A piccoli passi

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C’era una volta, tanto tempo fa, la libertà di pensiero. Benché sovente assente nei fatti, essa era presente dappertutto nelle parole, nelle teorie, nei discorsi. Bastava evocarla per strappare quell’applauso che da sempre accompagna il luogo comune, e infatti era facilissimo imbattersi in qualche uomo di potere pronto a rassicurare che ognuno è libero di credere e pensare ciò che vuole.
Ci sovviene la solenne dichiarazione, una ventina di anni fa, di un grande esperto di “libertà”, un ex-magistrato diventato presidente della Repubblica italiana. In riferimento all’assalto di uno storico campanile veneziano da parte di alcuni cosiddetti indipendentisti, non esitò a sostenere che nel nostro paese in cui vige la democrazia ognuno è libero di esprimere le proprie idee, perfino quelle più estreme; ma, se dalle parole si passa ai fatti, ecco che lì interviene la magistratura. Il che vuol dire che il potere concede permesso di manifestazione ad ogni pensiero, purché si limiti a costituire mera opinione.
Il guaio, con le parole, è che possiedono una non sempre gradita caratteristica: tendono ad essere messe in pratica. A furia d’essere dette e ripetute, certe libertà rischiano d’essere prese. A chi intende impedirlo non resta che una soluzione — proibire certe parole. Per politici e magistrati la libertà di pensiero sarà anche utile da invocare, ma volete mettere con la sicurezza dello Stato? Soprattutto dopo l’11 settembre 2001 la legislazione di quasi tutti i paesi si è applicata per far trionfare quella sicurezza a scapito di quella libertà.
Ma il boccone da far inghiottire è talmente enorme da rimanere talvolta nella strozza, creando non di rado qualche disagio, qualche imbarazzo, fino a costringere a risputarlo. È quel che è accaduto da poco a Palermo, in relazione al caso giudiziario di una ricercatrice universitaria libica. Arrestata su ordine di un pubblico ministero per via di presunti contatti con fondamentalisti islamici, è stata poi rilasciata su ordine del Gip che in una nota ha tenuto a precisare che l’indagata «non è accusata di atti di terrorismo o di associazione terroristica in collegamento con esponenti di gruppi terroristici o foreign fighters, come potrebbe intendersi, ma soltanto di un reato di opinione: l’avere cioè espresso il suo personale apprezzamento nei confronti dell’ideologia di gruppi ritenuti terroristici, manifestazione del pensiero che può diventare reato solo se resa pubblica».
Come si vede, ciò che divide forcaioli e garantisti non è più il passaggio dalla teoria alla pratica. Macché, ormai è dato per assodato che nessuno sia più libero di esprimere le proprie idee, men che meno quelle considerate più radicali. Nel migliore dei casi, quello difeso dall’ufficio del Gip palermitano, ciò può essere lecito solo in forma strettamente privata — ma se dalla parola privata si passa a quella pubblica, ecco che lì interviene la magistratura. La Procura del posto, invece, non si perde in simili distinzioni: certe idee non si possono mai sostenere, punto e basta.
In questi periodi di transizione, a nord gli uomini di legge battibeccano sulla differenza che intercorre tra terrorismo e sabotaggio, mentre a sud litigano sul limite pubblico o privato di una voce stonata. Va da sé che prima o poi troveranno un accordo valido per tutti. Così, senza accorgersene, si va a piccoli passi verso l’applauso obbligatorio.
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Pubblicato il 4 gennaio 2016, in informazione e cultura con tag . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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