Archivio mensile:dicembre 2015

Né la loro guerra, né la loro pace. Per la rivoluzione sociale

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La guerra è arrivata fin davanti alla porta delle vostre case. I militari che stazionano nelle strade ne sono la dimostrazione. I controlli rafforzati in strada fanno sparire centinaia di immigrati nei campi di deportazione. Gli sbirri sono in apprensione e applicano una tolleranza zero schiacciando tutti coloro che non restano all’interno dei ranghi. I giornalisti fanno penetrare il messaggio del potere nelle nostre teste. E il denaro piove per finanziare la lotta contro «la minaccia».
Il piano annunciato dal governo di controllare ogni casa di Molenbeek, e in seguito, come dubitarne, ogni casa nei quartieri popolari, è rivelatore di quale sia il reale obiettivo: gli esclusi, i poveri, i clandestini, i ribelli. Lo Stato sfrutta l’occasione di un atto sanguinario di guerra a Parigi per dare un giro di vite. E dà un giro di vite prima di tutto a livello mentale: che si parteggi per i soldati dell’Isis, o per i soldati dello Stato. È la pura logica della guerra. I due campi ci disgustano entrambi, e per la stessa ragione: tutti e due cercano di imporci il loro potere e la loro legge. L’uno nel nome del capitalismo e del regime democratico, l’altro nel nome della religione e della costruzione del nuovo Stato del califfato. E tutti e due perpetrano massacri. La sola differenza è che uno usa i bombardieri e l’altro utilizza i kamikaze.
Entrambi hanno un nemico comune, un nemico mortale: la libertà. Lo Stato qui schiaccia la libertà per garantire lo sfruttamento capitalista e l’abbrutimento tecnologico. Lo Stato laggiù la schiaccia per imporre la sua legge che considera divina. Nella guerra che si fanno l’un l’altro, a subire le maggiori perdite sono le lotte per la libertà. Qui, come là. E non dimentichiamo che la guerra è letteralmente prodotta anche qui: le industrie di armamenti vanno a pieno regime, i centri di ricerca inventano armi sempre più micidiali e perfide, le imprese della sicurezza conoscono un boom senza precedenti.
Di fronte allo stato d’emergenza, alla guerra che si appresta a divorarci, è ora di uscire dai ranghi. Uscire dai ranghi di ogni potere, si definisca democratico o islamico. Uscire dai ranghi per creare spazi di lotta per la libertà, per non soccombere al fatalismo rassegnato del bagno di sangue.
Il luogo di incontro per i disertori dalle loro guerre e dalla loro pace fatte di sfruttamento feroce, per i ribelli contro ogni potere, è la lotta per la libertà. Una battaglia da condurre oggi con i clandestini contro le frontiere e le deportazioni, con i non sottomessi che lottano contro la costruzione di una maxi-prigione a Bruxelles, con tutti coloro che lottano contro le misure repressive e di austerità (le due facce della stessa medaglia) del governo. È qui che occorre soffiare forte sul fuoco. Perché, mentre lo Stato decreta la mobilitazione totale e ci ingozza con la sua ideologia securitaria, mentre invia il suo braccio armato nelle vie in cui abitiamo, mentre si appresta a soffocare ogni battaglia per la libertà, non si può restare disarmati. Le nostre armi sono quelle della libertà: il coraggio di pensare da soli; la determinazione di sabotare i loro edifici, le caserme, le aziende, le prigioni; la solidarietà fra ribelli.
I tempi a venire saranno difficili e sanguinosi. Ma è nelle tenebre che si riesce a veder ardere più radiosamente i fuochi di libertà, contro ogni Stato e contro ogni potere.
Anarchici
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Noi oggi quasi quasi stiamo con Erri

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Ecco, nel giorno in cui molti festeggiano un’altra sentenza di tribunale decretante che il sabotaggio non va confuso con il terrorismo, il nostro pensiero va a lui, all’uomo che per primo ha avuto il coraggio di difendere sulla scena pubblica questa pratica di azione diretta contro l’Alta Velocità. Un uomo che oggi si trova vergognosamente bersagliato dalle ipocrite critiche di chi fino a ieri ne tesseva le lodi.
Il rito di unione civile e politica era avvenuto un paio di anni fa, sotto il Regno dei Cieli di Venaus. Il Movimento No Tav e lo scrittore Erri De Luca dopo un breve fidanzamento erano convolati a opportune nozze. Il primo si era subito innamorato di questo intellettuale di fama, non solo favorevole alla causa, ma capace persino di dargli dei punti difendendo pubblicamente forme di lotta estreme. Il vecchio poeta catto-comunista era riuscito a compiere una impresa pressoché impossibile al ceto politico del Movimento, pronunciare quella parola contraria alla legge per legittimarla. Fino a quel momento, davanti agli atti di sabotaggio contro l’Alta Velocità c’era stata solo la presa di distanza dei capi-bastone autoritari o il silenzio imbarazzato dei loro sguatteri libertari. Ma il clamore suscitato dalle parole di De Luca ha sconvolto lo scenario, ringalluzzendo molti animi tenuti al guinzaglio della politica. Grazie ad Erri De Luca, il sabotaggio era stato «sdoganato».
Incriminato e portato a processo per quella sua dichiarazione, l’intellettuale era stato naturalmente difeso dal Movimento che da poco ne ha festeggiato l’assoluzione. È stato bello vedere la sintonia di chi si era giurato eterna fedeltà, nella gioia e nel dolore, nella buona e nella cattiva sorte, promettendo di amarsi e onorarsi finché… finché…
Beh, finché l’inutilità non li avesse separati. Oggi Erri De Luca, l’ex-amico politico da amare, è diventato il nemico politico da ripudiare. Una volta inghiottito e digerito il boccone del sabotaggio, non serve più. Anzi, tutt’altro. Pare che certi No Tav abbiano riscoperto alcuni lati non tanto oscuri della sua personalità talmente fastidiosi da spegnere tutta la loro passione nei suoi confronti.
Ad esempio, lo sapevate che si tratta di un accanito sostenitore dello Stato di Israele? Bella scoperta, ma questa è acqua calda. Già nel settembre del 2013, all’indomani della notizia della sua denuncia da parte di Ltf, qualcuno aveva rimarcato «quel filo rosso sangue che Erri De Luca non vuole vedere» e che unisce No Tav e Palestina. Come si può difendere la lotta contro l’occupazione militare italiana della Val Susa e al tempo stesso sputare su quella contro l’occupazione militare israeliana della Palestina? Già, come? Ma questa domanda per l’appunto era già stata posta qualche anno prima ed allora il Movimento No Tav, tutto infoiato dai suoi calcoli strategici, scelse di restare zitto e indifferente. Ed ora invece, che fa, d’un tratto si scandalizza?
C’è stata poi l’intervista concessa da De Luca alla rivista dei servizi segreti. Che conceda interviste a destra e manca, va bene, ma agli 007… Ehhh, questa ottusità ideologica militante che non prende mai in considerazione l’aspetto umano! Ma mettetevi nei suoi panni! Lui ricorda bene i tempi in cui i servizi segreti italiani, dieci giorni dopo il sequestro Moro, avevano ipotizzato che proprio lui, responsabile del servizio d’ordine romano di Lotta Continua, fosse coinvolto in quell’azione. Ma come si fa a non capire, a non cogliere la squisita soddisfazione di rivincita che avrà provato nel fornire esegesi bibliche proprio a chi lo voleva seppellire in galera? Perché tanto scandalo? In fondo si è limitato a rassicurare che «in passato si è parlato di Servizi segreti deviati che intralciavano indagini. Ne eravamo diventati diffidenti. Ora non è più così: i Servizi sono percepiti come un sistema di sicurezza che serve a difendere tutti, come dimostra la lotta al terrorismo internazionale. La raccolta di informazioni è vitale per un Paese». Va bene, ciò contrasta la convinzione secondo cui dietro (alcuni) sabotaggi del presente contro l’Alta Velocità ci siano i soliti servizi segreti deviati, ma, insomma, in fondo le lotte popolari insegnano che occorre sempre un po’ di elasticità mentale e di mancanza di pregiudizio. Dopo tutto De Luca ha fatto quel che fanno tanti kompagni, adeguandosi alla situazione nel corso di un’intervista.
Ma a far traboccare il vaso dell’indignazione No Tav sono state le parole di condanna da parte di Erri nei confronti del sabotaggio contro l’Alta Velocità avvenuto a Bologna lo scorso novembre, la sua condivisione di quanto sostenuto al riguardo da Salvini: un fatto da delinquenti che meritano solo il carcere. Ma davvero si vuole imputare a Erri De Luca di aver condannato oggi un sabotaggio contro l’Alta Velocità, ovvero di aver fatto ciò che il ceto politico del movimento No Tav ha fatto ieri più e più volte? Di questo passo, fra un po’ qualche kompagno potrebbe restare male nello scoprire che il magistrato più amato dai No Tav ha fatto finire in galera un bel po’ di rivoluzionari (fra cui i veri sequestratori di Moro), o che i capibastone di cotanta lotta si siano rivelati sbadati indicatori di polizia…
Ecco perché non capiamo. Dove sta la novità? Perché adesso Erri non va più bene? La vulgata No Tav non ha sempre sostenuto (o avallato col silenzio) che non importa ciò che si è o si fa, che ciò che conta è essere No Tav?
Una grande storia di condivisione & di lotta non può finire per simili bazzecole, quisquilie, pinzillacchere. L’indignazione ipocrita è roba da minchioni, solo l’ipocrisia storica ha le carte in regola per far vincere mature battaglie politiche.

 

Lotta ai radicali liberi

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«Coloro che resistevano al regime andavano nascosti sia all’opinione pubblica internazionale, sia in patria per non fare emuli. Ma processarli tutti sarebbe stato troppo costoso, e fucilarli troppo scandaloso. Non restava che il manicomio»
Così scrive Alexander Podrabinek, autore dell’opera La medicina punitiva in cui si ripercorre l’uso della psichiatria da parte del regime sovietico per neutralizzare i dissidenti. Non a caso Marija Spiridonova, una leader dei Socialisti Rivoluzionari di sinistra,  già eliminatrice nel 1906 dell’ispettore di polizia governatore di Tambov, venne rinchiusa in manicomio nel 1921. E quarant’anni dopo, nella patria del bolscevismo, entrava in vigore la circolare Per il ricovero d’urgenza dei malati di mente che rappresentano un pericolo pubblico, che estendeva il concetto di «atti socialmente pericolosi che rappresentano un grande rischio per la società». Ma sì, son tutte cose da vecchi regimi totalitari…
Invece no. Il professor Richard J. Bonnie, ordinario di Diritto e direttore della Facoltà di Legge dell’Università della Virginia, sarà costretto a rivedere ed ampliare un suo vecchio saggio intitolato L’abuso politico della psichiatria in Unione Sovietica e in Cina. Pubblicato all’indomani dell’11 settembre, il suo testo si apriva con queste parole: «A un primo sguardo, l’abuso politico della psichiatria sembra rappresentare una questione semplice e senza complicazioni: lo sviluppo della medicina come mezzo di repressione. L’incarcerazione psichiatrica di persone mentalmente sane viene uniformemente percepita come una forma di repressione particolarmente pericolosa, perché usa i potenti mezzi della medicina come fossero strumenti di punizione, e reca un profondo attacco ai diritti umani usando l’inganno e la frode. I dottori che permettono a se stessi di venire usati in questa maniera (di certo come collaboratori, ma anche come vittime di intimidazione) tradiscono la fiducia della società ed infrangono i loro obblighi etici più fondamentali in quanto professionisti. Quando la questione è così semplice, l’abuso politico della psichiatria è universalmente condannato. Persino i regimi che sostengono la repressione psichiatrica trovano moralmente imbarazzante ammettere di essere coinvolti in una pratica così corrotta».
È bastata una strage di avventori francesi lo scorso novembre per fare strage anche di queste ipocrisie che vedono l’orrore sempre a distanza, assegnandogli una comoda lontananza storica e geografica.
L’Ordine Nazionale dei Medici di Francia ha appena diffuso un promemoria sulla Prevenzione della radicalizzazione in cui si legge:
«Definizione di radicalizzazione:
“Per radicalizzazione, s’intende il processo attraverso il quale un individuo o un gruppo adotta una forma violenta d’azione, direttamente legata a una ideologia estremista a contenuto politico, sociale o religioso che contesta sul piano politico, sociale o culturale l’ordine stabilito” (Farhad Khosrokhavar)
La radicalizzazione non deve essere confusa con il fondamentalismo religioso (islam rigoroso): i fondamentalisti sono praticanti che adottano atteggiamenti culturali inflessibili ma non ricorrono alla violenza mentre i radicali legittimano o praticano atti di violenza.
La radicalizzazione si definisce con tre caratteristiche cumulative:
1. un processo progressivo
2. l’adesione a una ideologia estremista
3. l’adozione della violenza».
Sì, avete letto bene. Il fondamentalismo religioso, lo si può capire e quindi tollerare. Ma il radicalismo… Contestare l’ordine stabilito con la forza! Solo un pazzo terrorista, di fatto o in potenza, può farlo. Una persona sana, equilibrata, pacifica — quindi dedita solo al lavoro, a fare soldi per consumare merci — se ha qualche rimostranza da fare la affida al suo candidato di fiducia, oppure scrive una lettera di protesta a qualche giornale. Nulla di più.
Per chi sgarra, nel migliore dei casi c’è il braccialetto elettronico o la camicia di forza.

IL SENSO STRAVOLTO DELLE PAROLE

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Non c’è nulla da fare.

Il vizio di cambiare il senso alle parole è profondamente radicato sia nei media che presso i politicanti.

Incredibile come questi cambino atteggianti e vocabolario, subito dopo aver posato il loro nobile culotto sopra il velluto di una comoda poltrona.

Guerre che diventano ‘missioni di pace’ e ‘interventi umanitari’.

Cittadini che chiedono legalità, trasparenza e giustizia subito etichettati ‘giustizialisti’.

A seguire c’è la ‘privacy’ che ancora non si capisce chi ne abbia diritto e chi no. I potenti sicuro, il cittadino dipende…. dal diritto di cronaca e di informazione.

Abbiamo il ‘martellamento mediatico’, dove qualche eroe non zerbino, osa porre domande scomode o non concordate in precedenza ai signori rappresentanti del popolo che vivono nel mondo dell’Eden, ma anche non.

E poi ci sono gli accordi, le aperture, le alleanzine, le finestrelle, i vasisti per far passare un po’ d’aria, le porticine che si socchiudono, si chiudono, ma alla fine si aprono senza far troppo rumore… ben oliate sui cardini.

Quelli sono gli ‘sblocchi’ che possono diventare a piacere vittorie vittoriose, conquiste galattiche, seguite da ondate di giubilo, alleluia e cori in perfetta sintonia.

Sarebbero poi quelli che in tempi andati sarebbero stati definiti ‘inciucini’ … oggi diventati ‘demodè’, ‘sbloccare’ ha tutto un altro sapore.

Insomma di parole in cui il significato è stato volutamente cambiato, modificato, alterato ce ne sono una cifra.

Cambia il senso delle parole e avrai stravolto quel vocabolario che dai tempi di Dante aveva arricchito la più bella lingua del mondo, otterrai la perdita del lessico e avrai portato la mente del lettore ad associare un termine ad altro significato e….. sarà un successo.

Ma comunque …. vinciamonoi!

Noi CHI?

Silvanetta

FIDUCIA O SFIDUCIA

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Foto: vignetta PV

Con una sfiducia vedi molte cose:
Vedi partire come ferrari alla Camera e afflosciarsi al Senato.
Vedi lentezze iniziali e poi vedi prima Forza Italia in Senato.
Vedi Salvini arrivare allo ” sfiducione “.
Vedi un Gasparri rinato oppositore.
Vedi Giaguari ammansiti come conigli.
Vedi ammuffiti difendere i boschi perchè contro i giustizialisti.
Vedi svanire i furbi e l’accordo sulla consulta + accrediti presidenziali.
****
VEDI LA SOLITA POLITICA DI MERDA!!!

Tinazzi

Un talento sprecato

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Si chiamava Foued Mohamed-Agga ed aveva solo 23 anni. È lui il terzo uomo — identificato solo pochi giorni fa — che ha compiuto la strage del Bataclan a Parigi, dove sono state massacrate 90 persone. Era originario di Strasburgo e, da ragazzo, marinava la scuola, fumava spinelli e pensava solo a divertirsi. Così dicono le malelingue. La sua conversione all’islam radicale è avvenuta solo qualche anno fa, quando ha iniziato a frequentare la moschea, lasciarsi crescere la barba, vestirsi con tuniche bianche, ecc. I suoi parenti ed amici, increduli, lo ricordano come un ragazzo adorabile, gentile, buono. Mentre i suoi ex insegnanti ammettono che, sì, forse, era un po’ troppo «influenzabile».
Ma questa è una caratteristica comune alla stragrande maggioranza dei giovani, in sé non spiega affatto quanto accaduto in seguito. Se non era nato sotto i bombardamenti occidentali, se non era cresciuto in mezzo al terrore e all’odio, se non era erede di una famiglia rigidamente tradizionalista, cosa l’avrà mai indotto a prendere una tale decisione? Cosa può aver colpito e sconvolto talmente tanto la sua mente da spingerlo a compiere un gesto così estremo? I giornali transalpini lo hanno rivelato nei giorni scorsi, tra le righe, riportando le parole del suo vecchio vicino Youssef: «È la sola volta in cui è rimasto deluso, se ne lamentava. Pensava che fosse accaduto perché era di origine straniera». Eccolo qui l’evento che ha cambiato la vita di Foued Mohamed-Aggad, privandola del senso che egli avrebbe voluto darle e consegnandolo nelle mani del fanatismo religioso! Di che si tratta?
Per appena una manciata di punti, Foued Mohamed-Aggad era stato scartato dal concorso per entrare nelle forze di polizia. C’è chi dice che ci abbia provato due volte, e chi rincara affermando che in seguito sia stato scartato pure dall’esercito. Chissà, forse entrambe le tesi sono vere. Ad ogni modo, indubbiamente questa rivelazione riesce a dare finalmente un senso intellegibile alla sua presenza, mitra alla mano, nel Bataclan. Non è stata la rabbia covata di fronte all’indifferenza occidentale per i quotidiani massacri che avvengono in Medioriente a spingerlo a cotanto furore, no. Non è stata nemmeno la voce di Dio, no. E non è stato nemmeno il Modo di Produzione Capitalistico, no. È stato qualcosa di ben più umano e privato, il suo orgoglio calpestato.
Lui, Foued Mohamed-Aggad, si era visto sbattere in faccia le porte delle caserme francesi. Come? Cosa? Ma come si sono permessi quei mangiaformaggi gallonati? Lui, Foued Mohamed-Aggad, inabile al massacro? «Ma ve la faccio vedere, io!», deve aver pensato. Detto fatto. Un viaggio in Siria, un po’ di addestramento sul campo, ed eccolo di ritorno sotto la torre Eiffel pronto a prendersi la sua clamorosa revanche. Facile premere un grilletto ed invocare la legittima difesa, sono buoni tutti! Facile schiacciare un bottone e bombardare dall’alto, sono buoni tutti! Ma entrare in un locale di giovinastri scapestrati senza esitare a farne strage, completamente insensibile alle urla e al sangue… E allora, commissario? E allora, generale? Lo avete visto o no quale valoroso elemento vi siete persi? Ora ammetterete di esservi sbagliati, adesso riconoscerete che in effetti Foued Mohamed-Aggad possedeva davvero tutti i requisiti per entrare nelle vostre fila. E siamo certi che solo le circostanze sfavorevoli ed il tempo tiranno gli abbiano impedito di sfoggiare quelle capacità torturatrici tanto apprezzate nelle stanze buie di commissariati e caserme, di Francia come di tutto il mondo.
Che rabbia per la polizia nazionale e per l’esercito francesi… scartare un simile talento per soli pochi punti…

È arrivato tranquillamente

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È arrivato tranquillamente, un venerdì mattina, e si è diretto verso la parte ovest di Parigi. In una zona satura di polvere per un vertice internazionale ancora in corso, e uno stato d’emergenza in vigore già da troppo tempo. Attorno a lui brulicano uomini in uniforme, con armi da guerra in spalla, e altri ancora in civile, pronti a sfoderarle. Alcune decine di metri più in là, i balletti di berline coi vetri oscurati non augurano nulla di buono a tutti i nemici interni.
In rue du Faubourg-Saint-Honoré non esiste il numero 13, soppresso dalla superstizione bigotta dell’imperatrice Eugenia, un ordine scrupolosamente rispettato da tutte le Repubbliche successive, benché lo Stato, la scienza e l’economia siano diventati gli Dei più visibili della spazzatura che ne popola i vertici. Che importa, l’uomo non si cura di questi aneddoti, non è con la storia che ha appuntamento ma con se stesso. Prosegue il suo cammino fino al numero 72, incorniciato da due piccoli alberelli di Natale tanto falsamente innevati quanto ridicolmente kitsch. Suona alla porta. Gli viene aperto. Suona una seconda volta, e la seconda porta reagisce allo stesso modo. Alcuni minuti più tardi sta nuovamente percorrendo il medesimo marciapiede, nel cuore della zona rossa più protetta di un paese in guerra. Con la tasca un po’ più pesante. Leggermente più pesante, ma solo lui ne è consapevole. Si allontana da quel quartiere malfamato così come era arrivato, tranquillamente. Qualche metro più in là, gli assassini giurati dell’Eliseo, della residenza ufficiale dell’ambasciatore degli Stati Uniti e del ministero degli Interni continuano il loro sporco lavoro, imperturbabili.
L’allarme viene dato troppo tardi. Verso le 11, quattro vetrine della gioielleria Chopard sono state svuotate dei loro orologi di lusso da un uomo solo, «che si presentava bene» e «non destava preoccupazione», sotto il naso e in barba di tutti i dispositivi di sicurezza delle strade limitrofe. Per più di un milione di euro. Qualcuno ha allungato il braccio — armato di determinazione e di audacia — per alleggerire un negozio dei suoi valori concentrati in abbondanza. Oggetti che non mancheranno a nessuno, e che ora fanno dell’uomo uno dei più ricercati della capitale, di questa capitale in cui nulladeve più accadere. Solo una settimana prima, il potere si era vantato di un calo del 16% di furti nella regione parigina dopo il 13 novembre. L’uomo avrà forse sorriso ascoltando quelle cifre. Non è certo lui che contribuirà ad alimentarle!
Una radio locale passa la notizia in maniera intermittente, con un tono al tempo stesso scandalizzato e spaventato. Dall’altra parte delle onde, nessun dubbio viceversa che diversi ascoltatori si siano rallegrati per lo sconosciuto dalla determinazione intatta. Alcuni, con la rabbia nel cuore e la libertà per passione, si saranno forse domandati a bassa voce: e se, invece di restare su una posizione difensiva protestando (invano) contro uno stato d’emergenza destinato a permanere, non sarebbe piuttosto ora di sfidare il terrorismo di Stato continuando a sviluppare (fruttuosamente) le nostre attività sovversive nonostante lo stato d’emergenza? Perché con un po’ di fantasia ed immaginazione, tutto è sempre possibile per quegli individui che non si rassegnano.
Parigi, venerdì 11 dicembre 2015

Distruggere lo Stato

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Ariel Fatiman
Quattro anni dopo lo scoppio delle insurrezioni del 2011, la critica dello Stato resta la punta di diamante delle offensive armate degli insorti libici, siriani e yemeniti. Le operazioni militari occidentali ne sono la prova più flagrante. Questa repressione sostenuta da «liberali», «democratici» ed altri «laici» è anche una testimonianza della lunga agonia delle democrazie occidentali. È tempo che alla critica delle armi degli insorti rispondano in omaggio ed incoraggiamento le armi della critica.
1
Ci sono due maniere di terminare: il compimento o la distruzione. La distruzione è per l’individuo una deficienza, un insuccesso nella partita in corso che si paga con la vita. Per una cosa, la distruzione è la sua impossibilità di esistere secondo il suo concetto, la sua scomparsa dall’orizzonte del possibile. Si prova nel momento della realizzazione pratica: come se il contatto con l’acidità della critica pratica dissolva il legame fra oggetto e idea, e a sua volta la cosa che si basava su quella relazione scompaia. In un’epoca inquinata da pensieri rachitici e da dogmi polverosi imballati in emozioni preconfezionate, è sempre una eccellente notizia che una cosa sparisca. Col senno del poi, a sembrare ancora più stupefacente è che essa abbia potuto esistere.
Come tutte le illusioni, come tutte le astrazioni, come tutti i dogmi, come tutti i palloni gonfiati con una pretesa alla totalità, come tutti i gingilli della liturgia moderna, come tutti gli oggetti d’ossequiosità dell’informazione dominante, la vocazione storica dello Stato è di scomparire sotto gli assalti della verifica pratica. Laddove si afferma una totalità effettiva, laddove il movimento del pensiero trova una fluidità pratica, lo Stato è distrutto dal movimento stesso del pensiero in marcia verso il suo compimento. Questo torrente è il movimento della libertà pratica in cui la negatività è parte interessata delle conversazioni singolari.
Lo Stato non è che un insieme eteroclito di pratiche arbitrarie che si richiamano ad un assoluto, a idee generali e vuote, e dotato di una pretesa alla totalità che non ha più valore di un logo su una marca di lassativo. Lo Stato: questa parola che vale per una totalità idealizzata, mai del tutto esistente; questi rappresentanti che valgono per altri sempre assenti e tenuti in disparte; queste idee arbitrarie che devono prevalere grazie ad una polizia per far credere che esistono come idee pratiche mentre sono solo l’illusione alimentata e conservata a forza di lavoro.
2
Al centro dello Stato c’è un mistero, quello della sua neutralità. Basta solo cambiare governo, e lo Stato potrà restare fuori da ogni critica, come se costituisca una zona neutra in cui tutti i dibattiti si arrestano. Così, nelle rivolte in corso, il solo cambiamento accettabile per la classe media è passare da un governo tirannico ad un governo parlamentare mantenendo le strutture dello Stato. La «transitologia» è la definizione poco invitante di quella specialità universitaria che si impegna a descrivere la digestione da parte dello Stato dei movimenti di critica per trasformarli in democrazia parlamentare. Secondo la mia candela verde, ecco una filosofia digestiva che padre Ubu intriso della saggezza della sua ventraglia sferica non avrebbe sconfessato!
L’ordine, l’attività, l’unità, l’esistenza dello Stato appaiono meramente convenzionali, ovvero risultanti da convenzioni tramandate non si da dove né come da un pugno di uomini messi là come sassi franati ai piedi di una montagna. Una mafia tra le altre ha preso il potere, imponendo le proprie regole e il proprio dominio. Questo ordine, questa attività, questa unità, questa esistenza, sono arbitrarie. Lo Stato è l’ordine di alcuni rivolto contro tutti. Lo Stato è l’istituzione dell’ingiustizia, lo Stato naturalizza l’esistenza dell’ingiustizia. Lo Stato fonda l’ingiustizia come astrazione comune. Questa astrazione comune è la comunità astratta, l’incarnazione fittizia della comunità di tutti, un assoluto che si chiama Stato. Attraverso questo processo di astrazione e di assolutizzazione, lo Stato si pone fuori da ogni critica sociale e occulta la base ingiustificabile della sua esistenza. Come dimostrato abilmente da Hegel per sottintesi nella sua critica al diritto, lo Stato non ha alcun fondamento: è solo una convenzione — un «fantasma materializzato», una «escrescenza parassitaria» — che parla ed agisce nel nome di tutti per conto di alcuni.
Una volta posta questa unità fittizia, una volta incarnata in solide istituzioni, l’esistenza dello Stato si rivolge agli individui. Si presenta come la chiave di volta dell’edificio sociale: poiché incarna l’unità di tutti, ha il diritto di organizzare i rapporti tra tutti e di definire l’identità di ciascuno — meglio conosciuto come cittadino. Affabulandoli con questo nome, lo Stato pretende di giustificare l’esistenza degli individui. Benché non abbiano bisogno di nessuna giustificazione per esistere, lo Stato ne concede loro una! Credo quia absurdum.
Lo Stato organizza l’assenza di tutti pretendendo di parlare a nome di tutti, grazie ad un processo di astrazione che porta il suo nome. Lo Stato fa dell’assenza di tutti e della presenza di alcuni una totalità astratta, o piuttosto una astrazione vuota della totalità. Come nella religione, la cui totalità è postulata e trasferita in una sfera astratta e autonoma fuori dalla portata degli uomini, lo Stato è un tentativo di insediare la totalità degli individui in una sfera separata, astratta, fuori dalla portata degli uomini. Per poi istituire, a partire da quel luogo vuoto, dall’alto di quell’astrazione, il governo degli uomini.
Lo Stato è una finta totalità che si presenta essa stessa come un’ossatura dell’edificio sociale: una totalità inglobante che avrebbe il potere di pervadere ogni singolo individuo. Lo Stato è il fantasma della totalità, la traccia semantica della sua assenza. Concepito a partire da questa pseudo-totalità, l’individuo diventa l’esistenza spettrale proiettata dallo Stato, lo spettro particolare di uno spettro generale, il cittadino. È il peso di questa unità fantasmatica ad ostacolare praticamente la libertà degli individui. Nella storia, l’affermazione di una effettiva totalità nel corso delle rivoluzioni apre la critica in atti di questa falsa entità. Il movimento della totalità in atti affronta così questo simulacro di totalità.
3
La distruzione dello Stato è il presupposto del dibattito sulla totalità, del dibattito sull’umanità. Bakunin era rapidamente arrivato a questa conclusione mentre a Marx ci è voluta la Comune per capirlo. Marx rimprovera ai comunardi di non aver marciato su Versailles finché ne avevano la possibilità, per distruggere lo Stato «che pretendeva d’essere incarnazione di [l’] unità, ma voleva essere indipendente e persino superiore rispetto alla nazione stessa, mentre era solo un’escrescenza parassitaria…». Il dominio è insito nella stessa esistenza dello Stato, nella sua burocrazia, nel suo esercito, nella sua polizia, nella sua parola. Il dibattito del genere umano che Marx, Engels, Bakunin hanno indicato con la teoria infinitista di comunismo, per esistere deve distruggere l’oppressione della «macchina dello Stato», spezzare quel potere. Il dibattito della totalità, per riprendere i termini con cui è stato poi riformulato dalla rivoluzione iraniana, non può essere condotto che da uomini liberi che facciano pieno uso della propria libertà, e non possono esistere uomini liberi che non siano critici della falsa totalità, liberati dall’unità fittizia che li opprime. «Il giorno in cui sarà possibile parlare di libertà, lo Stato cesserà di esistere in quanto tale» (Engels). La distruzione dello Stato è una condizione necessaria, ma non sufficiente, affinché il dibattito della totalità possa aver luogo.
La questione della distruzione dello Stato, nelle sue differenti forme, è inoltre in prima linea nella battaglia in corso, aperta dalle insurrezioni del 2011. La distruzione del potere statale è all’ordine del giorno nelle rivolte in Libia, in Siria o nello Yemen, come lo è stata in Somalia nel 2006 e 2007, ad Haiti nel 2004, per non parlare del periodo recente. I governanti occidentali, impegnandosi nella repressione con le armi degli insorti che rifiutano di sottomettersi a governi autoritari, ne sono pienamente consapevoli. Le insurrezioni del 2011 per alcuni sono sfociate in un dibattito in cui il popolo ha preso le armi contro lo Stato. In Libia, che è certamente il luogo dove l’insurrezione è più avanzata, lo Stato di Gheddafi con le sue istituzioni, il suo esercito ed i suoi rappresentanti è stato distrutto. In Egitto i generali hanno ripreso il potere organizzando un colpo di Stato con l’appoggio entusiasta dell’informazione occidentale, e in Tunisia vecchi membri del RCD [Raggruppamento Costituzionale Democratico] raggruppati nel partito Nidaa Tounes sono tornati agli affari con le elezioni, ristabilendo la polizia e l’esercito nelle strade e l’informazione nelle menti. Queste due restaurazioni di governanti autoritari sono state fatte agitando il drappo rosso dell’islamismo. Si sono così visti tutti i governanti occidentali sostenere in Egitto un colpo di Stato militare, col motivo immaginario che non lo era e che avrebbe rispettato la volontà del popolo davanti ad un governo islamico vergognoso. L’islamofobia accede al rango di argomento principale della politica estera occidentale.
Così come nel 2011, tutti i tiranni costretti dalle insurrezioni, i Ben Ali, Mubarak, al-Sissi, Saleh e Assad, hanno invocato il terrorismo per qualificare i loro oppositori e giustificare la repressione delle rivolte, gli Stati occidentali, fra cui gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Francia e la Russia, ma anche gli Stati arabi, Arabia Saudita in testa, hanno tutti invocato la lotta contro il terrorismo islamico per giustificare il loro intervento a sostegno dei tiranni in carica (Siria, Egitto), in appoggio alle restaurazioni nazionali (Tunisia, Egitto), o nel contesto di azioni militari contro gli insorti (Libia, Bahrein, Siria, Yemen). Pensando di far tacere un dibattito che li ha minacciati e li minaccia ancora, i governi occidentali col tacito assenso o l’approvazione dei governati, intrattenuti da giornali che organizzano una confusione interessata sugli avvenimenti in corso, conducono la repressione delle insurrezioni sotto gli occhi di tutti.
La politica del peggio attuata dai governi occidentali non si discosta affatto dalla sporca guerra condotta dai generali algerini dopo il colpo di Stato del gennaio 1992. Per reprimere il sollevamento algerino, i generali non hanno esitato a scatenare una massiccia repressione e a spingere gli insorti nel vicolo cieco dei gruppi armati e dell’islam radicale. Poi, manipolando il terrorismo islamico attraverso la sicurezza militare, i generali hanno mantenuto criminalmente la guerra civile, i massacri e gli attentati per sei anni fino a soffocare nel sangue ogni critica, lasciando quasi 150.000 morti.
Oggi i metodi utilizzati sono gli stessi, ma è una sporca guerra su larga scala, internazionale, che si conduce a colpi di spedizioni militari nazionali e internazionali (nel Mali, in Centro-Africa, in Siria, nel Bahrein, in Libia o nello Yemen), di alleanze oscure come testimoniano i negoziati nell’aprile 2015 di emissari francesi e americani con Assad, e di sostegno immancabile ai regimi autoritari. In Siria il regime di Assad fa da modello: da quattro anni bombarda incessantemente e rade al suolo città intere spiegando che non c’è alcuna ribellione contro il suo governo bensì azioni di gruppi terroristi islamici, mentre nel contempo appoggia direttamente o indirettamente le milizie islamiste dello Stato islamico o del Fronte al-Nosra, evitando di bombardarli e comprando il loro petrolio. In Egitto, il colpo di Stato militare dei generali del luglio 2013 contro il governo Morsi ricalca alla perfezione la sequenza algerina del 1992, fin nella repressione feroce e omicida dei partigiani dei fratelli musulmani e, anche oltre, di ogni opposizione. Il regime militare del maresciallo-presidente ha finito addirittura col dichiarare i Fratelli musulmani una organizzazione terrorista, come era stato il FIS [Fronte Islamico di Salvezza] in Algeria. Nel Bahrein, una operazione militare degli Emirati arabi uniti e dell’Arabia Saudita ha messo fine nel marzo 2011 all’accampamento nella piazza della Perla a Manama, mentre il governo accusava i manifestanti di essere sciiti radicali manipolati dall’Iran. Nello Yemen, l’intervento militare di una coalizione di nove Stati arabi guidata dall’Arabia Saudita è stata fatta nel nome della difesa dei pietosi resti dello Stato yemenita minacciato dall’insurrezione huthista, dal nome di una setta sciita, e della lotta contro dei gruppi armati affiliati allo Stato islamico. Parallelamente, i bombardamenti americani attuati con droni dislocati sull’insieme del territorio yemenita non sono mai cessati prima e dopo la caduta di Saleh, mirando a gruppi legati ad Al Qaeda ed uccidendo il più delle volte dei civili. Ovunque, l’occidente e i suoi alleati cercano di rinchiudere la rivolta nella morsa dello scontro fra militari lealisti e gruppi armati islamici, impegnandosi direttamente accanto ai primi e fingendo di lottare contro gli altri. E da questo punto di vista, i regimi autoritari e i governi occidentali nella loro politica estera fanno lo stesso uso sistematico e menzognero dell’islamismo radicale.
Se per la reazione occidentale, vetusta e ultra-conservatrice, si tratta sempre di contrastare la critica in atto dello Stato, il periodo attuale non è quello del 1992-1998, inoltre né gli insorti libici, né quelli siriani, né quelli yemeniti hanno detto la loro ultima parola. È stata lanciata una offensiva aperta e mondiale, la cui posta in gioco è di spezzare quella strana pseudo-totalità che corona l’alleanza dei giornalisti, dei governanti e dei mercanti; il cui scopo è distruggere lo Stato.
4
Tre guerre civili sono ormai aperte simultaneamente in Libia, in Siria e nello Yemen. Di per sé la guerra civile non è né buona, né cattiva, ma indica una lotta in armi fra due gruppi di uno stesso Stato. Tutto l’interesse sulle guerre civili in corso consiste nel fatto che derivano da insurrezioni e ne proseguono il dibattito. Esse sono nate da una presa d’armi da parte degli insorti, sia che ciò avvenga fin dall’inizio dell’insurrezione come in Libia, sia nel corso dell’insurrezione per combattere la repressione del regime come in Siria o nello Yemen. La guerra civile è innanzitutto il momento dell’insurrezione in cui i partigiani del vecchio regime e i partigiani della sua critica si affrontano con le armi. Uno deve prevalere sull’altro. Quelli che non hanno preso le armi non hanno avuto scelta: o morire sotto le pallottole dello Stato, oppure armarsi per continuare a difendere la propria opinione. Ma la guerra civile è anche, come in Libia o nello Yemen, il momento in cui il dibattito delle armi succede alla vittoria dell’insurrezione sul regime precedente.
Un’altra disputa nasce a prolungare ed approfondire la prima. La particolarità delle guerre civili attuali è che sfociano in una critica dello Stato. I gruppi che hanno preso le armi si dividono a loro volta, e si contrappongono fra loro non all’interno di uno stesso Stato ma sull’esistenza stessa di quello Stato. La maggior parte delle rivoluzioni conducono a guerre civili, essendo falso il contrario, e le guerre civili senza insurrezione iniziale non conducono a niente.
Nel dettaglio, ogni guerra civile è singolare e di una complessità crescente. I dibattiti oltrepassano costantemente le frontiere degli Stati: la Tunisia, l’Egitto e il Mali sono coinvolti nel dibattito libico, mentre il Libano, la Turchia e l’Iraq sono immersi anche nel dibattito siriano. Le guerre civili sono al tempo stesso interne e transnazionali. Esse sono pure terreno di interventi stranieri, il caso della Siria è emblematico.
In questo inizio d’anno 2015, il tiranno Assad resta ancora in carica grazie all’appoggio di forze armate straniere, in particolare libanesi, iraniane, americane. Questa guerra civile contrappone gli insorti armati combattenti il regime di Assad, o piuttosto ciò che sono diventati attraverso le molteplici divisioni dopo quattro anni di scontri, agli eserciti lealisti alleati e ad altre milizie controrivoluzionarie. Il quadro generale degli scontri è lungi dall’essere chiaro, e le alleanze fra gruppi armati sono labili, dato che gruppi ufficialmente nemici possono ufficiosamente essere alleati. Così i ribelli del campo palestinese di Yarmuk, nella periferia di Damasco, sono stati inizialmente assediati e affamati dalle forze del regime per oltre un anno, poi nell’aprile 2015 hanno subito un attacco delle milizie dello Stato islamico appoggiate dai bombardamenti di elicotteri lealisti. I ribelli siriani vengono presi nella morsa dell’offensiva lealista appoggiata dalle milizie libanesi di Hezbollah, e da diversi gruppi islamisti presunti oppositori del regime, fra cui il Fronte al-Nosra sostenuto ufficiosamente dal governo siriano e dallo Stato islamico finanziato dall’Arabia Saudita.
L’occidente ipocrita ha schierato lo stendardo della libertà e della democrazia brandito nel 2011: le sue pose afflitte e i suoi fulmini di indignazione non hanno potuto nulla, il cuore non era là. Con i suoi alleati, si è ormai raccolto sotto lo stendardo dei controrivoluzionari. Organizzando una operazione militare internazionale contro lo Stato islamico nel cuore dell’insurrezione siriana, i governi occidentali conducono delle operazioni contro-insurrezionali e occultano la guerra civile in corso. L’attuale star del terrorismo internazionale è lo Stato islamico il cui marchio si propaga a grande velocità nei paesi insorti, dalla Siria allo Yemen passando per la Libia, fornendo un nuovo motivo, dopo il logoramento di Al Qaeda, ad interventi armati stranieri. Altre due operazioni contro-insurrezionali col medesimo pretesto della lotta contro il terrorismo islamico sono attualmente in corso. In Libia, l’Egitto — al servizio degli Stati Uniti — è in guerra contro gli insorti libici e sostiene un gruppo armato diretto da un ex-generale di Gheddafi, Haftar, che si presenta come il portabandiera di un governo fantoccio in fuga. Nello Yemen, una coalizione militare di nove Stati arabi guidati dall’Arabia saudita con l’appoggio degli Stati Uniti bombarda l’insurrezione huthista che combatte i resti del regime yemenita. Questi stessi governanti occidentali che nel 2011 non hanno smesso di «condannare l’uso eccessivo della forza» contro gli insorti — parole destinate solo a placare l’emozione prodotta dalle notizie dei massacri — bombardano oggi a loro volta generosamente, in Siria, nello Yemen, in Libia, queste stesse popolazioni civili e questi stessi insorti nel nome del contro-terrorismo.
Ad aver luogo è anche una disputa sul senso delle guerre civili. L’accusa di terrorismo è stata abbondantemente utilizzata dai regimi autoritari per giustificare la repressione di ogni protesta. Le parole di doppiezza dei governanti occidentali sono state seguite da atti senza equivoci che fanno parte di una strategia di contro-rivoluzione. Il trucco è palese, ma l’argomento gira a pieno regime in un pubblico della classe media disinformato e arruolato nell’islamofobia o nella spiegazione superficiale di un conflitto religioso tra sciiti e sunniti. Uno degli effetti collaterali della contro-rivoluzione in corso potrebbe essere a termine il crollo della facciata democratica dei governi occidentali. I proseliti della democrazia parlamentare insediano ormai a casa propria dei governi autoritari nel nome della libertà d’espressione. L’epoca è paradossale: nel discorso dominante, difesa della libertà della stampa vuol dire repressione delle libertà individuali; democrazia parlamentare vuol dire lasciateci il potere; parola pubblica vuol dire imposizione del silenzio; insorto vuol dire terrorista; bombardamento occidentale vuol dire liberazione; condanna pubblica vuol dire tacita approvazione; emozione mediatica vuol dire obbedienza al governo. La guerra civile è anche una guerra di parole, dove le battaglie e le linee del fronte sono localizzate nella materia della conversazione, nella lingua che dà conto degli avvenimenti.
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La guerra non è tanto onerosa quanto la servitù. È questo pensiero che il popolino dell’informazione tutto impregnato di angelismo, pacifismo, irenismo, rifiuta. Respinge per principio la violenza e non conosce la propria schiavitù. Al contrario, se ne rallegra. Vede nelle sue libertà formali la più alta espressione di libertà, e nel suo modo di vita il punto culminante della civiltà. La servitù abbassa gli uomini fino a farsi amare da loro, sosteneva anche Vauvenargues.
Coinvolgere una guerra civile nell’insurrezione significa attaccare la tirannia, rifiutare la sottomissione e liberarsi dall’oppressione. Vivere all’infinito nella servitù o vincere gli oppressori: ecco la scelta che si è presentata e continua a presentarsi agli insorti libici, siriani, yemeniti. Ed è straordinario che, conoscendo i pericoli estremi che li minacciano, essi abbiano scelto di battersi per porre fine alla propria servitù. È questa la più alta, e in fondo la sola, affermazione possibile della libertà: nella pratica. L’uso della violenza è necessario per combattere la violenza dello Stato. Nessun tiranno ha mai lasciato il potere solo perché aveva torto.
Le guerre civili in corso dove si afferma un orizzonte concreto di distruzione dello Stato hanno fatto risorgere uno spettro del discorso occidentale: il caos. La tesi è la seguente: la distruzione dello Stato porterebbe per forza di cose al caos, ovvero allo scatenamento della violenza, al regno senza freni dei desideri e dell’interesse, all’arbitrio e all’ingiustizia. Basta aprire un qualsiasi giornale per leggervi questo genere di opinioni che vengono presentate come verità definitive. Davanti al caos che minaccia sempre di risorgere, lo Stato sarebbe un anti-caos, garante dell’ordine a lungo termine.
L’ideologia dello Stato come anti-caos è basata su una inversione concettuale che Marx, a mia conoscenza, è stato il primo a rilevare: «solo la superstizione politica immagina ancora oggi che la vita civile debba di necessità essere tenuta unita dallo Stato, mentre al contrario, nella realtà, lo Stato è tenuto unito dalla vita civile». Sono i rapporti fra gli individui, fondati sul lavoro, le merci e l’informazione, a garantire la coesione dello Stato, e non il contrario.
L’ideologia dello Stato come anti-caos ha una funzione di limite e di contrasto del pensiero. Ha la funzione di squalificare in anticipo un dibattito che sarebbe condotto fuori dallo Stato, di proibire di concepire e riflettere su ciò che nasce nella distruzione dello Stato.
Con il racconto di un caos che seguirebbe necessariamente la distruzione dello Stato, si afferma una visione negativa della natura umana. La fine dello Stato darebbe libero corso ad una «violenza arcaica», ad una «rivalità dei desideri» in cui i rapporti fra gli individui sarebbero governati dalla violenza. Dopo che Hobbes ne ha fatto la teoria, più di tre secoli fa, la finzione di uno stato di natura dell’uomo è l’illusorio fondamento che giustifica il potere esorbitante dello Stato moderno sugli individui. Ora il postulato di una natura umana originaria cattiva chiude in anticipo ogni dibattito sul genere umano. È solo basandosi su questo presupposto arbitrario che i governanti degli Stati possono avanzare e affermare: o noi o il caos!
Nell’informazione dominante, l’ideologia del caos ha la funzione di negare ciò che accade. Laddove lo Stato è attaccato dagli insorti in armi, laddove le sue basi sono distrutte, emergono altre organizzazioni e altri modi di dibattere. La ripetizione continua del termine caos nel discorso giornalistico per qualificare una situazione insurrezionale occulta il dibattito e le posizioni presenti, oltre a suscitare correnti di opinioni favorevoli all’intervento di Stati stranieri per «ristabilire l’ordine». Unito a terrorismo, il termine caos è un potente schermo di fumo destinato a mascherare i termini della disputa in corso. L’imposizione di questa griglia di lettura degli avvenimenti richiama essa stessa un dispositivo di anti-caos, l’intervento di uno Stato. In fondo, l’ideologia dello Stato e il pensiero del caos sono le due facce di uno stesso nichilismo occidentale.
6
Oggi alcune guerre civili attaccano lo Stato, e quando nel mondo viene attaccato uno Stato, è il principio di Stato ad essere attaccato. Questo principio è stato enunciato con chiarezza da Bakunin verso la metà del XIX secolo: «Ogni stato è un organismo ristretto che in un territorio limitato comprende un numero di sudditi più o meno grande. Quindi la grande maggioranza dei viventi resta fuori da ogni singolo Stato, e l’umanità è tutta quanta divisa in una quantità di Stati grandi, medi e piccoli, Ognuno di questi, nonostante non comprenda che una piccolissima parte della razza umana, si dichiara e si comporta come il rappresentante legittimo dell’umanità tutta intera, e come qualche cosa di assoluto».
Si capisce facilmente perché, quando uno Stato viene attaccato, tutti gli Stati si sentano minacciati. La guerra civile è l’emergere di una totalità concreta che arriva a contestare allo Stato la sua pretesa di rappresentare l’umanità intera sotto motivazioni nazionaliste, storiche, culturali. È ovvio che, per sua stessa natura, questo dibattito oltrepassi immediatamente le frontiere dello Stato di cui contesta l’esistenza. La critica condotta in un solo Stato rimette in discussione l’esistenza degli Stati quali che siano, perché sono le fondamenta dello Stato ad essere attaccate. Quindi, non esiste una critica locale dello Stato. La critica del principio di Stato apre il dibattito sull’umanità; mentre la sua risultante, la critica degli Stati, apre a sua volta il dibattito sul mondo. Questo dibattito non è una semplice disputa da salotto, ma un dibattito pratico in cui la parola delle armi prolunga le conversazioni singolari.
Gli Stati occidentali devono negare ad ogni costo l’esistenza di un simile dibattito, di una tale guerra frontale che li minaccia direttamente: gli Stati non possono avere nemici poiché essi sono la totalità. Gli interventi armati statali che avvengono oggi e sono annunciati come operazioni internazionali di polizia contro gruppi terroristici sono in realtà delle guerre contro-insurrezionali che mirano a restaurare l’ordine dello Stato, quale che sia.
Ad essere in gioco oggi è la possibilità storica di condurre un dibattito dell’umanità; si scontrano gruppi armati alcuni dei quali, in seguito alle insurrezioni, si oppongono all’esistenza di uno Stato ed esprimono differenti forme d’organizzazione, mentre altri, reazionari, vogliono ricostituire uno Stato. Ogni guerra civile è singolare, ma l’esistenza di tre offensive simultanee e i dibattiti aperti dalle numerose insurrezioni testimoniano già la potenza e la profondità della disputa.

Demenza dell’autorità

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( Articolo Condiviso )

Multatuli
No, niente scappatoie. L’ho detto. Ho dichiarato che il lavoro volontario è migliore del lavoro obbligatorio. Nulla da dire. Ma adesso ritratto questo errore, convinto che nulla sia più ambiguo e più nocivo del lavoro volontario.
E come ha acquisito questa nuova convinzione? spero che mi si chieda. Perché, se non me lo domandassero, dovrei pensare che la mia predica annoi l’ascoltatore quanto me.
Come ci sono arrivato? È molto semplice. No, no… per l’amor di Dio, scusatemi, non proprio semplice! Dimenticavo che la semplicità farebbe svuotare in fretta la mia cappella e che solo la complessità è ammessa. Quindi, non proprio semplice. È estremamente complesso. Sono stato guarito dal mio errore e… indovinate da chi? Dal mio piccolo Max.
Il bambino è dolce, buono e obbediente. Temo perfino che sia troppo buono, troppo dolce. E se i vostri figli, cari ascoltatori, assomigliano ai loro genitori, il mio bambino subirà un giorno la punizione che il mondo infligge alla bontà per vendicarsi della differenza.
Comunque sia, è servizievole e obbediente. Compie assai volentieri i piccoli doveri che la sua età gli impone. Quasi mai c’è bisogno di ordinargli qualcosa. In poche parole, finora sta lavorando in maniera completamente libera.
Ora, alcuni giorni fa era scoccata l’ora in cui sua madre di solito lo porta a dormire. Invece di raccogliere i suoi giocattoli, svestirsi e baciarci, mi venne vicino e mi disse:
– Papà, ho una idea!
Ero atterrito.
– Povero piccolo mio, speriamo che non ti capiti spesso. Saresti a disagio nella vita. Che c’è?
– Ebbene, è ora di andare a letto…
– È questa la tua idea?
– No, ascolta! Ieri, quando era ora di andare a letto, mi sono spogliato subito e ti ho augurato la buona notte. Mi hai baciato e portato in camera mia, poi mi hai messo a letto, coperto e rimboccato, e quando hai lasciato la camera con la mamma le tue ultime parole come sempre sono state: «Buona notte, bambino mio…».
– Certo, è tutto esatto, anche tua madre ti ha augurato la buona notte e tu ci hai risposto. Qualcosa non andava? Cosa avresti voluto? Non hai dormito bene dopo?
– No, ho dormito benissimo, ma… questa maniera di andare a letto non va bene. La donna delle pulizie ha un ragazzino della mia età e ho sentito dire che questo bambino non vuole mai andare a letto. Allora sua madre deve costringerlo con delle sberle. Paparino, io mica sono meno del figlio della donna delle pulizie! Non vuoi costringermi ad andare a dormire nello stesso modo?
– Ma piccolo mio, perché vuoi che ti obblighi a fare quello che fai senza la minima costrizione?
– Non importa. Non vorrei!
Confesso di non capire il bambino, ma dato che sono spesso costretto a rifiutargli certe distrazioni, decisi per una volta di soddisfare il suo capriccio. E sono molto felice di aver acconsentito a un desiderio che:
1° rende felice il bambino,
2° costituisce un gioioso divertimento nella monotonia della mia vita quotidiana,
e 3° mi ha guarito dall’errore che il lavoro volontario sia una cosa desiderabile, come ancora credevo due anni fa.
Infatti, da quella volta, mio figlio va a dormire solo se costretto. Lo picchio e lo maltratto, innanzitutto per guarirlo dalla sua docilità pecorile che lo farebbe andare a letto anche senza sberle, e poi lo frusto di nuovo per obbligarlo a coricarsi. Ma c’è di più. Applico questa crudele terapia in ogni situazione. Gli rendo tutti i suoi piccoli doveri talmente ripugnanti che rifiuta di compierli, al solo fine di costringerlo dopo con la forza. Ogni tendenza naturale verso il bene viene così distrutta, e assaporo la piacevole soddisfazione che adesso dal mio piccolino, il quale prima compiva con noiosa monotonia tutti i suoi piccoli doveri, non posso ottenere più nulla senza averlo prima fatto passare attraverso le incantevoli distrazioni della fame e delle percosse.
Non avete idea dei rilassanti intermezzi che mi procura questa lotta contro ogni libera iniziativa.
Ancora ieri:
– Cosa fai là, Max?
– Papà… ho…
– Di’… parla… cosa hai fatto?
– Papà… ho… ho respirato.
– Perché lo hai fatto, bambino disgraziato?
– L’ho fatto, papà… perché… perché…
– Lo hai fatto perché probabilmente lo volevi?
– Ah! Sì! Papà!
– Maledetta perversione ereditaria! Trattieni quel fiato, ricaccialo ti dico… immediatamente… subito! Ti insegnerò io a respirare di tua autorità!
Poi lo riempii di sberle fino a che i suoi polmoni furono riportati allo statu quo ante. Poi:
– E adesso respira perché te lo ordino io! Ma, aggiunsi a bassa voce, non obbedire subito.
Il bambino mi capì benissimo e rifiutò di respirare finché non fu costretto da una severa serie di sberle.
Ora deperisce a vista d’occhio come qualcuno che aspetta una decisione ministeriale. Dimagrisce letteralmente e si consuma come canfora. L’imbarazzante felicità è spezzata. Le sole cose che di tanto in tanto fa ancora volontariamente sono piangere e gemere. Ma gli dirò di sbarazzarsi anche di queste distrazioni, finché non gliele avrò espressamente ordinate.
Tuttavia, mi si dirà magari che queste sono solo faccende domestiche. È vero! Ma così come Newton con la caduta di una mela dedusse l’esistenza di una legge fisica che regge l’universo, io deduco la necessità di una legge di costrizione generale attraverso le osservazioni che faccio a casa mia.
Mi sia permesso di raccontarvi come ho cercato di applicare alla cosa pubblica la scoperta che, da qualche tempo, ha trasformato la mia casa in un vero paradiso.
Sono molto legato ad un agente di polizia che nelle ore libere è un filosofo.
Gli ho spiegato il mio sistema e mi ha capito immediatamente, avendo io approfittato di un momento in cui non era in servizio. E non solo mi ha capito, ma già l’indomani stava applicando la mia deliziosa scoperta. Ecco, cari ascoltatori, un estratto dal suo taccuino:
Bruxelles, 12 gennaio. – Buttato giù dal marciapiede il suddetto A… per costringerlo poi a risalire sul marciapiede.
Fatta uscire di casa la signora B… per poi riportarla dentro. Montato la guardia davanti al suo domicilio per tre ore per impedirle di uscire.
(Lei sosteneva di non aver alcuna voglia di uscire, ma io detesto questo genere di libertarismo).
Ordinato ad un cocchiere di far imbizzarrire il suo cavallo per poi proibirglielo.
Rinchiusi fino a mezzanotte alcuni bevitori di birra che volevano lasciare il bar prima dell’ora di chiusura regolamentare per costringerli poi ad andarsene.
Provocato con qualche buona bastonata una persona che passeggiava tranquillamente, poi arrestata perché colpevole di oltraggio e resistenza.
Ecco il taccuino del mio amico filosofo poliziotto. Ma non è tutto.
Ancora non sapete, miei cari ascoltatori, come la mia scoperta da cui consegue la necessità della costrizione tocchi da vicino gli interessi della città, del paese, dell’universo.
Comincerò la dimostrazione con l’universo, e arriverete facilmente al resto.
L’universo?… Certamente! Avete già pensato, cari ascoltatori, quanto sia umiliante per noi che il sole resti immobile per sua volontà, e che la terra, questa piccola terra presuntuosa, giri eternamente senza aver ricevuto un ordine da noi?
Ecco le conseguenze della nostra riprovevole negligenza. Ma è meglio fermarci qua. Noi costringeremo il sole a fermarsi. Niente di più facile. Diamogli una camera come la nostra e garantisco che non si muoverà. E la terra che, Dio sa da quanto, si permette di girare con sconfinata presunzione per sua soddisfazione personale, noi la obbligheremo a girare. Per realizzare tutti questi miglioramenti sto aspettando solo la scoperta di quel famoso punto d’appoggio che già cercava Archimede… e vi prometto un avvenire luminoso.
Tutto avverrà per costrizione. Per costrizione il bambino amerà i suoi genitori. Per costrizione parlerete, tacerete, resterete in piedi, vi sdraierete, camminerete, dormirete, mangerete, e guadagnerete denaro. La costrizione regnerà nella Natura, nello Stato, nella vostra casa, nel vostro letto… tutto ciò che è male non esisterà più, perché il bene sarà fatto per costrizione:
Gloriosa, santa, divina costrizione!
Ed anche il giavanese sarà costretto a fare del bene, ovvero a lavorare per noi…
Ma, mi auguro che a questo punto esclami il lettore, tutto ciò è assurdo… inaudito, imbecille, folle e anche peggio…
Esattamente!
Quod erat demonstrandum [come volevasi dimostrare]… miei cari lettori.

ODORAVA DI DIGNITA’

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Foto: Dipinto di Francesco Panico

Ero tornato da poche ore, l’ho visto, per la prima volta, era alto, bello, forte e odorava di olio e lamiera.
Per anni l’ho visto alzarsi alle quattro del mattino, salire sulla sua bicicletta e scomparire nella nebbia di Torino, in direzione della Fabbrica.
L’ho visto addormentarsi sul divano, distrutto da ore di lavoro e alienato dalla produzione di migliaia di pezzi, tutti uguali, imposti dal cottimo.
L’ho visto felice passare il proprio tempo libero con i figli e la moglie.
L’ho visto soffrire, quando mi ha detto che il suo stipendio non gli permetteva di farmi frequentare l’università.
L’ho visto umiliato, quando gli hanno offerto un aumento di 100 lire per ogni ora di lavoro.
L’ho visto distrutto, quando a 53 anni, un manager della Fabbrica gli ha detto che era troppo vecchio per le loro esigenze.
Ho visto manager e industriali chiedere di alzare sempre più l’età lavorativa, ho visto economisti incitare alla globalizzazione del denaro, ma dimenticare la globalizzazione dei diritti, ho visto direttori di giornali affermare che gli operai non esistevano più, ho visto politici chiedere agli operai di fare sacrifici, per il bene del paese, ho visto sindacalisti dire che la modernità richiede di tornare indietro.
Ma mi è mancata l’aria, quando lunedì 26 luglio 2010, su “ La Stampa” di Torino, ho letto l’editoriale del Prof . Mario Deaglio. Nell’esposizione del professore, i “diritti dei lavoratori” diventano “componenti non monetarie della retribuzione”, la “difesa del posto di lavoro” doveva essere sostituita da una volatile “garanzia della continuità delle occasioni da lavoro”, ma soprattutto il lavoratore, i cui salari erano ormai ridotti al minimo, non necessitava più del “tempo libero in cui spendere quei salari”, ma doveva solo pensare a soddisfare le maggiori richieste della controparte (teoria ripetuta dal Prof. Deaglio a Radio 24 tra le 17,30 e la 18,00 di Martedì 27 luglio 2010).
Pensare che un uomo di cultura, pur con tutte le argomentazioni di cui è capace, arrivi a sostenere che il tempo libero di un operaio non abbia alcun valore, perché non è correlato al denaro, mi ha tolto l’aria.
Sono salito sull’auto costruita dagli operai della Mirafiori di Torino.
Sono corso a casa dei miei genitori, l’ho visto per l’ennesima volta. Era curvo, la labirintite, causata da milioni di colpi di pressa, lo faceva barcollare, era debole a causa della cardiopatia, era mio padre, operaio al reparto presse, per 35 anni, in cui aveva sacrificato tutto, tranne il tempo libero con la sua famiglia, quello era gratis.
ODORAVA DI DIGNITA’.