Passaggio di stelle

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( Articolo Condiviso )

Jacques Sénelier – Albertine Sarrazin
Nata nel 1937 da genitori sconosciuti e adottata due anni più tardi da una coppia con cui entra ben presto in conflitto, Albertine Damien diventerà legalmente Anne-Marie Renoux nel 1941. Alunna eccellente ma ribelle, la ragazzina vagabonda, campa di espedienti, viene rinchiusa in riformatorio, evade, va a Parigi dove nel 1953 conduce per un breve periodo una vita di eccessi assieme all’amica del cuore Emilienne. Le due ragazze vengono arrestate per una rapina e Anne-Marie Renoux è condannata a 7 anni di carcere. Riesce ad evadere di nuovo, si ferisce e viene raccolta da un piccolo ladro, Julien Sarrazin, di cui si innamora e che sposa. Per alcuni anni i due entrano ed escono dal carcere. Da sempre appassionata di scrittura, fra il 1965 e il 1966 pubblica sotto il nome di Albertine Sarrazin tre romanzi autobiografici che le daranno grande fama. Salutata come la Jean Genet femminile, Albertine Sarrazin non potrà però godere di questo successo. Morirà nel 1967 nel corso di una operazione chirurgica, vittima di negligenza medica.
Ma all’avventura vissuta nel 1953 delle due adolescenti scappate dal riformatorio non si era interessata solo la cronaca nera. Nella circostanza della loro condanna in tribunale, il poeta surrealista Jacques Sénelier ne scrisse l’apologia in un articolo apparso sulla rivista Le Surréalisme, même. È il testo che qui presentiamo, seguito da alcune poesie scritte in quei giorni in carcere dalla futura Albertine Sarrazin.
***

Passaggio di stelle

Due adolescenti hanno vissuto per sei settimane dell’anno 1953 una avventura eccezionale che non si può circoscrivere nei limiti ristretti di un volgare fatto di cronaca nera. Per procurarsi delle risorse, Anne-Marie R. (sedici anni) ed Emilienne G. (diciassette anni) il 18 dicembre 1953 aggrediscono ferendola la proprietaria di un negozio di  abbigliamento (1). Poiché per fastidiosa circostanza la cassa è vuota, come bottino porteranno via solo un tailleur e un mantello. Saranno arrestate tre giorni dopo nel corso di una retata a Pigalle. Avendo trascorso due anni nella prigione di Fresnes, le due ragazze sono appena comparse, il 22 novembre, davanti alla Corte di Assise per minori, che presiede a porte chiuse. Anne-Marie ed Emilienne sono condannate rispettivamente a sette e cinque anni di reclusione.
Anne-Marie ed Emilienne si incontrano in una «casa di rieducazione sorvegliata», l’istituto del Buon-Pastore, a Marsiglia, il 21 novembre 1952. Presto unite da intima amicizia, decidono di evadere per vivere libere insieme. Anne-Marie dice all’amica: «Qualsiasi cosa accada, ci ritroveremo il 1 novembre 1953, a mezzanotte, davanti all’Obelisco de la Concorde». Anne-Marie, che sta preparando la prima fase della maturità (2), riesce ad evadere la sera dell’esame orale e arriva a Parigi il 31 luglio 1953. Dovendo sopravvivere, conosce presto i quartieri che le faranno perdere e guadagnare la vita. Nel quaderno verde che funge da diario, scrive: «Non saprei descrivere molto bene come ho passato la mia prima settimana, tutta sola nella città. Certo, sono andata a letto con un po’ di tipi e ho avuto non poche avventure, ma quella non ero io. È la lotta per la vita, la messa a profitto dell’idiozia e della bestiale sensualità degli uomini. Almeno in questo, Parigi non è diversa da altri luoghi. Non ho voluto seguire nessuno perché non ne avevo l’interesse. Volevo stare sola, per farmi una impressione del tutto personale e spontanea di ciò che vedevo» (3).
Alla data e all’ora previste, Emilienne si trova ai piedi dell’Obelisco. È scappata dalla casa di rieducazione sorvegliata di Han-sur-Seille (Meurthe-et-Moselle), dove era stata trasferita. In un elegante albergo della rue Lauriston, Emilienne e Anne-Marie si registrano sotto falso nome. Lo scenario della loro vita disordinata ed esaltante sarà adesso costituito dagli alberghi sordidi del boulevard Sébastopol, dai corridoi bianchi di Saint-Lazare, dalle «gabbie» dei commissariati dove finiscono le ragazze nelle sere delle retate, e da cui possono uscire senza problemi grazie ai documenti falsi che le invecchiano. Le due compagne, che sembrano essere scaturite piene di ardore dalla mente di Sade, sprofondano nell’avvilimento, con rabbia disperata. La loro turpitudine assumerà una forma intellettuale e raffinata (4), mentre frequentano gallerie d’arte e biblioteche, e leggono le opere di Baudelaire e Rimbaud. Nessuna intenzione di installarsi — come succede alla maggior parte degli oziosi — nella sicurezza miserabile di una volgarità in cui abbandonarsi alle costrizioni mostruose e asfissianti della «vita pratica». Al contrario, di fronte alla passività generale e all’addomesticamento che regna nella quasi totalità della gioventù, Anne-Marie e Emilienne sfuggono alla «vertigine». Lungi dal cercare una evasione nel vizio che sarebbe solo un nuovo asservimento, desideranosolo essere libere, perdutamente. Questa libertà estrema e naturale, questa irriverenza verso tutte le opinioni e gli usi convenzionali si manifestano nelle due adolescenti in una inclinazione per la farsa, per lo scherzo cosiddetto «di cattivo gusto» e per la mistificazione spinta fino all’oltraggio. Il quaderno verde di Anne-Marie descrive con humour acerbo le circostanze delle loro distrazioni. Le loro esperienze, le loro ribellioni, i loro disgusti, il loro assoggettamento da ragazze di piacere vi sono minuziosamente annotati. Attraverso la sovversione senza misura che esplode zampillando crepitanti scintille, quel «segno di vita» esemplare sembra l’eco ripetuta e ovattata del più tenebroso e illuminante naufrago di tutti i secoli, Lautréamont: «Ho fatto un patto con la prostituzione al fine di seminare il disordine nelle famiglie».
Di notte, Anne-Marie e Emilienne sono alle Ternes, a Pigalle, alla Madeleine. Di giorno, fanno lunghe passeggiate ai bordi della Senna, nei giardinetti, sulle piazze pubbliche, trasfigurando la banalità quotidiana in meraviglioso: «Martedì 3 novembre: sui lungosenna, simulacro di annegamento che fa accorrere due salvatori improvvisati, giovani studenti. Progettiamo di scavalcare il muro del Père-Lachaise per depredare i cadaveri. Sapore di omicidio nei Portici della rue de Rivoli» (magari davanti alle boutique?). «5 novembre: approfittiamo dei nostri fondi per lanciare un appello telefonico a Marsiglia. Vogliamo solo procurare degli incubi a Madre X… di Santa-Teresa d’Avila. A Clichy, simuliamo l’arrivo della polizia presso i barboni dormiglioni in una buca del metrò».
Nel corso della ricostruzione dell’aggressione, le due «indesiderabili» manterranno lo stesso atteggiamento magnifico di orgoglio e cinismo. Al giudice istruttore, Anne-Marie dichiara imperturbabile: «Non ho ancora avuto il tempo di avere dei rimorsi, ma se un giorno ne avessi non mancherò di farvelo sapere». Nell’ultima pagina del quaderno, una constatazione: «Ricapitolando, abbiamo conosciuto tutto ciò che si può chiamare vivere: emozioni forti, piaceri, caso, denaro, miseria, pene, noia. Qui, tutto il pittoresco — la bellezza della nostra doppia vita, quell’aspra lotta per il pane che sta in basso, ai nostri occhi e ancor più a quelli del mondo — perverso e poco comprensivo. Noi siamo due ed è questa la felicità. La felicità si limita a noi due. Trentatré anni in due e la libertà fondamentale tanto desiderata».
Gli educatori specializzati in adolescenza delinquenziale e nei suoi problemi avranno un bel «dedicarsi a questo caso interessante», sappiamo tutti che la morale a venire giace in potenza nella depravazione dei costumi e che il primo auspicio del Surrealismo, lungi dall’essere esaudito, diventa ogni giorno più divorante: bisogna demoralizzare. Con la sfida lanciata agli immensi inganni di una società fatta di «materia plastica», la presente testimonianza basta a se stessa. In un momento spettrale come questo, in cui le ultime foglie morte finiscono di cadere, e gli individui raggomitolati come lumache si abbandonano già al sonno invernale, c’è forse da ricordare ancora una volta che la realtà del nostro mondo in decomposizione può essere ritrovata solo ricreandola senza sosta a nostra misura? In queste due figure di donne «perdute», nella loro scia di luce nera, si condensa per noi l’immagine folgorante delle autentiche aspirazioni del nostro tempo.
(1) France-Dimanche n. 383 del 27 novembre 1953; Le Parisien Libéré, 19 e 22 dicembre 1953, 22 e 23 novembre 1955; France-Soir, 23 e 25 dicembre 1953.
(2) Dove, per colmo dell’ironia, sarà promossa qualche giorno prima del processo con la menzione «Buono».
(3) Più tardi Anne-Marie spiegherà l’attrazione che esercitava su di lei «l’ambiente»: «il solo ad essere sincero e vero, quindi giusto; adoro gli uomini che vi si incontrano, tigri affascinanti, e le donne assetate di sangue e di alcool».
(4) Anne-Marie scrive poesie erotiche.
Jacques Sénelier, 20 novembre 1955
[Le Surréalisme, même, n. 1, ottobre 1956]

Poesie

Là l’orgasmo del jazz è come un’agonia
L’alcool brucia
Più del sole in cielo
Cielo di bar nella pioggia
Grido di jazz spasmo
Orgasmo
Stanche e assenti in passato
Amica mia amica mia
Tiravamo tardi di locale in locale
Tu ed io
La sola parola composta
Che ci ha fatto questa vita
Mentre ce ne sono state tante altre
Per amarci
Non è da sette anni è da migliaia di anni
L’amicizia dura quanto questa agonia
Del jazz
Fra gli ottoni e l’oro intrecciati
Dove lucente risplende
Il palladio
Del sax del bacio
Amica mia amore mio
Dove trasciniamo la vita
Fra coloro che non hanno capito
Perché credono nella morte
E nella sua vanità
Se ho ferito se ho ucciso
Perdonatemi
Un bambino si crea in nove mesi
Un’anima pure
Ma non un’anima a quattro piedi
L’intuizione del divenire
Si annoda a questo fumo
Nel bicchiere vuoto dei nostri sguardi
Da noi sole amati
(Fresnes, 1955)
*
Sogno del 7 aprile
Gli uomini mi hanno condannata
A rimanere lontana da loro
Nella calma mi hanno rinchiusa
Da sola
Con la vergine
Col cero
E il gancio
Meno potente che simbolico
Con cui la mia porta viene chiusa
La religiosa
Mi ha bucato la mano con quel gancio
Simbolicamente
Io sogno verso colui
Dal quale mi hanno allontanata
Per lui ho rovesciato i cassetti
Del ricordo
Dell’avvenire
Del ritornare
L’uomo è tornato
Ha considerato infantile la mia rivolta
E anche lui si è voltato
Sono salita per le scale insanguinate
Ancora nuda sotto la veste nera
Mia madre per la prima volta sorrideva
E la ragazza levatasi mi raccontava la sua storia
Ormai ero
Caduta sulla terra
Rifiutata in cielo
Si è tirata fuori tutta la mia corrispondenza d’infanzia
Tutto quel magico
Tutta quell’amicizia
Tutto quel profanato
Ho fatto male ai bambini
Con quella corrispondenza d’infanzia
E mi sono rinchiusa
Né l’amore
Né l’amante
Né l’amico
Vengono a liberarmi
La metà di me che si aggira attorno ai muri
Mi prende per mano
E supera il burrone
E si arrampica lungo le frontiere d’Europa
Allora sette spari fanno esplodere il sogno
(Fresnes, 1955)
**
«Un certo Blaise Pascal, ecc., ecc.»
(Prévert, Le Parigi stupide)
Questa sera andrò a dormire
Nell’eterno
Il buon sonno di quelli che hanno infine capito
Che non c’è riposo se il tempo non si ferma
Sono fuggita da ogni pensiero
E tuttavia sono
Non posso diventare il bel meccanismo
Promesso dal mio corpo e dalle mie mani e dalle mie azioni
E piango di terrore davanti al giorno che viene
L’animale
Dorme felice finché non ha imparato
Che il sole è ghiaccio
L’amicizia quel grido
Che si lancia a se stessi
Che il diritto e il rovescio sono due
La stessa cosa umana
Dormire
Dormirò senza fine fra la terra amata
Calda terra dove il cuore si crea altro
E non lo sa
Io che da così tanto tempo ho perduto
Il ricordo dell’acqua
Fredda e viva
Essere un corpo scaraventato di roccia in roccia
E per ritrovarsi nelle notti in cui ci si amava
Dormire infine senza brutti sogni
Senza risvegli monotoni e senza rumore e senza urla
Ho troppo detestato
Ho troppo voluto e vorrei
Strapparmi il cervello
Gettarlo in un angolo
Essendo stato il povero strumento
Come il vecchio attrezzo all’ombra abbandonato
Come il bambino crudele non ancora nato
A riposare vado
Nelle viscere delle potenti tenebre
Fondermi in altre notti benedette
Essere notte
Non essere più nulla
Due date di pietra
In mille cimiteri
(Fresnes, 1954-55)
***
Sono mesi che ascolto
Le notti e i minuti cadere
E i camion dileguarsi
A gran velocità sulla strada
E brontolare la felice dormiente
E i vermi divorare la prigione
Primavere estati autunni inverni
Per me non hanno alcuna ninnananna
Perché sono inutile e bella
In questo letto dove non si è che uno
Stanca della mia pelle senza profumo
Che fa sbiadire questa ombra crudele
La notte stride e accartoccia cose
Attraverso il vetro che ho rotto
Dove precipita l’aria del passato
Vorticando in mille pose
È il lenzuolo fresco il disegno vezzoso
Che lambisce i muri della camera mortuaria
È la voce materna una sera
in cui si gridava febbricitanti
Il grande gioco fra amante e amante
È stato peggiore di quello
Eppure è lui a restare
Perché io sono nuda e senza carezze
Ma voglio dormire
Questo annulla
I precedenti
Ah evadere
Nei papaveri
Non contare più
I passi di cella in cella
(Fresnes, 1954-55)
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Pubblicato il 4 febbraio 2016, in informazione e cultura con tag . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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