Archivio mensile:ottobre 2015

Né uomo né donna, al contrario…

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Lilith Jaywalker
Una decisione del tribunale civile di Tours, presa la scorsa estate (20 agosto 2015) e non commentata fino a questo momento, è appena stata rivelata dai media i quali la presentano come una «bomba lanciata in faccia al nostro codice civile» (dixit Libération).
Si tratta di mettere finalmente in un caso giuridico (avendo il Diritto orrore del vuoto) gli ermafroditi, gli intersessuati e altri trans-generi. Quegli esseri che nascono con attributi al tempo stesso maschili e femminili, ma in proporzioni insolite da poter essere immediatamente (nella fattispecie: alla nascita) classificati in un genere. Ora, in una società retta dai diktat dei monoteismi e del liberalismo, è indispensabile attribuire un sesso al neonato, per condizionarlo fin dalla più tenera età al suo futuro ruolo di adulto, assegnato dal suo genere. Non si educa alla stessa maniera un ragazzino o una ragazzina; i loro giochi, il loro centro di interessi, i loro diritti e doveri, le loro frequentazioni ed i loro vestiti devono differenziarsi, in modo da prepararli alla futura missione di riproduttori (trici) e consumatori (trici), nell’interesse del mercato.
È per questo che i medici, disorientati, intimano ai genitori di attribuire un «sesso di crescita» al loro bambino intersessuato. E per aiutarli affinché questa scelta prenda forma — nel vero senso del termine (fabbricando dei pisellini o delle tettine) — giocano ai dottor Mengele e fanno subire ai bambini ogni tipo di mutilazione, scaraventandoli in un mondo di sofferenze per arrivare, all’adolescenza, a una distruzione totale dei loro organi genitali di nascita, a vantaggio di pseudo-peni e pseudo-vagine spesso rimasti, o diventati, improduttivi — ma soprattutto ormai incapaci di farli godere.
Essendo fondamentale la terminologia a seconda di ciò che si vuole dissimulare o far apparire, la neo-lingua ha sostituito la parola intersessuato a quella di ermafrodita, privando la prima dei vantaggi della seconda. L’antico ermafrodita, l’androgino, figlio di Hermes e di Afrodite, presupponeva un essere con due sessi, dotato contemporaneamente di forme maschili e femminili. Non avendo a che fare la mitologia con i modi di riproduzione di questi esseri leggendari, le filiazioni si sono succedute senza preoccuparsi della credibilità. Oggi che la Grecia è sotto tutela e che la Presidente del FMI le impone di comportarsi da «adulta», è ora che impari finalmente come si fanno i bambini, e che ammetta che questi esseri, per quanto belli siano, sono dei pietosi riproduttori. Ed ecco come gli ermafroditi passano dal tutto/tutto (al tempo stesso uomini e donne) al né/né (né uomini né donne). Finché la prima missione dell’essere umano, nel corso del suo soggiorno sulla Terra, sarà quella di riprodursi per perpetuare la specie, finché la donna nullipara sarà considerata irrealizzata nella sua femminilità, la sessualità verrà ridotta alla semplice funzione riproduttrice. Ora, piacere e procreazione, se non sono antinomici, sono quanto meno dissociabili.
Se li si lasciasse in pace e avessero la possibilità di crescere senza mutilazioni né iniezioni di ormoni, gli ermafroditi potrebbero essere dei meravigliosi amanti, forti di questa dualità che offre loro un approccio, in situ, di desideri nel contempo maschili e femminili. Avrebbero tutta l’infanzia e l’adolescenza per scoprire il loro corpo, toccarlo, accarezzarlo, gestirlo, sentire là dove fa bene, coltivare una sembianza più vicina ai criteri maschili o femminili, se tale diventasse una loro scelta, o erigere a canone di bellezza la loro ambivalenza sessuale… In breve, per fare ciò che fanno tutti i bambini con ciò che la natura ha donato loro, non essendo più facile — per chi è dotato del solo cervello rettile — essere nato ragazzo, ragazza o ermafrodita.
Quindi, No! L’avvento giuridico del termine neutro non è affatto un successo!
Il neutro è, in linguistica, il genere dato ad una categoria grammaticale in cui si annoverano i nomi di oggetti o di esseri estranei all’attribuzione di un sesso e, formalmente, i nomi che non presentano caratteristiche maschili o femminili (Petit Robert). Il genere neutro è il radicamento dell’ermafroditismo nel regno del né/né. Neutro viene definito colui che si tiene a distanza dai conflitti, che non prende partito, che non è positivo e non è negativo. La tinta neutra è indecisa, senza brillantezza. Il neutro è privo di passione, di originalità, resta freddo, distaccato, inespressivo (sempre Robert). In linguaggio militare e poliziesco, neutralizzare un individuo significa afferrarlo, bloccarlo, immobilizzarlo.
Allora chi può ragionevolmente essere orgoglioso di essere neutro? Per Victor Hugo «in tempo di rivoluzione, il neutro è impotente», e anche qualora ciò fosse prematuro, non è il caso di privare gli ermafroditi dell’esplosione di gioia futura. È per questo che, di fronte al neutro, Lilith propone un’alternativa: aggiungere ai generi maschile e femminile quelli di mascfem e femchile, a seconda che gli ermafroditi preferiscano privilegiare un sesso piuttosto dell’altro. Quattro generi al posto di due, ecco come arricchire l’umanità senza piegarsi all’ingiunzione di riprodursi…

Il Rom che si morde la coda

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Creano problemi. Il bambino Rom che mi è scappato dalla finestra della scuola a Biauzzo – con la bidella che ha dovuto corrergli dietro – mi ha creato il problema di omessa custodia di alunno, anche se non ho avuto alcuna sanzione disciplinare. Sua sorella che si rifiutava di venire a lezione, con la maestra titolare che mi disse aspramente: “Perché devo farmi carico dei tuoi compiti?”, mi ha creato il problema di essere sgridato da una collega, alla quale avrei voluto rispondere: “Non sapevo che nei miei compiti ci fosse anche quello di prendere di peso una bambina e trascinarla in una stanza”. I due fratelli Hudorovich e il loro cugino, che seguivo in un’altra scuola, a Talmassons, stavano per conto loro a ricreazione ma mi creavano problemi quando facevano dispetti ai bambini “gagi”, che venivano da me a protestare. Le tre zingare che trovai in cortile e che feci entrare anziché mandar via, non mi crearono problemi più di tanto, poiché senza che me ne fossi accorto e quando ancora non ero rientrato, mi avevano preso solo pochi spiccioli. Me ne avrebbero procurati, di problemi, se avessi tardato un po’ e loro avessero scoperto lo stipendio che avevo da poco riscosso e che tenevo nel cassetto del comodino in camera. Per fortuna, sentendo una macchina fermarsi davanti casa, erano scese precipitosamente dal primo piano e si erano fermate sul portone del cortile, pronte a scappare se il padrone di casa avesse accennato ad afferrare un bastone. Cosa che non è avvenuta.

Sembra infatti che anche per loro valga la regola generale, forse l’unica regola universale che vale per tutti: chi pecora si fa è un coglione da sfruttare. Chi lupo si fa è meglio scappare a gambe levate. Erano gli anni in cui credevo che l’umanità fosse educabile e non mi ero ancora voluto rendere conto che invece l’umanità è un insieme di milioni di stupidi vermi putridi e parassiti, di cui solo pochissimi si salvano. I Rom, indubbiamente, creano problemi perché non si attengono, né intendono attenersi, alle regole dei sedentari. Che sono cordialmente odiati e disprezzati. I tre Hudorovich, fratelli e cugino, me lo dicevano in tutta sincerità: “Furlani, razza maledetta!”. Il bambino e sua sorella che frequentavano la scuola a tempo pieno di Biauzzo non me lo dicevano ma lo facevano capire. Le maestre si meravigliavano che d’inverno, quando tutti gli altri stavano in cortile con giubbotti e cappotti, loro due stavano in maglietta e pantaloni: sistema immunitario invidiabile. Ai tre Hudorovich di Talmassons, invece, facevo lezioni sui cavalli, che era l’unico modo per avere la loro attenzione. Il padre trafficava in equidi come da antica tradizione.

Gli antropologi ci spiegano che l’avvento dell’era industriale capitalistica ha messo ancora di più ai margini Rom, Sinti e Calderas, perché le automobili, i trattori e le altre macchine agricole hanno sostituito i cavalli, mentre le pentole rotte si buttano anziché darle ai Calderas da aggiustare. Quindi, se volevano sopravvivere, i nomadi dovevano inventarsi modi per tirare a campare, tra cui il furto che ne è il modo principe. Luigi Luca Cavalli-Sforza direbbe che i nomadi sono gli eredi delle popolazioni di cacciatori-raccoglitori e rubare ai sedentari non è altro, per gli uomini, che andare a cacciare, mentre chiedere l’elemosina non è altro, per le donne, che andare a raccogliere bacche e tuberi.

Se poi qualche ragazzina minorenne va anch’essa a rubare invece che a chiedere l’elemosina, è perché, strategia di sopravvivenza, si sono accorti che i minorenni per la nostra legislazione penale non sono punibili. Quando nella metro di Roma ogni macchinetta dei biglietti ha la sua nomade che chiede l’elemosina, vuol dire che stanno parassitando i viaggiatori, esattamente come le zecche e le pulci che succhiano il sangue ai cani senza ucciderli. Zecche e pulci non possono farne a meno, perché quella è la loro natura e probabilmente anche i Rom non possono farne a meno, essendo che per secoli non hanno saputo fare di meglio.

Il lato positivo della faccenda è che, essendo “figli del vento”, non si lasciano irregimentare in un apparato, sono ribelli costituzionali e rifiutano di diventare “schiavoratori”. Questo è il bello dal loro punto di vista, non avere una sveglia che gli suona nelle orecchie al mattino presto, ma dal punto di vista degli altri, noi “gagi”, è diverso. Infatti, da almeno dieci secoli sono malvisti, allontanati e perseguitati. Quando arrivava il circo in città, sparivano i gatti, dati da mangiare ai leoni. I circensi sono Sinti come i giostrai e quindi nomadi anche loro. Oggi non hanno più bisogno di rapire cani e gatti perché ricevono milioni di euro all’anno di finanziamenti pubblici. Con la scusa che il circo è cultura.

I Rom che non lavorano nello spettacolo, ricevono anch’essi case popolari, bollette di luce e acqua pagate dal Comune e altre agevolazioni. Gli viene fatto questo servizio sperando di farli integrare, o almeno farli smettere di rubare, nello stesso modo in cui il ministero della pubblica istruzione ai miei tempi mi aveva ingaggiato come insegnante di sostegno per i nomadi. Il fatto è che, se è cristiano aiutare chi ha bisogno, diventa stupido aiutare chi non vuole essere aiutato e ricorda quei boys-scout che prendono la vecchietta sotto braccio per farle attraversare la strada, dovendo fare la loro buona azione quotidiana, senza accorgersi che la vecchietta non voleva attraversarla e che, strepitando, gli sta pure dando l’ombrello in testa.

Ecco, i Rom ripagano il ben volere istituzionale dei “gagi” continuando imperterriti a rubare, tanto è vero che, a giudicare dalle macchine di grossa cilindrata parcheggiate nei campi nomadi e da denaro e gioielli che ogni tanto le forze dell’ordine vi trovano, non si tratta più di sopravvivenza, ma di arricchimento. Essendo esseri umani come tutti gli altri, anch’essi amano il lusso e non si pongono limiti all’accumulo di denaro, benché il Vangelo dica di usare moderazione. La loro religiosità, superiore a quella degli altri cattolici, non li salva né agli occhi dei correligionari defraudati, né come regola di vita morigerata autoimposta. Non vedrete mai un Rom con un’utilitaria perché, come disse Mansueto Levacovich, se si deve scappare in fretta e furia perché stanno arrivando gli sbirri, è necessario che sia una macchina di grossa cilindrata a trainare la roulotte, perché una FIAT 500 non ce la farebbe. Lo stesso Levacovich, che fu il primo Rom eletto in Italia, nel consiglio comunale di Udine con la Lista Verde e che resistette solo poche settimane, ricevette qualche colpo di pistola una notte, da un Rom di un altro accampamento. E questo significa che essere figli del vento e non avere padroni, idea romantica e anarchica quanto si vuole, non li esime dalle violenze e dai contrasti con familiari o affini o rivali. Esattamente come avviene a volte fra vicini di casa sedentari. Il morto, ci può scappare sia che si tratti di “gagi”, che si ammazzano perché il cane ha fatto pipì sull’insalata del vicino, sia che si tratti di Rom che si ammazzano per la spartizione del bottino dell’ultima rapina. Non si salva nessuno e la Discordia corre dietro a tutti.

Tra il radere al suolo i campi nomadi come dice Salvini e aprire le porte a Cristo, come disse il Papa polacco, c’è forse una via di mezzo o forse no. Cacciatore-raccoglitore non puoi più farlo, perché diventeresti bracconiere e le bacche dei boschi non ti sfamano. Forse una soluzione sarebbe il reddito di cittadinanza, a nomadi e sedentari indifferentemente, se tutti costoro si accontentassero di 700 euro mensili. Se è giusto che ognuno si scelga lo stile di vita che preferisce, ovvero di vivere senza lavorare, è anche giusto che i beni privati faticosamente accumulati siano tutelati, altrimenti si va a colpire la vecchietta e la sua pensione, attirandosi l’odio dei sedentari.

I Rom rubano e fanno scandalo perché lo fanno al di fuori dell’ombrello protettivo delle leggi. I politici rubano sotto l’ombrello protettivo delle leggi, ma non fanno abbastanza scandalo, benché ultimamente il malumore nei loro confronti sia in crescita. E ciò avviene perché la gente è stata abituata ad avere rispetto per le istituzioni, indiscutibilmente buone per forza di cose, mentre nomadi e vagabondi sono disprezzabili per principio, perché la cultura dei sedentari, cioè dei discendenti delle popolazioni agro-pastorali, ha allestito tutto un castello di preconcetti di quel genere. Per evitare che le minorenni Rom vadano a rubare, si cambi la legge e gli si faccia provare un po’ di carcere, perché se come dissero le due ragazzine bosniache “tanto le vecchiette devono morire”, nel loro caso di può dire: “tanto i soldi rubati li usate per vestiti all’ultima moda, cioè per cose futili”.

Tanto mi dà tanto. La tua libertà finisce dove comincia la mia. La tua ignoranza è la nostra rovina, ma questo si può applicare anche ai sedentari. I Rom, come i musulmani, non sanno che è in atto una campagna di odio nei loro confronti. Quando i sedentari cristiani s’incazzeranno contro di loro, saranno dolori per tutti. Loro cadranno dalle nuvole e si atteggeranno a vittime, noi ci prenderemo le nostre soddisfazioni ma finiremo male come gli altri, perché i registi di questa situazione si aspettano solo questo: che noi facciamo un passo falso. La guerra civile è una guerra come tutte le altre e porta ugualmente ricchezza ai guerrafondai. E’ un circolo vizioso, un cane che si morde la coda e non si sa dove cominci la coda e dove cominci il cane. Tutti hanno ragione, ma tutti hanno anche torto.

L’eterna notte dei morti viventi

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Anne Archet
Sono una morta vivente come gli altri perché ai giorni nostri poche persone vivono veramente — fanno cioè l’esperienza della propria vitalità nel presente. Poche persone afferrano l’energia dei propri desideri per diventare ciò che sono. Siamo troppo occupati a lavorare.
Sono una sonnambula. Mi capita di sognare un mondo pieno di esseri unici e tragici di bellezza che occupano e attraversano le strade e le pianure danzando, facendo della loro vita un gioco, un’avventura senza fine. Un mondo in cui la vita è finalmente possibile, fatta di intenzioni spontanee, di complicità e di conflitti creativi. Ogni volta che mi lascio andare a queste fantasticherie vengo brutalmente riportata alla realtà quando il mio spirito fa ritorno nel mio povero corpo zombificato, appena in tempo per evitare di  sbattere in un altro sonnambulo che avanza sulla mia strada già tracciata in anticipo.
Il mondo del lavoro è un mondo squallido e senza gioia. È un mondo fatto di ingranaggi cigolanti e di procedure amministrative che portano tranquillamente, quasi senza storia, alla morte. Un mondo di sopravvivenza, regolato dall’abitudine, dove i sonnambuli avanzano per strade rigorosamente indicate assumendo ruoli che non hanno scritto e di cui hanno nulla da dire. Un mondo in cui ognuno viene ucciso fin dalla nascita, trasformato in ingranaggio, in attrezzo, in merce, oggetto inerte — in morto vivente.
«Chi non vuole lavorare non mangi neppure», ci dice la Bibbia da millenni. Così si riassume perfettamente l’odiosa etica del lavoro: meschina di spirito e di cuore, implacabile e miserabile. L’etica del lavoro è la morale del bottegaio terrorizzato dal ladro affamato di pane. È quella del conduttore da programma radiofonico che fustiga gli oziosi, i fannulloni, gli stranieri che rubano lavoro e parassitano l’assistenza sociale. È quella che giustifica il manganello e la frusta. Se è facile respingere i bigotti che si spolmonano per rifilarcela, è molto più difficile coglierne la logica e soprattutto sfuggire ai suoi ingranaggi.
Non crediate di non essere schiavi perché avete i vostri fine settimana. La distinzione fra il lavoratore e lo schiavo è di grado, non di natura. So che è rassicurante illudersi d’essere un soggetto razionale e indipendente, un libero cittadino di una società democratica regolata dallo stato di diritto, ma tutto ciò è solo il paravento di una realtà assai più prosaica: quella della nostra schiavitù. Per la maggior parte del tempo l’orrore mortifero del lavoro ci sfugge perché la sua logica è velata, incrostata nel nostro subconscio.
Il lavoro si perpetua grazie all’attività alienata. Quando agiamo per abitudine, senza riflettere, ripetendo gli stessi gesti banali — ovvero, come facciamo per lo più nel corso del nostro tempo detto di veglia — siamo dei sonnambuli. E quando vendiamo il nostro corpo e i nostri gesti a una causa che ignoriamo e che non è la nostra, siamo schiavi sonnambuli. Il lavoro ci trasforma in zombi erranti che barcollano fra un sonno ed un altro in una eterna notte dei morti viventi.
Il contrario del lavoro non è l’ozio. Lavoro ed ozio non sono che i due volti di una stessa realtà, quella della notte eterna dei morti viventi. Prendersela col lavoro reclamando più sbobba nella gavetta, meno frustate, più salario o un minor numero di ore di lavoro è perfettamente compatibile con la logica del lavoro. Anche quando Lafargue difendeva coraggiosamente il diritto all’ozio, la logica del lavoro, il regno della sopravvivenza e l’eterna notte dei morti viventi restavano solidamente assisi sul loro piedistallo plurimillenario. Opporre il divertimento al lavoro non è che far valere la preservazione dall’usura prematura dei corpi contro l’oppressione. Ogni padrone intelligente sa che ha tutto l’interesse che le sue macchine siano ben tenute e che i suoi schiavi rientrino a casa in buone condizioni. Il contrario del lavoro è la vita.
Ogni attività che abbia minimamente un valore deve avere una finalità; questa è la logica del lavoro. Ciò significa che ogni gesto deve essere valutato e giudicato sulla base del suo risultato finale. Dato che il fine giustifica i mezzi, il prodotto ha la precedenza sul processo creativo e quindi il futuro — per definizione non-esistente — domina l’istante presente. La soddisfazione immediata che procura la gioia di creare non ha alcun valore, contano solo il successo o l’insuccesso. E solo ciò che si può contare ha valore in un mondo dominato dal lavoro. Quando l’efficacia è un valore in sé, il vostro valore deve poter essere contato, altrimenti non conterà per nulla e sarà messo nella colonna dei debiti della grande contabilità sociale universale. Fra le poche cose certe, siamo tutte e tutti destinati a diventare degli zero alla fine della nostra interminabile marcia al termine della notte dei morti viventi.
Non essere al lavoro non vi mette al riparo dal lavoro, poiché la sua logica della finalità governa tutti i ruoli che vi vengono assegnati. Gli imperativi sociali legati al genere, alla razza, alla religione e compagnia bella esistono per fini che vanno oltre e ci schiacciano, allo scopo di ottenere risultati utili alla riproduzione sociale. Alla mia nascita mi è stato attribuito il ruolo di «donna» e ricoprire questo ruolo corrisponde in ogni punto ad un lavoro attraverso lo spossessamento della mia vita che questa attività comporta. Anche la nostra sessualità — pur avendo la potenzialità di gioco folle e gratuito — non è un fine in sé; essa deve servire ad assicurare la sopravvivenza della specie, della vostra coppia, del vostro rango sociale.
Il lavoro è un modo gentile per definire il furto della vita. Con gli occhi fissi sui risultati, sui fini, sul prodotto, la vita immediata sparisce. L’avvenire cannibalizza il nostro divenire fino all’ultimo sacrificio della nostra vita nel nome della produzione e della riproduzione sociale. Il flusso caotico e proteiforme delle nostre relazioni interpersonali viene pervertito, amputato e fatto a pezzi per meglio canalizzarlo in ruoli che sono solo ingranaggi nella macchina sociale. Ecco l’essenza stessa dell’alienazione: il furto della mia attività e della mia vita, il furto delle vostre e di tutti coloro che potrebbero essere vostri amanti o magnifici nemici e che sono ridotti ad essere meno di se stessi, oggetti, merci, funzioni sociali, sonnambuli, morti viventi.
Se almeno quel che produco mi appartenesse… sarebbe una ridicola ma reale consolazione. Se almeno avessi una parola da dire a proposito dei fini. Se almeno potessi appropriarmi dei successi che coronano gli sforzi compiuti dal mio corpo più o meno suo malgrado. Mi direi che questa merda di esistenza non è del tutto iniqua. Questa richiesta ben limitata e ridicola (nel senso che mi faccio comunque derubare della vita) è purtroppo inconcepibile agli occhi dei Padroni. Tutto ciò che merito, fin dalla nascita, sono le briciole, gli scarti e i fallimenti — e, sopra ogni cosa, l’impossibilità di vivere.
Tutte le rivoluzioni hanno «liberato» gli individui rimettendoli seduta stante al lavoro. Lavorare per la rivoluzione è comunque lavorare, perché la rivoluzione è un compito con uno scopo preciso: quello di produrre una società perfettamente funzionale. Una rivoluzione ha un inizio e una fine. È un successo o è un fallimento, può essere vinta come può essere perduta. Sta di fatto che ha sempre dei fini ed ha sempre una fine. Se si segue questa logica esiste solo lavoro rivoluzionario e ozio rivoluzionario. Potrei diventare militante e lavorare per la rivoluzione e sacrificarmi per la sua vittoria. Oppure, potrei non fare nulla e aspettare che la Storia, il Proletariato, le contraddizioni del Capitalismo, la distruzione dell’Ambiente, il Messia o qualsiasi altra astrazione faccia il lavoro al posto mio. In entrambi i casi, sacrificherei il mio divenire per un avvenire, lascerei che la vita mi scivoli fra le dita e proseguirei la mia eterna marcia nella notte dei morti viventi. Rinchiuse nella logica del lavoro, tutte le rivoluzioni sono fallite, anche quelle che erano vittoriose. Soprattutto quelle che erano vittoriose, di fatto; il loro fallimento è stato sancito fin dall’inizio adottando la logica dei vincenti e dei perdenti, della riuscita o dell’insuccesso — perché hanno lasciato che il passato determinasse il futuro e il futuro determinasse il presente.
Spezzare la logica del lavoro è la sola opzione che resta ai sonnambuli che siamo. Bisogna resistere agli ingranaggi del lavoro che ci stritolano, non perché ciò ci riporterà in un futuro più o meno prevedibile (perché la notte dei morti viventi è eterna), ma per ciò che se ne può trarre immediatamente, qui ed ora. Contrariamente al lavoro, la vita è un gioco inteso nel senso più nobile: una esplorazione, una esperienza che non si giustifica mai altrimenti che di per sé e per il piacere che procura, una apertura infinita all’avventura e alla trasformazione perpetua. La vita non può essere un insuccesso. E non può nemmeno essere sconfitta, perché è senza fini e senza scopo, è solo conflitto e complicità, distruzione e creazione.
Precipitare nel mondo dei viventi significa mettere la nostra esistenza in gioco in ogni momento per la semplice gioia di esistere.

Baby Slot

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https://youtu.be/fnJFWETfZPo

Come cambiare il senso delle parole svuotandole dal loro significato primario.

Ecco arrivare, siamo sotto Natale, le “Baby Slot”.

Che non incentivano il gioco d’azzardo ai ragazzini... ma no, figuriamoci!

Non ci sono premi in denaro, ma solo bonus, una ‘raccolta punta‘ per poter ottenere un premio… un pupazzo di peluche, un gadget di qualche sorta.
Siamo all’assurdità più totale.

L’irragionevolezza di questa storia è che si vuole far passare il messaggio come:

“facciamo giocare i più piccoli, lasciamoli divertire con queste macchinette inoffensive, li abitueremo a star lontano dal gioco”.

Un po’ come dire: “curiamo la malattia con la causa della malattia stessa.
Sei un fumatore?
Ok, ti regaliamo 5 pacchetti di sigarette al giorno, per farti smettere.
Sei un elitista?
5 bottiglie di alcool tutte per te. E’ la cura giusta.

La malattia del gioco, rovina persone e famiglie è un cancro della società.
La ludopatia è una gravissima malattia sociale.

Il buon senso imporrebbe di proibire, in subordine regolamentare severamente il gioco d’azzardo, poichè i soggetti più deboli entrano di fatto in una spirale, un labirinto pauroso ed effimero dal quale difficilmente riusciranno a trovare l’uscita.

Cittadini di qualsiasi età che le istituzioni dovrebbero proteggere e non avviarli già dalla tenera età ad un futuro di neo biscazzieri.

Domandarsi chi ci guadagna è una domanda retorica.

Chi ci perde è sempre lo stesso soggetto:
il cittadino perde, il banco vince sempre.

Silvanetta Pi

“Baby-slot”, la Liguria alla crociata contro l’azzardo

http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2015/10/22/ARZshRPG-crociata_azzardo_liguria.shtml

Ignoranza senza frontiere

«Portate la guerra? Temete il vostro vicino? Allora eliminate le frontiere – Così non avrete più vicini.
Ma voi volete la guerra, ed è per questo che per prima cosa allestite delle frontiere»
F. Nietzsche
changer-le-monde
L’Ungheria sta per realizzare una recinzione attorno alle sue frontiere con la Serbia: alta quattro metri e lunga 175 chilometri, rappresenterà una chiara posizione contraria ai vicini indesiderabili — no entry! La giustificazione è la seguente: l’Ungheria avrebbe già fatto troppe concessioni nel mercato annuale europeo della migrazione in rapporto a tutti gli altri Stati, e perciò non è disposta a immagazzinare ulteriori merci inutilizzabili. La Spagna ha la stessa posizione: nelle due enclave di Ceuta e Melilla a nord del Marocco, le numerose cancellate già esistenti di sei metri di altezza vengono regolarmente raddoppiate. Per di più, nuove leggi consentono ormai ufficialmente alla Guardia Civil di bastonare e respingere direttamente sul lato marocchino la merce straniera inutilizzabile che riesce malgrado tutto a superare quella barriera teoricamente ermetica. Vivi o morti. La Grecia, la cui crisi capitalista naviga verso il suo zenith, lascia i rifugiati a crepare per strada o li incarcera nei campi o li porta in celle che restano chiuse 23 ore al giorno. E quando il risultato non è l’assassinio per mancanza di cure mediche come è accaduto a un siriano il 24 luglio in un campo di Lesbos, cosa si vuole di più? Calais, cittadina portuaria, è un altro esempio dell’ospitalità europea. Da anni, questa piccola città addormentata è la strozzatura che collega il continente europeo all’Inghilterra. Nell’ultima settimana, centinaia di rifugiati hanno tentato di dare l’assalto all’Eurotunnel: pestaggi, ferimenti e morti (undici morti dall’inizio del giugno 2015) erano e sono le conseguenze dell’azione di sbirri francesi e inglesi — e questo da anni! Intanto in Germania alcuni neonazisti moltiplicano i loro attacchi incendiari contro i centri di accoglienza per richiedenti asilo, mentre gli amministratori di questi stessi luoghi agiscono in maniera non meno fascista. Alla frontiera del Canton Ticino (Svizzera/Italia), vengono utilizzati droni per snidare e arrestare gli indesiderabili. Attraverso tutta la Svizzera sono previsti nuovi campi, con l’allestimento di villaggi di tende o il riutilizzo di bunker della protezione civile. Anche qui si procede in conformità col detto: «Le buone nel pentolino, le cattive nel gozzino»* e in maniera ancora più efficace rispetto a quasi dappertutto in Europa. L’importante è che tutto avvenga senza intoppi, in fretta e con discrezione.
Di fronte a questa guerra interna dell’Europa contro gli indesiderabili, di cui ciò che viene sopra descritto costituisce solo la punta dell’iceberg, l’emozione dovrebbe essere quanto meno opportuna.
Emozione?
No, non parlo dell’emozione umanitaria che provoca surrogati d’azione quali concessioni utili a risollevare la propria cattiva coscienza, o il fatto di occuparsi delle «vittime» passive. Ciò di cui parlo, e che manca palesemente, è una emozione rivoluzionaria che, sospinta dalla chiarezza, l’empatia e la rabbia, s’indirizzi contro le strutture che esercitano questo terrore quotidiano. Non basta avere consapevolezza delle strutture glaciali e assassine dello Stato e dell’economia, così come non si tratta di accettare in silenzio la guerra sociale che qui incombe. Lo sconforto e la lamentela non fanno che alimentare una servile rassegnazione che finisce per ingoiare tutto, comprese le nostre pene. Affinché l’emozione divenga rivoluzionaria, ha bisogno di idee sovversive; della prospettiva di una vita improntata alla dignità per tutti; e di conseguenza del rifiuto di tutti i meccanismi autoritari che costituiscono questa società. Questo processo significa intraprendere un confronto quotidiano con se stessi e con la società, creare ed approfondire legami sociali diretti e coltivare una certa audacia. Solo così questa specie di emozione potrà trasformarsi in azione diretta, che produrrà a sua volta nuove idee per altre azioni.
Una cosa è chiara: le frontiere devono sparire; quelli che le costruiscono, le trasportano, le approntano, le proteggono, le possiedono, le gestiscono, devono sloggiare; quelli che ordinano e pianificano la loro messa in atto devono levarsi dai piedi; quelli che ne testano e ne migliorano la qualità devono smammare. Tutto ciò deve cessare!
* Espressione popolare tratta da Cenerentola dei fratelli Grimm, allorché la sventurata si fa aiutare dagli uccelli per fare la cernita delle lenticchie rovesciate nella cenere. L’espressione significa selezionare la piccola parte interessante all’interno di una massa sporca e informe.

È una fortuna, una comoda fortuna, essere atei in questo caso.

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O c’è o non c’è

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Era un giovane senegalese, alto e magro, occhi spalancati e sorriso candido. Era stato pizzicato dai vigili urbani su una spiaggia. Sulla sua bancarella, in mezzo a maschere e oggetti vari africani, c’erano anche due-borse-due Fendi. Contraffatte, ovviamente. In tribunale, fra la lingua che non parlava, le leggi che non conosceva, l’avvocato che non aveva, il ricorso che non c’era… si mise in moto quello spietato meccanismo giudiziario che lo fece cadere in disgrazia. Pregava più volte al giorno, in silenzio, per non dare disturbo, dondolandosi su e giù, e agitando vorticosamente nell’aria il dito come se fosse una penna, come se volesse scrivere e sottoscrivere ogni volta il suo giuramento a Dio.
Un giorno, mentre stavamo parlando, non riuscì più a trattenersi e scoppiò in una risata: «Oh, voialtri [noialtri, siamo noi europei, bianchi, occidentali], quanto mi fate ridere con la religione!». Gli risposi che ero ateo, ma non servì a nulla. «Voialtri, quanto mi fate ridere… Quando vi vedo andare in chiesa, rido, rido!… Voi non siete seri… Io prego più volte al giorno, perché credo in Dio!… O Dio c’è, o Dio non c’è… se uno crede in Dio, allora ci crede tutto il giorno, tutta la vita… non è qualcosa che va e viene… Dio è sempre con lui e lui è sempre con Dio». Si interruppe e riprese a ridere e poi concluse: «Ma voialtri, siete proprio buffi… Non pregate mai… vi comportate male tutta la settimana… andate in chiesa solo la domenica, e nemmeno sempre… e poi, chiedete perdono e ricominciate da capo?… ma che razza di rapporto avete con Dio?… non siete seri voialtri!».
No, non siamo seri. Per noialtri è facile sbarazzarsi della sua ironia pensando che derivi da una questione religiosa che non ci riguarda. Musulmano ignorante e fanatico! Ma è solo Dio quel qualcosa in cui o si crede oppure no? È solo un fantasma divino quel qualcosa che si può accogliere dentro di sé per intima persuasione, per assoluta fiducia, per energica approvazione, perché si ritiene giusto (perché anche questo è credere)? E una volta che lo si è accolto nella nostra testa come nel nostro cuore, che si fa? Quando non conviene, lo si mette fuori come un panno puzzolente per poi avvolgersi dentro una volta alla settimana — e nemmeno sempre?
È una fortuna, una comoda fortuna, essere atei in questo caso. Ci dispensa dalla fatica di allontanare quella risata da quel qualcosa chiamato idea o etica. Perché altrimenti… musulmano ignorante e fanatico!

La Nato alza i toni con la Russia: “Pronti a mandare soldati in Turchia”

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Il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha lanciato un messaggio forte alla Russia per la violazione dello spazio aereo turco da parte di due jet dell’aviazione di Mosca.

“La Nato è pronta a difendere qualunque socio dell’Alleanza Atlantica, inclusa la Turchia”. Lo ha detto il segretario Stoltenberg che ha anche annunciato di essere disposto a impiegare truppe in Turchia “se fosse necessario”.

La presa di posizione del segretario della Nato è stata espressa durante l’incontro di oggi tra i ministri della difesa dell’Alleanza Atlantica a Bruxelles. “L’escalation militare in Siria” – ha dichiarato il ministro della difesa Usa Ashton Carter– “avrà conseguenze per la Russia, che nei prossimi giorni comincerà a subire perdite”.  Stoltenberg infine ha fatto ancora appello alla Russia per impegnarsi in un ruolo costruttivo contro l’Isis.

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Senza parole

edward

Con ogni mezzo necessario?

Sono passati molti anni da quando, in seguito all’affermazione contenuta in uno scritto, in cui si affermava che la realizzazione di una certa nocività doveva essere impedita “con ogni mezzo necessario”, alcuni compagni facevano notare che questo genere di dichiarazione rischia di aprire le porte anche a ciò che non vogliamo. Cosa si intende, infatti, “con ogni mezzo necessario”? Tutto, “ogni mezzo” per l’appunto, e quindi potrebbe passare anche il messaggio che per impedire la realizzazione di quella nocività, o qualunque altra cosa si decida di contrastare, si possa fare ricorso, per esempio, anche alla raccolta di firme o al ricorso al Tar, il tribunale amministrativo. Pratiche decisamente poco anarchiche.
Riflettendoci, non si può che trovarsi d’accordo con quella osservazione, pensando a come sia invece la controparte, lo Stato, ad essere disposto ad agire “con ogni mezzo necessario” pur di raggiungere i suoi scopi. Costruzione di prove false, arresti indiscriminati, minacce, torture, bombe nelle piazze e sui treni… Pratiche queste ultime, che lo Stato, per il raggiungimento dei suoi obiettivi “con ogni mezzo necessario”, ha compiuto in stretta collaborazione con i fascisti.
Alla luce di ciò, colpisce ancora di più leggere, su un sito di movimento, che “Il fascismo si combatte con ogni mezzo necessario”. Significa quindi che lo Stato, i fascisti e coloro che vogliono combattere il fascismo (questi generici antifascisti) siano tutti disposti a non porsi domande su quali siano le pratiche, e quindi l’etica che le sorregge e le legittima, pur di combattere contro il rispettivo nemico? Crediamo – e speriamo – di no. Ma è proprio quel comunicato che lascia aperta la porta al dubbio, e non per lo slogan – di cui comprendiamo le intenzioni – ma perché sono elencati una serie di nomi, senza distinzione alcuna, accomunati dal loro essere “antifascisti” ma, appunto, “con ogni mezzo necessario”. Ma è corretto raggruppare sotto lo stesso ombrello, quello dell’antifascismo nel caso specifico, persone che compiono tra loro scelte diverse? È corretto accomunare chi si trova ad affrontare la repressione senza nulla rinnegare di quanto gli viene imputato (al di là che lo abbia o meno commesso realmente) con chi – nei fatti – ha già rinnegato quanto gli viene contestato e, per di più, nel corso di una manifestazione collettiva (quella che nel suddetto comunicato è definita “la rivolta”), che quindi non riguarda e non coinvolge solo lui?
Quando, dopo l’arresto e qualche giorno in carcere, durante quello che la lingua di legno del Potere definisce “interrogatorio di garanzia”, si ammette di essere colui che viene immortalato in alcune foto (e fin qui…), ma si aggiunge anche di essere disposto a risarcire i danni si sta ammettendo, di fatto, di aver commesso un errore, di avere sbagliato e, quindi, implicitamente, di essere se non pentito, quantomeno costernato per la propria condotta, una condotta riprovevole. Ora, non si intendono qui dare lezioni di coerenza rivoluzionaria o misurare il tasso di sovversività degli individui per mezzo di un metro inesistente, ma è indubbio che un certo genere di ammissione non possa non avere conseguenze anche per gli altri che sono imputati per gli stessi fatti e gli stessi reati, agli occhi di un Potere che – invece sì – usa sempre bene il suo metro repressivo. Quali saranno infatti le conseguenze per chi non si dirà disposto a risarcire i danni causati nel corso del suo agire? O di chi addirittura si dichiarasse pronto a rifarlo? La risposta dovrebbe essere scontata… Ci si colloca su piatti diversi tra quelli retti dalla giustizia, con l’inevitabile conseguenza che l’alleggerimento di uno rende l’altro più pesante.
Affermare che la responsabilità di una tale scelta sia da attribuire a cause esterne alla propria volontà è solo una forma estrema di arrampicata sugli specchi, perché non possono esistere cause “esterne” alla propria volontà individuale, ed evitiamo di entrare nel merito di queste cause, in primis per rispetto della vita privata di chi è coinvolto, ed anche perché parlarne non farebbe altro che evidenziare maggiormente la pochezza e la miseria di un certo pensiero e di un certo agire.
Un compagno è, o dovrebbe essere, sempre un individuo consapevole, di se stesso e delle proprie responsabilità, e nel momento in cui decide di muoversi in una certa direzione, deve essere anche disposto a farsi carico e ad assumere quelle responsabilità, che sono umane, sociali, politiche, giudiziarie… In caso contrario, qualora non fosse disposto a farlo, bene farebbe a stare a casa, perché quello della sovversione sociale non è né un gioco a cui si può giocare fino a che le cose vanno bene, e neanche una questione di “pignoleria”, come spesso vengono bollate le critiche come questa, ragion per cui in molti decidono di tacere davanti a situazioni simili, oppure a parlarne solo in privato, e mai coi diretti interessati.
Certo non siamo contenti quando qualcuno finisce in carcere, e ci fa piacere  saperne fuori la persona coinvolta, ma la debita conseguenza di certe scelte dovrebbe essere tirarsi fuori dal gioco (che tale appunto appare…) e farsi, tranquillamente, la propria vita.
Purtroppo però l’amicizia tende a soppiantare sempre più i rapporti di affinità e la ricerca della progettualità, e si tende a rinunciare a questi per non abbandonare quella, in un costante e continuo scivolamento verso il basso dei propri sogni, delle proprie aspirazioni, dei propri progetti, della propria etica, e della capacità di farsi carico delle conseguenze di tutto ciò. Non ci sono quindi mai conseguenze o prese di posizione chiare e nette davanti a fatti simili, perché sembra prevalere ormai la disponibilità a bere una birra in compagnia o andare a fare i tuffi insieme, piuttosto che la complicità nella ricerca di un progetto comune, interrogandosi sui mezzi più adatti per realizzarlo.
Sarà forse un caso, ma dopo “la rivolta” c’è stato anche un sabotaggio – un ripetitore telefonico incendiato – rivendicato in solidarietà con chi era stato aggredito dai fascisti, fatto da cui era scaturita “la rivolta” stessa. Ne è seguito un comunicato in cui, con una forma che metteva le mani avanti, si dichiarava di non volere indicare nessuno quale autore del sabotaggio, facendo comunque intendere di non essere stati loro, gli estensori. Ora, non sarà la stessa cosa che puntare il dito contro qualcuno, ma anche tirarsi fuori e restringere il campo della ricerca, non è pratica molto nobile. È tutto questo guazzabuglio che poi permette ai pentiti di tornare a frequentare posti e situazioni di compagni o ai dissociati di tenere lezioni sui modi di portare avanti le lotte…
Davanti a tutto ciò possiamo ancora continuare a mettere la testa sotto la sabbia per restare amici di tutti; possiamo ancora turarci il naso per non respirare l’olezzo nauseabondo, ma tutto ciò, alla lunga, fa mancare l’aria.
Preferiamo respirare.

Anarchici

[3 ottobre 2015]

Un giocattolo rotto

Pentirsi dei propri gesti o delle proprie idee significa, senza tanti giri di parole, prendere le distanze da questi, dissociarsi. Oggi il linguaggio è cambiato, i significati sono più diluiti, lo scarto tra ciò che si dice e quello che si fa aumenta sempre più. Dare seguito alle proprie parole sembra quasi velleitario e molto spesso, purtroppo, tutto si riduce in slogan, frasi fatte, gesti emulati. Agire coerentemente non può certo essere un gesto di pignoleria o una sorta di rigidità mentale. Dovrebbe essere, al contrario, lo spirito che anima chi si mette in mezzo nel tentativo di sovvertire questo mondo, o quanto meno nel tentativo di mettere i bastoni tra le ruote allo sfruttamento e all’iniquità.
Ma questi discorsi sembrano essere ormai cose da marziani, da rompicoglioni, da vecchi compagni legati all’ideologia. Questo è il tempo dell’assenza di memoria, della comunicazione veloce, del linguaggio spezzettato e tutto ciò non può che determinare anche i gesti e i pensieri di chi è immerso, noi compresi, in questa realtà. Ciò non significa, però, che tutto abbia una giustificazione e possa essere tollerato, anzi, più siamo accondiscendenti, poco attenti e poco critici e più la realtà tenderà a sovrastarci.
Dopo che a Cremona un’aggressione fascista aveva portato in fin di vita un appartenente del Csa Dordoni, un grosso corteo ha percorso le vie della città, con rabbia. Alcuni antifascisti sono stati arrestati in seguito a questo corteo. Uno di loro, durante l’interrogatorio, ha affermato di essere stato presente a quella manifestazione e di voler ripagare i danni, giustificando in seguito di aver preso una tale decisione perché confuso e perché raggirato dall’avvocato.
Nessuno pretende che i compagni siano degli eroi, ma forse è necessario che si rifletta un po’ di più sulle proprie azioni. Capire che le proprie scelte comportano delle conseguenze sembra essere incomprensibile a molti, eppure è una banalità di base che dovrebbe essere più che scontata. Altrimenti dobbiamo giungere alla conclusione che nulla è importante e che assumersi la responsabilità di quello che si fa e che si dice vale per noi tanto quanto vale per chi, in questo mondo, tenta di sopraffare gli altri. Inaccettabile. Ma poiché nessuno pretende che ci siano obblighi o regole da imporre, può accadere che un compagno comprenda, dopo essere arrestato, che quella non è la sua strada, che nella vita vuole fare altro e quindi si dissocia dal suo gesto o dalle sue idee; ma perché allora ricordarlo alla stregua di chi, invece, coerentemente accetta le conseguenze – compreso il carcere e la repressione – senza scusarsi in seguito ai suoi gesti?
E cosa significa dichiararsi antifascista dopo essersi scusato sostenendo di volere ripagare? Una sorta di etichetta, un marchio che mette al riparo da qualsiasi critica? Senza contare che dirsi antifascista senza fare una minima riflessione sul contesto in cui ci troviamo è una formula vuota e inutile, buona solo a sentirsi parte di un gruppo. Questo è quello che comporta il gregarismo, il fare o dire le cose perché le fanno o le dicono altri. La cosa peggiore, poi, è scaricare la propria responsabilità su qualcun altro, in questo caso l’avvocato. Negli ultimi tempi abbiamo assistito alla presenza sempre più ingombrante degli avvocati che spesso hanno preso le redini dei processi condizionando molto la difesa dei compagni. L’avvocato fa quello che gli si dice di fare a livello politico se è una persona sensibile, un amico o addirittura – se possibile – un compagno. Non dice quello che non vuoi e non si sostituisce a te se glielo impedisci. Se si pone in questo modo ciò che resta da fare è revocarlo o minacciarlo. Ma se l’avvocato non ha agito in questo modo, non si può buttare merda su di lui per arrampicarsi sugli specchi e tentare di giustificare la propria inettitudine.
Possibile che tanti tra quelli che girano nel movimento non fanno alcuna riflessione sul carcere, su cosa sia e su cosa fare se un giorno dovesse toccare anche a loro?
Un brutto posto, senza dubbio, nel quale si possono vivere condizioni pesanti, ma del quale bisogna parlare per capire di cosa si tratta sapendo che niente ci può annientare se le nostre idee sono più forti (al di là dell’accettazione o meno della condizione detentiva personale), se la solidarietà è un termine concreto e se ci siamo dotati di mezzi per affrontare ciò che tenta di isolarci, ostacolarci, metterci in difficoltà. Se tutti questi pensieri non ci sfiorano minimamente, allora dovremmo trarre qualche conclusione, perché evitare di finire dentro è molto meglio, ma provare a capire come affrontare la detenzione, qualora dovesse capitare, potrebbe evitare di fare scelte dissociative.
La paura è un sentimento che proviamo tutti e forse in molti casi può essere utile a farci capire fin dove possiamo arrivare. Questo, a nostro parere, è avere considerazione della propria dignità e non barattarla alla prima difficoltà.
Infine, l’amicizia. C’è chi probabilmente pensa che per amicizia non si possa criticare o dire nulla, o che la questione andava affrontata diversamente. Inutile arrampicarsi sugli specchi. La problematica riportata all’inizio è nota da tempo ed è stata taciuta e giustificata, quando non nascosta sotto la coperta della scelta individuale. Non serve ribadire che dichiarare di voler ripagare il danno di fatto pone una netta separazione tra se stessi, acquistando il ruolo del manifestante buono che chiede scusa, e gli altri, i cattivi, quelli che non pagheranno, che anzi pensano che quello che hanno fatto era il minimo che potevano fare. E poi siamo davvero sicuri che se un amico sbaglia sia da amici far finta di niente, o l’indifferenza e la giustificazione, anche di ciò che è palesemente sbagliato, sono il collante di rapporti gregari e alienati?
Ma queste sono domande che si pongono quei soliti pignoli e rigidi, per tutto il resto c’è facebook.

Anarchici

[3 ottobre 2015]

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