Il governo rivoluzionario

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( Articolo Condiviso )

Pëtr Kropotkin
Tutti coloro che hanno un cervello e un temperamento alquanto rivoluzionario sono perfettamente d’accordo sulla necessità di abolire i governi attuali, affinché la libertà, l’uguaglianza e la fratellanza non siano più vane parole e divengano realtà viventi, qualsiasi forma di governo non essendo mai stata che una forma d’oppressione, cui bisogna sostituire un nuovo modo d’aggruppamento libero. Per vero, non occorre essere novatori per arrivare a questa conclusione; i difetti dei governi attuali e l’impossibilità di riformarli sono troppo evidenti per non balzare agli occhi di qualunque osservatore ragionevole. E quanto a rovesciare i governi, è noto a tutti che in certe epoche può farsi, senza troppe difficoltà. Vi sono momenti in cui i governi crollano quasi da soli, come castelli di carta, sotto il soffio del popolo insorto. Lo si è ben visto nel 1848 e nel 1870, e lo si vedrà quanto prima.
Rovesciare un governo, — è tutto, per un rivoluzionario borghese. Per noi, non è che il principio della Rivoluzione Sociale. La macchina dello Stato disfatta, la gerarchia dei funzionari disorganizzata, e incapace di muoversi, in un senso piuttosto che nell’altro, i soldati privi di ogni fiducia nei loro capi, — sbaragliato, insomma, l’esercito dei difensori del Capitale, — è allora soltanto che comincia per noi la grande opera della demolizione delle istituzioni che servono a perpetuare la schiavitù economica e politica. La possibilità di agire liberamente è conquistata — che faranno i rivoluzionari?
A questa domanda solo gli anarchici rispondono: «Niente governo, l’anarchia!». Altri dicono invece: «Un governo rivoluzionario!». Essi non differenziano che sulla forma da darsi a questo governo eletto col suffragio universale, nello Stato o nella Comune. Altri, infine, s’affermano per la dittatura rivoluzionaria.
Un «governo rivoluzionario!». Ecco due parole che suonano stranamente all’orecchio di coloro che si rendono conto di ciò che deve significare la Rivoluzione Sociale e di ciò che significa un governo. Due parole che si contraddicono, si distruggono l’un l’altra. Si sono veduti, infatti, dei governi dispotici, — per la sua essenza qualunque governo abbraccia la reazione contro la rivoluzione e tende necessariamente al dispotismo ; — ma non si è mai visto un governo rivoluzionario, ed a ragione.
La Rivoluzione, — sinonimo di «disordine», di rovesciamento in pochi giorni di istituzioni secolari, di demolizione violenta delle forme stabilite di proprietà, di distruzione delle caste, di trasformazione rapida delle idee ammesse sulla moralità o meglio sull’ipocrisia che la sostituisce, di libertà individuale e di azione spontanea, — è precisamente l’opposto, la negazione del governo, sinonimo di «ordine costituito», di conservatorismo, di mantenimento delle istituzioni vigenti, di soppressione d’ogni iniziativa ed azione individuale. E nondimeno, noi sentiamo continuamente parlare di questo merlo bianco, come se un «governo rivoluzionario» fosse la più semplice cosa del mondo, tanto comune e conosciuta da tutti come la regalità, l’impero o la teocrazia.
Che i sedicenti rivoluzionari borghesi predichino questa idea — si comprende. Noi sappiamo cosa essi intendono per Rivoluzione! È semplicemente un rimpasto della repubblica borghese; l’occupazione da parte dei cosiddetti repubblicani degli impieghi lucrativi riservati oggi ai bonapartisti, o ai realisti. È tutt’al più il divorzio fra la Chiesa e lo Stato, sostituiti dal concubinaggio dei due, il sequestro dei beni del clero a profitto dello Stato e soprattutto dei futuri amministratori di referendum, o qualche altro arnese del genere… Ma non possiamo spiegarci che dei rivoluzioni socialisti si facciano apostoli di questa idea, se non supponendo di due cose l’una. O coloro che l’accettano sono imbevuti di pregiudizi borghesi ch’essi hanno assorbiti, senza accorgersene, dalla letteratura e soprattutto dalla storia fatta ad uso della borghesia dai borghesi e, penetrati ancora dallo spirito di servilismo, prodotto dei secoli di schiavitù, non possono neanche immaginarsi liberi; — oppure essi non vogliono questa Rivoluzione di cui hanno sempre il nome sulle labbra: si accontenterebbero di un semplice rimodernamento delle istituzioni attuali; a condizione di essere elevati al potere, pronti a vedere più tardi quel che sarà necessario fare per ammansire «la bestia», cioè il popolo. Essi ce l’hanno coi governanti di oggi, perché ambiscono il loro posto. Con costoro, noi non abbiamo da ragionare; ma semplicemente con quelli che s’ingannano in buona fede. Cominciamo dalla prima delle due forme preconizzate di «governo rivoluzionario», il governo eletto.
Il potere regio o altro è rovesciato, l’esercito dei difensori del Capitale è in scompiglio; dovunque il fermento, la discussione della cosa pubblica, il desiderio di marciare avanti. Le idee nuove sorgono, la necessità di cambiamenti seri è compresa, — bisogna agire, bisogna cominciare senza pietà l’opera di demolizione, per spianare il terreno della nuova via. Ma che cosa ci si propone di fare? — Convocare il popolo per le elezioni, eleggere in seguito un governo, confidargli l’opera che noi tutti ed ognuno di noi dovrebbe fare di sua spontanea iniziativa!
È ciò che fece Parigi, dopo il 18 marzo 1871. — Io mi ricorderò sempre, — ci diceva un amico — di quei bei momenti di liberazione. Ero disceso dalla mia camera ben alta del quartiere latino, per entrare in questo immenso club all’aria aperta, che riempiva i boulevard da una estremità all’altra di Parigi. Tutti discutevano sulla cosa pubblica; ogni preoccupazione personale era dimenticata; non si trattava più di comprare, né vendere; tutti erano pronti a lanciarsi corpo ed anima verso l’avvenire. Dei borghesi pure, trasportati dall’ardore universale, vedevano con gioia aprirsi il mondo nuovo. «Se bisogna fare la Rivoluzione Sociale, ebbene, facciamola! mettiamo tutto in comune; noi siamo pronti!». Gli elementi della Rivoluzione erano là; non si trattava più che di metterli in azione. Tornando alla sera nella mia stanza, dicevo a me stesso: «Come è bella l’umanità! Non la si conosce e la si è sempre calunniata!». Poi vennero le elezioni, i membri della Comune furono nominati, — e la potenza d’abnegazione, lo zelo per l’azione a poco a poco si spensero. Ognuno tornò alle faccende abituali, dicendosi: «Ora, noi abbiamo un governo onesto, lasciamolo fare». È noto il resto.
Invece di agire da se stesso, invece di marciare in avanti, e spingersi arditamente verso un nuovo ordine di cose, il popolo pieno di fiducia nei suoi eletti, lascia ad essi la cura di prendere ogni iniziativa. Ecco la prima conseguenza, risultato fatale delle elezioni. Che faranno dunque questi governante in cui tutti avevano fede?
Non vi furono elezioni più libere di quelle del marzo 1871. — La grande massa degli elettoli non provò mai un più vivo desiderio di mandare al potere gli uomini migliori, gli uomini dell’avvenire, rivoluzionari. Ed è quel che fece. Tutti i più noti rivoluzionari furono eletti con maggioranze formidabili; giacobini, blanquisti, internazionali, le tre frazioni rivoluzionarie si trovarono rappresentate nel Consiglio della Comune. L’elezione non poteva dare un governo migliore, ma tutti sanno il risultato. Rinchiusi nei Palazzo Municipale, colla missione di procedere secondo le forme stabilite dai governi precedenti, questi rivoluzionari ardenti, questi riformatori si videro colpiti d’incapacità e di sterilità. Con tutta la loro buona volontà e il loro coraggio, non seppero neanche organizzare la difesa di Parigi. È vero che oggi se ne dà la colpa agli uomini, gli individui, mai non furono costoro la causa dello scacco — bensì il sistema applicato.
Infatti il suffragio universale, quando è libero, può dare tutto al più un’assemblea rappresentante la media delle opinioni che circolano in quel momento nella massa; e questa media, all’inizio della rivoluzione, non ha generalmente che un’idea vaga, molto vaga dell’opera da compiersi, senza rendersi conto del modo con cui cominciarla. Ah! se la maggioranza della nazione, della Comune, potesse intendersi, prima del movimento, sopra ciò che ci sarebbe da fare non appena rovesciato il governo; se questo sogno di utopisti da studio potesse essere realizzato, non avremmo pur mai avuto rivoluzioni sanguinose: la volontà della maggioranza della nazione essendo espressa, il resto vi si sarebbe sottomesso senz’altro. Ma non è così che procedono le cose. La Rivoluzione scoppia ben prima che un’intesa generale abbia potuto stabilirsi, e coloro che hanno un’idea precisa di quel che vi sarebbe da fare all’indomani del movimento, non sono a quel momento che una piccola minoranza. La grande massa del popolo ha solo un’idea generale dello scopo che vorrebbe vedere realizzato, senza ben sapere come avviarsi verso questo scopo, senza aver troppa fiducia nella marcia da seguire. La soluzione pratica non si troverà e preciserà che quando il cambiamento sarà già cominciato: essa sarà il prodotto della Rivoluzione medesima, del popolo in azione, — oppure sarà nulla, il cervello di alcuni individui essendo assolutamente incapace di trovare quelle soluzioni che non possono nascere se non dalla vita popolare.
È questa situazione che si rifletterebbe nel corpo eletto dal suffragio, anche quando non vi fossero tutti i vizi inerenti ai governi rappresentativi in genere. I pochi uomini che incarnano l’idea rivoluzionaria dell’epoca, si trovano annegati fra i rappresentanti delle scuole rivoluzionarie del passato, o dell’ordine di cose esistente. Questi uomini, che sarebbero tanto necessari in mezzo al popolo e precisamente in quelle giornate di rivoluzione per seminare largamente le loro idee, per far agire le masse, per demolire le istituzioni del passato — si trovano inchiodati là, in una sala, a discutere infinitamente, per strappare delle concessioni ai moderati, per convertire dei nemici, mentre non vi è che un sol mezzo per imporre loro l’idea nuova — metterla in esecuzione. Il governo si cambia in parlamento, con tutti i difetti dei parlamenti borghesi. Invece d’essere un governo «rivoluzionario», diventa il più grande ostacolo della Rivoluzione, e per non immobilizzarsi, il popolo si vede costretto di congedarlo, di destituire coloro che acclamava ieri ancora come i suoi eletti. Ma non è più tanto facile. Il nuovo governo, che si è affrettato dì organizzare tutta un’altra scala amministrativa per distendere il suo dominio e farsi obbedire, non intende lasciare il posto così leggermente. Geloso di mantenere il suo potere vi si aggrappa con tutta l’energia di una istituzione che non ha avuto ancora il tempo di cadere in decomposizione senile. È deciso di opporre la forza alla forza, e per sloggiarlo non vi è che un mezzo, quello di prendere le armi, di rifare una Rivoluzione per scacciare coloro nei quali si era riposta ogni speranza.
Ed ecco la rivoluzione divisa! Dopo aver perduto tempo prezioso in tentennamenti, essa finisce col perdere le sue forze in divisioni intestine fra gli amici del giovane governo e quelli che hanno veduto la necessità di sopprimerlo! E tutto questo per non aver compreso che un sistema nuovo domanda nuove forme; che non è aggrappandosi alle forme antiche che si opera una Rivoluzione! Tutto questo per non aver compresa l’incompatibilità tra Rivoluzione e governo, per non aver intravisto che il secondo — sotto qualunque forma si presenti — è sempre la negazione della prima e che, all’infuori dell’anarchia non vi è Rivoluzione.
Lo stesso dicasi per quell’altra forma di «governo rivoluzionario» tanto vantata, la dittatura rivoluzionaria.
II
I pericoli ai quali si espone la rivoluzione, se si lascia dominare da un governo eletto, sono così evidenti che tutta una scuola di rivoluzionari rinuncia completamente a questa idea. Essi comprendono che è impossibile ad un popolo insorto darsi, mediante elezioni, un governo che non rappresenti il passato, e che non sia un ceppo attaccato ai piedi di un popolo, soprattutto quando si tratta di compiere quella immensa rigenerazione economica, politica e morale, che noi chiamiamo Rivoluzione Sociale. Essi rinunciano dunque all’idea di un governo «legale», almeno nel periodo che è una rivolta contro la legalità e preconizzano la «dittatura rivoluzionaria».
— Il partito, — dicono essi — che avrà rovesciato il governo, si sostituirà con la forza al suo posto. S’impadronirà del potere e procederà con metodo rivoluzionario. Prenderà le misure necessarie per assicurare il trionfo dell’insurrezione; abbatterà le vecchie istituzioni; organizzerà la difesa del territorio. Per coloro che non vorranno riconoscere la sua autorità — la ghigliottina; per colore, popolo o borghesi, che rifiuteranno d’obbedire agli ordini che darà per regolare la marcia della Rivoluzione — ancora la ghigliottina. Ecco come ragionano i Robespierre in erba, coloro che della grande epopea del secolo scorso non ricordano che i giorni della sua fine, e coloro che ne hanno appreso solo i discorsi da procuratori della repubblica.
Per noi, anarchici, la dittatura di un individuo o di un partito — in fondo, la stessa cosa — è definitivamente condannata. Noi sappiamo che una Rivoluzione Sociale non si dirige con lo spirito di un solo uomo o di un gruppo, noi sappiamo che governo e Rivoluzione sono incompatibili; l’uno deve uccidere l’altra, qualunque sia il nome dato al governo: dittatura, regalità o parlamento. Noi sappiamo che la forza e la verità della nostra parte sta nella sua formula fondamentale: — «Nulla si fa di buono e di durevole senza la libera iniziativa del popolo, ed ogni potere tende ad ucciderla»; per questo i migliori dei nostri, se le loro idee non dovessero più essere vagliate dal popolo che le deve mettere in esecuzione e diventassero padroni di questo arnese formidabile — il governo — in guisa da muovere tutto a modo loro, otto giorni dopo bisognerebbe pugnalarli. Noi sappiamo dove conduca qualunque dittatura, anche la meglio intenzionata — alla morte della rivoluzione. E sappiamo, infine, che questa idea di dittatura, il prodotto malsano del feticismo governativo, ha sempre perpetrato la schiavitù, come il feticismo religioso.
Ma oggi, non è agli anarchici che ci rivolgiamo. Noi parliamo a quei rivoluzionari di governo che, grazie ai pregiudizi della loro educazione, s’ingannano in buona fede e non domandano meglio che di discutere. Noi parleremo loro, ponendoci dal loro punto di vista.
E innanzi tutto un’osservazione generale. — Coloro che predicano la dittatura non si accorgono generalmente che sostenendo questo pregiudizio, preparano il terreno ai loro carnefici del domani. Gli ammiratori di Robespierre farebbero proprio bene di ricordarsi di una sua parola. Egli non negava il principio della dittatura. Ma… — «Guardatevene bene» — rispose bruscamente a Mandar, quando questi gliene parlò, — «Brissot sarebbe dittatore!». Sì, Brissot, il furbo Girondino, nemico accanito delle tendenze egualitarie del popolo, difensore idrofobo della proprietà (che in altri tempi aveva qualificato come furto), Brissot, che avrebbe tranquillamente rinchiuso all’Abbazia Hébert, Marat e tutti i moderantisti giacobini!
Ma questa frase data dal 1792. A quest’epoca, già da tre anni la Francia era in rivoluzione! Di fatto la regalità non esisteva più; non restava che darle il colpo di grazia; il regime feudale era già abolito. — E tuttavia, anche a quest’epoca, in cui la Rivoluzione si svolgeva liberamente, è ancora il contro-rivoluzionario Brissot che
veva più probabilità di assumere la dittatura! E cosa sarebbe avvenuto prima, nel 1789? Mirabeau sarebbe stato riconosciuto capo del potere! L’uomo che mercanteggiava col re per vendergli la sua eloquenza, — ecco chi sarebbe stato elevato al potere in quei giorni, se il popolo insorto non avesse imposto la sua sovranità appoggiata sulle picche, e se non avesse proceduto coi fatti compiuti della Jacquerie, rendendo illusorio ogni potere costituito a Parigi o nei dipartimenti. Ma il pregiudizio governativo accieca così bene coloro che parlano di dittatura, ch’essi preferiscono preparare la dittatura di un nuovo Brissot o di un altro Napoleone, piuttosto che rinunciare all’idea di dare un altro padrone agli uomini che spezzano le loro catene!
Le società segrete del tempo della Restaurazione e di Luigi Filippo hanno potentemente contribuito a mantenere il pregiudizio della dittatura. I borghesi repubblicani dell’epoca, sostenuti dai lavoratori, hanno fatto una lunga serie di cospirazioni per rovesciare la monarchia e proclamare la repubblica. Non rendendosi conto della trasformazione profonda che doveva operarsi in Francia, anche perché un regime repubblicano borghese potesse stabilirsi, essi credevano che mediante una vasta cospirazione, rovescerebbero un giorno la monarchia, s’impadronirebbero del potere e proclamerebbero la Repubblica. Per quasi trent’anni, queste società segrete non hanno cessato di lavorare con una fede senza limiti, una perseveranza ed un coraggio eroici. Se la Repubblica è naturalmente uscita dall’insurrezione del febbraio 1848, è grazie a queste società e alla propaganda del fatto ch’esse fecero durante trent’anni. Senza i loro nobili sforzi, fino ad oggi ancora, sarebbe stata impossibile la Repubblica.
Il loro scopo era dunque d’impadronirsi del potere e di assumere la dittatura repubblicana. Ma, ben inteso, non vi sono mai riusciti. Come sempre, per l’inevitabile forza delle cose, non fu una cospirazione che rovesciò la regalità. I cospiratori avevano preparata questa caduta, seminando largamente l’idea repubblicana; i loro martiri ne avevano fatto l’ideale del popolo. Ma, l’ultima spinta, quella che rovesciò definitivamente il re della borghesia, fu ben più vasta e più forte di quella che poteva venire da una società segreta; essa venne dalla massa popolare.
Il risultato è noto. Il partito, che aveva preparato la caduta della monarchia, non poté salire i gradini del Palazzo municipale. Altri, troppo prudenti per correre i rischi della cospirazione, ma più conosciuti, più moderati anche, stavano aspettando il momento di impadronirsi del potere, prendere il posto che i cospiratori credevano conquistare al rombo delle cannonate. — Pubblicisti, avvocati, parolai che cercavano di farsi un nome, mentre i veri repubblicani tempravano le armi o morivano al bagno, si impadronirono del potere. Gli uni, già celebri, furono applauditi dai gonzi; gli altri si spinsero da soli e furono accettati, perché il loro nome non rappresentava nulla, all’infuori di un programma d’accomodamento con tutti.
Non ci si venga a dire ch’era difetto di spinto pratico nel seno del partito d’azione; che altri potranno far meglio… — No, mille volte no! È legge, come quella del moto degli astri, che il partito d’azione resta escluso dal potere, mentre gli intriganti e i parlatori se ne impadroniscono. — Essi sono più conosciuti dalla grande massa che dà l’ultimo colpo, e riuniscono più suffragi, poiché, con o senza scheda, per acclamazione o mediante le urne, in fondo è sempre una specie d’elezione tacita che in questo momento si fa per acclamazione. Essi sono acclamati da tutti, e in special modo dai nemici della Rivoluzione, che preferiscono spingere avanti delle nullità, e l’acclamazione riconosce così per loro capi coloro che, in fondo, sono nemici del movimento o indifferenti.
L’uomo che più di qualunque altro fu l’incarnazione di questo sistema di cospirazione, l’uomo che per la fede in questo sistema passò tutta la vita in prigione, lanciò, alla vigilia della sua morte, queste parole che sono tutte un programma: Né Dio né Padrone.
III
Immaginare che il governo possa essere rovesciato da una società segreta e sostituito da questa, — è l’errore nel quale sono cadute tutte le organizzazioni rivoluzionarie, nate in seno della borghesia repubblicana dal 1820 in poi. Ma abbondano altri fatti per mettere quest’errore in evidenza. Quanta fede, quanta abnegazione e quale perseveranza non si son viste spiegare dalle società segrete repubblicane della Giovane Italia, — e tuttavia, quel lavoro immenso, tutti quei sacrifici compiuti dalla gioventù italiana, davanti ai quali impallidiscono anche quelli della gioventù russa, tutti i cadaveri ammucchiati nelle fortezze austriache, tutti gli impiccati e i fucilati non servirono che a dare il potere ai furbi della borghesia e alla casa sabauda.
Lo stesso avviene in Russia. È difficile trovare nella storia una organizzazione segreta che abbia ottenuto, con sì pochi mezzi, i risultati immensi conseguiti dalla gioventù russa, che abbia fatto prova di una energia e di una azione tanto potenti come il Comitato Esecutivo. Esso ha fatto crollare un colosso che sembrava invulnerabile, — lo zarismo; ed ha reso il governo autocratico ormai impossibile in Russia. E tuttavia, quanto sarebbe ingenuo il supporre che il Comitato Esecutivo diventerà padrone del potere il giorno in cui la corona di Alessandro III verrà trascinata nel fango. Altri, — i prudenti che lavorano per crearsi un nome, mentre i rivoluzionari foravano le loro mine o perivano in Siberia; altri, — gli intriganti, i parlatori, gli avvocati, i letterati che ad intervalli versano una lacrima ben presto asciutta sulla tomba degli eroi e si spacciano per amici del popolo, — ecco coloro che occuperanno il posto vacante del governo e grideranno Indietro! agli «sconosciuti» che avranno preparata la Rivoluzione.
È inevitabile, è fatale, e non può essere altrimenti. Poiché non sono le società segrete, neppure le organizzazioni rivoluzionarie quelle che danno il colpo di grazia ai governi. La loro funzione, la loro missione storica è di preparare gli spiriti alla Rivoluzione. E quando gli spiriti sono preparati, — grazie alle circostanze esterne favorevoli, —- l’ultima spinta viene non dal gruppo iniziatore, ma dalla massa rimasta estranea alle ramificazioni della società. Il 1 agosto, Parigi resta sorda agli appelli di Blanqui. Quattro giorni più tardi, egli proclama la caduta del governo; ma, allora, non sono più i blanquisti gli iniziatori del movimento; è il popolo, sono milioni di cittadini che detronizzano il Dicembrista e acclamano gli istrioni, i cui nomi da due anni riempiono le loro orecchie. Quando la Rivoluzione sta per scoppiare, quando tutto fa presagire dei moti, il cui successo è già divenuto certo, allora mille uomini nuovi, sui quali l’organizzazione segreta non ha mai esercitato un’influenza diretta, vengono ad appoggiare il movimento, simili ad uccelli di rapina calati sul campo per dividersi le spoglie delle vittime. Questi aiutano a dare l’ultimo colpo e non è fra le fila dei cospiratori sinceri ed inconciliabili, ma tra gli equilibristi della politica, che si scelgono i nuovi capi da quanti sono tormentati dall’idea che un capo è necessario.
I cospiratori che mantengono il pregiudizio della dittatura lavorano dunque inconsciamente a far salire al potere i propri nemici.
Ma, se quanto abbiamo detto è vero per le Rivoluzioni o piuttosto le sommosse politiche, — è molto più vero ancora per la Rivoluzione che noi vogliamo — la Rivoluzione Sociale.
Lasciar stabilire un governo qualunque, un potere forte e ubbidito, significa ostacolare sin dal principio la marcia della Rivoluzione. Il bene che potrebbe fare questo governo è nullo, il male immenso. Infatti, di che si tratta, che cosa intendiamo noi per Rivoluzione? — Non già un semplice cambiamento di governi; ma la presa di possesso da parte del popolo di tutta la ricchezza sociale, l’abolizione di tutti i poteri che non hanno mai cessato d’intralciare lo sviluppo dell’umanità! È con questi decreti emanati da un governo che questa immensa Rivoluzione economica può essere compiuta? Noi abbiamo visto, nel secolo scorso, il dittatore rivoluzionario polacco Kosciusko decretare l’abolizione della servitù personale — la servitù dura ancora ottant’anni dopo questo decreto (1).
Noi abbiamo visto la Convenzione, l’onnipotente Convenzione, la terribile Convenzione, come dicono i suoi ammiratori, decretare la divisione per testa di tutte le terre comunali riprese ai signori. Come tanti altri, questo decreto restò lettera morta, perché, per metterlo in esecuzione, bisognava che i proletari delle campagne facessero una nuova Rivoluzione, e le Rivoluzioni non si tanno a colpi di decreti. Perché la presa di possesso della ricchezza sociale da parte del popolo divenga un fatto compiuto, occorre che il popolo si senta forte e sicuro, scuota la servitù alla quale è troppo abituato, agisca di sua testa e proceda arditamente senza aspettare ordini da nessuno. Ora la dittatura, anche quando fosse la meglio intenzionata del mondo, impedirà precisamente tutto questo, pur essendo incapace di far progredire in altro modo la Rivoluzione.
Ma se il governo — fosse anche un governo rivoluzionario ideale — non crea una forza nuova e non presenta alcun vantaggio per il lavoro di demolizione che dobbiamo compiere, noi possiamo ancor meno contare su lui per la susseguente opera di riorganizzazione. Il cambiamento economico che risulterà della Rivoluzione Sociale sarà così immenso e profondo, dovrà mutare talmente tutte le relazioni odierne basate sulla proprietà e lo scambio, che è impossibile, a uno o a pochi individui, di elaborare le forme sociali che devono nascere nella società futura. Questa elaborazione di nuove forme sociali non può farsi che col lavoro collettivo delle masse. Per soddisfare alla immensa varietà delle condizioni e dei bisogni che nasceranno il giorno in cui la proprietà individuale sarà abolita, occorre la flessibilità dello spirito collettivo del paese. Qualunque autorità esterna non sarà che un inciampo, un impedimento a questo lavoro organico da compiersi, e, quindi, una fonte di discordie e di odii.
Ma è tempo di abbandonare questa illusione, tante volte smentita e tante volte pagata a sì caro prezzo, di un governo rivoluzionario. È tempo di dire una volta per tutte e d’ammettere questo assioma politico, che un governo non può essere rivoluzionario. Si parla della Convenzione; ma non dimentichiamo che le poche misure di carattere un po’ rivoluzionario prese dalla Convenzione, furono la sanzione di fatti compiuti dal popolo, che in quei giorni dominava tutti i governi. Come ha detto Victor Hugo nel suo stile colorito, Danton spingeva Robespierre, Marat sorvegliava e spingeva Danton e Marat stesso era spinto da Cimordain — questa personificazione dei club degli «arrabbiati» e dei ribelli. Come tutti i governi che la precedettero e la seguirono, la Convenzione non fu che una palla di piombo ai piedi del popolo.
I fatti che la storia c’insegna in proposito sono così concludenti; l’impossibilita di un governo rivoluzionario e i mali prodotti da coloro che usurpano un tale nome sono così chiari, che sembra quasi inesplicabile l’accanimento con cui una sedicente scuola socialista vuole tenere l’idea del governo. Ma la spiegazione è ben semplice. Qualunque si dicano socialisti, gli adepti di quella scuola hanno una concezione diversa dalla nostra sulla Rivoluzione che dobbiamo compiere. Per essi — come per tutti i radicali borghesi — la Rivoluzione sociale è tanto lontana che è quasi inutile il curarsene oggi. Ciò ch’essi sognano in fondo al cuore, pur non osando confessarlo, è tutt’altra cosa. È la fondazione di un governo simile a quello della Svizzera o degli Stati Uniti, che faccia qualche tentativo per affidare allo Stato ciò ch’essi ingegnosamente chiamano «servizi pubblici». Qualche cosa che vacilli fra l’ideale di Bismarck e quello del sarto eletto alla presidenza degli Stati Uniti. È un compromesso — fatto anticipatamente — tra le aspirazioni socialiste delle masse e gli appetiti dei borghesi. Essi ben vorrebbero l’espropriazione completa, ma non sentono il coraggio di tentarla, la rimandano al secolo prossimo, e, prima della battaglia, patteggiano col nemico. Per noi, che sentiamo avvicinarsi il momento di colpire mortalmente la borghesia, e prevediamo prossimo il giorno in cui il popolo s’impadronirà di tutta la ricchezza sociale, riducendo all’impotenza la classe degli sfruttatori; per noi non vi può essere esitazione. Noi ci getteremo corpo ed anima nella Rivoluzione Sociale e siccome su questa strada, un governo, qualunque sia il berretto con cui si camuffi, è sempre un ostacolo, noi combatteremo le arti degli ambiziosi e ce ne libereremo a misura che cercheranno d’imporsi per governare i nostri destini.
Basta coi governi; largo al popolo, all’anarchia!
(1) Proclama del 7 maggio 1794 promulgato il 30 maggio. — Se il decreto fosse stato messo in esecuzione, la servitù personale e la giustizia patrimoniale erano abolite di fatto.
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Pubblicato il 20 settembre 2015 su Il raggio riflesso. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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