L’eterna notte dei morti viventi

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( Articolo Condiviso)

Anne Archet
Sono una morta vivente come gli altri perché ai giorni nostri poche persone vivono veramente — fanno cioè l’esperienza della propria vitalità nel presente. Poche persone afferrano l’energia dei propri desideri per diventare ciò che sono. Siamo troppo occupati a lavorare.
Sono una sonnambula. Mi capita di sognare un mondo pieno di esseri unici e tragici di bellezza che occupano e attraversano le strade e le pianure danzando, facendo della loro vita un gioco, un’avventura senza fine. Un mondo in cui la vita è finalmente possibile, fatta di intenzioni spontanee, di complicità e di conflitti creativi. Ogni volta che mi lascio andare a queste fantasticherie vengo brutalmente riportata alla realtà quando il mio spirito fa ritorno nel mio povero corpo zombificato, appena in tempo per evitare di  sbattere in un altro sonnambulo che avanza sulla mia strada già tracciata in anticipo.
Il mondo del lavoro è un mondo squallido e senza gioia. È un mondo fatto di ingranaggi cigolanti e di procedure amministrative che portano tranquillamente, quasi senza storia, alla morte. Un mondo di sopravvivenza, regolato dall’abitudine, dove i sonnambuli avanzano per strade rigorosamente indicate assumendo ruoli che non hanno scritto e di cui hanno nulla da dire. Un mondo in cui ognuno viene ucciso fin dalla nascita, trasformato in ingranaggio, in attrezzo, in merce, oggetto inerte — in morto vivente.
«Chi non vuole lavorare non mangi neppure», ci dice la Bibbia da millenni. Così si riassume perfettamente l’odiosa etica del lavoro: meschina di spirito e di cuore, implacabile e miserabile. L’etica del lavoro è la morale del bottegaio terrorizzato dal ladro affamato di pane. È quella del conduttore da programma radiofonico che fustiga gli oziosi, i fannulloni, gli stranieri che rubano lavoro e parassitano l’assistenza sociale. È quella che giustifica il manganello e la frusta. Se è facile respingere i bigotti che si spolmonano per rifilarcela, è molto più difficile coglierne la logica e soprattutto sfuggire ai suoi ingranaggi.
Non crediate di non essere schiavi perché avete i vostri fine settimana. La distinzione fra il lavoratore e lo schiavo è di grado, non di natura. So che è rassicurante illudersi d’essere un soggetto razionale e indipendente, un libero cittadino di una società democratica regolata dallo stato di diritto, ma tutto ciò è solo il paravento di una realtà assai più prosaica: quella della nostra schiavitù. Per la maggior parte del tempo l’orrore mortifero del lavoro ci sfugge perché la sua logica è velata, incrostata nel nostro subconscio.
Il lavoro si perpetua grazie all’attività alienata. Quando agiamo per abitudine, senza riflettere, ripetendo gli stessi gesti banali — ovvero, come facciamo per lo più nel corso del nostro tempo detto di veglia — siamo dei sonnambuli. E quando vendiamo il nostro corpo e i nostri gesti a una causa che ignoriamo e che non è la nostra, siamo schiavi sonnambuli. Il lavoro ci trasforma in zombi erranti che barcollano fra un sonno ed un altro in una eterna notte dei morti viventi.
Il contrario del lavoro non è l’ozio. Lavoro ed ozio non sono che i due volti di una stessa realtà, quella della notte eterna dei morti viventi. Prendersela col lavoro reclamando più sbobba nella gavetta, meno frustate, più salario o un minor numero di ore di lavoro è perfettamente compatibile con la logica del lavoro. Anche quando Lafargue difendeva coraggiosamente il diritto all’ozio, la logica del lavoro, il regno della sopravvivenza e l’eterna notte dei morti viventi restavano solidamente assisi sul loro piedistallo plurimillenario. Opporre il divertimento al lavoro non è che far valere la preservazione dall’usura prematura dei corpi contro l’oppressione. Ogni padrone intelligente sa che ha tutto l’interesse che le sue macchine siano ben tenute e che i suoi schiavi rientrino a casa in buone condizioni. Il contrario del lavoro è la vita.
Ogni attività che abbia minimamente un valore deve avere una finalità; questa è la logica del lavoro. Ciò significa che ogni gesto deve essere valutato e giudicato sulla base del suo risultato finale. Dato che il fine giustifica i mezzi, il prodotto ha la precedenza sul processo creativo e quindi il futuro — per definizione non-esistente — domina l’istante presente. La soddisfazione immediata che procura la gioia di creare non ha alcun valore, contano solo il successo o l’insuccesso. E solo ciò che si può contare ha valore in un mondo dominato dal lavoro. Quando l’efficacia è un valore in sé, il vostro valore deve poter essere contato, altrimenti non conterà per nulla e sarà messo nella colonna dei debiti della grande contabilità sociale universale. Fra le poche cose certe, siamo tutte e tutti destinati a diventare degli zero alla fine della nostra interminabile marcia al termine della notte dei morti viventi.
Non essere al lavoro non vi mette al riparo dal lavoro, poiché la sua logica della finalità governa tutti i ruoli che vi vengono assegnati. Gli imperativi sociali legati al genere, alla razza, alla religione e compagnia bella esistono per fini che vanno oltre e ci schiacciano, allo scopo di ottenere risultati utili alla riproduzione sociale. Alla mia nascita mi è stato attribuito il ruolo di «donna» e ricoprire questo ruolo corrisponde in ogni punto ad un lavoro attraverso lo spossessamento della mia vita che questa attività comporta. Anche la nostra sessualità — pur avendo la potenzialità di gioco folle e gratuito — non è un fine in sé; essa deve servire ad assicurare la sopravvivenza della specie, della vostra coppia, del vostro rango sociale.
Il lavoro è un modo gentile per definire il furto della vita. Con gli occhi fissi sui risultati, sui fini, sul prodotto, la vita immediata sparisce. L’avvenire cannibalizza il nostro divenire fino all’ultimo sacrificio della nostra vita nel nome della produzione e della riproduzione sociale. Il flusso caotico e proteiforme delle nostre relazioni interpersonali viene pervertito, amputato e fatto a pezzi per meglio canalizzarlo in ruoli che sono solo ingranaggi nella macchina sociale. Ecco l’essenza stessa dell’alienazione: il furto della mia attività e della mia vita, il furto delle vostre e di tutti coloro che potrebbero essere vostri amanti o magnifici nemici e che sono ridotti ad essere meno di se stessi, oggetti, merci, funzioni sociali, sonnambuli, morti viventi.
Se almeno quel che produco mi appartenesse… sarebbe una ridicola ma reale consolazione. Se almeno avessi una parola da dire a proposito dei fini. Se almeno potessi appropriarmi dei successi che coronano gli sforzi compiuti dal mio corpo più o meno suo malgrado. Mi direi che questa merda di esistenza non è del tutto iniqua. Questa richiesta ben limitata e ridicola (nel senso che mi faccio comunque derubare della vita) è purtroppo inconcepibile agli occhi dei Padroni. Tutto ciò che merito, fin dalla nascita, sono le briciole, gli scarti e i fallimenti — e, sopra ogni cosa, l’impossibilità di vivere.
Tutte le rivoluzioni hanno «liberato» gli individui rimettendoli seduta stante al lavoro. Lavorare per la rivoluzione è comunque lavorare, perché la rivoluzione è un compito con uno scopo preciso: quello di produrre una società perfettamente funzionale. Una rivoluzione ha un inizio e una fine. È un successo o è un fallimento, può essere vinta come può essere perduta. Sta di fatto che ha sempre dei fini ed ha sempre una fine. Se si segue questa logica esiste solo lavoro rivoluzionario e ozio rivoluzionario. Potrei diventare militante e lavorare per la rivoluzione e sacrificarmi per la sua vittoria. Oppure, potrei non fare nulla e aspettare che la Storia, il Proletariato, le contraddizioni del Capitalismo, la distruzione dell’Ambiente, il Messia o qualsiasi altra astrazione faccia il lavoro al posto mio. In entrambi i casi, sacrificherei il mio divenire per un avvenire, lascerei che la vita mi scivoli fra le dita e proseguirei la mia eterna marcia nella notte dei morti viventi. Rinchiuse nella logica del lavoro, tutte le rivoluzioni sono fallite, anche quelle che erano vittoriose. Soprattutto quelle che erano vittoriose, di fatto; il loro fallimento è stato sancito fin dall’inizio adottando la logica dei vincenti e dei perdenti, della riuscita o dell’insuccesso — perché hanno lasciato che il passato determinasse il futuro e il futuro determinasse il presente.
Spezzare la logica del lavoro è la sola opzione che resta ai sonnambuli che siamo. Bisogna resistere agli ingranaggi del lavoro che ci stritolano, non perché ciò ci riporterà in un futuro più o meno prevedibile (perché la notte dei morti viventi è eterna), ma per ciò che se ne può trarre immediatamente, qui ed ora. Contrariamente al lavoro, la vita è un gioco inteso nel senso più nobile: una esplorazione, una esperienza che non si giustifica mai altrimenti che di per sé e per il piacere che procura, una apertura infinita all’avventura e alla trasformazione perpetua. La vita non può essere un insuccesso. E non può nemmeno essere sconfitta, perché è senza fini e senza scopo, è solo conflitto e complicità, distruzione e creazione.
Precipitare nel mondo dei viventi significa mettere la nostra esistenza in gioco in ogni momento per la semplice gioia di esistere.
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Pubblicato il 24 ottobre 2015 su Il raggio riflesso. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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