania, egli andò lassù solo, carico di oltre settanta cartucce di dinamite e di quanto poteva occorrere per preparare una buona mina.
Esplorò ogni più riposto angolo della spianata su cui si dovevano erigere le tribune imperiali e quelle del pubblico, ed un sogghigno infernale gli contrasse le labbra, gli accese le pupille quando s’accorse che al piede della scarpata su cui doveva erigersi, in faccia al monumento, la tribuna imperiale, sboccava la tubatura di un canale di scarico.
Riprese, fremente di gioia, la via del ritorno: «per di là inosservata, insospettata sarebbe passata la folgore vendicatrice!».
Non poteva mancare!
Mancò!
August Reinsdorf tornò a casa inzuppato fracido, febbricitante, con una tosse che gli rompeva il petto e per soprassello con una lussazione al piede destro. Dovette rimanere a letto tutto il domani, farsi trasportare il dopo domani all’ospedale…
Ma al suo proposito non aveva rinunciato anche se l’impossibilità di muoversi gli toglieva l’orgoglio di tradurlo in pratica da solo.
Mandò allora a cercare due compagni, Käckler e Rupsch, a cui confidò il suo piano, il deposito delle cartuccie di dinamite, la necessità e l’urgenza d’agire.
I due accettarono con entusiasmo e dopo un’altra intervista all’ospedale con Reinsdorf partirono per Rudesheim.
S’era alla vigilia dell’inaugurazione e non v’era tempo da perdere. Giunti infatti alla sommità del Niederwald poterono constatare che ogni cosa era pressoché
allestita, le tribune erette e decorate, ogni cosa in ordine.
Tornarono la notte, collocarono al piede della scarpata il carico di dinamite, lo
collegarono con una miccia che attraverso il tubo di scarico condussero, lontano,
sulla strada pubblica, fissandone il capo coperto di un buon pezzo di esca ad un
tronco d’albero.
La notte diluviò, ma il domani il sole quasi volesse unirsi al tripudio dei loro cuori e mandar loro l’auspicio invocato sfolgorava su le vigne del Rudeshein e la pineta fosca del Niedewald.
Alle dieci del mattino il corteo imperiale s’arrestò ai piedi della tribuna. Käckler appoggiò il sigaro acceso sull’esca che copriva l’estremità della miccia ed assicuratosi che l’esca s’era accesa riprese passo passo come un annoiato la via della città. Era fatto.
L’esplosione mancò. La pioggia che era caduta dirotta, insistente quanto la notte era lunga, aveva inzuppata la miccia rendendo vano così il terribile proposito di Reinsdorf, di Rupsch e di Käckler che furono più tardi arrestati e tradotti per rispondere di alto tradimento dinanzi alla Corte Suprema dell’Impero il 13 dicembre 1883.
Lo spazio ci manca a dare oggi un dettagliato resoconto del processo che per le
esplicite energiche dichiarazioni di principio fattevi dal Reinsdorf è forse tra i più suggestivi episodi di propaganda di quell’epoca.
Lo faremo un giorno a l’altro distesamente. Basti a complemento di queste note aggiungere che mentre Rupsh e Käckler e Backman e gli altri coimputati cercarono con ogni mezzo salvar la testa affermando che l’esplosione non era avvenuta perché all’ultimo momento, presi dal rimorso essi avevano tagliato in due punti la miccia (Rupsch fu infatti graziato e Backman se la cavò con dieci anni di lavori forzati, mentre Käckler fucondannato a morire) Reindsorf rivendicò piena ed intera la paternità e la responsabilità dell’attentato.
August Reinsdorf fu decapitato nel cortile delle carceri di Halle la mattina del 5 febbraio 1885 insieme con Käckler.
Käckler ebbe all’ultimo momento dinnanzi alla scure un brivido.
Non Reinsdorf che cantando allegramente una canzone dell’epoca
du muss sterben

Und du bist noch so jung, jung, jung!

(tu devi morire 
e pur sei ancora sì giovane, sì giovane, sì giovane!) 
chinò il capo sul ceppo gridando a squarciagola Viva l’Anarchia! Abbasso la barbarie!

1) F. Mehring. Dodici anni di leggi eccezionali, “Critica Sociale”, Milano 1901, pag. 18.
2) Ibidem pag. 33.

208 esami medici che da oggi pagheremo grazie ai tagli del Governo Renzi

1442989623170.jpg--tutti_gli_esami_che_si_pagheranno

( Articolo Condiviso )

Ecco l’elenco delle prestazioni sanitarie che si pagheranno pubblicato da il Tempo.

1) estrazione di dente deciduo

2) estrazione di dente permanente

3) altra estrazione chirurgica di dente

4)ricostruzione dente mediante otturazione fino a due superfici

5) ricostruzione dente mediante otturazione a tre o più superfici

6) ricostruzione di dente mediante intarsio

7) applicazione di corona

8) applicazione di corona in lega aurea

9) altra applicazione di corona

10) applicazione di coronae perno

11) altra applicazione di coronae perno

12) inserzione di ponte fisso

13) inserzione di protese rimovibile

14) altra inserzione di protesi rimovibile

15) inserzione di protesi provvisoria

16) altra riparazione dentaria

17) impianto di dente

18) impianto di protesi dentaria

19) terapia canalare in dente monoradicolato

20) terapia canalare in dente pluriradicolato

21) apicectomia

22) gengivoplastica (chirurgia parodontale)

23) asportazione di lesione o tessuto della gengiva

24) levigatura delle radici

25) intervento chirurgico preprotesico

26) asportazione di lesione dentaria della mandibola

27) trattamento ortodontico con apparecchi mobili

28) trattamento ortodontico con apparecchi fissi

29) trattamento ortodontico con apparecchi ortopedico funzionali

30) riparazione di apparecchio ortodontico radiologia diagnostica

31) tomografia computerizzata (tc) del rachide e dello speco vertebrale

32) tomografia computerizzata (tc) del rachide e dello speco vertebrale senza e con contrasto

33) tomografia computerizzata (tc) dell’ arto superiore tc

34)tomografia computerizzata (tc) dell’ arto superiore senza e con contrasto

35) tomografia computerizzata (tc) dell’ arto inferiore 36)tomografia computerizzata (tc) dell’ arto inferiore senza e con contrasto

37)risonanza magnetica nucleare (rm) della colonna

38)risonanza magnetica nucleare (rm) della colonna senza e con contrasto

39) risonanza magnetica nucleare (rm) muscoloscheletrica

40)risonanza magnetica nucleare (rm) muscoloscheletrica senza e con contrasto

41) densitometria ossea con tecnica di assorbimento a raggi x

42) densitometria ossea con tecnica di assorbimento a raggi x total body

43) 11 deossicortisolo

44) acido 5 idrossi 3 indolacetico

45) acido delta aminolevulinico

46) ala deidrasi eritrocitaria

47) alaninaaminotransferasi

48) albumina

49) aldolasi

50) alfa amilasi

51) alfa amilasi isoenzimi

52) androstenediolo glucuronide.

53) aspartato aminotransferasi

54) calcio totale

55) colesterolo hdl

56) colesterolo ldl

57) colesterolo totale

58) creatinchinasi (cpk o ck)

59) creatinina clearance

60) cromo

61) enolasi neuronespecifica

62) ferro

63) fosfatasi acida

64) fosfatasi alcalina

65) fosfatasi alcalina isoenzima osseo

66) fosfato inorganico

67) lattato deidrogenasi

68) lipasi

69) magnesio totale

70) mioglobina

71) potassio

72) proteine

73) sodio

74) sudore

75) trigliceridi

76) urato

77) urea

78) alfa 2 antiplasmina

79) anticorpi anti microsomi o anti tireoperossidasi

80) antigene carboidratico 125

81) antigene carboidratico 15.3

82) antigene carboidratico 19.9

83) antigene carcino embrionario

84) antigeni hla 85) beta tromboglobulina

86) cyfra 21-1

87) eparina

88) fenotipo rh

89) glicoproteina ricca in istidina

90) gruppo sanguigno abo e rh

91) ige specifiche allergologiche: quantitativo

92) ige specifiche allergologiche: screening multiallergenico qualitativo

93) igg speicifiche allergologiche

94) inibitore attivato redel plasminogeno

95) tempo di protrombina

96) tempo di tromboplastina parziale

97) test di aggregazione piastrinica

98) test di resistenza alla proteina cattivata

99) tipizzazione geno mica hla-a

100) tipizzazione geno mica hla-a mediante sequenziamento diretto

101) tipizzazione geno mica hla-b

102) tipizzazione geno mica hla-b mediante sequenziamento diretto

103) tipizzazione geno mica hla-c

104) tipizzazione geno mica hla-c mediante sequenziamento diretto

105) tipizzazione geno mica hla-dp mediante sequenziamento diretto

106) tipizzazione geno mica hla-dpa1 ad alta risoluzione

107) tipizzazione geno mica hla-dpb1 ad alta risoluzione

108) tipizzazione geno mica hla-dq mediante sequenziamento diretto

109) tipizzazione geno mica hla-dqa1 ad altari soluzione

110) tipizzazione geno mica hla-dqb1 a bassa risoluzione

111) tipizzazione geno mica hla-dqb1 ad alta risoluzione

112) tipizzazione geno mica hla-dr mediante sequenziamento diretto

113) tipizzazione geno mica hla-drb a bassa risoluzione

114) tipizzazione geno mica hla-drb ad alta risoluzione

115) tipizzazione siero logica hla classe 1

116) tipizzazione siero logica hla classe 2

117) trombossano b2

118) viscosità ematica

119) campylobacter antibiogramma

120) campylobacter da coltura identificazione biochimica

121) campylobacter esame colturale

122) chlamydie ricerca diretta (e.i.a.)

123) chlamydie ricerca diretta (i.f.)

124) chlamydie ricerca diretta mediante ibridazione

125) miceti anticorpi

126) miceti (lieviti) antimicogramma da coltura

127) salmonelle da coltura identificazione biochimica e sierologica di gruppo

128) salmonelle da coltura identificazione sierologica

129) shigelle da coltura identificazione biochimica e sierologica

130) virus epatite b (hbv) anticorpi

131) virus epatite b (hbv) antigene

132) virus epatite delta (hdv) antigene

133) analisi citogenetica per patologia da fragilità cromosomica

134) analisi citogenetica per ricerca siti fragili

135) analisi citogenetica per scambi di cromati di fratelli

136) analisi citogenetica per studio mosaicismo cromosomico

137) analisi citogenetica per studio riarrangiamenti cromosomici indotti

138) analisi del dna ed ibridazione con sonda molecolare

139) analisi del dna per polimorfismo

140) analisi di mutazione del dna con reazione polimerasica a catena e elettroforesi

141) analisi di mutazione del dna con reazione polimerasica a catena e ibridazione con sonde non radiomarcate

142) analisi di mutazione del dna con reazione polimerasica a catena e ibridazione con sonde radio marcate

143) analisi di mutazione del dna con reverse dot blot

144) analisi di polimorfismi

145) analisi di segmenti di dna mediante sequenziamento

146) cariotipo ad alta risoluzione

147) cariotipo da meta fasi di fibroblasti o dial tri tessuti

148) cariotipo da meta fasi di liquido amniotico

149) cariotipo da meta fasi linfocitarie

150) cariotipo da meta fasi spontanee di midollo osseo

151) cariotipo da meta fasi spontanee di villi coriali

152) colorazione aggiuntiva in bande: actinomicina d

153) colorazione aggiuntiva in bande: bandeggio c

154) colorazione aggiuntiva in bande: bandeggio g

155) colorazione aggiuntiva in bande: bandeggio gad alta risoluzione

156) colorazione aggiuntiva in bande: bandeggio nor

157) colorazione aggiuntiva in bande: bandeggio q

158) colorazione aggiuntiva in bande: bandeggio r

159) colorazione aggiuntiva in bande: bandeggio t

160) colorazione aggiuntiva in bande: distamicina a

161) coltura di amnio citi

162) coltura di cellule di altri tessuti

163) coltura di fibroblasti

164) coltura di linee cellulari stabilizzate con virus

165) coltura di linee linfocitarie stabilizzate con virus o interleuchina

166) coltura di linfociti fetali con pha

167) coltura di linfociti perifierici con pha o altri mitogeni

168) coltura di materiale abortivo

169) coltura semisolida di cellule emopoietiche bfu-e, cfugm, cfugemm

170) coltura di villi coriali a breve termine

171) coltura di villi coriali

172) coltura per studio del cromosoma x a replicazione tardiva

173) conservazione di campioni di dna o di rna

174) crioconservazione in azoto liquido di colture cellulari

175) crioconservazione in azoto liquido di cellule e tessuti

176) digestione di dna con enzimi di restrizione

177) estrazione di dna odi rna

178) ibridazione con sonda molecolare

179) ibridazione in situ (fish) su metafasi, nucleinterfasici, tessuti mediante sequenze genomiche in yac

180) ibridazione in situ (fish) su metafasi, nucleinterfasici, tessuti mediante sonde molecolari a singola copia in cosmide

181) ibridazione in situ (fish) su metafasi, nucleinterfasici, tessuti mediante sonde molecolari alfoidi ed altre sequenze ripetute

182) ibridazione in situ (fish) su metafasi, nucleinterfasici, tessuti mediante sonde molecolari painting

183) ricerca mutazione (dgge)

184) ricerca mutazione (sscp)

185) sintesi di oligonucleotidi

186) analisi del dna cellulare per lo studio citometrico del ciclo cellulare e della ploidia dermatologia allergologica

187) esame allergologico strumentale per orticarie fisiche

188) screening allergologico per inalanti

189) test epicutanei a lettura ritardata (patch test)

190) test percutanei e intracutanei a lettura immediata medicina nucleare

191) tomoscintigrafia miocardica (pet) di perfusione a riposo e dopo stimolo

192) tomoscintigrafia cerebrale (pet) studio qualitativo

193) tomoscintigrafia cerebrale (pet) studio quantitativo

194) radioterapia stereotassicsa

195) irradiazione cutanea totale con elettroni per linfomacutaneo terapia fisica, terapia respiratoria, riabilitazione e procedure correlate (escluso: le procedure di terapia fisica disgan ostica sottoelencate quando effettuate come parte di una visita generale specialistica)

196) esercizi respiratori per seduta individuale

197) esercizi respiratori per seduta collettiva

198) tomoscintigrafia globale corporea (pet)

199) irradiazione cutanea totale con elettroni

200) terapia palliativa del dolore da metastasi ossee intubazioni e irrigazioni n on operatorie

201) ablazione tartaro

202) sigillatura dei solchi e delle fossette sostituzione e rimozione di sussidio terapeutico

203) rimozione di protesi dentale altre procedure n on operatorie

204) immunizzazione per allergia

205) immunizzazione per malattia autoimmune miscellanea di procedure fisiche

206) terapia a luce ultravioletta altre procedure varie

207) splintaggio per gruppo di 4 denti

208) trattamenti per applicazione di protesi rimovibile.

Fonte: http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/11830878/Tutti-gli-esami-che-si-pagheranno.html

‘Ottobre nero’: Anonymous annuncia una “rivoluzione pacifica” contro le banche

L’urlo della rabbia

Istantanea 2015-09-20 16-05-54 (1)

( Articolo Condiviso )

Le mura della prigione di Forest rimbombano… molto forte

Quando ci giungono echi che riescono a perforare le mura della prigione di Forest, quando si è subita la reclusione in quelle celle putride, quando si fa visita ad un parente devastato dalla detenzione, c’è solo una reazione sensata possibile: l’urlo della rabbia.
Gli anni passano, i suicidi e i morti in questa galera di Bruxelles si susseguono, gli scandali che scoppiano di tanto in tanto si dissolvono altrettanto rapidamente di come sono apparsi e le condizioni di detenzione non fanno che peggiorare. Gli anni passano, e ogni giorno che questo carcere resta in piedi diventiamo in qualche modo tutti più complici delle atrocità che lo Stato infligge ai detenuti nel nome della Legge e dell’Ordine. Certamente non dimentichiamo che c’è chi è più responsabile: i politici, i direttori carcerari, i secondini aguzzini, i medici che coprono le aberrazioni col loro silenzio, le imprese che si arricchiscono con questa galera. Ma l’ombra di Forest pesa su tutti noi. Esiste anche perché noi continuiamo ad accettare di subirla.
Il fatto è che il confine fra il dentro e il fuori non è così netto come si preferisce credere. Quando avalliamo, col nostro silenzio e la nostra rassegnazione, l’esistenza di un luogo talmente abietto come la prigione di Forest proprio accanto alle nostre case, quelle mura non sono sufficientemente spesse da sbarazzarci di ogni responsabilità. Il carcere è questione che riguarda ciascuno di noi, ci piaccia oppure no.
Sia chiaro. Se ne parliamo qua, non è per deprimerci, e tanto meno per «impietosirci» per la sorte dei detenuti. È un grido di rabbia, la sola che possa riuscire a mettere fine a quanto accade dietro il filo spinato della prigione di Forest. La sola capace di alleggerire il fardello e di far entrare un po’ d’aria in quelle celle fetide. La sola in grado di liberarci, noi che siamo fuori – o piuttosto ancora fuori, poiché al contrario del banchiere, del padrone o del ricco, il ribelle, l’escluso, lo sfruttato hanno buone possibilità di incontrare la prigione sulla propria strada – ma che percepiamo l’ombra di Forest.
L’urlo della rabbia, quindi. Rabbia, lo precisiamo, non richiesta di aiuto. Che senso avrebbe rivolgersi ai politici o agli amministratori di questo mondo per domandare qualcosa? A che pro indirizzarsi ancora ai responsabili che da anni approvano attivamente le atroci condizioni della prigione di Forest? La rabbia non cerca di convincere chi sta in alto, ma serve a tentare di mettere fine, subito e direttamente, ad una situazione intollerabile. Tutto il resto, comprese le iniziative caritatevoli con le migliori intenzioni del mondo, non contribuisce che a far perdurare la situazione.
Ma c’è di più. Oggi il potere sfrutta vergognosamente le atroci condizioni nella prigione di Forest per promuovere il suo piano di costruire una maxi-prigione a Bruxelles. Facendo leva sul disgusto che si prova davanti a ciò che fa subire ai detenuti, vorrebbe farci avallare un progetto di reclusione ancora più ampio. Più umano, dichiara. Per far fronte al sovraffollamento, sostiene. Per chiudere finalmente la prigione di Forest, insiste. Intanto, fino a quando la maxi-prigione non sarà costruita, ovvero almeno per qualche anno ancora, la situazione di Forest resterà immutata. Come si fa a pensare che persone che sono state capaci, per anni, di utilizzare la prigione di Forest per spezzare migliaia di persone e di garantire le atrocità che i detenuti subiscono, non faranno esattamente lo stesso una volta che la nuova prigione entrerà in funzione?
Per sbarazzarsi delle ultime illusioni sull’umanità del potere, bisognerebbe comprendere perché la prigione di Forest è quella che è oggi. Non è un caso, né il risultato di un percorso tragico, né un’incresciosa aberrazione. È una scelta. Una scelta del potere di disporre di un tale strumento per iniettare docilità nei quartieri di Bruxelles. Di terrorizzare coloro che sono portati a infrangere la legge. E non vi sbagliate, una nuova prigione avrebbe esattamente la stessa esigenza. Se anche oggi adotta forme meno «atroci» (tenendo presente che rinchiudere qualcuno costituisce di per sé una tortura), domani, per meglio adempiere alla sua funzione di punizione e di terrore, accoglierà nuovamente squadrette di secondini picchiatori, celle da tre o da quattro, annientamento dei detenuti per malattie e scarsa igiene,… Il fantasma di Forest infesta qualsiasi carcere, vecchio o nuovo che sia.
Il grido di rabbia è perciò anche un grido rivolto al futuro. Non accettare oggi significa prepararsi a non accettare domani. È per questo che occorre chiudere Forest, ora. Dobbiamo chiuderla. Demolirla perché non possa essere ricostruita. Con la forza del nostro rifiuto e la violenza della nostra rivolta. La ruina.
Insalubre, invivibile, la prigione di Forest deve diventare ingestibile. I detenuti possono mettersi all’opera, con la rivolta e l’ammutinamento, ma anche con il sabotaggio. La prigione di Forest è talmente vecchia che delle condotte d’acqua sabotate, dei circuiti elettrici danneggiati, possono renderla incontrollabile (cosa che comporterebbe automaticamente la sua chiusura, come per la prigione di Verviers quasi quattro anni fa). Di allagamento in allagamento, incoraggiamo i nostri cari all’interno ad accelerare la chiusura di Forest col sabotaggio; stiamo al loro fianco per far loro sentire la nostra complicità e la nostra solidarietà.
E pure all’esterno, possiamo mettere il nostro granello di sabbia nell’infernale ingranaggio per farlo scoppiare. I responsabili politici, le istituzioni complici, le imprese che vi speculano, i collaboratori dell’opera repressiva, non sono protetti da mura o da filo spinato. Spesso si trovano all’angolo della nostra via. Rendiamo la loro esistenza impossibile, il loro quotidiano spargere e garantire il terrore che regna nella prigione di Forest. E quando ciò condurrà alla sommossa nella prigione di Forest, riappropriamoci di un passato non così lontano, quando si scendeva nelle strade armati di pietre e molotov, per fare anche noi sommosse nelle strade di questa necropoli.
Se vogliamo demolire subito e da noi stessi la prigione di Forest, non è certo per accettare una nuova prigione domani. Queste due battaglie, contro due galere, vanno mano nella mano. Nel loro cuore portano libertà e solidarietà. E questo le rende estremamente esplosive.
[Demolire la prigione di Forest ora, numero unico, settembre 2015]

Il governo rivoluzionario

c5f6f38e5079714471c702195200cd2dbc8f0ec5_m

( Articolo Condiviso )

Pëtr Kropotkin
Tutti coloro che hanno un cervello e un temperamento alquanto rivoluzionario sono perfettamente d’accordo sulla necessità di abolire i governi attuali, affinché la libertà, l’uguaglianza e la fratellanza non siano più vane parole e divengano realtà viventi, qualsiasi forma di governo non essendo mai stata che una forma d’oppressione, cui bisogna sostituire un nuovo modo d’aggruppamento libero. Per vero, non occorre essere novatori per arrivare a questa conclusione; i difetti dei governi attuali e l’impossibilità di riformarli sono troppo evidenti per non balzare agli occhi di qualunque osservatore ragionevole. E quanto a rovesciare i governi, è noto a tutti che in certe epoche può farsi, senza troppe difficoltà. Vi sono momenti in cui i governi crollano quasi da soli, come castelli di carta, sotto il soffio del popolo insorto. Lo si è ben visto nel 1848 e nel 1870, e lo si vedrà quanto prima.
Rovesciare un governo, — è tutto, per un rivoluzionario borghese. Per noi, non è che il principio della Rivoluzione Sociale. La macchina dello Stato disfatta, la gerarchia dei funzionari disorganizzata, e incapace di muoversi, in un senso piuttosto che nell’altro, i soldati privi di ogni fiducia nei loro capi, — sbaragliato, insomma, l’esercito dei difensori del Capitale, — è allora soltanto che comincia per noi la grande opera della demolizione delle istituzioni che servono a perpetuare la schiavitù economica e politica. La possibilità di agire liberamente è conquistata — che faranno i rivoluzionari?
A questa domanda solo gli anarchici rispondono: «Niente governo, l’anarchia!». Altri dicono invece: «Un governo rivoluzionario!». Essi non differenziano che sulla forma da darsi a questo governo eletto col suffragio universale, nello Stato o nella Comune. Altri, infine, s’affermano per la dittatura rivoluzionaria.
Un «governo rivoluzionario!». Ecco due parole che suonano stranamente all’orecchio di coloro che si rendono conto di ciò che deve significare la Rivoluzione Sociale e di ciò che significa un governo. Due parole che si contraddicono, si distruggono l’un l’altra. Si sono veduti, infatti, dei governi dispotici, — per la sua essenza qualunque governo abbraccia la reazione contro la rivoluzione e tende necessariamente al dispotismo ; — ma non si è mai visto un governo rivoluzionario, ed a ragione.
La Rivoluzione, — sinonimo di «disordine», di rovesciamento in pochi giorni di istituzioni secolari, di demolizione violenta delle forme stabilite di proprietà, di distruzione delle caste, di trasformazione rapida delle idee ammesse sulla moralità o meglio sull’ipocrisia che la sostituisce, di libertà individuale e di azione spontanea, — è precisamente l’opposto, la negazione del governo, sinonimo di «ordine costituito», di conservatorismo, di mantenimento delle istituzioni vigenti, di soppressione d’ogni iniziativa ed azione individuale. E nondimeno, noi sentiamo continuamente parlare di questo merlo bianco, come se un «governo rivoluzionario» fosse la più semplice cosa del mondo, tanto comune e conosciuta da tutti come la regalità, l’impero o la teocrazia.
Che i sedicenti rivoluzionari borghesi predichino questa idea — si comprende. Noi sappiamo cosa essi intendono per Rivoluzione! È semplicemente un rimpasto della repubblica borghese; l’occupazione da parte dei cosiddetti repubblicani degli impieghi lucrativi riservati oggi ai bonapartisti, o ai realisti. È tutt’al più il divorzio fra la Chiesa e lo Stato, sostituiti dal concubinaggio dei due, il sequestro dei beni del clero a profitto dello Stato e soprattutto dei futuri amministratori di referendum, o qualche altro arnese del genere… Ma non possiamo spiegarci che dei rivoluzioni socialisti si facciano apostoli di questa idea, se non supponendo di due cose l’una. O coloro che l’accettano sono imbevuti di pregiudizi borghesi ch’essi hanno assorbiti, senza accorgersene, dalla letteratura e soprattutto dalla storia fatta ad uso della borghesia dai borghesi e, penetrati ancora dallo spirito di servilismo, prodotto dei secoli di schiavitù, non possono neanche immaginarsi liberi; — oppure essi non vogliono questa Rivoluzione di cui hanno sempre il nome sulle labbra: si accontenterebbero di un semplice rimodernamento delle istituzioni attuali; a condizione di essere elevati al potere, pronti a vedere più tardi quel che sarà necessario fare per ammansire «la bestia», cioè il popolo. Essi ce l’hanno coi governanti di oggi, perché ambiscono il loro posto. Con costoro, noi non abbiamo da ragionare; ma semplicemente con quelli che s’ingannano in buona fede. Cominciamo dalla prima delle due forme preconizzate di «governo rivoluzionario», il governo eletto.
Il potere regio o altro è rovesciato, l’esercito dei difensori del Capitale è in scompiglio; dovunque il fermento, la discussione della cosa pubblica, il desiderio di marciare avanti. Le idee nuove sorgono, la necessità di cambiamenti seri è compresa, — bisogna agire, bisogna cominciare senza pietà l’opera di demolizione, per spianare il terreno della nuova via. Ma che cosa ci si propone di fare? — Convocare il popolo per le elezioni, eleggere in seguito un governo, confidargli l’opera che noi tutti ed ognuno di noi dovrebbe fare di sua spontanea iniziativa!
È ciò che fece Parigi, dopo il 18 marzo 1871. — Io mi ricorderò sempre, — ci diceva un amico — di quei bei momenti di liberazione. Ero disceso dalla mia camera ben alta del quartiere latino, per entrare in questo immenso club all’aria aperta, che riempiva i boulevard da una estremità all’altra di Parigi. Tutti discutevano sulla cosa pubblica; ogni preoccupazione personale era dimenticata; non si trattava più di comprare, né vendere; tutti erano pronti a lanciarsi corpo ed anima verso l’avvenire. Dei borghesi pure, trasportati dall’ardore universale, vedevano con gioia aprirsi il mondo nuovo. «Se bisogna fare la Rivoluzione Sociale, ebbene, facciamola! mettiamo tutto in comune; noi siamo pronti!». Gli elementi della Rivoluzione erano là; non si trattava più che di metterli in azione. Tornando alla sera nella mia stanza, dicevo a me stesso: «Come è bella l’umanità! Non la si conosce e la si è sempre calunniata!». Poi vennero le elezioni, i membri della Comune furono nominati, — e la potenza d’abnegazione, lo zelo per l’azione a poco a poco si spensero. Ognuno tornò alle faccende abituali, dicendosi: «Ora, noi abbiamo un governo onesto, lasciamolo fare». È noto il resto.
Invece di agire da se stesso, invece di marciare in avanti, e spingersi arditamente verso un nuovo ordine di cose, il popolo pieno di fiducia nei suoi eletti, lascia ad essi la cura di prendere ogni iniziativa. Ecco la prima conseguenza, risultato fatale delle elezioni. Che faranno dunque questi governante in cui tutti avevano fede?
Non vi furono elezioni più libere di quelle del marzo 1871. — La grande massa degli elettoli non provò mai un più vivo desiderio di mandare al potere gli uomini migliori, gli uomini dell’avvenire, rivoluzionari. Ed è quel che fece. Tutti i più noti rivoluzionari furono eletti con maggioranze formidabili; giacobini, blanquisti, internazionali, le tre frazioni rivoluzionarie si trovarono rappresentate nel Consiglio della Comune. L’elezione non poteva dare un governo migliore, ma tutti sanno il risultato. Rinchiusi nei Palazzo Municipale, colla missione di procedere secondo le forme stabilite dai governi precedenti, questi rivoluzionari ardenti, questi riformatori si videro colpiti d’incapacità e di sterilità. Con tutta la loro buona volontà e il loro coraggio, non seppero neanche organizzare la difesa di Parigi. È vero che oggi se ne dà la colpa agli uomini, gli individui, mai non furono costoro la causa dello scacco — bensì il sistema applicato.
Infatti il suffragio universale, quando è libero, può dare tutto al più un’assemblea rappresentante la media delle opinioni che circolano in quel momento nella massa; e questa media, all’inizio della rivoluzione, non ha generalmente che un’idea vaga, molto vaga dell’opera da compiersi, senza rendersi conto del modo con cui cominciarla. Ah! se la maggioranza della nazione, della Comune, potesse intendersi, prima del movimento, sopra ciò che ci sarebbe da fare non appena rovesciato il governo; se questo sogno di utopisti da studio potesse essere realizzato, non avremmo pur mai avuto rivoluzioni sanguinose: la volontà della maggioranza della nazione essendo espressa, il resto vi si sarebbe sottomesso senz’altro. Ma non è così che procedono le cose. La Rivoluzione scoppia ben prima che un’intesa generale abbia potuto stabilirsi, e coloro che hanno un’idea precisa di quel che vi sarebbe da fare all’indomani del movimento, non sono a quel momento che una piccola minoranza. La grande massa del popolo ha solo un’idea generale dello scopo che vorrebbe vedere realizzato, senza ben sapere come avviarsi verso questo scopo, senza aver troppa fiducia nella marcia da seguire. La soluzione pratica non si troverà e preciserà che quando il cambiamento sarà già cominciato: essa sarà il prodotto della Rivoluzione medesima, del popolo in azione, — oppure sarà nulla, il cervello di alcuni individui essendo assolutamente incapace di trovare quelle soluzioni che non possono nascere se non dalla vita popolare.
È questa situazione che si rifletterebbe nel corpo eletto dal suffragio, anche quando non vi fossero tutti i vizi inerenti ai governi rappresentativi in genere. I pochi uomini che incarnano l’idea rivoluzionaria dell’epoca, si trovano annegati fra i rappresentanti delle scuole rivoluzionarie del passato, o dell’ordine di cose esistente. Questi uomini, che sarebbero tanto necessari in mezzo al popolo e precisamente in quelle giornate di rivoluzione per seminare largamente le loro idee, per far agire le masse, per demolire le istituzioni del passato — si trovano inchiodati là, in una sala, a discutere infinitamente, per strappare delle concessioni ai moderati, per convertire dei nemici, mentre non vi è che un sol mezzo per imporre loro l’idea nuova — metterla in esecuzione. Il governo si cambia in parlamento, con tutti i difetti dei parlamenti borghesi. Invece d’essere un governo «rivoluzionario», diventa il più grande ostacolo della Rivoluzione, e per non immobilizzarsi, il popolo si vede costretto di congedarlo, di destituire coloro che acclamava ieri ancora come i suoi eletti. Ma non è più tanto facile. Il nuovo governo, che si è affrettato dì organizzare tutta un’altra scala amministrativa per distendere il suo dominio e farsi obbedire, non intende lasciare il posto così leggermente. Geloso di mantenere il suo potere vi si aggrappa con tutta l’energia di una istituzione che non ha avuto ancora il tempo di cadere in decomposizione senile. È deciso di opporre la forza alla forza, e per sloggiarlo non vi è che un mezzo, quello di prendere le armi, di rifare una Rivoluzione per scacciare coloro nei quali si era riposta ogni speranza.
Ed ecco la rivoluzione divisa! Dopo aver perduto tempo prezioso in tentennamenti, essa finisce col perdere le sue forze in divisioni intestine fra gli amici del giovane governo e quelli che hanno veduto la necessità di sopprimerlo! E tutto questo per non aver compreso che un sistema nuovo domanda nuove forme; che non è aggrappandosi alle forme antiche che si opera una Rivoluzione! Tutto questo per non aver compresa l’incompatibilità tra Rivoluzione e governo, per non aver intravisto che il secondo — sotto qualunque forma si presenti — è sempre la negazione della prima e che, all’infuori dell’anarchia non vi è Rivoluzione.
Lo stesso dicasi per quell’altra forma di «governo rivoluzionario» tanto vantata, la dittatura rivoluzionaria.
II
I pericoli ai quali si espone la rivoluzione, se si lascia dominare da un governo eletto, sono così evidenti che tutta una scuola di rivoluzionari rinuncia completamente a questa idea. Essi comprendono che è impossibile ad un popolo insorto darsi, mediante elezioni, un governo che non rappresenti il passato, e che non sia un ceppo attaccato ai piedi di un popolo, soprattutto quando si tratta di compiere quella immensa rigenerazione economica, politica e morale, che noi chiamiamo Rivoluzione Sociale. Essi rinunciano dunque all’idea di un governo «legale», almeno nel periodo che è una rivolta contro la legalità e preconizzano la «dittatura rivoluzionaria».
— Il partito, — dicono essi — che avrà rovesciato il governo, si sostituirà con la forza al suo posto. S’impadronirà del potere e procederà con metodo rivoluzionario. Prenderà le misure necessarie per assicurare il trionfo dell’insurrezione; abbatterà le vecchie istituzioni; organizzerà la difesa del territorio. Per coloro che non vorranno riconoscere la sua autorità — la ghigliottina; per colore, popolo o borghesi, che rifiuteranno d’obbedire agli ordini che darà per regolare la marcia della Rivoluzione — ancora la ghigliottina. Ecco come ragionano i Robespierre in erba, coloro che della grande epopea del secolo scorso non ricordano che i giorni della sua fine, e coloro che ne hanno appreso solo i discorsi da procuratori della repubblica.
Per noi, anarchici, la dittatura di un individuo o di un partito — in fondo, la stessa cosa — è definitivamente condannata. Noi sappiamo che una Rivoluzione Sociale non si dirige con lo spirito di un solo uomo o di un gruppo, noi sappiamo che governo e Rivoluzione sono incompatibili; l’uno deve uccidere l’altra, qualunque sia il nome dato al governo: dittatura, regalità o parlamento. Noi sappiamo che la forza e la verità della nostra parte sta nella sua formula fondamentale: — «Nulla si fa di buono e di durevole senza la libera iniziativa del popolo, ed ogni potere tende ad ucciderla»; per questo i migliori dei nostri, se le loro idee non dovessero più essere vagliate dal popolo che le deve mettere in esecuzione e diventassero padroni di questo arnese formidabile — il governo — in guisa da muovere tutto a modo loro, otto giorni dopo bisognerebbe pugnalarli. Noi sappiamo dove conduca qualunque dittatura, anche la meglio intenzionata — alla morte della rivoluzione. E sappiamo, infine, che questa idea di dittatura, il prodotto malsano del feticismo governativo, ha sempre perpetrato la schiavitù, come il feticismo religioso.
Ma oggi, non è agli anarchici che ci rivolgiamo. Noi parliamo a quei rivoluzionari di governo che, grazie ai pregiudizi della loro educazione, s’ingannano in buona fede e non domandano meglio che di discutere. Noi parleremo loro, ponendoci dal loro punto di vista.
E innanzi tutto un’osservazione generale. — Coloro che predicano la dittatura non si accorgono generalmente che sostenendo questo pregiudizio, preparano il terreno ai loro carnefici del domani. Gli ammiratori di Robespierre farebbero proprio bene di ricordarsi di una sua parola. Egli non negava il principio della dittatura. Ma… — «Guardatevene bene» — rispose bruscamente a Mandar, quando questi gliene parlò, — «Brissot sarebbe dittatore!». Sì, Brissot, il furbo Girondino, nemico accanito delle tendenze egualitarie del popolo, difensore idrofobo della proprietà (che in altri tempi aveva qualificato come furto), Brissot, che avrebbe tranquillamente rinchiuso all’Abbazia Hébert, Marat e tutti i moderantisti giacobini!
Ma questa frase data dal 1792. A quest’epoca, già da tre anni la Francia era in rivoluzione! Di fatto la regalità non esisteva più; non restava che darle il colpo di grazia; il regime feudale era già abolito. — E tuttavia, anche a quest’epoca, in cui la Rivoluzione si svolgeva liberamente, è ancora il contro-rivoluzionario Brissot che
veva più probabilità di assumere la dittatura! E cosa sarebbe avvenuto prima, nel 1789? Mirabeau sarebbe stato riconosciuto capo del potere! L’uomo che mercanteggiava col re per vendergli la sua eloquenza, — ecco chi sarebbe stato elevato al potere in quei giorni, se il popolo insorto non avesse imposto la sua sovranità appoggiata sulle picche, e se non avesse proceduto coi fatti compiuti della Jacquerie, rendendo illusorio ogni potere costituito a Parigi o nei dipartimenti. Ma il pregiudizio governativo accieca così bene coloro che parlano di dittatura, ch’essi preferiscono preparare la dittatura di un nuovo Brissot o di un altro Napoleone, piuttosto che rinunciare all’idea di dare un altro padrone agli uomini che spezzano le loro catene!
Le società segrete del tempo della Restaurazione e di Luigi Filippo hanno potentemente contribuito a mantenere il pregiudizio della dittatura. I borghesi repubblicani dell’epoca, sostenuti dai lavoratori, hanno fatto una lunga serie di cospirazioni per rovesciare la monarchia e proclamare la repubblica. Non rendendosi conto della trasformazione profonda che doveva operarsi in Francia, anche perché un regime repubblicano borghese potesse stabilirsi, essi credevano che mediante una vasta cospirazione, rovescerebbero un giorno la monarchia, s’impadronirebbero del potere e proclamerebbero la Repubblica. Per quasi trent’anni, queste società segrete non hanno cessato di lavorare con una fede senza limiti, una perseveranza ed un coraggio eroici. Se la Repubblica è naturalmente uscita dall’insurrezione del febbraio 1848, è grazie a queste società e alla propaganda del fatto ch’esse fecero durante trent’anni. Senza i loro nobili sforzi, fino ad oggi ancora, sarebbe stata impossibile la Repubblica.
Il loro scopo era dunque d’impadronirsi del potere e di assumere la dittatura repubblicana. Ma, ben inteso, non vi sono mai riusciti. Come sempre, per l’inevitabile forza delle cose, non fu una cospirazione che rovesciò la regalità. I cospiratori avevano preparata questa caduta, seminando largamente l’idea repubblicana; i loro martiri ne avevano fatto l’ideale del popolo. Ma, l’ultima spinta, quella che rovesciò definitivamente il re della borghesia, fu ben più vasta e più forte di quella che poteva venire da una società segreta; essa venne dalla massa popolare.
Il risultato è noto. Il partito, che aveva preparato la caduta della monarchia, non poté salire i gradini del Palazzo municipale. Altri, troppo prudenti per correre i rischi della cospirazione, ma più conosciuti, più moderati anche, stavano aspettando il momento di impadronirsi del potere, prendere il posto che i cospiratori credevano conquistare al rombo delle cannonate. — Pubblicisti, avvocati, parolai che cercavano di farsi un nome, mentre i veri repubblicani tempravano le armi o morivano al bagno, si impadronirono del potere. Gli uni, già celebri, furono applauditi dai gonzi; gli altri si spinsero da soli e furono accettati, perché il loro nome non rappresentava nulla, all’infuori di un programma d’accomodamento con tutti.
Non ci si venga a dire ch’era difetto di spinto pratico nel seno del partito d’azione; che altri potranno far meglio… — No, mille volte no! È legge, come quella del moto degli astri, che il partito d’azione resta escluso dal potere, mentre gli intriganti e i parlatori se ne impadroniscono. — Essi sono più conosciuti dalla grande massa che dà l’ultimo colpo, e riuniscono più suffragi, poiché, con o senza scheda, per acclamazione o mediante le urne, in fondo è sempre una specie d’elezione tacita che in questo momento si fa per acclamazione. Essi sono acclamati da tutti, e in special modo dai nemici della Rivoluzione, che preferiscono spingere avanti delle nullità, e l’acclamazione riconosce così per loro capi coloro che, in fondo, sono nemici del movimento o indifferenti.
L’uomo che più di qualunque altro fu l’incarnazione di questo sistema di cospirazione, l’uomo che per la fede in questo sistema passò tutta la vita in prigione, lanciò, alla vigilia della sua morte, queste parole che sono tutte un programma: Né Dio né Padrone.
III
Immaginare che il governo possa essere rovesciato da una società segreta e sostituito da questa, — è l’errore nel quale sono cadute tutte le organizzazioni rivoluzionarie, nate in seno della borghesia repubblicana dal 1820 in poi. Ma abbondano altri fatti per mettere quest’errore in evidenza. Quanta fede, quanta abnegazione e quale perseveranza non si son viste spiegare dalle società segrete repubblicane della Giovane Italia, — e tuttavia, quel lavoro immenso, tutti quei sacrifici compiuti dalla gioventù italiana, davanti ai quali impallidiscono anche quelli della gioventù russa, tutti i cadaveri ammucchiati nelle fortezze austriache, tutti gli impiccati e i fucilati non servirono che a dare il potere ai furbi della borghesia e alla casa sabauda.
Lo stesso avviene in Russia. È difficile trovare nella storia una organizzazione segreta che abbia ottenuto, con sì pochi mezzi, i risultati immensi conseguiti dalla gioventù russa, che abbia fatto prova di una energia e di una azione tanto potenti come il Comitato Esecutivo. Esso ha fatto crollare un colosso che sembrava invulnerabile, — lo zarismo; ed ha reso il governo autocratico ormai impossibile in Russia. E tuttavia, quanto sarebbe ingenuo il supporre che il Comitato Esecutivo diventerà padrone del potere il giorno in cui la corona di Alessandro III verrà trascinata nel fango. Altri, — i prudenti che lavorano per crearsi un nome, mentre i rivoluzionari foravano le loro mine o perivano in Siberia; altri, — gli intriganti, i parlatori, gli avvocati, i letterati che ad intervalli versano una lacrima ben presto asciutta sulla tomba degli eroi e si spacciano per amici del popolo, — ecco coloro che occuperanno il posto vacante del governo e grideranno Indietro! agli «sconosciuti» che avranno preparata la Rivoluzione.
È inevitabile, è fatale, e non può essere altrimenti. Poiché non sono le società segrete, neppure le organizzazioni rivoluzionarie quelle che danno il colpo di grazia ai governi. La loro funzione, la loro missione storica è di preparare gli spiriti alla Rivoluzione. E quando gli spiriti sono preparati, — grazie alle circostanze esterne favorevoli, —- l’ultima spinta viene non dal gruppo iniziatore, ma dalla massa rimasta estranea alle ramificazioni della società. Il 1 agosto, Parigi resta sorda agli appelli di Blanqui. Quattro giorni più tardi, egli proclama la caduta del governo; ma, allora, non sono più i blanquisti gli iniziatori del movimento; è il popolo, sono milioni di cittadini che detronizzano il Dicembrista e acclamano gli istrioni, i cui nomi da due anni riempiono le loro orecchie. Quando la Rivoluzione sta per scoppiare, quando tutto fa presagire dei moti, il cui successo è già divenuto certo, allora mille uomini nuovi, sui quali l’organizzazione segreta non ha mai esercitato un’influenza diretta, vengono ad appoggiare il movimento, simili ad uccelli di rapina calati sul campo per dividersi le spoglie delle vittime. Questi aiutano a dare l’ultimo colpo e non è fra le fila dei cospiratori sinceri ed inconciliabili, ma tra gli equilibristi della politica, che si scelgono i nuovi capi da quanti sono tormentati dall’idea che un capo è necessario.
I cospiratori che mantengono il pregiudizio della dittatura lavorano dunque inconsciamente a far salire al potere i propri nemici.
Ma, se quanto abbiamo detto è vero per le Rivoluzioni o piuttosto le sommosse politiche, — è molto più vero ancora per la Rivoluzione che noi vogliamo — la Rivoluzione Sociale.
Lasciar stabilire un governo qualunque, un potere forte e ubbidito, significa ostacolare sin dal principio la marcia della Rivoluzione. Il bene che potrebbe fare questo governo è nullo, il male immenso. Infatti, di che si tratta, che cosa intendiamo noi per Rivoluzione? — Non già un semplice cambiamento di governi; ma la presa di possesso da parte del popolo di tutta la ricchezza sociale, l’abolizione di tutti i poteri che non hanno mai cessato d’intralciare lo sviluppo dell’umanità! È con questi decreti emanati da un governo che questa immensa Rivoluzione economica può essere compiuta? Noi abbiamo visto, nel secolo scorso, il dittatore rivoluzionario polacco Kosciusko decretare l’abolizione della servitù personale — la servitù dura ancora ottant’anni dopo questo decreto (1).
Noi abbiamo visto la Convenzione, l’onnipotente Convenzione, la terribile Convenzione, come dicono i suoi ammiratori, decretare la divisione per testa di tutte le terre comunali riprese ai signori. Come tanti altri, questo decreto restò lettera morta, perché, per metterlo in esecuzione, bisognava che i proletari delle campagne facessero una nuova Rivoluzione, e le Rivoluzioni non si tanno a colpi di decreti. Perché la presa di possesso della ricchezza sociale da parte del popolo divenga un fatto compiuto, occorre che il popolo si senta forte e sicuro, scuota la servitù alla quale è troppo abituato, agisca di sua testa e proceda arditamente senza aspettare ordini da nessuno. Ora la dittatura, anche quando fosse la meglio intenzionata del mondo, impedirà precisamente tutto questo, pur essendo incapace di far progredire in altro modo la Rivoluzione.
Ma se il governo — fosse anche un governo rivoluzionario ideale — non crea una forza nuova e non presenta alcun vantaggio per il lavoro di demolizione che dobbiamo compiere, noi possiamo ancor meno contare su lui per la susseguente opera di riorganizzazione. Il cambiamento economico che risulterà della Rivoluzione Sociale sarà così immenso e profondo, dovrà mutare talmente tutte le relazioni odierne basate sulla proprietà e lo scambio, che è impossibile, a uno o a pochi individui, di elaborare le forme sociali che devono nascere nella società futura. Questa elaborazione di nuove forme sociali non può farsi che col lavoro collettivo delle masse. Per soddisfare alla immensa varietà delle condizioni e dei bisogni che nasceranno il giorno in cui la proprietà individuale sarà abolita, occorre la flessibilità dello spirito collettivo del paese. Qualunque autorità esterna non sarà che un inciampo, un impedimento a questo lavoro organico da compiersi, e, quindi, una fonte di discordie e di odii.
Ma è tempo di abbandonare questa illusione, tante volte smentita e tante volte pagata a sì caro prezzo, di un governo rivoluzionario. È tempo di dire una volta per tutte e d’ammettere questo assioma politico, che un governo non può essere rivoluzionario. Si parla della Convenzione; ma non dimentichiamo che le poche misure di carattere un po’ rivoluzionario prese dalla Convenzione, furono la sanzione di fatti compiuti dal popolo, che in quei giorni dominava tutti i governi. Come ha detto Victor Hugo nel suo stile colorito, Danton spingeva Robespierre, Marat sorvegliava e spingeva Danton e Marat stesso era spinto da Cimordain — questa personificazione dei club degli «arrabbiati» e dei ribelli. Come tutti i governi che la precedettero e la seguirono, la Convenzione non fu che una palla di piombo ai piedi del popolo.
I fatti che la storia c’insegna in proposito sono così concludenti; l’impossibilita di un governo rivoluzionario e i mali prodotti da coloro che usurpano un tale nome sono così chiari, che sembra quasi inesplicabile l’accanimento con cui una sedicente scuola socialista vuole tenere l’idea del governo. Ma la spiegazione è ben semplice. Qualunque si dicano socialisti, gli adepti di quella scuola hanno una concezione diversa dalla nostra sulla Rivoluzione che dobbiamo compiere. Per essi — come per tutti i radicali borghesi — la Rivoluzione sociale è tanto lontana che è quasi inutile il curarsene oggi. Ciò ch’essi sognano in fondo al cuore, pur non osando confessarlo, è tutt’altra cosa. È la fondazione di un governo simile a quello della Svizzera o degli Stati Uniti, che faccia qualche tentativo per affidare allo Stato ciò ch’essi ingegnosamente chiamano «servizi pubblici». Qualche cosa che vacilli fra l’ideale di Bismarck e quello del sarto eletto alla presidenza degli Stati Uniti. È un compromesso — fatto anticipatamente — tra le aspirazioni socialiste delle masse e gli appetiti dei borghesi. Essi ben vorrebbero l’espropriazione completa, ma non sentono il coraggio di tentarla, la rimandano al secolo prossimo, e, prima della battaglia, patteggiano col nemico. Per noi, che sentiamo avvicinarsi il momento di colpire mortalmente la borghesia, e prevediamo prossimo il giorno in cui il popolo s’impadronirà di tutta la ricchezza sociale, riducendo all’impotenza la classe degli sfruttatori; per noi non vi può essere esitazione. Noi ci getteremo corpo ed anima nella Rivoluzione Sociale e siccome su questa strada, un governo, qualunque sia il berretto con cui si camuffi, è sempre un ostacolo, noi combatteremo le arti degli ambiziosi e ce ne libereremo a misura che cercheranno d’imporsi per governare i nostri destini.
Basta coi governi; largo al popolo, all’anarchia!
(1) Proclama del 7 maggio 1794 promulgato il 30 maggio. — Se il decreto fosse stato messo in esecuzione, la servitù personale e la giustizia patrimoniale erano abolite di fatto.

A tuffo sulla città

large_crali_einschneisen

( Articolo Condiviso )

«“La realtà supera la fantasia”, ci ripeteranno in tutte le salse a partire dall’11 settembre ma il più delle volte con la soddisfatta idiozia di chi sa che cos’è la realtà e prova un gusto particolare nel prendere in castagna la fantasia. È rimarchevole anche come, nel loro calcolo da bottegai nel reperire ciò che da questo o quel romanzo o film catastrofico degli ultimi anni è stato realizzato nel doppio attacco alle torri del World Trade Center e del Pentagono, la maggior parte abbia per l’ennesima volta trovato conforto alla propria cecità nei confronti di ciò che non si esprime razionalmente. Fino al punto di non intravedere sotto quale “prospettiva depravata” questa architettura di rovine ormai permanenti nel cuore del paesaggio ci obblighi a considerare ogni realtà […] La cosa peggiore è che, tranne poche eccezioni, i pensatori avranno incoscientemente dato man forte all’instaurazione di quel “troppo di realtà” di cui siamo diventati ostaggi».
Annie Le Brun, «En piqué sur la ville», ottobre 2001
Quattordici anni dopo, il caso ha voluto che questo mese di settembre sia cominciato con una polizia di frontiera che segnava con un numero sul braccio i profughi stranieri in fuga dalla guerra e dal fondamentalismo religioso. Mentre per la prima volta un miliardo di persone sulla Terra ha realmente cercato rifugio dalla miseria quotidiana materiale collegandosi alla virtualità reale di Facebook.
La realtà non supera ma stermina ogni fantasia, realizzando i peggiori incubi. Il massacro ha la sua solidità nella stolidità, l’essere umano è in balìa di circostanze estreme che egli sembra sempre più incline a crearsi da sé. Quando la banalità del male si trova davanti solo la banalità del bene, cosa volete che accada? Ci si precipita a tuffo sulla città delle merci, o sulla polis della rappresentazione.
Ostaggi che si rassegnano, ostaggi che si lamentano, ostaggi che si agitano — questo siamo. Ostaggi di questa realtà. Almeno fino a quando, in un rigurgito di coscienza, sorgerà una prospettiva immaginaria al centro del pensiero critico, forte dei propri arsenali. Ipotesi o illusione, sempre meglio della più irrespirabile certezza.