Distruggere lo Stato

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( Articolo Condiviso )

Ariel Fatiman
Quattro anni dopo lo scoppio delle insurrezioni del 2011, la critica dello Stato resta la punta di diamante delle offensive armate degli insorti libici, siriani e yemeniti. Le operazioni militari occidentali ne sono la prova più flagrante. Questa repressione sostenuta da «liberali», «democratici» ed altri «laici» è anche una testimonianza della lunga agonia delle democrazie occidentali. È tempo che alla critica delle armi degli insorti rispondano in omaggio ed incoraggiamento le armi della critica.
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Ci sono due maniere di terminare: il compimento o la distruzione. La distruzione è per l’individuo una deficienza, un insuccesso nella partita in corso che si paga con la vita. Per una cosa, la distruzione è la sua impossibilità di esistere secondo il suo concetto, la sua scomparsa dall’orizzonte del possibile. Si prova nel momento della realizzazione pratica: come se il contatto con l’acidità della critica pratica dissolva il legame fra oggetto e idea, e a sua volta la cosa che si basava su quella relazione scompaia. In un’epoca inquinata da pensieri rachitici e da dogmi polverosi imballati in emozioni preconfezionate, è sempre una eccellente notizia che una cosa sparisca. Col senno del poi, a sembrare ancora più stupefacente è che essa abbia potuto esistere.
Come tutte le illusioni, come tutte le astrazioni, come tutti i dogmi, come tutti i palloni gonfiati con una pretesa alla totalità, come tutti i gingilli della liturgia moderna, come tutti gli oggetti d’ossequiosità dell’informazione dominante, la vocazione storica dello Stato è di scomparire sotto gli assalti della verifica pratica. Laddove si afferma una totalità effettiva, laddove il movimento del pensiero trova una fluidità pratica, lo Stato è distrutto dal movimento stesso del pensiero in marcia verso il suo compimento. Questo torrente è il movimento della libertà pratica in cui la negatività è parte interessata delle conversazioni singolari.
Lo Stato non è che un insieme eteroclito di pratiche arbitrarie che si richiamano ad un assoluto, a idee generali e vuote, e dotato di una pretesa alla totalità che non ha più valore di un logo su una marca di lassativo. Lo Stato: questa parola che vale per una totalità idealizzata, mai del tutto esistente; questi rappresentanti che valgono per altri sempre assenti e tenuti in disparte; queste idee arbitrarie che devono prevalere grazie ad una polizia per far credere che esistono come idee pratiche mentre sono solo l’illusione alimentata e conservata a forza di lavoro.
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Al centro dello Stato c’è un mistero, quello della sua neutralità. Basta solo cambiare governo, e lo Stato potrà restare fuori da ogni critica, come se costituisca una zona neutra in cui tutti i dibattiti si arrestano. Così, nelle rivolte in corso, il solo cambiamento accettabile per la classe media è passare da un governo tirannico ad un governo parlamentare mantenendo le strutture dello Stato. La «transitologia» è la definizione poco invitante di quella specialità universitaria che si impegna a descrivere la digestione da parte dello Stato dei movimenti di critica per trasformarli in democrazia parlamentare. Secondo la mia candela verde, ecco una filosofia digestiva che padre Ubu intriso della saggezza della sua ventraglia sferica non avrebbe sconfessato!
L’ordine, l’attività, l’unità, l’esistenza dello Stato appaiono meramente convenzionali, ovvero risultanti da convenzioni tramandate non si da dove né come da un pugno di uomini messi là come sassi franati ai piedi di una montagna. Una mafia tra le altre ha preso il potere, imponendo le proprie regole e il proprio dominio. Questo ordine, questa attività, questa unità, questa esistenza, sono arbitrarie. Lo Stato è l’ordine di alcuni rivolto contro tutti. Lo Stato è l’istituzione dell’ingiustizia, lo Stato naturalizza l’esistenza dell’ingiustizia. Lo Stato fonda l’ingiustizia come astrazione comune. Questa astrazione comune è la comunità astratta, l’incarnazione fittizia della comunità di tutti, un assoluto che si chiama Stato. Attraverso questo processo di astrazione e di assolutizzazione, lo Stato si pone fuori da ogni critica sociale e occulta la base ingiustificabile della sua esistenza. Come dimostrato abilmente da Hegel per sottintesi nella sua critica al diritto, lo Stato non ha alcun fondamento: è solo una convenzione — un «fantasma materializzato», una «escrescenza parassitaria» — che parla ed agisce nel nome di tutti per conto di alcuni.
Una volta posta questa unità fittizia, una volta incarnata in solide istituzioni, l’esistenza dello Stato si rivolge agli individui. Si presenta come la chiave di volta dell’edificio sociale: poiché incarna l’unità di tutti, ha il diritto di organizzare i rapporti tra tutti e di definire l’identità di ciascuno — meglio conosciuto come cittadino. Affabulandoli con questo nome, lo Stato pretende di giustificare l’esistenza degli individui. Benché non abbiano bisogno di nessuna giustificazione per esistere, lo Stato ne concede loro una! Credo quia absurdum.
Lo Stato organizza l’assenza di tutti pretendendo di parlare a nome di tutti, grazie ad un processo di astrazione che porta il suo nome. Lo Stato fa dell’assenza di tutti e della presenza di alcuni una totalità astratta, o piuttosto una astrazione vuota della totalità. Come nella religione, la cui totalità è postulata e trasferita in una sfera astratta e autonoma fuori dalla portata degli uomini, lo Stato è un tentativo di insediare la totalità degli individui in una sfera separata, astratta, fuori dalla portata degli uomini. Per poi istituire, a partire da quel luogo vuoto, dall’alto di quell’astrazione, il governo degli uomini.
Lo Stato è una finta totalità che si presenta essa stessa come un’ossatura dell’edificio sociale: una totalità inglobante che avrebbe il potere di pervadere ogni singolo individuo. Lo Stato è il fantasma della totalità, la traccia semantica della sua assenza. Concepito a partire da questa pseudo-totalità, l’individuo diventa l’esistenza spettrale proiettata dallo Stato, lo spettro particolare di uno spettro generale, il cittadino. È il peso di questa unità fantasmatica ad ostacolare praticamente la libertà degli individui. Nella storia, l’affermazione di una effettiva totalità nel corso delle rivoluzioni apre la critica in atti di questa falsa entità. Il movimento della totalità in atti affronta così questo simulacro di totalità.
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La distruzione dello Stato è il presupposto del dibattito sulla totalità, del dibattito sull’umanità. Bakunin era rapidamente arrivato a questa conclusione mentre a Marx ci è voluta la Comune per capirlo. Marx rimprovera ai comunardi di non aver marciato su Versailles finché ne avevano la possibilità, per distruggere lo Stato «che pretendeva d’essere incarnazione di [l’] unità, ma voleva essere indipendente e persino superiore rispetto alla nazione stessa, mentre era solo un’escrescenza parassitaria…». Il dominio è insito nella stessa esistenza dello Stato, nella sua burocrazia, nel suo esercito, nella sua polizia, nella sua parola. Il dibattito del genere umano che Marx, Engels, Bakunin hanno indicato con la teoria infinitista di comunismo, per esistere deve distruggere l’oppressione della «macchina dello Stato», spezzare quel potere. Il dibattito della totalità, per riprendere i termini con cui è stato poi riformulato dalla rivoluzione iraniana, non può essere condotto che da uomini liberi che facciano pieno uso della propria libertà, e non possono esistere uomini liberi che non siano critici della falsa totalità, liberati dall’unità fittizia che li opprime. «Il giorno in cui sarà possibile parlare di libertà, lo Stato cesserà di esistere in quanto tale» (Engels). La distruzione dello Stato è una condizione necessaria, ma non sufficiente, affinché il dibattito della totalità possa aver luogo.
La questione della distruzione dello Stato, nelle sue differenti forme, è inoltre in prima linea nella battaglia in corso, aperta dalle insurrezioni del 2011. La distruzione del potere statale è all’ordine del giorno nelle rivolte in Libia, in Siria o nello Yemen, come lo è stata in Somalia nel 2006 e 2007, ad Haiti nel 2004, per non parlare del periodo recente. I governanti occidentali, impegnandosi nella repressione con le armi degli insorti che rifiutano di sottomettersi a governi autoritari, ne sono pienamente consapevoli. Le insurrezioni del 2011 per alcuni sono sfociate in un dibattito in cui il popolo ha preso le armi contro lo Stato. In Libia, che è certamente il luogo dove l’insurrezione è più avanzata, lo Stato di Gheddafi con le sue istituzioni, il suo esercito ed i suoi rappresentanti è stato distrutto. In Egitto i generali hanno ripreso il potere organizzando un colpo di Stato con l’appoggio entusiasta dell’informazione occidentale, e in Tunisia vecchi membri del RCD [Raggruppamento Costituzionale Democratico] raggruppati nel partito Nidaa Tounes sono tornati agli affari con le elezioni, ristabilendo la polizia e l’esercito nelle strade e l’informazione nelle menti. Queste due restaurazioni di governanti autoritari sono state fatte agitando il drappo rosso dell’islamismo. Si sono così visti tutti i governanti occidentali sostenere in Egitto un colpo di Stato militare, col motivo immaginario che non lo era e che avrebbe rispettato la volontà del popolo davanti ad un governo islamico vergognoso. L’islamofobia accede al rango di argomento principale della politica estera occidentale.
Così come nel 2011, tutti i tiranni costretti dalle insurrezioni, i Ben Ali, Mubarak, al-Sissi, Saleh e Assad, hanno invocato il terrorismo per qualificare i loro oppositori e giustificare la repressione delle rivolte, gli Stati occidentali, fra cui gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Francia e la Russia, ma anche gli Stati arabi, Arabia Saudita in testa, hanno tutti invocato la lotta contro il terrorismo islamico per giustificare il loro intervento a sostegno dei tiranni in carica (Siria, Egitto), in appoggio alle restaurazioni nazionali (Tunisia, Egitto), o nel contesto di azioni militari contro gli insorti (Libia, Bahrein, Siria, Yemen). Pensando di far tacere un dibattito che li ha minacciati e li minaccia ancora, i governi occidentali col tacito assenso o l’approvazione dei governati, intrattenuti da giornali che organizzano una confusione interessata sugli avvenimenti in corso, conducono la repressione delle insurrezioni sotto gli occhi di tutti.
La politica del peggio attuata dai governi occidentali non si discosta affatto dalla sporca guerra condotta dai generali algerini dopo il colpo di Stato del gennaio 1992. Per reprimere il sollevamento algerino, i generali non hanno esitato a scatenare una massiccia repressione e a spingere gli insorti nel vicolo cieco dei gruppi armati e dell’islam radicale. Poi, manipolando il terrorismo islamico attraverso la sicurezza militare, i generali hanno mantenuto criminalmente la guerra civile, i massacri e gli attentati per sei anni fino a soffocare nel sangue ogni critica, lasciando quasi 150.000 morti.
Oggi i metodi utilizzati sono gli stessi, ma è una sporca guerra su larga scala, internazionale, che si conduce a colpi di spedizioni militari nazionali e internazionali (nel Mali, in Centro-Africa, in Siria, nel Bahrein, in Libia o nello Yemen), di alleanze oscure come testimoniano i negoziati nell’aprile 2015 di emissari francesi e americani con Assad, e di sostegno immancabile ai regimi autoritari. In Siria il regime di Assad fa da modello: da quattro anni bombarda incessantemente e rade al suolo città intere spiegando che non c’è alcuna ribellione contro il suo governo bensì azioni di gruppi terroristi islamici, mentre nel contempo appoggia direttamente o indirettamente le milizie islamiste dello Stato islamico o del Fronte al-Nosra, evitando di bombardarli e comprando il loro petrolio. In Egitto, il colpo di Stato militare dei generali del luglio 2013 contro il governo Morsi ricalca alla perfezione la sequenza algerina del 1992, fin nella repressione feroce e omicida dei partigiani dei fratelli musulmani e, anche oltre, di ogni opposizione. Il regime militare del maresciallo-presidente ha finito addirittura col dichiarare i Fratelli musulmani una organizzazione terrorista, come era stato il FIS [Fronte Islamico di Salvezza] in Algeria. Nel Bahrein, una operazione militare degli Emirati arabi uniti e dell’Arabia Saudita ha messo fine nel marzo 2011 all’accampamento nella piazza della Perla a Manama, mentre il governo accusava i manifestanti di essere sciiti radicali manipolati dall’Iran. Nello Yemen, l’intervento militare di una coalizione di nove Stati arabi guidata dall’Arabia Saudita è stata fatta nel nome della difesa dei pietosi resti dello Stato yemenita minacciato dall’insurrezione huthista, dal nome di una setta sciita, e della lotta contro dei gruppi armati affiliati allo Stato islamico. Parallelamente, i bombardamenti americani attuati con droni dislocati sull’insieme del territorio yemenita non sono mai cessati prima e dopo la caduta di Saleh, mirando a gruppi legati ad Al Qaeda ed uccidendo il più delle volte dei civili. Ovunque, l’occidente e i suoi alleati cercano di rinchiudere la rivolta nella morsa dello scontro fra militari lealisti e gruppi armati islamici, impegnandosi direttamente accanto ai primi e fingendo di lottare contro gli altri. E da questo punto di vista, i regimi autoritari e i governi occidentali nella loro politica estera fanno lo stesso uso sistematico e menzognero dell’islamismo radicale.
Se per la reazione occidentale, vetusta e ultra-conservatrice, si tratta sempre di contrastare la critica in atto dello Stato, il periodo attuale non è quello del 1992-1998, inoltre né gli insorti libici, né quelli siriani, né quelli yemeniti hanno detto la loro ultima parola. È stata lanciata una offensiva aperta e mondiale, la cui posta in gioco è di spezzare quella strana pseudo-totalità che corona l’alleanza dei giornalisti, dei governanti e dei mercanti; il cui scopo è distruggere lo Stato.
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Tre guerre civili sono ormai aperte simultaneamente in Libia, in Siria e nello Yemen. Di per sé la guerra civile non è né buona, né cattiva, ma indica una lotta in armi fra due gruppi di uno stesso Stato. Tutto l’interesse sulle guerre civili in corso consiste nel fatto che derivano da insurrezioni e ne proseguono il dibattito. Esse sono nate da una presa d’armi da parte degli insorti, sia che ciò avvenga fin dall’inizio dell’insurrezione come in Libia, sia nel corso dell’insurrezione per combattere la repressione del regime come in Siria o nello Yemen. La guerra civile è innanzitutto il momento dell’insurrezione in cui i partigiani del vecchio regime e i partigiani della sua critica si affrontano con le armi. Uno deve prevalere sull’altro. Quelli che non hanno preso le armi non hanno avuto scelta: o morire sotto le pallottole dello Stato, oppure armarsi per continuare a difendere la propria opinione. Ma la guerra civile è anche, come in Libia o nello Yemen, il momento in cui il dibattito delle armi succede alla vittoria dell’insurrezione sul regime precedente.
Un’altra disputa nasce a prolungare ed approfondire la prima. La particolarità delle guerre civili attuali è che sfociano in una critica dello Stato. I gruppi che hanno preso le armi si dividono a loro volta, e si contrappongono fra loro non all’interno di uno stesso Stato ma sull’esistenza stessa di quello Stato. La maggior parte delle rivoluzioni conducono a guerre civili, essendo falso il contrario, e le guerre civili senza insurrezione iniziale non conducono a niente.
Nel dettaglio, ogni guerra civile è singolare e di una complessità crescente. I dibattiti oltrepassano costantemente le frontiere degli Stati: la Tunisia, l’Egitto e il Mali sono coinvolti nel dibattito libico, mentre il Libano, la Turchia e l’Iraq sono immersi anche nel dibattito siriano. Le guerre civili sono al tempo stesso interne e transnazionali. Esse sono pure terreno di interventi stranieri, il caso della Siria è emblematico.
In questo inizio d’anno 2015, il tiranno Assad resta ancora in carica grazie all’appoggio di forze armate straniere, in particolare libanesi, iraniane, americane. Questa guerra civile contrappone gli insorti armati combattenti il regime di Assad, o piuttosto ciò che sono diventati attraverso le molteplici divisioni dopo quattro anni di scontri, agli eserciti lealisti alleati e ad altre milizie controrivoluzionarie. Il quadro generale degli scontri è lungi dall’essere chiaro, e le alleanze fra gruppi armati sono labili, dato che gruppi ufficialmente nemici possono ufficiosamente essere alleati. Così i ribelli del campo palestinese di Yarmuk, nella periferia di Damasco, sono stati inizialmente assediati e affamati dalle forze del regime per oltre un anno, poi nell’aprile 2015 hanno subito un attacco delle milizie dello Stato islamico appoggiate dai bombardamenti di elicotteri lealisti. I ribelli siriani vengono presi nella morsa dell’offensiva lealista appoggiata dalle milizie libanesi di Hezbollah, e da diversi gruppi islamisti presunti oppositori del regime, fra cui il Fronte al-Nosra sostenuto ufficiosamente dal governo siriano e dallo Stato islamico finanziato dall’Arabia Saudita.
L’occidente ipocrita ha schierato lo stendardo della libertà e della democrazia brandito nel 2011: le sue pose afflitte e i suoi fulmini di indignazione non hanno potuto nulla, il cuore non era là. Con i suoi alleati, si è ormai raccolto sotto lo stendardo dei controrivoluzionari. Organizzando una operazione militare internazionale contro lo Stato islamico nel cuore dell’insurrezione siriana, i governi occidentali conducono delle operazioni contro-insurrezionali e occultano la guerra civile in corso. L’attuale star del terrorismo internazionale è lo Stato islamico il cui marchio si propaga a grande velocità nei paesi insorti, dalla Siria allo Yemen passando per la Libia, fornendo un nuovo motivo, dopo il logoramento di Al Qaeda, ad interventi armati stranieri. Altre due operazioni contro-insurrezionali col medesimo pretesto della lotta contro il terrorismo islamico sono attualmente in corso. In Libia, l’Egitto — al servizio degli Stati Uniti — è in guerra contro gli insorti libici e sostiene un gruppo armato diretto da un ex-generale di Gheddafi, Haftar, che si presenta come il portabandiera di un governo fantoccio in fuga. Nello Yemen, una coalizione militare di nove Stati arabi guidati dall’Arabia saudita con l’appoggio degli Stati Uniti bombarda l’insurrezione huthista che combatte i resti del regime yemenita. Questi stessi governanti occidentali che nel 2011 non hanno smesso di «condannare l’uso eccessivo della forza» contro gli insorti — parole destinate solo a placare l’emozione prodotta dalle notizie dei massacri — bombardano oggi a loro volta generosamente, in Siria, nello Yemen, in Libia, queste stesse popolazioni civili e questi stessi insorti nel nome del contro-terrorismo.
Ad aver luogo è anche una disputa sul senso delle guerre civili. L’accusa di terrorismo è stata abbondantemente utilizzata dai regimi autoritari per giustificare la repressione di ogni protesta. Le parole di doppiezza dei governanti occidentali sono state seguite da atti senza equivoci che fanno parte di una strategia di contro-rivoluzione. Il trucco è palese, ma l’argomento gira a pieno regime in un pubblico della classe media disinformato e arruolato nell’islamofobia o nella spiegazione superficiale di un conflitto religioso tra sciiti e sunniti. Uno degli effetti collaterali della contro-rivoluzione in corso potrebbe essere a termine il crollo della facciata democratica dei governi occidentali. I proseliti della democrazia parlamentare insediano ormai a casa propria dei governi autoritari nel nome della libertà d’espressione. L’epoca è paradossale: nel discorso dominante, difesa della libertà della stampa vuol dire repressione delle libertà individuali; democrazia parlamentare vuol dire lasciateci il potere; parola pubblica vuol dire imposizione del silenzio; insorto vuol dire terrorista; bombardamento occidentale vuol dire liberazione; condanna pubblica vuol dire tacita approvazione; emozione mediatica vuol dire obbedienza al governo. La guerra civile è anche una guerra di parole, dove le battaglie e le linee del fronte sono localizzate nella materia della conversazione, nella lingua che dà conto degli avvenimenti.
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La guerra non è tanto onerosa quanto la servitù. È questo pensiero che il popolino dell’informazione tutto impregnato di angelismo, pacifismo, irenismo, rifiuta. Respinge per principio la violenza e non conosce la propria schiavitù. Al contrario, se ne rallegra. Vede nelle sue libertà formali la più alta espressione di libertà, e nel suo modo di vita il punto culminante della civiltà. La servitù abbassa gli uomini fino a farsi amare da loro, sosteneva anche Vauvenargues.
Coinvolgere una guerra civile nell’insurrezione significa attaccare la tirannia, rifiutare la sottomissione e liberarsi dall’oppressione. Vivere all’infinito nella servitù o vincere gli oppressori: ecco la scelta che si è presentata e continua a presentarsi agli insorti libici, siriani, yemeniti. Ed è straordinario che, conoscendo i pericoli estremi che li minacciano, essi abbiano scelto di battersi per porre fine alla propria servitù. È questa la più alta, e in fondo la sola, affermazione possibile della libertà: nella pratica. L’uso della violenza è necessario per combattere la violenza dello Stato. Nessun tiranno ha mai lasciato il potere solo perché aveva torto.
Le guerre civili in corso dove si afferma un orizzonte concreto di distruzione dello Stato hanno fatto risorgere uno spettro del discorso occidentale: il caos. La tesi è la seguente: la distruzione dello Stato porterebbe per forza di cose al caos, ovvero allo scatenamento della violenza, al regno senza freni dei desideri e dell’interesse, all’arbitrio e all’ingiustizia. Basta aprire un qualsiasi giornale per leggervi questo genere di opinioni che vengono presentate come verità definitive. Davanti al caos che minaccia sempre di risorgere, lo Stato sarebbe un anti-caos, garante dell’ordine a lungo termine.
L’ideologia dello Stato come anti-caos è basata su una inversione concettuale che Marx, a mia conoscenza, è stato il primo a rilevare: «solo la superstizione politica immagina ancora oggi che la vita civile debba di necessità essere tenuta unita dallo Stato, mentre al contrario, nella realtà, lo Stato è tenuto unito dalla vita civile». Sono i rapporti fra gli individui, fondati sul lavoro, le merci e l’informazione, a garantire la coesione dello Stato, e non il contrario.
L’ideologia dello Stato come anti-caos ha una funzione di limite e di contrasto del pensiero. Ha la funzione di squalificare in anticipo un dibattito che sarebbe condotto fuori dallo Stato, di proibire di concepire e riflettere su ciò che nasce nella distruzione dello Stato.
Con il racconto di un caos che seguirebbe necessariamente la distruzione dello Stato, si afferma una visione negativa della natura umana. La fine dello Stato darebbe libero corso ad una «violenza arcaica», ad una «rivalità dei desideri» in cui i rapporti fra gli individui sarebbero governati dalla violenza. Dopo che Hobbes ne ha fatto la teoria, più di tre secoli fa, la finzione di uno stato di natura dell’uomo è l’illusorio fondamento che giustifica il potere esorbitante dello Stato moderno sugli individui. Ora il postulato di una natura umana originaria cattiva chiude in anticipo ogni dibattito sul genere umano. È solo basandosi su questo presupposto arbitrario che i governanti degli Stati possono avanzare e affermare: o noi o il caos!
Nell’informazione dominante, l’ideologia del caos ha la funzione di negare ciò che accade. Laddove lo Stato è attaccato dagli insorti in armi, laddove le sue basi sono distrutte, emergono altre organizzazioni e altri modi di dibattere. La ripetizione continua del termine caos nel discorso giornalistico per qualificare una situazione insurrezionale occulta il dibattito e le posizioni presenti, oltre a suscitare correnti di opinioni favorevoli all’intervento di Stati stranieri per «ristabilire l’ordine». Unito a terrorismo, il termine caos è un potente schermo di fumo destinato a mascherare i termini della disputa in corso. L’imposizione di questa griglia di lettura degli avvenimenti richiama essa stessa un dispositivo di anti-caos, l’intervento di uno Stato. In fondo, l’ideologia dello Stato e il pensiero del caos sono le due facce di uno stesso nichilismo occidentale.
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Oggi alcune guerre civili attaccano lo Stato, e quando nel mondo viene attaccato uno Stato, è il principio di Stato ad essere attaccato. Questo principio è stato enunciato con chiarezza da Bakunin verso la metà del XIX secolo: «Ogni stato è un organismo ristretto che in un territorio limitato comprende un numero di sudditi più o meno grande. Quindi la grande maggioranza dei viventi resta fuori da ogni singolo Stato, e l’umanità è tutta quanta divisa in una quantità di Stati grandi, medi e piccoli, Ognuno di questi, nonostante non comprenda che una piccolissima parte della razza umana, si dichiara e si comporta come il rappresentante legittimo dell’umanità tutta intera, e come qualche cosa di assoluto».
Si capisce facilmente perché, quando uno Stato viene attaccato, tutti gli Stati si sentano minacciati. La guerra civile è l’emergere di una totalità concreta che arriva a contestare allo Stato la sua pretesa di rappresentare l’umanità intera sotto motivazioni nazionaliste, storiche, culturali. È ovvio che, per sua stessa natura, questo dibattito oltrepassi immediatamente le frontiere dello Stato di cui contesta l’esistenza. La critica condotta in un solo Stato rimette in discussione l’esistenza degli Stati quali che siano, perché sono le fondamenta dello Stato ad essere attaccate. Quindi, non esiste una critica locale dello Stato. La critica del principio di Stato apre il dibattito sull’umanità; mentre la sua risultante, la critica degli Stati, apre a sua volta il dibattito sul mondo. Questo dibattito non è una semplice disputa da salotto, ma un dibattito pratico in cui la parola delle armi prolunga le conversazioni singolari.
Gli Stati occidentali devono negare ad ogni costo l’esistenza di un simile dibattito, di una tale guerra frontale che li minaccia direttamente: gli Stati non possono avere nemici poiché essi sono la totalità. Gli interventi armati statali che avvengono oggi e sono annunciati come operazioni internazionali di polizia contro gruppi terroristici sono in realtà delle guerre contro-insurrezionali che mirano a restaurare l’ordine dello Stato, quale che sia.
Ad essere in gioco oggi è la possibilità storica di condurre un dibattito dell’umanità; si scontrano gruppi armati alcuni dei quali, in seguito alle insurrezioni, si oppongono all’esistenza di uno Stato ed esprimono differenti forme d’organizzazione, mentre altri, reazionari, vogliono ricostituire uno Stato. Ogni guerra civile è singolare, ma l’esistenza di tre offensive simultanee e i dibattiti aperti dalle numerose insurrezioni testimoniano già la potenza e la profondità della disputa.
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Pubblicato il 11 dicembre 2015, in informazione e cultura con tag . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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