L’urlo della rabbia

Istantanea 2015-09-20 16-05-54 (1)

( Articolo Condiviso )

Le mura della prigione di Forest rimbombano… molto forte

Quando ci giungono echi che riescono a perforare le mura della prigione di Forest, quando si è subita la reclusione in quelle celle putride, quando si fa visita ad un parente devastato dalla detenzione, c’è solo una reazione sensata possibile: l’urlo della rabbia.
Gli anni passano, i suicidi e i morti in questa galera di Bruxelles si susseguono, gli scandali che scoppiano di tanto in tanto si dissolvono altrettanto rapidamente di come sono apparsi e le condizioni di detenzione non fanno che peggiorare. Gli anni passano, e ogni giorno che questo carcere resta in piedi diventiamo in qualche modo tutti più complici delle atrocità che lo Stato infligge ai detenuti nel nome della Legge e dell’Ordine. Certamente non dimentichiamo che c’è chi è più responsabile: i politici, i direttori carcerari, i secondini aguzzini, i medici che coprono le aberrazioni col loro silenzio, le imprese che si arricchiscono con questa galera. Ma l’ombra di Forest pesa su tutti noi. Esiste anche perché noi continuiamo ad accettare di subirla.
Il fatto è che il confine fra il dentro e il fuori non è così netto come si preferisce credere. Quando avalliamo, col nostro silenzio e la nostra rassegnazione, l’esistenza di un luogo talmente abietto come la prigione di Forest proprio accanto alle nostre case, quelle mura non sono sufficientemente spesse da sbarazzarci di ogni responsabilità. Il carcere è questione che riguarda ciascuno di noi, ci piaccia oppure no.
Sia chiaro. Se ne parliamo qua, non è per deprimerci, e tanto meno per «impietosirci» per la sorte dei detenuti. È un grido di rabbia, la sola che possa riuscire a mettere fine a quanto accade dietro il filo spinato della prigione di Forest. La sola capace di alleggerire il fardello e di far entrare un po’ d’aria in quelle celle fetide. La sola in grado di liberarci, noi che siamo fuori – o piuttosto ancora fuori, poiché al contrario del banchiere, del padrone o del ricco, il ribelle, l’escluso, lo sfruttato hanno buone possibilità di incontrare la prigione sulla propria strada – ma che percepiamo l’ombra di Forest.
L’urlo della rabbia, quindi. Rabbia, lo precisiamo, non richiesta di aiuto. Che senso avrebbe rivolgersi ai politici o agli amministratori di questo mondo per domandare qualcosa? A che pro indirizzarsi ancora ai responsabili che da anni approvano attivamente le atroci condizioni della prigione di Forest? La rabbia non cerca di convincere chi sta in alto, ma serve a tentare di mettere fine, subito e direttamente, ad una situazione intollerabile. Tutto il resto, comprese le iniziative caritatevoli con le migliori intenzioni del mondo, non contribuisce che a far perdurare la situazione.
Ma c’è di più. Oggi il potere sfrutta vergognosamente le atroci condizioni nella prigione di Forest per promuovere il suo piano di costruire una maxi-prigione a Bruxelles. Facendo leva sul disgusto che si prova davanti a ciò che fa subire ai detenuti, vorrebbe farci avallare un progetto di reclusione ancora più ampio. Più umano, dichiara. Per far fronte al sovraffollamento, sostiene. Per chiudere finalmente la prigione di Forest, insiste. Intanto, fino a quando la maxi-prigione non sarà costruita, ovvero almeno per qualche anno ancora, la situazione di Forest resterà immutata. Come si fa a pensare che persone che sono state capaci, per anni, di utilizzare la prigione di Forest per spezzare migliaia di persone e di garantire le atrocità che i detenuti subiscono, non faranno esattamente lo stesso una volta che la nuova prigione entrerà in funzione?
Per sbarazzarsi delle ultime illusioni sull’umanità del potere, bisognerebbe comprendere perché la prigione di Forest è quella che è oggi. Non è un caso, né il risultato di un percorso tragico, né un’incresciosa aberrazione. È una scelta. Una scelta del potere di disporre di un tale strumento per iniettare docilità nei quartieri di Bruxelles. Di terrorizzare coloro che sono portati a infrangere la legge. E non vi sbagliate, una nuova prigione avrebbe esattamente la stessa esigenza. Se anche oggi adotta forme meno «atroci» (tenendo presente che rinchiudere qualcuno costituisce di per sé una tortura), domani, per meglio adempiere alla sua funzione di punizione e di terrore, accoglierà nuovamente squadrette di secondini picchiatori, celle da tre o da quattro, annientamento dei detenuti per malattie e scarsa igiene,… Il fantasma di Forest infesta qualsiasi carcere, vecchio o nuovo che sia.
Il grido di rabbia è perciò anche un grido rivolto al futuro. Non accettare oggi significa prepararsi a non accettare domani. È per questo che occorre chiudere Forest, ora. Dobbiamo chiuderla. Demolirla perché non possa essere ricostruita. Con la forza del nostro rifiuto e la violenza della nostra rivolta. La ruina.
Insalubre, invivibile, la prigione di Forest deve diventare ingestibile. I detenuti possono mettersi all’opera, con la rivolta e l’ammutinamento, ma anche con il sabotaggio. La prigione di Forest è talmente vecchia che delle condotte d’acqua sabotate, dei circuiti elettrici danneggiati, possono renderla incontrollabile (cosa che comporterebbe automaticamente la sua chiusura, come per la prigione di Verviers quasi quattro anni fa). Di allagamento in allagamento, incoraggiamo i nostri cari all’interno ad accelerare la chiusura di Forest col sabotaggio; stiamo al loro fianco per far loro sentire la nostra complicità e la nostra solidarietà.
E pure all’esterno, possiamo mettere il nostro granello di sabbia nell’infernale ingranaggio per farlo scoppiare. I responsabili politici, le istituzioni complici, le imprese che vi speculano, i collaboratori dell’opera repressiva, non sono protetti da mura o da filo spinato. Spesso si trovano all’angolo della nostra via. Rendiamo la loro esistenza impossibile, il loro quotidiano spargere e garantire il terrore che regna nella prigione di Forest. E quando ciò condurrà alla sommossa nella prigione di Forest, riappropriamoci di un passato non così lontano, quando si scendeva nelle strade armati di pietre e molotov, per fare anche noi sommosse nelle strade di questa necropoli.
Se vogliamo demolire subito e da noi stessi la prigione di Forest, non è certo per accettare una nuova prigione domani. Queste due battaglie, contro due galere, vanno mano nella mano. Nel loro cuore portano libertà e solidarietà. E questo le rende estremamente esplosive.
[Demolire la prigione di Forest ora, numero unico, settembre 2015]
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Pubblicato il 21 settembre 2015 su Il raggio riflesso. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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