Un accorato appello

Capoccione

( Articolo Condiviso )

«Si sa che la gente dà buoni consigli
sentendosi come Gesù nel tempio,
si sa che la gente dà buoni consigli
se non può più dare il cattivo esempio».

È intervenuto pubblicamente, dalle pagine dei quotidiani locali, Sergio D’Elia, presidente dell’associazione “Nessuno tocchi Caino”, che si occupa di diritti dei detenuti e si batte per l’abolizione della pena di morte. Lo ha fatto a proposito della fuga di un ergastolano leccese, evaso dall’ospedale dove era stato portato per essere sottoposto ad un esame, dopo aver sottratto la pistola di ordinanza ad uno degli agenti della scorta ed essersi aperto la strada sparando. Lo ha incitato a lasciare l’arma e consegnarsi, garantendo che la sua associazione si farà carico affinché i suoi diritti di detenuto vengano riconosciuti e tutelati.
Sono strani tempi quelli in cui un uomo, con un trascorso di lotta armata alle spalle, come dirigente di una organizzazione che non esitava a sparare ai secondini e a pianificare e realizzare evasioni dalle carceri, si rivolge ad un altro uomo, appena evaso sparando sui secondini, per chiedergli di ritornare, di sua sponte, al di là delle sbarre, dove lo attende un roseo futuro in un cubicolo di due metri per quattro fino alla fine dei suoi giorni… Ci si sente autorizzati a credere che l’avere abdicato in prima persona ai sogni di libertà, significhi la scomparsa di qualunque orizzonte di libertà per chiunque, fosse anche solo quella di un uomo condannato al carcere a vita, magari per avere commesso anche delle nefandezze. Ma la libertà possono auspicarla solo coloro che lottano contro uno Stato di cose liberticida, o è invece istinto insito in ogni essere vivente, e che si manifesta in maniera più intensa quando si viene rinchiusi? E in tal caso, non è forse giusto, ed auspicabile, che ognuno provi a guadagnarsela?
La dichiarazione di Sergio D’Elia è apparsa come quella di un uomo che non teme il senso del ridicolo, ma forse questa è una soglia che aveva già varcato quando, dopo aver dichiarato guerra allo Stato, ha giurato fedeltà alla Repubblica Italiana, passando da rivoluzionario a parlamentare.
Forse è stato proprio in quel momento che quest’uomo ha preso la decisione di battersi per il diritto ad un vitto decente in carcere e per il diritto a possedere una radiolina in cella, ma ha dimenticato quello che è il diritto principale di ogni essere rinchiuso. Il diritto di fuga.

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Pubblicato il 11 novembre 2015, in informazione e cultura con tag . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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