Viva la Muerte!

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( Articolo Condiviso )

È noto come uno dei vezzi delle avanguardie storiche francesi sia stato quello di spruzzarsi addosso il profumo del crimine. Da bravi artisti con aspirazioni radicali e desiderosi di fuggire dall’estetismo, molti loro esponenti non esitavano ad esprimere pubblicamente la propria ammirazione nei confronti di chi spargeva sangue. L’esempio più celebre rimane la descrizione di Breton dell’«azione surrealista più semplice», quella consistente «rivoltella in mano, nell’uscire in strada e sparare a caso, finché si può, tra la folla». Era il 1930 ed i surrealisti — nonostante questo slancio verbale favorevole ad una violenza indiscriminata, frutto del «desiderio di farla finita a questo modo col piccolo sistema di mortificazione e d’incretinimento oggi in vigore» — si distingueranno per prendere le difese di anarchiche che avevano abbattuto politici reazionari, figlie che avevano avvelenato il padre incestuoso, cameriere che avevano liquidato i loro padroni, nonché mostri alla Landru.
Ma a differenza dei surrealisti e dei situazionisti, affascinati da un Lacenaire drappeggiato di romanticismo, oggi chi pensa di superare i loro passi nel frusto giochetto della provocazione d’avanguardia ha ben altri punti di riferimento. Il tono lo lanciarono anni fa i redattori della rivista Tiqqun, che nel loro lascito chiamato Appel si vantavano di intravedere «serenamente il carattere criminale della nostra esistenza, e dei nostri gesti» e di «non distinguere più fra economia e politica. La prospettiva di formare delle gang non ci spaventa; quella di passare per una mafia ci diverte piuttosto». Strizzare l’occhio ad un Totò Riina ed al suo racket, che matte risate, vero?
Ebbene, dopo il massacro avvenuto a Parigi lo scorso 13 novembre questo stesso milieu di movimento transalpino ha diffuso un delizioso testo sullaautentica guerra in corso. Facendosi scudo con citazioni filosofiche e letterarie, vi canta la bella morte tanto cara ai fascisti e rende omaggio sia alla libertà conquistata da chi ha saputo affrancarsi dalla paura di morire, sia all’aspetto anti-economico di un simile carnaio (aspetto, quest’ultimo, ripreso anche da alcuni tenutari italioti del medesimo franchising). Il primo brivido è in fondo comprensibile da parte di chi al massimo può condividere l’ebbrezza di sfidare libri contabili, occupare scranni comunali e battagliare sui mass media. Ma il secondo applauso è invero imbarazzante. Davvero si può pensare che i soldati di uno Stato Islamico dal bilancio stimato in 2 miliardi di dollari siano anti-economici quando obbediscono agli ordini di compiere un’incursione militare in terra nemica?
Miseria dei tempi, anche le rodomontate teoriche non sono più quelle di una volta. A differenza di un Breton o di un Debord che non nascondevano la propria ammirazione per quegli individui pronti a sfidare la legge pur di soddisfare le proprie (più nere) passioni, oggi c’è chi ha occhi solo per leorganizzazioni di potere che usano la forza militare per realizzare i propri interessi — e disprezza la guerra sociale per inneggiare alla guerra civile o a quella santa. Dall’apologia della violenza dell’individuo in rivolta si passa così a quella del terrorismo di Stato.
Ma gli autori di questo capolavoro dell’abiezione etica, se non vogliono invecchiare tremolanti nella servitù del calcolo, cosa aspettano ad unire idea e azione?
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Pubblicato il 28 novembre 2015, in informazione e cultura con tag . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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