Archivio mensile:gennaio 2016

Sarcogyps

ESSERE-UMANO-2

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«Il colpo di Stato di Giugno, questo vampiro anonimo,
In voi Tribuni, in voi Borghesi, si è incarnato,
E dicembre ne è solo il figlio legittimo.
Ex bravi dell’autorità,
Battetevi il petto e, davanti a questa bara,
Emendando il passato, il presente vi si schiarisca.
Non vi è che un talismano per tutti — la libertà!»
Joseph Déjacque
Era il 24 giugno 1852 quando l’anarchico Joseph Déjacque pronunciò queste parole. La triste occasione gli era stata data dal funerale di Goujon, compagno di lotta e di esilio, morto pochi giorni prima a Londra. Le sue esequie furono seguite da tutti i proscritti francesi presenti nella capitale inglese, fra cui spiccavano gli ex capi della rivoluzione del 1848. Come ricorderà Gustave Lefrançais, «Ledru-Rollin, Louis Blanc, Caussidière, Félix Pyat, Nadaud, i due Leroux, Greppo, Martin Bernard — tutti ex rappresentanti del Popolo — camminavano in testa al corteo funebre e si ritrovarono così in prima fila davanti alla fossa».
Quando a prendere la parola per l’ultimo saluto fu Déjacque, l’anarchico Déjacque, che sputò loro in faccia tutto il suo disprezzo, i padrini del colpo di Stato non ebbero scampo. Ammutoliti e spaventati, si ritirarono in fretta. Qualcuno di loro, nei giorni successivi, si lamentò dell’«errore intempestivo» di Déjacque, accusandolo di risvegliare discordie sopite davanti al comune nemico. Ma «il nemico comune», come ricorderà giustamente Lefrançais, «è tutto ciò che, a Londra e a Parigi, sogna solo di governare per meglio garantire i privilegi sociali».
Ebbene, atroce beffa della storia, i moderni seguaci dell’insurrezione di Stato volteggiano oggi sopra la fossa di Déjacque. La casa editrice francese La Fabrique ha da poco annunciato che a marzo pubblicherà, a cura del cattedratico di turno, una raccolta di scritti del proscritto parigino intitolata Abbasso i capi. Il suo nome verrà risucchiato in un sinistro catalogo fra quelli di Marx, Engels, Lenin, Mao, Blanqui, Gramsci, Robespierre, Tiqqun, il Comitato Invisibile, il Sindacato della Magistratura, lo sbirro fondatore del Sindacato della Polizia Nazionale, un medico ausiliario della polizia…
Ma sapete come si dice in questi casi, no? Mille modi, un unico obiettivo: la grande brodaglia rivoluzionaria in grado di annullare ogni differenza fra autorità e libertà.

«Ma che bontà, ma che bontà…»

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La merda ama stare vicino alla merda — è un dato di fatto. Che sia perché uscita dal medesimo buco di culo o perché galleggiante nella medesima fogna, così è. Ma certa merda — in ambito sovversivo, quella sostenitrice della conflittualità alternata — ama stare anche accanto alla cioccolata, o per lo meno vorrebbe dare ad intenderlo. Vantarsi di essere nutriente non le basta, non è sufficiente.
Tanto per fare degli esempi, certi leader potereoperaisti potranno anche far presentare la propria vecchia organizzazione come favorevole all’autonomia e alla conflittualità permanente, ma chi volete che gli creda? A chi? A chi ha dato «scheda rossa» agli stalinisti del PCI e si è commosso per aver stretto la mano al loro segretario, quello che affiancava il sicario Vidali nella Spagna del 1936? A chi elemosinava l’amnistia allo Stato? Suvvia…
Allo stesso modo, certi anarchici a singhiozzo potranno anche sbandierare il proprio sostegno ad una azione progettuale autonoma nemica della politica, ma chi volete che gli creda? A chi? A chi ha accettato ogni compromesso pur di partire e tornare assieme a sindaci, assessori, preti, magistrati, indicatori di polizia? Suvvia…
No, per avere una qualche possibilità di essere apprezzata, questa materia fetida ha bisogno di mostrarsi accanto a qualcuno la cui pasta è composta di materia dolce. Le occasioni, per mistificazione o per confusione o per ingenuità, non mancano. Quando non si verificano da sole, si creano appositamente. Allora si ripulisce la vetrina dal liquame e si spruzza aroma di cacao nei locali. Un buon tam-tam pubblicitario, e il gioco è fatto. La speranza è che qualche ghiottone possa ingannarsi ed entrare in una cloaca scambiandola per pasticceria. Ed è un inganno che in effetti non di rado funziona, fra sghignazzate ed imbarazzi. Ma, diciamoci la verità, è un inganno che non può durare a lungo. Solo chi vuole essere ingannato può continuare a farsi ingannare. Con tanti auguri ai coprofagi.
A volte uno stronzo finisce in mezzo ai babà. Altre volte è un babà a finire in mezzo agli stronzi. Più spesso e volentieri, accade semplicemente che gli stronzi facciano gran rumore dopo essersi cosparsi con qualche briciola di babà. Certo, è disgustoso vedere tutti quei parassiti brulicare attorno a ciò che si ama. Ma sono cose che capitano, da sempre. Shit happens, per l’appunto. Se ci saranno contaminazioni, pazienza, si butterà via tutto e si ricomincerà da capo. Quanto agli equivoci, davvero, quelli hanno vita breve.
Come si dice sotto il Vesuvio, è inutile continuare ad aggiungere rum: gli stronzi non diventano babà.

Atto di rivolta, bene privato?

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Certo, fino allo scorso millennio le cose erano più semplici. Di fronte ad un atto di rivolta c’era chi condannava e prendeva pubblicamente le distanze, c’era chi metteva la testa sotto la sabbia e faceva finta di niente, e c’era chi lo sosteneva apertamente. E non si sta qui parlando delle rivendicazioni diffuse dagli autori di quegli atti. Stiamo parlando di tutti coloro che pubblicamente esprimevano la propria approvazione, il proprio sostegno, la propria solidarietà a quelle azioni. Prendere le difese della rivolta, darle tutte le ragioni, esprimerne tutte le passioni, non dovrebbe stare a cuore ad ogni sovversivo? E prendersi questa libertà di pensiero e di parola non dovrebbe essere il minimo da fare?
Essendo difficile individuare gli autori materiali di quegli atti, ma conoscendo bene l’identità di coloro che li sostenevano pubblicamente, non di rado gli inquirenti hanno iniziato a incriminare i secondi imputando loro la paternità del fatto. Basandosi su una ipotesi, naturalmente, dato che la coincidenza fra primi e secondi non può certo essere data per scontata. Forse sì, forse no, forse solo per alcuni, forse solo in qualche caso. Ma ad uno sbirro, cosa volete che importi? Uno sbirro non fa tante distinzioni ed in fondo frenare l’idea è già qualcosa, è già un primo passo per ostacolare ed arginare anche l’azione. A titolo di esempio, a quanti anarchici è capitato di essere inquisiti perché rei di redigere pubblicazioni in cui si gioiva davanti ad atti di rivolta o di disordine? È facile capire la domanda che passa per la mente di un inquisitore: perché costoro sostengono apertamente simili atti? È chiaro che nessuna persona dabbene lo farebbe. Un simile comportamento è losco, sospetto… insomma, devono essere stati loro, e se non sono stati loro poco ci manca!
Probabilmente l’incriminazione di quella idea, con tutte le noie che ciò comporta, non è estranea al dilagare nel corso degli anni di una abitudine un tempo poco presente. Oggi, di fronte ad un atto di rivolta, c’è ancora chi condanna e si dissocia (pavidità che per altro è sconfinata dai ranghi delle organizzazioni militanti più mummificate) e chi ostenta indifferenza. Per il resto, in molti hanno iniziato a dare notizia di ciò che considerano più entusiasmante limitandosi a riprodurre scrupolosamente quanto scritto dai giornalisti, specificando la provenienza della fonte. Il risultato è che oggi i sovversivi che prendono pubblicamente le difese degli atti di rivolta sono quasi scomparsi, mentre proliferano quelli che al massimo copiano-e-incollano quanto battuto dalle agenzie stampa.
Tutto ciò ha avuto come effetto un ulteriore rafforzamento della vecchia supposizione sbirresca secondo cui una infrazione della legge possa essere apertamente apprezzata solo da chi l’ha compiuta. Basti pensare ai giornalisti, che da qualche tempo sono soliti definire «rivendicazione» ogni testo favorevole ad un atto di rivolta. Oppure basti pensare a quei leaderini militonti che un anno fa ci hanno pubblicamente indicato quali responsabili di alcuni sabotaggi all’Alta Velocità in quanto animatori di un sito che ha sempre sostenuto tale pratica. Sta diventando quasi un luogo comune, solo chi compie determinati atti di rivolta può sostenere apertamente determinati atti di rivolta. Nessun altro. Chiunque altro deve  — se non condannare o dissociarsi — stare zitto, fare finta di niente, non esprimersi, al massimo riportare la notizia nella maniera più asettica possibile prendendola dalla stampa di regime.
Ebbene, abbiamo appena scoperto che a quanto pare questa brillante logica non rimbalza solo nel desolante cervello di sbirri e loro servitori, ma frulla anche nella testolina di qualche anarchico. La cosa — considerati i tempi — non ci ha stupito più di tanto.
Ne prendiamo atto. Ma per noi sostenere un atto di rivolta, non solo non ha nulla a che vedere col ripetere pari pari le parole dei mass media, non ha nulla a che vedere nemmeno col compiacere gli autori materiali di quell’atto. Men che meno quando questi avanzano la stessa, identica pretesa di chi vorrebbe che fuori dalle condanne, dal silenzio e dalle veline ci debbano essere solo e soltanto rivendicazioni (nemmeno se questa pretesa fosse sostenuta in «buona fede», impensato effetto collaterale di una bizza).
Ecco, ci mancava solo questa. Dopo il cittadinismo che vorrebbe trasformare i bagliori notturni collettivi in bene comune, arriva un certo nichilismo che vorrebbe trasformare i bagliori notturni individuali in bene privato. Anche in questo caso, no, non siamo affatto d’accordo. A nostro avviso sostenere gli atti di rivolta dovrebbe essere opera di tutti i compagni, non solo di chi li compie. E poiché è auspicabile che i singoli compagni non abbiano un pensiero unico ed un linguaggio unico, è altrettanto auspicabile che ognuno sostenga la rivolta come meglio preferisce. Le sue ragioni, come le sue passioni, non ne usciranno affatto scalfite o strumentalizzate in quanto poco rispettose dei diritti d’autore, ma arricchite, ampliate, differenziate. Sostenere, difendere, allargare le ragioni della rivolta significa metterla a disposizione di tutti, significa cercare una breccia per portarla nel cuore di ciascuno, significa tentare di farla estendere e generalizzare. Ipotesi che evidentemente non interessa ai contemplatori della propria immagine, secondo i quali ciò che fanno può essere apprezzato solo da loro stessi e da chi ne ricalca la singola lettera. Come se un atto di rivolta fosse un fatto privato, esclusiva proprietà di chi è in grado di certificarne la paternità.
Ma se la rivolta è come la poesia e deve essere fatta da tutti, se il modo migliore per difendere la libertà di pensiero e di parola è quello di esercitarla, allora da parte nostra ci auguriamo che si abbandoni l’insulso copia-e-incolla e si inizi (o si torni) a sostenere apertamente gli atti di rivolta usando ciascuno il proprio linguaggio e le proprie ragioni. I difensori dell’ordine pubblico andranno a caccia di streghe, è possibile. I capipopolo della militanza politica andranno a caccia di provocatori, è probabile. I rivoluzionari armati doc andranno a caccia di infedeli alla linea, è verosimile.
E allora?

Nella calza della Befana

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A quanto pare no, non è solo la Befana a venire di notte. La sera successiva all’Epifania, tra il 6 ed il 7 gennaio, qualcuno con le palle tutte rotte è arrivato davanti alla filiale della Banca Etruria di Ponte San Giovanni, a Perugia. Sprovvisto di carbone da regalare ai perfidi banchieri, ha lasciato sul posto un ordigno rudimentale il quale, rinvenuto al mattino, è stato fatto esplodere dai carabinieri che lo hanno definito a basso potenziale.
Materialmente parlando, può anche essere. Ma il senso di un’azione, per fortuna, non è dato esclusivamente dai suoi risultati quantitativi, che in fin dei conti dipendono da mille circostanze più o meno imprevedibili. Lo si può cogliere soprattutto nel suo aspetto qualitativo. La Banca Etruria è uno dei quattro istituti in questi giorni al centro dello scandalo per aver truffato centinaia e centinaia di risparmiatori con la vendita di obbligazioni spazzatura, venendo poi salvata da un decreto dell’attuale governo fra cui siede una parente stretta di alti funzionari della medesima banca. Fra i risparmiatori disperati c’è chi si è suicidato, chi ha strillato per ottenere la restituzione dei propri risparmi, chi si è affidato ad avvocati e politici. Sono in molti poi ad essersi indignati. Ora, c’è anche chi è passato alle vie di fatto.
Eh no, non sono cose che si fanno, hanno starnazzato i mediatori della Federconsumatori e della Adusbef, secondo cui «la rabbia deve essere incanalata nelle giuste forme di contestazione. Va condannata senza se e senza ma ogni forma di violenza». Alle banche birichine incapaci di dedicarsi con successo all’usura, alla speculazione, alla frode e allo sfruttamento, va consegnato il carbone della legge, giammai il fuoco della rivolta.
E perché no? In fondo il carbone è pesante e sporca, ma basta accostargli un fiammifero per trasformarlo in un fuoco che illumina e riscalda.

A piccoli passi

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C’era una volta, tanto tempo fa, la libertà di pensiero. Benché sovente assente nei fatti, essa era presente dappertutto nelle parole, nelle teorie, nei discorsi. Bastava evocarla per strappare quell’applauso che da sempre accompagna il luogo comune, e infatti era facilissimo imbattersi in qualche uomo di potere pronto a rassicurare che ognuno è libero di credere e pensare ciò che vuole.
Ci sovviene la solenne dichiarazione, una ventina di anni fa, di un grande esperto di “libertà”, un ex-magistrato diventato presidente della Repubblica italiana. In riferimento all’assalto di uno storico campanile veneziano da parte di alcuni cosiddetti indipendentisti, non esitò a sostenere che nel nostro paese in cui vige la democrazia ognuno è libero di esprimere le proprie idee, perfino quelle più estreme; ma, se dalle parole si passa ai fatti, ecco che lì interviene la magistratura. Il che vuol dire che il potere concede permesso di manifestazione ad ogni pensiero, purché si limiti a costituire mera opinione.
Il guaio, con le parole, è che possiedono una non sempre gradita caratteristica: tendono ad essere messe in pratica. A furia d’essere dette e ripetute, certe libertà rischiano d’essere prese. A chi intende impedirlo non resta che una soluzione — proibire certe parole. Per politici e magistrati la libertà di pensiero sarà anche utile da invocare, ma volete mettere con la sicurezza dello Stato? Soprattutto dopo l’11 settembre 2001 la legislazione di quasi tutti i paesi si è applicata per far trionfare quella sicurezza a scapito di quella libertà.
Ma il boccone da far inghiottire è talmente enorme da rimanere talvolta nella strozza, creando non di rado qualche disagio, qualche imbarazzo, fino a costringere a risputarlo. È quel che è accaduto da poco a Palermo, in relazione al caso giudiziario di una ricercatrice universitaria libica. Arrestata su ordine di un pubblico ministero per via di presunti contatti con fondamentalisti islamici, è stata poi rilasciata su ordine del Gip che in una nota ha tenuto a precisare che l’indagata «non è accusata di atti di terrorismo o di associazione terroristica in collegamento con esponenti di gruppi terroristici o foreign fighters, come potrebbe intendersi, ma soltanto di un reato di opinione: l’avere cioè espresso il suo personale apprezzamento nei confronti dell’ideologia di gruppi ritenuti terroristici, manifestazione del pensiero che può diventare reato solo se resa pubblica».
Come si vede, ciò che divide forcaioli e garantisti non è più il passaggio dalla teoria alla pratica. Macché, ormai è dato per assodato che nessuno sia più libero di esprimere le proprie idee, men che meno quelle considerate più radicali. Nel migliore dei casi, quello difeso dall’ufficio del Gip palermitano, ciò può essere lecito solo in forma strettamente privata — ma se dalla parola privata si passa a quella pubblica, ecco che lì interviene la magistratura. La Procura del posto, invece, non si perde in simili distinzioni: certe idee non si possono mai sostenere, punto e basta.
In questi periodi di transizione, a nord gli uomini di legge battibeccano sulla differenza che intercorre tra terrorismo e sabotaggio, mentre a sud litigano sul limite pubblico o privato di una voce stonata. Va da sé che prima o poi troveranno un accordo valido per tutti. Così, senza accorgersene, si va a piccoli passi verso l’applauso obbligatorio.

Quale pane mangiamo?

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Lo sappiamo che è uno sciocco ed inutile intermezzo terminologico, ma tant’è. Più passa il tempo e più siamo costretti ad interrogarci sul significato di una parolina di otto lettere di cui si fa un uso disinvolto, soprattutto qui in Italia: compagno.
Pare che derivi dal latino medioevale «companio», termine composto dalla preposizione «cum» e dal sostantivo «panis». Compagno è colui che mangia lo stesso pane, quasi un intimo commensale o comunque chi partecipa allo stesso vitto.
Si tratta di un termine che da qualche tempo è diventato imbarazzante, se non sospetto, per lo meno in ambiti sovversivi.
Da quando qui si è diffusa la mania delle cene popolari, dove attorno allo stesso desco ci si può trovare pressoché chiunque, questa parola ha assunto tratti decisamente nauseanti.
Vien da invidiare la maggiore precisione semantica adottata oltralpe, dove fra gli anarchici vige una precisa differenza fra camarades ecompagnons.
I primi sono genericamente tutti coloro che fanno parte del cosiddetto Movimento, i secondi invece sono quelli più vicini ed affini.
Ma è solo con questi ultimi che si spezza e si mangia lo stesso pane.
Ciò spiega la nostra indifferenza, che si sta tramutando in fastidio, quando ci sentiamo chiamare compagni dai vari militanti ed attivisti che infestano questo pianeta, quale che sia il colore della loro bandierina.
Che siano anarchici per cui il rifiuto della politica è solo un’opzione praticabile in mezzo a tante altre (petizioni o sabotaggi, tutto fa brodo), o stalinisti per cui la risposta alla repressione deve essere unitaria (basta che il ritornello sia quello della difesa dei diritti), il risultato non cambia:
chi è che chiamano compagni? Noi?
Si sbagliano di grosso.
Noi non siamo loro compagni, loro non sono nostri compagni.
Il pane della rivolta non ha lo stesso sapore di quello delle istituzioni.
Il pane dell’etica non ha la stessa fragranza di quello della politica.
Il pane dell’autonomia non ha lo stesso colore di quello del gregarismo. Magari talvolta, visti da lontano, possono anche sembrare simili.
Ma basta avvicinarvisi per accorgersi dell’abissale differenza che li separa. Tutt’altra cosa.
Chi siede alla stessa tavola e mangia lo stesso pane di magistrati e parlamentari, preti e giornalisti, dissociati e indicatori di polizia, autoritari e dottori della mente, sa bene che è solo e soltanto questa bella gente che può chiamare «compagno».
Quanto a noi, per rompere la solitudine i nostri compagni preferiamo andare a cercarli altrove, fra i ladri del fuoco, gli oltraggiatori dei poteri pubblici, i sognatori in piedi, i nottambuli furiosi, i seduttori di suore, gli abbrutiti dal vizio, i dilettanti del cinema clandestino, i cacciatori di fragole selvagge, gli arringatori di nuvole, i teppisti del verbo, i lustratori di stelle, i brucatori del vello d’oro, gli ubriaconi di assoluto… e tutti i vagabondi dello spirito che non faranno mai l’inchino davanti alle persone dabbene.
Questi, e solo questi, sono i nostri compagni.