Archivio mensile:febbraio 2016

DAILY MAIL: LA GRANDE INDUSTRIA FARMACEUTICA STA UCCIDENDO DECINE DI MIGLIAIA DI PERSONE NEL MONDO. LA PAROLA DI ALCUNI IMPORTANTI MEDICI.

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Il britannico Daily Mail pubblica gli allarmanti commenti di alcuni esponenti di spicco della scienza medica sull’inaffidabilità e pericolosità di molti farmaci in circolazione. Purtroppo la grande industria farmaceutica, ovviamente guidata dal profitto e non dal bene pubblico, riesce a comprarsi la complicità dei media, delle autorità pubbliche e talvolta della stessa scienza medica, per commercializzare farmaci e procedure che portano essenzialmente danno ai pazienti. Il risultato sono decine o centinaia di migliaia, se non perfino milioni, di morti, sofferenze e casi di invalidità in tutto il mondo.
(L’imminente entrata in vigore del TTIP, con la giusta -si fa per dire- dose di pressioni lobbistiche da parte delle grandi industrie, non potrà fare altro che peggiorare questa situazione in Europa e in America.)
(La produzione di risultati scientifici ad hoc è spesso parte fondamentale di questa nefasta prassi. Chi lavora nella ricerca scientifica ha certamente presente ciò che scrisse Richard Horton, Editor capo della celebre rivista medica The Lancet, appena l’anno scorso: “gran parte della letteratura scientifica, forse la metà, può semplicemente essere falsa. Afflitta da tanti problemi – studi con campioni di piccole dimensioni, effetti molto piccoli, analisi esplorative non valide e palesi conflitti di interesse, insieme a un’ossessione per il perseguimento di mode di dubbia importanza – la scienza ha preso una piega verso il buio […] Si possono aggiustare le pratiche scientifiche sbagliate? Una parte del problema è che nessuno è incentivato a comportarsi correttamente […] “)

 

di Anna Hodgekiss (Mailonline) e Ben Spencer (corrispondente medico del Daily Mail), 23 febbraio 2016

L’ex medico personale della Regina ha chiesto che si faccia con urgenza un’inchiesta pubblica sulle “oscure” pratiche delle aziende farmaceutiche.

Sir Richard Thompson, ex presidente del Royal College of Physicians, nonché medico personale della Regina per 21 anni, stasera ha avvertito che molti farmaci potrebbero essere meno efficaci di quanto si pensi.

Thompson è membro di un gruppo di sei noti medici che oggi hanno messo in guardia sull’influenza che le case farmaceutiche hanno nella prescrizione dei medicinali.

Gli esperti, guidati dal cardiologo Aseem Malhotra, del sistema sanitario nazionale, sostengono che troppo spesso ai pazienti vengono date medicine inutili – e talvolta dannose – di cui possono fare a meno.

Affermano che le case farmaceutiche sviluppano medicinali da cui trarre profitto più che medicinali che abbiano effettivamente il maggiore beneficio per i pazienti.

I sei medici accusano inoltre il sistema sanitario nazionale per la sua incapacità di opporsi ai giganti dell’industria farmaceutica.

Thompson ha detto: “È venuto il tempo di fare un’inchiesta pubblica che sia ampia e trasparente sul modo in cui viene rilevata la reale efficacia dei medicinali.

“C’è il concreto pericolo che alcuni trattamenti farmaceutici siano molto meno efficaci di quanto si pensasse finora.

Ha detto poi che questa campagna mette in luce “la base debole, e talvolta oscura, del modo in cui si valuta l’efficacia e l’uso dei medicinali, specialmente nel caso degli anziani“.

Scrivendo al MailOnLine, il dottor Malhotra ha detto che il conflitto d’interesse commerciale sta contribuendo a “un’epidemia di medici e pazienti disinformati e fuorviati nel Regno Unito e non solo“.

Ha aggiunto anche che il sistema sanitario nazionale nel suo complesso sta somministrando un’eccessiva quantità di farmaci ai suoi pazienti, e afferma che gli effetti collaterali dell’eccesso di medicine stiano causando una quantità innumerevole di morti.

Sostiene poi che studi empirici sulle statine – farmaci contro il colesterolo somministrati a milioni di persone – non sono mai stati pubblicati, e che simili dubbi sorgono anche su Tamiflu, un farmaco che è costato al sistema sanitario nazionale quasi 500 milioni di sterline.

Il gruppo dei sei medici ha chiesto di essere convocato presso la Commissione parlamentare per l’audizione pubblica al fine di svolgere un’inchiesta indipendente sulla sicurezza delle medicine.

Affermano che i finanziamenti pubblici vengono spesso forniti alla ricerca medica sulla base del fatto che questa potrà essere redditizia, non sul fatto che sarà utile ai pazienti.

Il dottor Malhotra ha detto: “Non c’è dubbio che alla base dell’assistenza sanitaria ci sia una cultura del tipo ‘più medicine è meglio’, il che è esacerbato dagli incentivi finanziari all’interno del sistema stesso, che portano a prescrivere sempre più farmaci e a mettere in atto sempre più procedure mediche.

“Ma c’è anche un altro inquietante ostacolo alla crescita di consapevolezza su – e dunque alla risoluzione di – questi problemi, ed è qualcosa di cui tutti dovremmo essere preoccupati.

“Si tratta dell’informazione che viene fornita ai medici e ai pazienti al fine di guidare le decisioni sul trattamento“.

Malhotra ha accusato le aziende farmaceutiche di “ingannare il sistema” spendendo in pubblicità e marketing il doppio di quanto spendano in ricerca medica.

Malhotra ha detto che la prescrizione di farmaci fa spesso più male che bene, e i rischi maggiori li sopportano gli anziani.

Un ricovero ospedaliero su tre negli over-75 è dovuto alla reazione avversa a un farmaco, ha detto.

Oltre che da Richard Thompson, il dottor Malhotra è sostenuto anche dal professor John Ashton, presidente della Facoltà di Scienze della Salute, dallo psichiatra JS Bamrah, presidente della British Association of Psysicians of Indian Origin, dal cardiologo Rita Redberg, editore della rivista medica JAMA Internal Medicine, e infine dal professor James McCormack, scienziato farmaceutico.

Il dottor Malhotra, che ha lanciato la campagna a titolo personale, è capo del think tank per la salute del King’s Fund, membro dell’Academy of Medical Royal Colleges, e consigliere del Forum Nazionale sull’Obesità.

Le sue critiche si rivolgono in particolare alla recente drammatica crescita delle prescrizioni di statine.

NICE – l’ente del sistema sanitario nazionale deputato al razionamento dei farmaci – nel 2014 ha deciso di abbassare la soglia per la prescrizione di statine in modo da incoraggiare i medici a prescriverle a più persone.

È poi emerso che sei dei dodici membri della commissione ricevevano finanziamenti da case farmaceutiche – in parte tramite pagamenti diretti in cambio di “consulenze” o seminari, e in parte tramite fondi di ricerca.

Il dottor Malhotra sostiene che uno studio completo e definitivo sull’efficacia delle statine e sui loro effetti collaterali non è mai stato pubblicato.

Lo stesso dice dell’efficacia del Tamiflu, un farmaco contro l’influenza per il quale il sistema sanitario ha già pagato 473 milioni di sterline.

Un resoconto del 2014 di un gruppo di noti ricercatori ha concluso che il Tamiflu non risultava maggiormente efficace del comune paracetamolo [anche noto come Tachipirina, NdT].

Il dottor Malhotra cita anche un’indagine della rivista medica BMJ, che all’inizio del mese ha suggerito che Rivaroxaban, importante farmaco anticoagulante, non è così sicuro e privo di rischi come gli studi pubblicati suggerivano, per quanto le autorità difendano l’uso del farmaco.

Scrive: “Per amore della nostra futura salute e della sostenibilità del sistema sanitario nazionale, è tempo che si metta in campo una vera azione collettiva contro l’eccesso di medicine, iniziando dalla Commissione parlamentare per l’audizione pubblica, affinché lanci un’inchiesta indipendente sull’efficacia e la sicurezza dei farmaci“.

Il professor Ashton ha aggiunto: “La salute pubblica dipende da un’ampia e accurata base di evidenza empirica che tenga conto anche della convenienza, al fine di garantire che vengano prese decisioni in base alla migliore ricerca disponibile, decisioni finalizzate a migliorare e proteggere la salute delle persone, nonché a stabilire nel modo migliore quale sia la priorità della cura per ciascun paziente“.

ESCLUSIVO PER MAILONLINE: IL COMMENTO DEL DOTTOR MALHOTRA

[Tutto il resto dell’articolo riporta per esteso il commento del dottor Malhotra, ma alcune parti erano state già trascritte nell’articolo precedente, per questo ci limitiamo a tradurre le parti nuove. NdT]

Alcune settimane fa parlavo alla conferenza annuale della British Association of Physicians of Indian Origin a Birmingham.

Tra gli altri presenti al convegno c’era il presidente del Royal College of General Practitioners, presidente del BMA e amministratore delegato del sistema sanitario inglese, Simon Stevens.

Nel mio discorso ho avvertito delle molte cose che mi preoccupano riguardo le condizioni della medicina contemporanea.

In breve ho menzionato:

* Una distorsione nel finanziamento alle ricerche – che vengono finanziate perché si presume siano redditizie, anziché per i benefici ai pazienti;
* Una distorsione nella propensione a pubblicare gli studi da parte delle riviste scientifiche di ambito medico;
* Il conflitto d’interesse commeriale e l’incapacità di medici e pazienti di capire le statistiche sanitarie e i rischi.

Tutte queste cose stanno contribuendo a un’epidemia di medici e pazienti disinformati nel Regno Unito e oltre.

Ma, cosa più preoccupante di tutte, questa disperata situazione sta costando decine di migliaia di vite umane in tutto il mondo.

Oltre a questo, sta causando inutili sofferenze a milioni di persone e costando miliardi alle economie nazionali.

Alcuni mesi fa il direttore medico del sistema sanitario inglese, Sir Bruce Keogh, ha ammesso che un trattamento sanitario ogni sette – incluse le operazioni chirurgiche – sono inutili e non dovrebbero essere condotte sui pazienti.

Negli USA si stima che un’attività sanitaria ogni tre non porti alcun beneficio ai pazienti.

Ciò è sostenuto anche dall’argomento dell’ex editor del New England Journal of Medicine, la dottoressa Marcia Angell.

In una conferenza del 2009 presso l’Università del Montana, la Angell ha affermato che delle 667 nuove medicine approvate dalla Food and Drug Administration tra il 2000 e il 2007, solo l’11 percento erano effettivamente delle innovazioni o dei miglioramenti rispetto ai farmaci già esistenti.

I tre quarti erano essenzialmente delle semplici copie dei vecchi farmaci.

RIEMPIRE LE TASCHE DELL’INDUSTRIA FARMACEUTICA

Dato che la preoccupazione fondamentale delle case farmaceutiche è quella di fornire profitti agli azionisti – non certo di curare la salute dei pazienti – questo stato di cose non è affatto sorprendente.

A parte l’enorme spreco di risorse finanziarie che deriva dal fatto di rilanciare la stessa medicina due volte – e dunque spendere il doppio in pubblicità e marketing rispetto a quanto si spenda in ricerca e sviluppo – quello che ci preoccupa di più è l’enorme danno che viene fatto ai pazienti.

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Incivili

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Ancora uno sforzo, è quasi finita. Meno male, perché non se ne poteva più. Erano settimane che ci scassavano i neuroni con la legge sulle unioni civili (con o senza “stepchild adoption“). E le associazioni LGBT che la volevano (ma non così, di più), e la Chiesa che non la voleva (ma non così, per niente), e certi partiti che-non-ci-sono-cittadini-di-serie-B, e certi altri partiti che-bisogna-impedire-una-rivoluzione-contronatura…
Alla fine, già passata alla Camera, anche il Parlamento italiano sta per votare una legge che regolamenterà la situazione di chi non ha voluto (o non può) saperne di matrimoni, né religiosi né civili. Fra poco, le coppie di fatto avranno i loro bei diritti da rivendicare davanti allo Stato. Basterà sbrigare qualche piccola formalità (registrare un accordo in Comune, o sottoscrivere un patto dal notaio), e la legittimità è assicurata. L’amore riconosciuto dalla legge, garanzia di pensione reversibile o di un’eredità incassata allo sportello.
Contenti?
Noi no. Indifferenti, semmai, dato che al diritto crediamo quanto al figlio di una Vergine. Non esiste e, se esistesse, bisognerebbe eliminarlo come tutto ciò che ha la malsana pretesa di stabilire cosa (e come e con chi) dire, fare, baciare… vivere e morire. Anzi, detto tra noi, siamo un tantino disgustati di fronte a questa ennesima prostrazione di massa al cospetto del Grande Dispensatore di Briciole, lo Stato, davanti a questo umano affannarsi a rispettare le sue regole del suo gioco. Certo, non vivendo sulla Luna sappiamo che in questo mondo chi è senza diritti non se la passa molto bene, preda di continui soprusi (per quanto, anche quando si hanno, per essere rispettati devono essere accompagnati da un portafoglio bello gonfio).
Ma il problema, qual è? Distribuirli a tutti in maniera più o meno equa affinché possano essere pretesi dopo essersi messi in fila, oppure rompere queste fila, porre fine alla dipendenza da un Ente Superiore ed iniziare a vivere in autonomia? Chiedere allo Stato di tutelare il proprio amore, oppure difenderlo da sé contro tutto ciò che lo minaccia (in primo luogo, lo Stato stesso)?
Non è la stessa cosa. Non è mica un caso se sono sempre esistite coppie di fatto, omo o eterosessuali, che non hanno mai avuto alcuna intenzione di regolarizzarsi (nemmeno quando ciò avrebbe fatto il loro interesse in senso “tecnico” o patrimoniale). Nelle loro teste come nei loro cuori non c’è mai stato spazio per reclami redatti in carta bollata.
Ciò che oggi molti salutano come una grande vittoria civile, ai nostri occhi ha tutte le caratteristiche di un’altra forma di normalizzazione, di istituzionalizzazione. Per misurare certe abissali differenze, ci viene in mente uno dei più provocatori fotografi del XX secolo, travestito con la passione per l’eccesso, il quale prima di morire lasciò scritto il proprio epitaffio:
«Qui giace Pierre Molinier
Fu un uomo senza moralità
Se ne fece gloria e onore
Inutile pregare per lui».
Oppure, per restare dalle nostre parti, si potrebbe pensare a quel grande attore di teatro — giovane e plateale omosessuale sotto il fascismo — secondo cui le rivendicazioni di diritti, come ad esempio le nozze gay, sono solo «rotture di coglioni». Che senso ha agitare bandierine? «Avere gli ormoni scombinati» è una «gioia» da assaporare «in una sorta di condizione aristocratica. Cioè, di totale solitudine», giacché «chi possiede un po’ di cervello sta benissimo anche da solo».
Che parole arroganti, nevvero? Che però spiegherebbero bene il motivo per cui in quest’epoca che ha messo al bando ogni idea, riducendo il pensiero alle dimensioni di un cinguettio o di uno slogan, tutti si buttino sulla condivisione dell’idiozia.

All’altezza della situazione?

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All’inizio si stenta a crederci — sembra proprio uno scherzo. Eppure la notizia è lì, riportata dai principali organi di informazione. In fondo, perché non credere che le cose siano andate così?
La mattina dello scorso 23 febbraio a Calenzano, alle porte di Firenze, la polizia è intervenuta per sgomberare un edificio abbandonato della ASL, occupato da alcune famiglie di migranti. Iniziato alle otto del mattino, pare che lo sgombero sia avvenuto senza intoppi. I migranti sono stati messi lì, sulla strada, in attesa di essere accompagnati ai centri di assistenza. Fra loro, tre mamme e quattro bambini. Le ore passavano, nessuno arrivava a prelevarli e loro erano sempre lì, senza cibo né acqua. Cosa sia successo, lo lasciamo raccontare alla struggente prosa del giornalista di turno: «Vista la situazione, è bastato un rapido sguardo tra gli agenti della digos a far scattare la colletta. Raccolti circa quaranta euro, i poliziotti sono andati nel più vicino supermercato e hanno comprato acqua, omogeneizzati e altri alimenti».
Cuori nobili e generosi, prima li buttano fuori di casa e poi li soccorrono per non lasciarli morire di fame e di sete lì in mezzo alla strada. Ci vengono le lacrime agli occhi dalla commozione, ci vengono…
Dopo la conflittualità alternata, ci viene propinata anche la repressione alternata. A ben pensarci, non è tanto strano. Se sta funzionando la prima nell’insegnare a distinguere fra politici buoni e politici cattivi, perché non la seconda nell’indicare lo sbirro (occasionalmente) buono da non confondere con quello (sempre) cattivo?

 

Tutto attorno a te

breccia nel muro

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Una enorme macchina si è attivata nei giorni del 20 e 21 febbraio a Lecce, in occasione del BTM Puglia (Business Tourism Management) per discutere «Come offrire un’accoglienza memorabile nelle imprese turistiche».

Così si intende trasformare il Salento e la Puglia: un parco divertimenti aperto tutto l’anno, ma solo a coloro che possono permetterselo.

Persone provenienti da tutto il mondo, unite da una caratteristica fondamentale:

un portafoglio sufficientemente gonfio.

Sono comunemente noti col nome di turisti, un grosso affare per tutti gli speculatori del settore.
Ben prima di essere prese d’assalto da stranieri danarosi, però, le coste del Salento e della Puglia sono state, e sono tuttora, terra d’approdo di altri stranieri, sbarcati rocambolescamente e senza denaro da spendere, con un sogno nel cuore e una speranza, sopravvivere e lasciarsi alle spalle gli orrori da cui sono fuggiti: guerre, catastrofi, miseria, fame, persecuzioni.

Nel 2016 saranno 25 anni da quando la nave Vlora attraccò a Bari, col suo carico di migliaia di disperati, sbattendo in faccia una realtà ignorata, emblema di un mondo che fino a quel momento si è fatto finta di non vedere. Da quel giorno ad oggi, nessuno si è posto il problema di «offrire un’accoglienza memorabile», ma solo di come contenere questa umanità povera e miserabile.

La risposta è stata l’istituzione di campi circondati dalla polizia.

Iniziando dall’ internamento nello stadio di Bari, in quel 1991, per arrivare nel 1998 all’ istituzione dei CPT – primo fra tutti il famigerato “Regina Pacis” di San Foca –  e poi ancora ai CIE.

Strutture sempre più piccole e nascoste, la cui funzione rimane la stessa: contenere gli stranieri poveri che non arrivano sull’italico suolo coi documenti in regola, e rimandarli indietro da dove sono arrivati.

Diffusi su tutto il territorio nazionale, la Puglia ne ospita tuttora due, a Bari e Brindisi. Unici ad interessarsi all’”accoglienza” di questi stranieri poveri, alcuni enti che hanno capito che, anche con essi, si può fare“Business Management”.

Dalla curia leccese alla cooperativa Auxilium, passando per la Croce Rossa, è un buon affare per molti.
Ma incontri come quello del BTM sono un vero insulto anche alla reale situazione pugliese.

Dietro l’immagine stereotipata di un territorio, si nasconde una vita malsana, frutto degli impianti di morte che ci circondano; c’è un territorio mortificato da innumerevoli caserme, poligoni e basi militari, avamposto delle guerre che si combattono nel mondo, che spingono esseri umani a fuggire e sbarcare qui, dove inizia il loro problema.

Si nasconde sfruttamento salariale estremo, che coinvolge, tanti stranieri e tanti sfruttati locali, schiavizzati proprio dalle aziende turistiche che partecipano a BTM: hotel, strutture ricettive.

Si nasconde l’estirpazione della vita reale dalle città, trasformate a misura di turista, con centri storici come vetrine solo per consumare, e da cui i poveri devono essere tenuti lontani, contenuti.
Appare evidente come il problema per tutti, italiani o stranieri, sia quindi il denaro, ovvero l’economia.

In suo nome si creano muri e frontiere: da una parte chi ha denaro, dall’altra chi è povero. Non è un caso che uno dei principali sponsor della manifestazione BTM Puglia sia banca Mediolanum, che ha lanciato un famoso motto: Costruita attorno a te.
Proprio come un muro: quello di una prigione, o di un CIE.

Alcuni Nemici di ogni frontiera

[Diffuso a Lecce il 21/02/2016]

L’anarchia

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Marcel Schwob
I
Dialogo tra Fedone e Cebete
Cebete – Fedone, eri anche tu accanto a Demochole* il giorno in cui venne condotto dalla prigione al supplizio, oppure hai il resoconto di qualcuno?
Fedone – Non ero là, Cebete, perché i magistrati avevano proibito ai discepoli di Demochole di stargli accanto e le guardie stazionavano sulle strade per allontanarci dalla città. Ma Xantos, che era incaricato della sorveglianza della prigione e che del resto è un uomo gentile e giusto, mi ha raccontato esattamente quanto è accaduto.
Cebete – Cosa ha detto Demochole prima di morire e in che modo è morto?  Mi piacerebbe saperlo.
Fedone – Mi sarà facile accontentarti perché rammento le parole esatte di Xantos. Ecco ciò che mi ha raccontato. Prima dell’alba (poiché è usanza che i condannati muoiano al levar del sole) — mi disse — entrai nella prigione e avanzai verso il letto di Demochole, che si era coperto la testa per dormire. Gli battei dolcemente sulla spalla. «Sai cosa vengo ad annunciarti. Addio. Cerca di sopportare con coraggio ciò che è inevitabile». Guardandomi, Demochole rispose: «Sarebbe una disgrazia, amico mio, se il coraggio mi abbandonasse in una simile circostanza. Ma non temere: farò come dici». Nel contempo si mise seduto sul letto e, piegando la gamba da cui gli era appena stata tolta la catena, disse: «Che cosa strana»…
Cebete – Ma, caro mio, non ti stai sbagliando? Non è la morte di Socrate che ci stai raccontando per la seconda volta?
Fedone – Niente affatto, Cebete, sebbene in effetti è possibile che ritrovi nel mio racconto qualche somiglianza. Ma lasciami concludere; poi, se vuoi, esamineremo insieme in cosa differisce il linguaggio di Demochole. Così, in primo luogo, Demochole non stava facendo affatto un discorso sul piacere e sul dolore, a proposito della sua gamba, ma osservava semplicemente che i piedi erano gonfi e che quindi non  poteva indossare le scarpe per camminare fino al luogo del supplizio.
In seguito, continuò Xantos, Demochole si alzò e si vestì sorridendo, senza permettere che lo si aiutasse. «Mi farò bello fra i belli, disse, per questo giorno di festa». Gli venne portata una tazza di acqua fresca. La bevve d’un fiato, si voltò verso quelli che erano là e chiese: «C’è qualcuno fra voi che voglia parlare e discutere con me? Nel nome della Divinità, mai mi sono sentito meglio predisposto a una conversazione filosofica!». Ma i suoi discepoli non gli erano accanto e nessuno poté rispondere. Il servo dei magistrati, uno scita chiamato Teippeleros, gli si avvicinò per ammanettarlo. Demochole, nel vederlo: «Molto bene, amico mio, gli disse; ma cosa devo fare? Spetta a te istruirmi. In effetti si vede che sei abile nella tua arte». Il servo si mantenne in silenzio. «Guardate, disse Demochole, quale onestà in quest’uomo: egli è consapevole della miseria della sua funzione!». Poi aggiunse: «Se fossi un saggio, sarebbe facile per me parlare di progresso e di civiltà. Ma non ho altra scienza che quella di amare gli uomini ed ignoro perché rispettino la Divinità invece di loro stessi». Mentre veniva condotto al supplizio, cantava imprecazioni contro i ricchi e la Divinità perché fossero gettati nel Tartaro. Gli aiutanti si impadronirono di lui e lo misero sdraiato. Sollevò la testa e (queste furono le sue ultime parole) auspicò ad alta voce la salvezza della Repubblica.
Cebete – Quindi, mio caro Fedone, è impossibile indovinare quali fossero le occupazioni ed i pensieri di Demochole da quando entrò in prigione? Poiché, per Socrate, abbiamo potuto vederlo tutti i giorni, mentre aspettavamo il ritorno del vascello che gli ateniesi avevano inviato a Delos.
Fedone – Ma, Cebete, Demochole ha lasciato trattati di filosofia che si è dilettato a comporre nella solitudine, in cui parla della vita e dell’associazione dei cittadini, del lavoro e dell’amore. Fra gli altri, ha scritto un bellissimo mito nel quale immaginava che gli uomini, pervenuti all’esistenza perfetta, avessero abbattuto gli ostacoli, le muraglie e i limiti, mettendo le donne in comune, smettendo di lavorare, e cibandosi secondo il proprio desiderio tutti i giorni con formaggio di montagna, pesce salato, pasta bollita all’olio, frutti maturi ed erbe caramellate nell’aceto. Questa è la vita che Demochole si proponeva di farci condurre sulla terra.
Cebete – E, per Eraclito, non ricordi che Socrate, nell’ultimo giorno di vita, ci aveva parlato del mondo superiore, dove le montagne sono di color oro, e le rocce di diaspro e di smeraldo; in ciò, egli non sembrava affatto intendere altro rispetto a Demochole. Giacché anche i poeti comici Teleclide e Ferecrate hanno descritto un’età felice in cui gli alberi recano salsicce e salumi, dove nei fiumi scorrono quarti di carne cotta nella salsa, dove i pesci giungono ad arrostirsi di propria sponte e rispondono, se li si interpella: «Aspettate ancora, sono cotto solo da un lato!».
Fedone – Potresti dire pure che Socrate, come Demochole, non avendo mai scritto, si divertisse in prigione a mettere in versi morali le favole di Esopo; e che desiderasse anche discutere di filosofia prima della propria morte; e che sia stato accusato di aver insultato gli dèi; e che conversasse soavemente col servo degli Undici interrogandolo sul veleno, come fece Demochole con lo scita. Ma, caro Cebete, Socrate aveva uno spirito sottile e scherzava amabilmente, paragonandosi ad un intermediario che unisce attraverso belle parole le persone fatte per amarsi. Ed è vero che disdegnava le ricerche divine ed i miti su Borea, la Gorgona e Tifone, ritenendo di non aver ancora studiato abbastanza la massima  del tempio di Delfi e ignorando se lui stesso non fosse un mostro più complicato di quel Tifone dei mitologi. Sappiamo che anche lui cercava la felicità degli uomini, benché preferisse porla in un’altra vita, e che discuteva volentieri con persone comuni per portarle a conoscere la verità. Tuttavia, o Cebete, la sua ironia era celata; egli non diceva le cose direttamente, come Demochole, ed il suo amore non era né violento, né disordinato, quindi non avrebbe distrutto le città per arrivare alla vita ideale, accontentandosi di istruire e di persuadere i giovani.
Cebete – Mi sembra, Fedone, che la tua distinzione sia un po’ affrettata; perché ricordo di aver udito Socrate tentare di dimostrare a Callia che la ricchezza è una cosa perniciosa; e lui stesso camminava a piedi nudi, bevendo come ognuno gli ordinava; e rispondendo direttamente ai giudici che egli si condannava ad essere nutrito a spese della città. E, per Eraclito, non è chiaro che l’auspicio per la salvezza della Repubblica è del tutto simile al sacrificio del gallo a Esculapio? Giacché Socrate non rispettava affatto quel semi-dio di Atene, non più di quanto Demochole rispettasse la Repubblica. Ma sono morti tutti e due, ostentando di riverire ciò che li aveva fatti condannare attraverso il disprezzo che provavano, e ciò che li avrebbe guariti dal peggiore dei mali, la vita.
Fedone – Se giurassi che non ti credo affatto Cebete, dovrei dire, con Euripide, che la bocca ha giurato, non il cuore. Tuttavia, prima di raggiungere una decisione, faremo cosa saggia chiedendo a Platone…
II
…Lo schiavo ci accompagnò fino al porto dell’isola dei Buoni-Tiranni, dove alcuni ulivi agitano le loro foglie grigie e lucenti. Ci augurò buon viaggio e ritornò verso i suoi maestri. Vedemmo ancora per un po’ di tempo la sua testa che sembrava avanzare da sola nel sentiero scavato fra le dune, in mezzo ai roseti. Poi ci imbarcammo; per tutto il giorno seguente la nave fu avviluppata nella bruma. Durante la notte, il cielo si illuminò ed il timoniere ci guidò alla luce delle pallide stelle. Navigammo così dodici giorni e, il tredicesimo, scorgemmo una linea bruna all’orizzonte e minute colonne di fumo che salivano isolatamente nell’aria. Il timoniere ci disse che era l’isola degli Eleutheromani, e ci colse il desiderio di visitarla. Egli intendeva convincerci a non sbarcarvi proprio; ma noi eravamo stanchi del mare e curiosi di quegli uomini selvaggi. La nostra prua fu quindi volta verso la nuova isola dove arrivammo due ore dopo il levar del sole.
Lo sbarco fu faticoso; non so se gli Eleutheromani fossero stati avvisati (avendo pochissimi rapporti gli uni con gli altri); ma corsero in massa sulla spiaggia, reggendo ciascuno una lunga pertica, con cui tentarono di allontanarci dalla costa, immaginando che provenissimo dall’isola dei Buoni-Tiranni che temevano non poco. Appena attraccammo con la barca sulla spiaggia, fuggirono da tutti i lati, lasciando solo un vecchio che agitava un ramo d’albero attorno a sé per proteggersi. Provammo a parlargli, ma ci fece segno che non udiva – e in effetti non aveva orecchie. Come mostrammo la nostra sorpresa, il timoniere ci spiegò il genere di vita degli Eleutheromani nel modo seguente:
Non si sa da dove provengano, né se un tempo fossero simili agli altri uomini; ma fra di loro c’erano tradizioni che facevano pensare che i primi Eleutheromani fossero stati governati all’inizio da tiranni aristocratici e, in secondo luogo, da capi democratici scelti dal popolo. Avevano un codice di leggi, usanze e costumi, di cui non era rimasta alcuna traccia. In effetti, sono stati posseduti per lunghi anni da una certa smania libera che li induceva a vivere ciascuno a modo proprio. A tale scopo, appena giunti all’età della ragione, si tagliarono da soli le orecchie, chiudendo l’orifizio con della terra argillosa che si era saldata con l’osso delle tempie. Infatti, i primi che si erano liberati dalle leggi e dalle usanze antiche scelsero i propri amici e si riunirono fra loro al fine di vivere piacevolmente. Si dispersero così in gruppi di cinque o dieci. Ma nel giro di poco tempo alcuni di quei gruppi ne disprezzarono altri, come succede nelle società, deridendoli con canzoni o discorsi. Si decisero allora, per distruggere questa nuova gerarchia, a praticare la mutilazione volontaria.  Presero questa decisione anche per altre ragioni; perché avevano notato quanto la persuasione di un uomo da parte di un altro uomo possa essere funesta. Così nessuno sarebbe riuscito a convincerli, né a dar loro un ordine, né ad acquisire alcuna potenza sulla loro volontà. Alcuni di loro, deboli di mente e facilmente influenzabili dai gesti o dagli sguardi, si coprirono gli occhi con valve di conchiglie, cosa che ha portato — presso i bambini di molte famiglie dove questa usanza si era perpetuata — alla perdita completa degli organi della vista.
A partire dal momento in cui ebbero concepito un tale modo d’esistenza, l’eleutheromania divenne monomania: ormai vivevano come unità. Il loro nutrimento consisteva in radici che strappavano e di cui buttavano subito il seme per terra, non conoscendo né tempo di semina né epoca di raccolta. Si abbeveravano ad uno stagno in cui potevano immergere la bocca sdraiandosi sulla riva. Nessuno modellava per loro la terracotta, ed avevano pochissimi attrezzi. Ognuno alimentava il proprio fuoco in una piccola buca del suolo, coprendola per metà con una pietra piatta. Di solito giravano nudi; lo stesso inverno era abbastanza temperato nella loro isola. Nulla li stupiva più dell’ordine, l’obbedienza e la disciplina. Essi permettevano i furti, gli assalti alle ragazze e gli omicidi, e non riconoscevano alcuna solidarietà. Quelli più allegri a volte giravano il proprio didietro al cielo e lanciavano gli escrementi contro altri uomini; poi si colpivano leggermente il ventre. In effetti disprezzavano l’autorità divina, e si ricordavano continuamente a vicenda che un uomo non ha diritto su nessun altro uomo, essendo l’individuo la misura comune di ogni cosa.
Ecco come facevano gli Eleutheromani affinché nessun tiranno fosse proclamato nella loro isola. Ognuno trasmetteva ai giovani fin dall’inizio una data quantità di una sostanza utile per difendersi. Questa sostanza era stata composta un tempo da colui che li aveva liberati dalla tirannia degli eletti dal popolo, e venne equamente divisa fra tutti gli Eleutheromani. Aveva l’aspetto dell’argilla ed il suo colore era fra il giallo ed il bianco. Non appena le si accostava un tizzone ardente, essa esplodeva con terribile fragore, abbatteva gli alberi, spaccava la terra e la faceva tremare. Nessun uomo poteva resistere al potere di questa sostanza; ogni Eleutheromane ne era soggetto allo stesso modo e ne possedeva la stessa quantità; in modo da non vivere in stato di guerra. Avevano dato a questa materia il nome di “Potenza” o di “Energia”, che noi chiamiamo dynamis.
Dopo che il timoniere ebbe terminato il suo discorso, ci dirigemmo verso l’interno del paese dove vedemmo diversi giovani Eleutheromani che facevano riscaldare separatamente dell’acqua sui propri fuochi in grosse conchiglie non lavorate. Essi acconsentirono a rispondere al timoniere, dato che tutti gli Eleutheromani avevano conservato l’uso della bocca, della lingua e della parola per cantare inni alla Libes, dimostrandoci che si sforzavano di cambiare decisione da un istante all’altro, al fine di non dipendere nemmeno da loro stessi; altri versavano l’acqua sulla parte convessa delle conchiglie, o camminavano sulle mani, o stemperavano la polvere di radici col fuoco, o ficcavano il cibo nell’estremità inferiore del loro colon, o tentavano di urinare da dietro, o mangiavano i loro escrementi bolliti, per modificare continuamente le abitudini del loro corpo o gli istinti e non sottomettersi alla natura.
Uno di loro era il figlio del vecchio che avevamo scorto lungo la costa. Quando gli facemmo capire attraverso il timoniere che i suoi tratti assomigliavano a quelli del padre, divenne furioso e volle lanciarsi su di noi. Gli altri Eleutheromani lo imitarono e cantarono ad alta voce l’inno della Libertà. Sia perché privi di orecchie, sia per manifestare il loro odio per l’armonia universale, essi cominciarono uno qua, l’altro là, il primo in mezzo, l’altro alla fine, il terzo al contrario, al punto che per poco non ci si ruppe l’udito.
Fuggimmo il più in fretta possibile verso la nostra barca e la lanciammo in mare; giacché avevamo l’impressione che gli Eleutheromani stessero per dissotterrare la loro “potenza” gialla e annientarci. Il timoniere riprese il timone e ci spiegò la nostra imprudenza. Gli Eleutheromani temevano sopra ogni altra cosa di assomigliare a qualche altro uomo, consapevoli che fosse una modalità di costrizione imposta a loro insaputa. Dal mare aperto li guardammo ancora per molte ore sulla costa, mentre ciascuno gesticolava in modo diverso.
*  Démochole, personaggio fittizio il cui nome richiama l’anarchico Ravachol

Sussurri e grida dal sottosuolo

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Devo uscire di casa
i pensieri hanno saturato le stanze togliendo spazio all’ossigeno
hai mai provato a camminare a braccetto con l’inquietudine?
e se questa diventasse l’ombra di ogni tuo passo, che faresti?
quel che è peggio è intuire la risposta ma non racimolare il coraggio di agire.
Sto parlando di lavoro, capisci?
quella parte di giornata data per scontata
o meglio, da scontare come fosse una pena.
Perché condannarsi a un tempo sospeso
trascorso con gli occhi alle ore in attesa che muoia
per rinascere una manciata di respiri dopo?
esistenze come clessidre da vivere al massimo
ma soltanto negli istanti concessi dalla mano che le capovolge.
hai mai pianto pensando a tutta la sabbia che hai lasciato cadere, lentissima?
non ti ha scosso la rabbia per aver permesso che fosse la gravità ad avere il controllo?
Ansia di libertà, spasmi e tremori vista annebbiata, acufene, salivazione da cane
sono famelico e mi gettano briciole nel fango
non mi sorridere con la faccia sporca, non mi dire che va tutto bene
che è così che deve andare!
Non mi consola sapere che il turno finirà, che arriverà il weekend
che ci saranno giorni di permesso, di riposo e di ferie,
che avrò diritto alla malattia
IO STO MALE ORA !
E starò male ogni volta che una suoneria forzerà i miei risvegli
che non sarò io a scegliere quando uscire di casa e quando tornarci
ogni volta che ripercorrerò gli stessi chilometri, che obbedirò a un capo
che indosserò una maschera per affrontare interazioni umane imposte
ogni volta che prenderò quella busta chiedendomi se ne è valsa la pena.
Ho una catena ai piedi, un giogo al collo, paraocchi da cavallo…
un repertorio di metafore abusate, nessun’espressione originale
ho una stabilità da mantenere, tasse da pagare, vizi e piaceri non gratuiti…
un repertorio di scuse pietose
nessun’argomentazione plausibile
ho scaffali di libri illuminanti, la realtà che mi parla chiaro
e una giovinezza con la miccia corta
ma un arsenale di dubbi e paure a rendermi immobile.
Che altro scrivere allora?
più nulla per ora
devo andare al lavoro!
[Blatte, giugno 2015]
*
Fermarsi a riflettere, ora più che mai, sembra una perdita di tempo. Nel succedersi tumultuoso degli eventi, a cui nemmeno i nostri modernissimi smartphone sembrano in grado di tenere il passo, l’unica parola d’ordine possibile pare essere Fare. Ma fare che cosa?? Questo non l’ho ancora capito…
A sentire in giro, tutti/e sembrano in grado di parlare di tutto: per ogni fatto un’opinione, per ogni problema una soluzione, dagli spaccini sotto casa al terrorismo globale. Ed io che ho perennemente la sensazione di non capirci un cazzo, osservo e arranco. Al qualunquismo di molti/e riesco a far fronte, probabilmente perché con quei molti/e non ho grossi rapporti, causa principalmente la mia spocchia. Ma sono “i compagni” che mi tolgono il sonno! sono le assemblee, i volantini, i blog, le iniziative, i presidi, le azioni… le benzodiazepine! Forse sono quelle che mi servirebbero davvero.
Sì perché ci sono i migranti respinti alle frontiere, i bombardamenti occidentali su mezzo mondo, l’allarme sicurezza e la restrizione delle libertà individuali, il Rojava sotto attacco, il razzismo, la precarietà, la repressione ed un elenco smisurato di altri fronti di lotta. Ce n’è per ogni gusto e per ogni ideologia. Chi si ferma è perduto, chi riflette troppo è un intellettuale e chi non si getta nella mischia è un collaborazionista.
Se queste sono davvero le regole del gioco, io per ora me ne chiamo fuori. Ho tentato di calarmi nella parte dell’anarchico militante, cercando a lungo la sfaccettatura di anarchismo che più mi si addicesse. Ho conosciuto “compagnx” ed ho fatto cose “da compagni”. Non sputo nel piatto vegan in cui ho mangiato, semplicemente mi fermo un attimo, anche se là fuori tutto procede liscio verso la catastrofe.
Vedo persone che parlano con fervore di cose successe dall’altra parte del mondo, ma si lasciano passare sotto il naso crimini e abusi; persone convinte di combattere contro nemici invisibili o smisuratamente più grandi di loro, che nel frattempo si comportano in modo autoritario e spregevole con chi sta loro accanto; persone promiscue nell’esprimere solidarietà ad ogni individuo sfruttato, mandare all’aria relazioni ed essere sole o aggrappate a pochi ed esclusivi legami; persone sempre intente a propagandare società migliori e possibili perché di fatto profondamente insoddisfatte delle proprie esistenze; persone che gridano alle altre di liberarsi dalle proprie catene, per poi tornare di corsa al lavoro, alla famiglia, alle proprie prigioni.
Io sono stato e sono tuttora una di queste persone. Voglio smettere di esserlo!
Le nostre vite bruciano veloci senza lasciare un segno. Il nostro sguardo è rivolto in alto e lontano mentre intorno a noi si fa il vuoto. A forza di salire ed arroccarci su vette sempre più pure, la terra è finita e stiamo scazzando fra di noi per chi debba precipitare prima. Io quasi quasi torno a valle e rifletto su che fare, magari trovo pure qualche compagno (di viaggio!).

Si vis pacem kalashnikov

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Claude Guillon
È un inatteso danno collaterale degli assassini commessi in Francia nel corso del 2015 da fanatici islamisti, un danno — di cui non dubito che alcuni miei amici libertari si rallegreranno come se fosse un progresso morale — che si fa sentire sia negli ambiti radicali, anarchici e autonomi che nella grande stampa borghese.
Voglio parlare del discredito lanciato sull’odio e sulla violenza.
Il «discorso di odio» — strettamente parlando, un sintagma privo di senso — si presume ormai che illustri il colmo della malignità umana, della mostruosità e dell’arretramento verso la barbarie.
Non solo l’assenza di significato subito percepibile — si tratta di uno stimuluse non di un messaggio utile ad una comunicazione razionale e orizzontale — sfida l’analisi, ma inoltre attribuire un senso a questa formula induce meccanicamente a considerare che — un esempio fra mille — il testo di un comunicato dell’associazione industriali sulla precarietà del lavoro non sia un «discorso di odio».
Questo punto merita un attimo di attenzione.
Del cretino, dell’uno o dell’altro genere, chiamato per via delle sue funzioni di portavoce del padronato a interpellare i politici e ad insultare i proletari in tale particolare circostanza, dovremmo dire che odia i suoi interlocutori e quelli colpiti dai suoi insulti?
Certo egli disprezza i primi e, altrettanto sicuramente, soffre con difficoltà l’esistenza dei secondi (di cui comunque non potrebbe fare a meno, e ciò lo irrita).
Ma quei sentimenti egli li riveste — non si può dire che li dissimuli: nessuno è stupido — con una forma di cortesia borghese, che può perpetuarsi solo a condizione che la violenza fisica sia esclusa dalla risposta che riceve.
In altre parole: il porta-parola dei padroni merita di farsi bastonare ogni volta che apre bocca, ma può mantenere la menzogna dei «rapporti pacificati fra partner sociali» e altre ripugnanti stronzate.
Questa stessa menzogna, garantita fisicamente da uomini armati, è un ulteriore insulto alle orecchie di coloro a cui è indirizzata.
Può accadere che le parole del comunicato, scelte con cura da consulenti, non si trasformino in vere sparatorie per strada. Può avvenire anche il contrario. Tutto dipende dalla congiuntura, dal regime e dal livello di intensità della guerra sociale. Per vedervi meno «odio» che nel gesto omicida di un giovane represso sessuale, accecato da deliri religiosi — chiedo scusa per il pleonasmo! l’epoca lo esige — occorre la vista acuta di un pesce che vive a grandi profondità…
Tanto il «risentimento» giustamente deriso da Nietzsche mi sembra un vicolo cieco intellettuale, sinonimo di rancore e di macerazione, tanto l’odio fiammeggiante figura e figurerà — a lungo almeno — fra gli indispensabili lumi della rivolta e dell’azione.
Cosa si presume invochino e alimentino i «discorsi di odio»?
La violenza, per Dio!
Non quella del cinismo politico, del «piano sociale» padronale, delle menzogne dei giornalisti…
NO!
La violenza.
La sporca violenza del pugno in faccia. La violenza del corpo. Quella che fa scorrere lacrime e sangue. Quella che fa pisciare e cagare addosso chi la teme o la prova. La violenza su scala umana. Quella che non ha né ufficio stampa né servizio di sicurezza.
Quella violenza, di cui non sono mai stato un amante feticista (io, obiettore di coscienza), ha una pessima pubblicità — è proprio il caso di dirlo! — fin negli ambienti che frequento, non meno attoniti degli altri per la combinazione di una violenza fanatica religiosa e del suo riflesso, la terrorizzazione democratica spinta fino alla caricatura.
Farò due esempi.
Una decina di anarchici, sicuramente bardati di buone intenzioni, hanno pubblicato a fine gennaio 2016 una «lettera aperta al presidente della Repubblica francese». Desiderando manifestare la loro opposizione alla possibilità prevista nella legge (e allargata) di una «revoca della nazionalità», i firmatari «chiedono» che la nazionalità francese venga revocata anche a loro.
Il testo della lettera è particolarmente interessante dal punto di vista di cui mi sto occupando poiché mescola ad arte elementi di un folclore resistenzialista «violento» (i franchi tiratori partigiani) con altri riferiti alla guerra d’Algeria (una canzone di Boris Vian).
Infatti i firmatari si presentano in testa al loro scritto come «Franchi tiratori Partigiani di una cittadinanza mondiale», ed iniziano la loro lettera con un «signor Presidente, le inviamo una lettera che forse leggerà se ne avrà il tempo».
Poi ritengono utile — e noi non crediamo ai nostri occhi! — offrire alla V Repubblica una lode retrospettiva:
«Siamo nati in questo paese, la Francia, per caso. Non abbiamo scelto né di nascere, né di nascere in Francia. Accade lo stesso a tutti gli esseri umani.
Fino ad oggi questa non-scelta non ci poneva grossi problemi. Poteva andarci peggio.
Tuttavia, già da qualche tempo, fra Notre-Dame-des-Landes e la condanna di sindacalisti al carcere, abbiamo qualche dubbio sulla sua capacità di far immaginare una Francia paese dei diritti umani. Ci concederà di non parlare nemmeno di socialismo.
Con le sue ultime trovate politiche a proposito della revoca del diritto di nazionalità, le cose sono chiare. Sta giocando col fuoco».
Dopo questo appoggio all’insieme della terrorizzazione democratica, dal 1986 al 2016, senza parlare neanche della natura del sistema di cui la Repubblica è solo la messa in forma giuridica (si tratta del ca-pi-ta-lismo, caratterizzato dallo sfruttamento del lavoro umano), i firmatari si dichiarano «in una situazione di insurrezione» (autorizzata dalla costituzione, è vero!).
Ed ecco la conclusione, borisvianesca in chiave soft:
«Signor presidente, avvisate i vostri soldati che noi saremo armati pesantemente con quelle armi di distruzione di massa che sono l’intelligenza, la non-violenza, l’onore e… l’umorismo. E che non esiteremo a sparare! Con queste armi!».
Personalmente non ho nulla contro il senso dell’umorismo. Del resto, alcuni dei miei migliori amici ne sono dotati! Non nasconderò che, io stesso, in certe circostanze estreme…
Quanto all’intelligenza, perché no? Con misura, però…
…E non pensiate, come il più focoso dei guerrieri Mau-Mau, che la cosa vi renda immuni dai proiettili (neanche da quelli di gomma).
Quindi, bambini, siete voi a giocare col fuoco!
Ma abbandoniamo i nostri franchi tiratori da operetta per interessarci a rivoluzionari di ben altra levatura intellettuale. Voglio parlare di Eric Hazan, «fondatore delle Edizioni La Fabrique», grande artigiano della estirpazione della lotta di classe dall’analisi storica e portavoce editoriale del Partito degli Indigeni della Repubblica, e di Julien Coupat, che preferisce definirsi un «indagato per terrorismo».
Ben altra levatura, dicevo: con una rubrica su Libération — per un piccolo scrupolo di comunicazione, Tarnac snobba impietosamente Le Monde —, con citazioni di Kafka e Baudelaire… si sente subito che i due firmatari non hanno gli stessi valori né lo stesso indirizzario dei nostri «Franchi Tiratori Partigiani». È il loro lato gastronomico.
Il testo si intitola «Per un processo destituente: invito al viaggio».
Immagino una piatta dialettica negativa con i «processi costituenti» forse presi a prestito dagli avanzi dell’autonomia universitaria italiana. Tutto ciò va oltre le mie stesse capacità intellettive; non mi soffermo. Inoltre si tratta più di un segno di riconoscimento, di una segnaletica ideologica, che di un argomento confutabile.
Riproduco la conclusione del testo, non senza osservare innanzitutto che il programma ivi enunciato s’incunea ovviamente nel calendario elettorale («abbiamo un anno e mezzo di tempo») con cui si presume rompa:
«Ciò che prepariamo non è una presa d’assalto, ma un continuo movimento di sottrazione, di distruzione accurata, gentile e metodica di ogni politica che plana al di sopra del mondo sensibile».
Quanta gentilezza davvero in questo strano inverno senza palazzi da prendere…
«Accurata, gentile e metodica».
Certo, non ci viene nascosto che si tratta di «distruzione». Eppure, mi fa venire irresistibilmente in mente il lavoro da infermiera.
Ognuno ha i propri fantasmi, mi direte! Ma anche qui, credetemi, c’entra più l’abitudine del paziente che la fantasia dell’erotomane.
È vero, ed è un altro dei miei difetti, non sono affatto un giramondo. Forse è questo che mi trattiene dal sentirmi coinvolto dal gioioso invito dei nostri escursionisti: Andiamo!
Perdonatemi — oppure no — una trivialità che confina con la volgarità: andare dove? con chi? e a fare cosa?
E soprattutto, mi domandavo, con cosa nelle nostre bisacce, cari compagni?
Pistole col tappo, merendine e alessandrini…?
Di fatto, forse abbiamo bisogno anche di tutto ciò. E se pensassi seriamente che è possibile costruire un mondo in cui questi strumenti costituiscano tutto il necessario del viaggiatore, e della viaggiatrice, senza doversi mai servire di un’arma automatica, lo direi qui con piacere e sollievo. Ma non lo credo affatto.
Tanto peggio per chi si sentirà autorizzato da questo testo di vedere in me il duplicato inverso del kamikaze.
Fino a prova contraria, considero irragionevole abbandonare la metafisica (senza dio) ai fanatici, l’odio agli ignoranti, e l’uso delle armi da guerra ai nostri mortali nemici.
Eppure il Diavolo sa che amo viaggiare leggero…
* È inutile che mi seppelliate sotto le mail. Non ignoro che la formula latina originale — ma di cui non si conosce l’origine — è «Si vis pacem para bellum» (Se vuoi la pace prepara la guerra). Ma Parabellum è anche il nome di una pistola (la Luger tedesca). Si potrà pur scegliere la propria arma, no?

Dalla bella guerra alla guerra totale

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André Prudhommeaux
Alla metà del secolo XVIII, nonostante quello che certi storici prigionieri di miti retrospettivi hanno scritto, la guerra nazionale non esisteva ancora. Mentre trenta o quaranta mila mercenari di tutti i paesi si misuravano in campi chiusi per il Re di Francia, di Prussia o di Inghilterra, i veri inglesi, prussiani e francesi viaggiavano, discutevano, commerciavano liberamente e si preoccupavano pochissimo dell’esito delle operazioni. La guerra non cambiava niente alle abitudini ed ai costumi delle popolazioni delle quali qualche dinastia essenzialmente europea si contendeva la fedeltà; non aveva nessuna influenza sulla proprietà privata, poiché le frontiere restavano aperte in pace come in guerra; e quanto agli uomini armati che passavano la loro esistenza senza far niente, nella dissolutezza, in attesa di difendere i colori dei reggimento in un incontro storico, in caso di gravi disgrazie avevano assicurata una pensione all’Hotel degli Invalidi.
Era la «bella guerra», per quel tanto che la guerra può essere bella.
Era, in tutti i casi, la guerra nelle forme cavalleresche e sapienti, con pizzi e cappello a piume, non all’ultimo sangue ma al primo, e che aveva molto cura della vita e dei beni dei civili.
Nel XV secolo, i Condottieri italiani facevano ancora meglio; davano delle battaglie con dei campioni (svizzeri, tedeschi o croati) in belle armature ed erano così abili nel cadere da cavallo a terra che questi tornei erano nello stesso tempo più rimuneratori e meno crudeli delle nostre partite di rugby. Inoltre, per convenzione reciproca, gli eserciti non entravano mai nelle città italiane, amiche o avversarie, che mantenevano i «barbari» a distanza — almeno fino all’invasione dei francesi.
Pieno di sangue e di vita, l’italiano del rinascimento era pronto a risolvere una questione individuale, ma non concepiva la necessità di morire per una questione altrui. Per trovare un popolo tanto antimilitarista, bisogna oggi arrivare in Germania, dove il 70 per cento della gioventù si dichiara ostile al servizio militare ed a tutte le forme di intruppamento comandate, in una direzione gloriosamente sconosciuta.
Bisogna dire che è alla Rivoluzione Francese che spetta il merito di avere introdotto in Europa questo ritorno massiccio al nomadismo armato della tribù primitiva che implica l’obbligo individuale, personale, la leva in massa, la carica in colonne profonde, la carneficina senza premio e il furto in permanenza, l’esaltazione arrabbiata del sentimento nazionale e del fanatismo ideologico. Estensione della guerra civile incominciata in passato nel 1789, estensione generale del terrore dopo il prologo solenne del massacro di Settembre — le guerre epiche della Rivoluzione e dell’Impero sono state le prime applicazioni moderne del principio dello sterminio di un nemico considerato come incarnazione terrestre del male, mentre la politica militare classica concepiva la guerra come l’urto di due volontà ugualmente legittime nella loro essenza, anche se contraddittorie nel loro effetto.
Questo principio dello sterminio moralizzatore è essenzialmente democratico, perché la democrazia non vede altra ragione di versare il sangue che quella di volere annientare il male sulla terra, e così essa è pronta per questo a tutti i sacrifici, una volta che il male è ben localizzato dalla propaganda nella persona di aggressori per definizione, la cui viltà e crudeltà non hanno niente di umano.
«Udite voi nelle nostre campagne
ruggire questi feroci soldati?
Essi vengono fin nelle nostre braccia
sgozzare i nostri figli, le nostre compagne»
In realtà, i soldati di Brunswick non venivano a sgozzare le donne ed i bambini dei federati marsigliesi, ma erano incaricati di sostenere con una semplice «passeggiata militare» la pressione diplomatica del Re di Prussia nel senso delicato di riconfermare sul trono quello stesso Luigi XVI che gli aveva dichiarato guerra in nome della Nazione francese. A Valmy, avendo incontrato i «ciabattini» dei generali francesi Dumouriez e Kellermann, ed avendo constatato che le minacce a distanza non avevano presa sulle truppe per metà composta di giovani coscritti, continuarono il loro cammino senza aggravare con una vera battaglia la «pacificazione» già ben compromessa dalle fanfaronate sanguinarie delle due parti.
Brunswick, infatti, aveva parlato di distruggere Parigi, mentre i parigini si vantavano già di andare a cercare il Re di Prussia per sospenderlo ad una delle loro lanterne. Al punto in cui stavano le cose non c’era nessun mezzo per arrestarsi.
Dato che Brunswick non aveva distrutto Parigi, Dumouriez e Kellermann dovevano andare a Berlino per «condurre il Re di Prussia in una gabbia» (così si esprimevano i giornali). Nel 1914 la stessa gabbia doveva servire per condurre l’Imperatore della Germania, Guglielmo II, il Kronprinz e l’Imperatore d’Austria, Francesco Giuseppe. Non erano tutti e tre quasi dello stesso paese e della stessa razza di Maria Antonietta, essa stessa parente di un alleato del duca di Brunswick?
«Madame Veto aveva promesso
di fare sgozzare tutta Parigi (bis)
Ma il colpo è fallito
grazie ai nostri cannonieri;
si è tagliata la testa
viva il suono, viva il suono
si è tagliata la testa
viva il suono del cannone»
Infatti, i tedeschi non hanno mai «distrutto» né fatto sgozzare tutta Parigi (anche se l’occasione non è loro mancata) ed i parigini non hanno, neppure essi, avuto il piacere di disturbare i grandi criminali di guerra, come essi promettevano, in una gabbia installata in Piazza della Concordia. (La cosa è avvenuta a Norimberga e molto più discretamente). Ciò prova che la guerra totale non è ancora di questo mondo, sebbene il suo principio abbia fatto enormi progressi dopo il 1792.
Bertrand Russell (che durante la prima guerra mondiale fu un «tedescofilo» esecrato dai buoni patrioti) ha creduto, negli anni seguenti, all’esistenza obiettiva d’un dilemma assoluto; o guerra totale o nessuna guerra. La guerra totale, a gas e batteriologica, gli pareva non comportasse nessuna parata, e ne ha concluso che tutte le «misure difensive» erano ormai vane e senza scopo. L’umanità perirebbe interamentese ci fosse una guerra. Ed in queste condizioni, la guerra era non soltanto criminale, ma storicamente impossibile.
Si sa che gli avvenimenti non hanno dato ragione a Bertrand Russell. La guerra totale non è stata guerra a gas e batteriologica, benché ci sia stato alla testa dell’esercito tedesco un pazzo perfettamente capace di distruggere l’umanità.
La guerra mondiale n. 2 è soprattutto costata più cara di qualsiasi altra guerra per la ragione che l’efficacia micidiale delle armi è in ragione inversa della loro complessità tecnica. Con una scure di selce uccidere un uomo costa qualche franco, con un proiettile telecomandato, con radar e controllo elettronico, costa qualche decina di milioni. Ci furono molti morti tra il 1939 e il 1945 ma le cifre dei morti si spiega in gran parte con i metodi non guerrieri ed assolutamente gratuiti di sterminio che sono le epidemie spontanee, le conseguenze naturali del lavoro forzato, unito alla denutrizione ed alla lotta individuale o collettiva per la sopravvivenza, le epurazioni per mezzo delle camere a gas, ecc.
Comunque sia, Bertrand Russell ed Albert Einstein sono stati, tra le due guerre, i campioni intellettuali del pacifismo integrale. Durante la guerra mondiale, hanno invece portato ai nemici della Germania il concorso della loro intelligenza, l’uno su un piano di propaganda e l’altro su quello della preparazione delle armi atomiche. Il destino del popolo ebreo non è estraneo a questa delusione. Comunque sia, Albert Einstein è morto e Bertrand Russell è Lord, il che non ha maggior valore. Ed entrambi hanno lanciato nel mondo questa notizia risucchiata dalla loro comune posizione di una volta: «Davanti all’arma atomica, non parate, non scappatoie possibili. Nessuno sopravviverà ad una terza guerra mondiale ed atomica, la guerra è infine veramente impensabile, definitivamente impossibile, causa l’arma atomica».
Questa volta sarebbe il bene, la pace ad uscire dall’eccesso del male, come è stato promesso agli uomini milioni di volte, ad ogni invenzione distruttrice.
In realtà, niente prova che la guerra sia legata a questo punto alle fatalità del «progresso tecnico». Niente prova neppure che la reazione ad ogni conflitto deve necessariamente trasformare ogni conflitto che scoppia in un punto qualsiasi dell’universo, in conflitto generale ed integrale dei blocchi.
A questo proposito lo spirito geometrico di Lord Russell e del fu Einstein ha qualche cosa di inquietante uguale a quello della stessa bomba. Ecco due uomini pacifici nell’anima, dei quali uno ha lavorato a rendere la guerra impossibile inventando il mezzo di distruzione il più spettacolare possibile che vi sia, e l’altro consegue lo stesso compito stabilendo metodicamente un dossier a proposito delle atrocità naziste, così terribile che l’umanità vi è condannala. Non si può fare a meno, leggendolo, di gridare al fu Einstein: all’opera, fa saltare la terra con il tuo ordigno; è tutto quello che merita la specie che ha prodotto dei mostri simili.
Per mio conto preferisco un po’ meno di rigore scientifico ed un poco più di buon senso. Il buon senso indica che il nostro argomento di ignoranti e d’agnostici deve essere proprio il contrario di quello di questi grandi sapienti.
Voi dite che è impossibile limitare la guerra, tanto sul piano materiale quanto su quello morale, e che deve morire del suo proprio trionfo. Noi diciamo che bisogna limitare la guerra, intiepidirla, raffreddarla, minimizzarla, rifiutarle ogni alimento o aiuto materiale ed intellettuale. Noi diciamo che bisogna isolarla, circondarla di difficoltà […]

 

Riflessioni, en passant, sulla proposta di riforma del sistema sanzionatorio nella normativa massonica

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In queste ultime settimane è pervenuta alle logge del GOI la documentazione relativa alla proposta di riforma del sistema sanzionatorio disciplinare, attualmente previsto dalla normativa massonica, proposta che sarà sottoposta alla deliberazione della Gran Loggia 2011.
La portata e la rilevanza di tale proposta per la vita della Istituzione risultano evidenti e chiare a chiunque abbia a cuore il destino della Massoneria italiana.
Non può tacersi, infatti, come tale proposta venga formulata in una temperie di grandi contrasti nella vita della Comunione, che vive senza dubbio uno dei periodi più oscuri e difficili della sua Storia. In tale contesto, dunque, deve essere valutata e interpretata.
Secondo quanto affermato dai proponenti nella relazione illustrativa che ne accompagna il testo, tale riforma risiederebbe nella necessità di ampliare il ventaglio delle sanzioni potenzialmente comminabili al libero muratore ed alla loggia riconosciuti colpevoli di colpa massonica, nonché di realizzare un meccanismo di “resistenza” al sindacato del Giudice Ordinario, adito in diverse occasioni da alcuni liberi muratori.
In tale relazione illustrativa si paventa, addirittura, una possibile e futura rivisitazione sostanziale dei diritti e dei doveri del massone, ovvero del DNA, ci si passi il termine, della Comunione, e ciò nel dichiarato obiettivo di tipizzare, ovvero di descrivere e classificare dettagliatamente, le condotte illecite (colpe massoniche) che vengono ritenute dagli estensori, allo stato attuale, troppo genericamente elaborate dall’art. 15 della Costituzione.
Ma andiamo con ordine, riprendiamo il filo dei nostri pensieri, ed entriamo nel cuore della delicatissima questione sulla quale stiamo dirigendo le nostre riflessioni.
La proposta di riforma del sistema sanzionatorio disciplinare prevede la modifica della Costituzione dell’Ordine, con particolare riferimento all’art. 15, concernente le colpe (massoniche) e le sanzioni concernenti il singolo massone, ed all’art. 24 della Costituzione, che, invece, è relativa alle colpe e alle sanzioni che possono potenzialmente colpire le logge.
Nel testo modificato dell’art. 15 della Cost. viene specificato che il regolamento determina la natura, l’ammontare e la durata edittale delle sanzioni a carico dei liberi muratori graduandole secondo la gravità della colpa, e di ogni altro elemento soggettivo e oggettivo della violazione.
La medesima modificazione viene introdotta per l’art. 24 della Costituzione, concernente, come detto, la colpa e le sanzioni relative all’“organismo” loggia.
La modifica della Costituzione negli articoli citati è fondamentale, secondo il disegno dei riformatori, al fine di introdurre nel Regolamento dell’Ordine nuove sanzioni, che vengono infatti dettagliatamente descritte e rassegnate nell’art. 27 Reg. modificato,
E’ utile ricordare come quest’ultimo articolo del Regolamento attualmente preveda, quali sanzioni comminabili al massone, l’ammonizione, la censura semplice, la censura solenne e l’espulsione dall’Ordine.
La proposta di riforma prevede, invece, che le sanzioni comminabili al libero muratore possano essere: la censura, la multa pecuniaria da tre a dieci volte la capitazione stabilita dal Goi, l’esclusione dalla partecipazione ai lavori massonici da quattro mesi a due anni, l’interdizione dal ricoprire qualsiasi carica di nomina o elettiva da un anno a cinque anni e, infine, l’espulsione dall’Ordine.
Come si può ben vedere, sia il numero che la qualità delle sanzioni rappresentano un “ventaglio” di possibilità molto più ampio rispetto a quello previsto dall’attuale contenuto regolamentare.
Altra rilevante novità introdotta dalla proposta di riforma è costituita dalla introduzione nell’ordinamento normativo massonico dell’istituto della recidiva, specifica e non specifica, e del principio della cumulabilità delle sanzioni.
Su quest’ultimo aspetto non riteniamo di soffermarci particolarmente, in quanto il meccanismo di funzionamento di tale principio risulta essere inscritto nel suo stesso nome: le pene sono cumulabili e il libero muratore potrà essere colpito da più sanzioni contemporaneamente.
Più delicata e pregnante, appare invece l’introduzione della recidiva, anche non specifica: in poche parole, secondo tale principio, così come disciplinato nel testo di riforma, se un libero muratore viene riconosciuto colpevole di due violazioni diverse tra loro, la seconda sanzione dovrà essere “almeno di grado superiore alla prima”.
Quindi, secondo la proposta di riforma, un fratello che sia riconosciuto, una prima volta, responsabile di colpa massonica, e venga successivamente sottoposto a nuovo giudizio e nuovamente condannato per una colpa molto più lieve, dovrà essere obbligatoriamente sanzionato con una pena più grave della precedente, anche nella ipotesi che venga riconosciuto responsabile di una colpa più lieve.
L’effetto perverso ed il principio di iniquità che questo aspetto della proposta di riforma introdurrebbe, se approvata, sono chiari a chiunque, anche ai meno avvezzi alle questioni giuridiche.
Tuttavia i più sensibili al tema della Giustizia non potranno che essere travolti da grave turbamento nel leggere come nel testo riformato, in caso di terza recidiva, ovvero del riconoscimento a seguito di giudizio massonico di una terza violazione a carico del libero muratore (indipendentemente dalla gravità di tali violazioni, aggiungiamo noi), quest’ultimo DEBBA essere espulso dall’Ordine.
Davvero non si comprende la ratio di tale norma, né l’obiettivo che intende raggiungere.
Come oscura ed enigmatica ci sembra l’introduzione, contenuta sempre nell’art. 27 Reg. modificato, di una nuova ipotesi sanzionatoria, che consiste nella multa pecuniaria.
Quest’ultima ipotesi sanzionatoria risulta particolarmente interessante da esaminare, soprattutto in relazione agli effetti drammatici e radicali che può determinare sul massone, effetti che quest’ultimo non potrebbe contrastare in alcun modo.
Il testo riformato dell’art. 27 del regolamento prevede, infatti, che se il fratello viene condannato al pagamento della sanzione pecuniaria, e non effettua tale pagamento entro 60 gg. da quando la sentenza è divenuta definitiva, dovrà essere depennato, senza necessità di diffida o di altra formalità, a cura del Gran Tesoriere, ai sensi dell’art. 17 bis, articolo introdotto dalla proposta di riforma.
Ma, come se ciò non fosse sufficiente, il provvedimento di depennamento non sarebbe impugnabile in alcun modo, ed il fratello che abbia incolpevolmente omesso di pagare la multa comminatagli per diverse circostanze (perché malato o in difficoltà economiche momentanee, o per altre ed innumerevoli ragioni), non potrà portare le proprie istanze dinanzi ad alcun organismo di tutela, e dovrà subire, inerme, il dramma del depennamento.
Come abbiamo già accennato, inoltre, le sanzioni pecuniarie previste dalla proposta di regolamento sono anche molto esose: esse possono consistere in una somma di denaro variabile da tre fino a dieci volte la capitazione annuale, secondo una valutazione lasciata alla saggezza (o all’arbitrio, per i malpensanti) dell’organo giurisdizionale.
E se un fratello si trova in momentanee difficoltà economiche? E’ prevista la rateizzazione della sanzione pecuniaria?
Che i metalli non ti manchino mai, o massone, che i tuoi forzieri abbondino sempre di ricchezze, perché potresti essere condannato ad una multa che non potrai pagare.
Ma stiano attente anche le officine, poiché per loro sono previste ed introdotte, dall’art. 78 Reg. nel testo riformato, naturalmente adeguate nel loro contenuto, le medesime sanzioni (e le medesime conseguenze) comminate per il massone.
La proposta di riforma, inoltre, introduce, con l’art. 177 del regolamento modificato, una nuova ipotesi di depennamento, anch’esso legato al mancato pagamento di somme di denaro: secondo tale nuovo testo il massone che non corrisponde le spese legali entro 60 gg. dalla sentenza (non si comprende se tale termine decorra dalla pronuncia o dalla comunicazione/notificazione della stessa), il fratello sarà depennato dalla Istituzione.
Nella ratio della riforma sembra esserci, in ultima analisi, se ci si consente una espressione formulata in latino maccheronico, un furor depennationis che davvero si stenta a comprendere.
Anche le questioni elettorali destano l’attenzione dei riformatori, tanto da meritare un posto di rilievo nella costruzione della proposta di riforma.
Quest’ultima prevede la modifica degli art. 112 bis, 113 bis, 146, 152, del Regolamento, con riferimento alla sanzione relativa all’invio o alla consegna dei plichi raccomandati in ambito elettorale.
Il mancato invio o la mancata consegna di tali plichi entro 24 ore, da colpa grave diviene gravissima colpa massonica per il Presidente che, nelle varie occasioni, sia responsabile della predetta violazione: anche in tale circostanza non si comprende la motivazione che fonda la necessità, evidentemente molto sentita dai riformatori, di realizzare tale inasprimento sanzionatorio, che è già piuttosto severo nella formulazione attuale.
Sono davvero diverse le perplessità generate dalla lettura della proposta di riforma, e sarebbe davvero troppo prolisso descriverle tutte: tuttavia la breve e non esaustiva narrativa che abbiamo offerto alla attenzione del lettore non ci può esimere dall’esprimere alcune considerazioni, che umilmente rassegniamo.
La prima di esse è che non si comprende la necessità di riformare l’impianto sanzionatorio disciplinato dalla normativa massonica.
La sua stesura attuale, secca e semplice, è il prodotto di una costruzione intellettuale che fonda le proprie ragioni sulla particolare essenza della Istituzione, che presuppone ed implica una struttura iniziatica da cui non si può prescindere.
La Comunione non è un ente associativo privato, il massone è un iniziato, non un semplice associato ad una struttura organizzativa profana, così come la loggia non è un semplice circolo di compagnia.
Tali semplici ed ovvie considerazioni, che ribadiamo, prima di tutto, dinanzi al nostro foro interiore, rendono la nostra Istituzione essenzialmente diversa dalle altre organizzazioni profane, tanto da richiedere un apparato normativo aderente a tale peculiare natura.
Compito della normativa massonica è quello di predisporre tutti i meccanismi per il migliore funzionamento, anche amministrativo, della Comunione, funzionamento che deve essere comunque conforme ai Principi di Armonia, Fratellanza, Giustizia ed Eguaglianza, pietre inamovibili su cui si edifica la nostra Istituzione.
Risulta, allora, davvero iniquo e incomprensibile introdurre, nel sistema normativo massonico, un apparato sanzionatorio come quello proposto nella riforma che abbiamo sinteticamente esaminato: ci ha colpito, in particolare, la previsione della nuova sanzione della multa pecuniaria, e soprattutto gli effetti, a cui il libero muratore non potrebbe opporsi in alcun modo, che il mancato pagamento di tale sanzione inevitabilmente produrrebbe.
A nostro modo di vedere, inoltre, appare chiaro come la proposta di riforma sia formulata in contrasto con i principi, espressi dall’art. 63 della Costituzione e che fondano la Giustizia Massonica, secondo cui quest’ultima deve essere ispirata a sentimenti di fraternità ed equità, di cui il diritto al contraddittorio e all’esercizio di difesa costituisce un elemento irrinunciabile del libero muratore sottoposto a procedimento disciplinare, come peraltro statuito dall’art. 62 della Costituzione.
Questa proposta di riforma, a nostro sommesso parere, introdurrebbe, se approvata, elementi di iniquità ed ingiustizia che rappresenterebbero, se introdotti, pericolosi elementi di destabilizzazione nei delicati meccanismi che regolano il funzionamento della nostra amata Istituzione.
Ci si permetta, infine, un’ultima considerazione: se non ci muovessimo in un ambito massonico e, dunque, iniziatico, e si stesse riflettendo sul caso che simili proposte di modifica della “carta fondamentale” riguardino la vita di un ente associativo profano, non sarebbe peregrino ipotizzare che tali strategie riformatrici rappresentino, nella loro intima natura, i primi passi nella costruzione di un efficace sistema normativo-repressivo-sanzionatorio, finalizzato a ridurre al silenzio, per via legale, fiaccandone la resistenza, un dissenso mal digerito.
Quest’ultima tuttavia, non è che una ipotesi di scuola, che non può trovare alcuna aderenza in ambito massonico, poiché i metalli non possono orientare l’animo e la condotta di un libero muratore.

La risicata vittoria elettorale conseguita da Raffi nel 2009, che ha avuto per effetto di portarlo alla terza gran maestranza consecutiva grazie ad una maggioranza relativa del 42,76% dei voti validi, ha dato il via ad una gestione debole perché sostanzialmente minoritaria ed ulteriormente indebolita da persistenti dubbi circa la stessa legittimità della ricandidabilità di Raffi a questa gran maestranza, che hanno portato ad un giudizio tuttora pendente di fronte al Giudice ordinario.
Inoltre, l’abuso del provvedimento d’espulsione per eliminare oppositori sgraditi ha determinato ripetutamente gli espulsi a ricorrere al Giudice ordinario, con clamorose smentite all’operato della cosiddetta giustizia massonica.
Infine, anche l’abuso di un provvedimento extrastatutario quale il commissariamento, adottabile in via straordinaria per sopperire a carenze o a vuoti di potere a livello delle dirigenze locali ma non certo impiegabile per sopprimere sic et simpliciter Consigli d’Oriente o Collegi Circoscrizionali sol perché espressione di componenti diverse da quella “governativa” o non allineate ai suoi voleri, ha del pari finito per provocare l’inevitabile ricorso alla Magistratura ordinaria, con il risultato di rendere ormai improponibile il ricorso allo strumento in questione.
Ora, perché mai questo crescente ricorso dei Fratelli del G.O.I. alla Magistratura ordinaria, laddove il complesso regolamentare della stessa Obbedienza prevede dettagliatamente un percorso disciplinare interno incentrato su Tribunali Circoscrizionali a livello periferico e sulla Corte Centrale a livello nazionale?
Molto semplicemente in quanto la cosiddetta giustizia massonica è diffusamente considerata come non affidabile perché del tutto asservita, almeno nella sua articolazione centrale (Corte Centrale), ai voleri del Gran Maestro e della Giunta e, quindi, funzionale alla sua politica.
Né altrimenti potrebbe essere, stante che l’elezione della cosiddetta giustizia, effettuata con il sistema delle liste bloccate, viene organizzata sia localmente (Collegi) sia in Gran Loggia sulla base di una lista “governativa”, selezionata sulla base della provata fedeltà al Capo. Non è detto che soltanto i “governativi” vengano eletti, però è un fatto che soprattutto a livello di Corte Centrale mediante altra elezione interna a lista bloccata soltanto i “governativi” sono ulteriormente selezionati come giudici effettivi, mentre gli altri devono accontentarsi di essere supplenti, e cioè di non venire mai chiamati a far parte dell’organo giudicante.
Se in qualche caso avviene, come attualmente nel Lazio, che il Tribunale Circoscrizionale non sia composto di giudici di sicura fede “governativa”, allora l’incolpato di fede governativa ha soltanto l’incomodo di ricusare il Tribunale e di chiedere l’avocazione del procedimento presso la Corte Centrale per avere la garanzia dell’assoluzione. Per contro, l’incolpato “dissidente”, qualora la scampi con formula assolutoria presso il Tribunale Circoscrizionale, può star certo di essere condannato in secondo grado di giudizio presso la Corte Centrale.
Queste le ragioni, semplici e di tutta evidenza, della crisi della cosiddetta giustizia massonica. E’ in crisi perché è di parte, ed è di parte perché così la si è voluta e la si vuole: un instrumentum regni, anzi tyranniae, al servizio del Gran Maestro e della Giunta. Un puntello irrinunciabile per tenere in piedi una Giunta barcollante e per assicurare sopravvivenza al sempre più decrepito Mubarak del G.O.I.
Invece di profanizzare ancora di più un Ordine iniziatico, già tanto profanizzato dalle “riforme” elettorali mutuate dall’ordinamento politico profano, andando a copiare le multe pecuniarie dell’ordinamento sportivo, Raffi e soci pensassero piuttosto a restituire credibilità e attendibilità a quella che attualmente si può definire soltanto come Ingiustizia Massonica, svincolandone la selezione e il funzionamento dalla sudditanza alla Giunta. Ma questa, che sarebbe l’unica strada percorribile per disincentivare il ricorso alla Magistratura ordinaria, è per l’appunto quella che gli attuali okkupanti la Villa del Vascello si rifiutano, e pour cause, d’imboccare.

Passaggio di stelle

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( Articolo Condiviso )

Jacques Sénelier – Albertine Sarrazin
Nata nel 1937 da genitori sconosciuti e adottata due anni più tardi da una coppia con cui entra ben presto in conflitto, Albertine Damien diventerà legalmente Anne-Marie Renoux nel 1941. Alunna eccellente ma ribelle, la ragazzina vagabonda, campa di espedienti, viene rinchiusa in riformatorio, evade, va a Parigi dove nel 1953 conduce per un breve periodo una vita di eccessi assieme all’amica del cuore Emilienne. Le due ragazze vengono arrestate per una rapina e Anne-Marie Renoux è condannata a 7 anni di carcere. Riesce ad evadere di nuovo, si ferisce e viene raccolta da un piccolo ladro, Julien Sarrazin, di cui si innamora e che sposa. Per alcuni anni i due entrano ed escono dal carcere. Da sempre appassionata di scrittura, fra il 1965 e il 1966 pubblica sotto il nome di Albertine Sarrazin tre romanzi autobiografici che le daranno grande fama. Salutata come la Jean Genet femminile, Albertine Sarrazin non potrà però godere di questo successo. Morirà nel 1967 nel corso di una operazione chirurgica, vittima di negligenza medica.
Ma all’avventura vissuta nel 1953 delle due adolescenti scappate dal riformatorio non si era interessata solo la cronaca nera. Nella circostanza della loro condanna in tribunale, il poeta surrealista Jacques Sénelier ne scrisse l’apologia in un articolo apparso sulla rivista Le Surréalisme, même. È il testo che qui presentiamo, seguito da alcune poesie scritte in quei giorni in carcere dalla futura Albertine Sarrazin.
***

Passaggio di stelle

Due adolescenti hanno vissuto per sei settimane dell’anno 1953 una avventura eccezionale che non si può circoscrivere nei limiti ristretti di un volgare fatto di cronaca nera. Per procurarsi delle risorse, Anne-Marie R. (sedici anni) ed Emilienne G. (diciassette anni) il 18 dicembre 1953 aggrediscono ferendola la proprietaria di un negozio di  abbigliamento (1). Poiché per fastidiosa circostanza la cassa è vuota, come bottino porteranno via solo un tailleur e un mantello. Saranno arrestate tre giorni dopo nel corso di una retata a Pigalle. Avendo trascorso due anni nella prigione di Fresnes, le due ragazze sono appena comparse, il 22 novembre, davanti alla Corte di Assise per minori, che presiede a porte chiuse. Anne-Marie ed Emilienne sono condannate rispettivamente a sette e cinque anni di reclusione.
Anne-Marie ed Emilienne si incontrano in una «casa di rieducazione sorvegliata», l’istituto del Buon-Pastore, a Marsiglia, il 21 novembre 1952. Presto unite da intima amicizia, decidono di evadere per vivere libere insieme. Anne-Marie dice all’amica: «Qualsiasi cosa accada, ci ritroveremo il 1 novembre 1953, a mezzanotte, davanti all’Obelisco de la Concorde». Anne-Marie, che sta preparando la prima fase della maturità (2), riesce ad evadere la sera dell’esame orale e arriva a Parigi il 31 luglio 1953. Dovendo sopravvivere, conosce presto i quartieri che le faranno perdere e guadagnare la vita. Nel quaderno verde che funge da diario, scrive: «Non saprei descrivere molto bene come ho passato la mia prima settimana, tutta sola nella città. Certo, sono andata a letto con un po’ di tipi e ho avuto non poche avventure, ma quella non ero io. È la lotta per la vita, la messa a profitto dell’idiozia e della bestiale sensualità degli uomini. Almeno in questo, Parigi non è diversa da altri luoghi. Non ho voluto seguire nessuno perché non ne avevo l’interesse. Volevo stare sola, per farmi una impressione del tutto personale e spontanea di ciò che vedevo» (3).
Alla data e all’ora previste, Emilienne si trova ai piedi dell’Obelisco. È scappata dalla casa di rieducazione sorvegliata di Han-sur-Seille (Meurthe-et-Moselle), dove era stata trasferita. In un elegante albergo della rue Lauriston, Emilienne e Anne-Marie si registrano sotto falso nome. Lo scenario della loro vita disordinata ed esaltante sarà adesso costituito dagli alberghi sordidi del boulevard Sébastopol, dai corridoi bianchi di Saint-Lazare, dalle «gabbie» dei commissariati dove finiscono le ragazze nelle sere delle retate, e da cui possono uscire senza problemi grazie ai documenti falsi che le invecchiano. Le due compagne, che sembrano essere scaturite piene di ardore dalla mente di Sade, sprofondano nell’avvilimento, con rabbia disperata. La loro turpitudine assumerà una forma intellettuale e raffinata (4), mentre frequentano gallerie d’arte e biblioteche, e leggono le opere di Baudelaire e Rimbaud. Nessuna intenzione di installarsi — come succede alla maggior parte degli oziosi — nella sicurezza miserabile di una volgarità in cui abbandonarsi alle costrizioni mostruose e asfissianti della «vita pratica». Al contrario, di fronte alla passività generale e all’addomesticamento che regna nella quasi totalità della gioventù, Anne-Marie e Emilienne sfuggono alla «vertigine». Lungi dal cercare una evasione nel vizio che sarebbe solo un nuovo asservimento, desideranosolo essere libere, perdutamente. Questa libertà estrema e naturale, questa irriverenza verso tutte le opinioni e gli usi convenzionali si manifestano nelle due adolescenti in una inclinazione per la farsa, per lo scherzo cosiddetto «di cattivo gusto» e per la mistificazione spinta fino all’oltraggio. Il quaderno verde di Anne-Marie descrive con humour acerbo le circostanze delle loro distrazioni. Le loro esperienze, le loro ribellioni, i loro disgusti, il loro assoggettamento da ragazze di piacere vi sono minuziosamente annotati. Attraverso la sovversione senza misura che esplode zampillando crepitanti scintille, quel «segno di vita» esemplare sembra l’eco ripetuta e ovattata del più tenebroso e illuminante naufrago di tutti i secoli, Lautréamont: «Ho fatto un patto con la prostituzione al fine di seminare il disordine nelle famiglie».
Di notte, Anne-Marie e Emilienne sono alle Ternes, a Pigalle, alla Madeleine. Di giorno, fanno lunghe passeggiate ai bordi della Senna, nei giardinetti, sulle piazze pubbliche, trasfigurando la banalità quotidiana in meraviglioso: «Martedì 3 novembre: sui lungosenna, simulacro di annegamento che fa accorrere due salvatori improvvisati, giovani studenti. Progettiamo di scavalcare il muro del Père-Lachaise per depredare i cadaveri. Sapore di omicidio nei Portici della rue de Rivoli» (magari davanti alle boutique?). «5 novembre: approfittiamo dei nostri fondi per lanciare un appello telefonico a Marsiglia. Vogliamo solo procurare degli incubi a Madre X… di Santa-Teresa d’Avila. A Clichy, simuliamo l’arrivo della polizia presso i barboni dormiglioni in una buca del metrò».
Nel corso della ricostruzione dell’aggressione, le due «indesiderabili» manterranno lo stesso atteggiamento magnifico di orgoglio e cinismo. Al giudice istruttore, Anne-Marie dichiara imperturbabile: «Non ho ancora avuto il tempo di avere dei rimorsi, ma se un giorno ne avessi non mancherò di farvelo sapere». Nell’ultima pagina del quaderno, una constatazione: «Ricapitolando, abbiamo conosciuto tutto ciò che si può chiamare vivere: emozioni forti, piaceri, caso, denaro, miseria, pene, noia. Qui, tutto il pittoresco — la bellezza della nostra doppia vita, quell’aspra lotta per il pane che sta in basso, ai nostri occhi e ancor più a quelli del mondo — perverso e poco comprensivo. Noi siamo due ed è questa la felicità. La felicità si limita a noi due. Trentatré anni in due e la libertà fondamentale tanto desiderata».
Gli educatori specializzati in adolescenza delinquenziale e nei suoi problemi avranno un bel «dedicarsi a questo caso interessante», sappiamo tutti che la morale a venire giace in potenza nella depravazione dei costumi e che il primo auspicio del Surrealismo, lungi dall’essere esaudito, diventa ogni giorno più divorante: bisogna demoralizzare. Con la sfida lanciata agli immensi inganni di una società fatta di «materia plastica», la presente testimonianza basta a se stessa. In un momento spettrale come questo, in cui le ultime foglie morte finiscono di cadere, e gli individui raggomitolati come lumache si abbandonano già al sonno invernale, c’è forse da ricordare ancora una volta che la realtà del nostro mondo in decomposizione può essere ritrovata solo ricreandola senza sosta a nostra misura? In queste due figure di donne «perdute», nella loro scia di luce nera, si condensa per noi l’immagine folgorante delle autentiche aspirazioni del nostro tempo.
(1) France-Dimanche n. 383 del 27 novembre 1953; Le Parisien Libéré, 19 e 22 dicembre 1953, 22 e 23 novembre 1955; France-Soir, 23 e 25 dicembre 1953.
(2) Dove, per colmo dell’ironia, sarà promossa qualche giorno prima del processo con la menzione «Buono».
(3) Più tardi Anne-Marie spiegherà l’attrazione che esercitava su di lei «l’ambiente»: «il solo ad essere sincero e vero, quindi giusto; adoro gli uomini che vi si incontrano, tigri affascinanti, e le donne assetate di sangue e di alcool».
(4) Anne-Marie scrive poesie erotiche.
Jacques Sénelier, 20 novembre 1955
[Le Surréalisme, même, n. 1, ottobre 1956]

Poesie

Là l’orgasmo del jazz è come un’agonia
L’alcool brucia
Più del sole in cielo
Cielo di bar nella pioggia
Grido di jazz spasmo
Orgasmo
Stanche e assenti in passato
Amica mia amica mia
Tiravamo tardi di locale in locale
Tu ed io
La sola parola composta
Che ci ha fatto questa vita
Mentre ce ne sono state tante altre
Per amarci
Non è da sette anni è da migliaia di anni
L’amicizia dura quanto questa agonia
Del jazz
Fra gli ottoni e l’oro intrecciati
Dove lucente risplende
Il palladio
Del sax del bacio
Amica mia amore mio
Dove trasciniamo la vita
Fra coloro che non hanno capito
Perché credono nella morte
E nella sua vanità
Se ho ferito se ho ucciso
Perdonatemi
Un bambino si crea in nove mesi
Un’anima pure
Ma non un’anima a quattro piedi
L’intuizione del divenire
Si annoda a questo fumo
Nel bicchiere vuoto dei nostri sguardi
Da noi sole amati
(Fresnes, 1955)
*
Sogno del 7 aprile
Gli uomini mi hanno condannata
A rimanere lontana da loro
Nella calma mi hanno rinchiusa
Da sola
Con la vergine
Col cero
E il gancio
Meno potente che simbolico
Con cui la mia porta viene chiusa
La religiosa
Mi ha bucato la mano con quel gancio
Simbolicamente
Io sogno verso colui
Dal quale mi hanno allontanata
Per lui ho rovesciato i cassetti
Del ricordo
Dell’avvenire
Del ritornare
L’uomo è tornato
Ha considerato infantile la mia rivolta
E anche lui si è voltato
Sono salita per le scale insanguinate
Ancora nuda sotto la veste nera
Mia madre per la prima volta sorrideva
E la ragazza levatasi mi raccontava la sua storia
Ormai ero
Caduta sulla terra
Rifiutata in cielo
Si è tirata fuori tutta la mia corrispondenza d’infanzia
Tutto quel magico
Tutta quell’amicizia
Tutto quel profanato
Ho fatto male ai bambini
Con quella corrispondenza d’infanzia
E mi sono rinchiusa
Né l’amore
Né l’amante
Né l’amico
Vengono a liberarmi
La metà di me che si aggira attorno ai muri
Mi prende per mano
E supera il burrone
E si arrampica lungo le frontiere d’Europa
Allora sette spari fanno esplodere il sogno
(Fresnes, 1955)
**
«Un certo Blaise Pascal, ecc., ecc.»
(Prévert, Le Parigi stupide)
Questa sera andrò a dormire
Nell’eterno
Il buon sonno di quelli che hanno infine capito
Che non c’è riposo se il tempo non si ferma
Sono fuggita da ogni pensiero
E tuttavia sono
Non posso diventare il bel meccanismo
Promesso dal mio corpo e dalle mie mani e dalle mie azioni
E piango di terrore davanti al giorno che viene
L’animale
Dorme felice finché non ha imparato
Che il sole è ghiaccio
L’amicizia quel grido
Che si lancia a se stessi
Che il diritto e il rovescio sono due
La stessa cosa umana
Dormire
Dormirò senza fine fra la terra amata
Calda terra dove il cuore si crea altro
E non lo sa
Io che da così tanto tempo ho perduto
Il ricordo dell’acqua
Fredda e viva
Essere un corpo scaraventato di roccia in roccia
E per ritrovarsi nelle notti in cui ci si amava
Dormire infine senza brutti sogni
Senza risvegli monotoni e senza rumore e senza urla
Ho troppo detestato
Ho troppo voluto e vorrei
Strapparmi il cervello
Gettarlo in un angolo
Essendo stato il povero strumento
Come il vecchio attrezzo all’ombra abbandonato
Come il bambino crudele non ancora nato
A riposare vado
Nelle viscere delle potenti tenebre
Fondermi in altre notti benedette
Essere notte
Non essere più nulla
Due date di pietra
In mille cimiteri
(Fresnes, 1954-55)
***
Sono mesi che ascolto
Le notti e i minuti cadere
E i camion dileguarsi
A gran velocità sulla strada
E brontolare la felice dormiente
E i vermi divorare la prigione
Primavere estati autunni inverni
Per me non hanno alcuna ninnananna
Perché sono inutile e bella
In questo letto dove non si è che uno
Stanca della mia pelle senza profumo
Che fa sbiadire questa ombra crudele
La notte stride e accartoccia cose
Attraverso il vetro che ho rotto
Dove precipita l’aria del passato
Vorticando in mille pose
È il lenzuolo fresco il disegno vezzoso
Che lambisce i muri della camera mortuaria
È la voce materna una sera
in cui si gridava febbricitanti
Il grande gioco fra amante e amante
È stato peggiore di quello
Eppure è lui a restare
Perché io sono nuda e senza carezze
Ma voglio dormire
Questo annulla
I precedenti
Ah evadere
Nei papaveri
Non contare più
I passi di cella in cella
(Fresnes, 1954-55)