Dalla bella guerra alla guerra totale

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( Articolo Condiviso )

André Prudhommeaux
Alla metà del secolo XVIII, nonostante quello che certi storici prigionieri di miti retrospettivi hanno scritto, la guerra nazionale non esisteva ancora. Mentre trenta o quaranta mila mercenari di tutti i paesi si misuravano in campi chiusi per il Re di Francia, di Prussia o di Inghilterra, i veri inglesi, prussiani e francesi viaggiavano, discutevano, commerciavano liberamente e si preoccupavano pochissimo dell’esito delle operazioni. La guerra non cambiava niente alle abitudini ed ai costumi delle popolazioni delle quali qualche dinastia essenzialmente europea si contendeva la fedeltà; non aveva nessuna influenza sulla proprietà privata, poiché le frontiere restavano aperte in pace come in guerra; e quanto agli uomini armati che passavano la loro esistenza senza far niente, nella dissolutezza, in attesa di difendere i colori dei reggimento in un incontro storico, in caso di gravi disgrazie avevano assicurata una pensione all’Hotel degli Invalidi.
Era la «bella guerra», per quel tanto che la guerra può essere bella.
Era, in tutti i casi, la guerra nelle forme cavalleresche e sapienti, con pizzi e cappello a piume, non all’ultimo sangue ma al primo, e che aveva molto cura della vita e dei beni dei civili.
Nel XV secolo, i Condottieri italiani facevano ancora meglio; davano delle battaglie con dei campioni (svizzeri, tedeschi o croati) in belle armature ed erano così abili nel cadere da cavallo a terra che questi tornei erano nello stesso tempo più rimuneratori e meno crudeli delle nostre partite di rugby. Inoltre, per convenzione reciproca, gli eserciti non entravano mai nelle città italiane, amiche o avversarie, che mantenevano i «barbari» a distanza — almeno fino all’invasione dei francesi.
Pieno di sangue e di vita, l’italiano del rinascimento era pronto a risolvere una questione individuale, ma non concepiva la necessità di morire per una questione altrui. Per trovare un popolo tanto antimilitarista, bisogna oggi arrivare in Germania, dove il 70 per cento della gioventù si dichiara ostile al servizio militare ed a tutte le forme di intruppamento comandate, in una direzione gloriosamente sconosciuta.
Bisogna dire che è alla Rivoluzione Francese che spetta il merito di avere introdotto in Europa questo ritorno massiccio al nomadismo armato della tribù primitiva che implica l’obbligo individuale, personale, la leva in massa, la carica in colonne profonde, la carneficina senza premio e il furto in permanenza, l’esaltazione arrabbiata del sentimento nazionale e del fanatismo ideologico. Estensione della guerra civile incominciata in passato nel 1789, estensione generale del terrore dopo il prologo solenne del massacro di Settembre — le guerre epiche della Rivoluzione e dell’Impero sono state le prime applicazioni moderne del principio dello sterminio di un nemico considerato come incarnazione terrestre del male, mentre la politica militare classica concepiva la guerra come l’urto di due volontà ugualmente legittime nella loro essenza, anche se contraddittorie nel loro effetto.
Questo principio dello sterminio moralizzatore è essenzialmente democratico, perché la democrazia non vede altra ragione di versare il sangue che quella di volere annientare il male sulla terra, e così essa è pronta per questo a tutti i sacrifici, una volta che il male è ben localizzato dalla propaganda nella persona di aggressori per definizione, la cui viltà e crudeltà non hanno niente di umano.
«Udite voi nelle nostre campagne
ruggire questi feroci soldati?
Essi vengono fin nelle nostre braccia
sgozzare i nostri figli, le nostre compagne»
In realtà, i soldati di Brunswick non venivano a sgozzare le donne ed i bambini dei federati marsigliesi, ma erano incaricati di sostenere con una semplice «passeggiata militare» la pressione diplomatica del Re di Prussia nel senso delicato di riconfermare sul trono quello stesso Luigi XVI che gli aveva dichiarato guerra in nome della Nazione francese. A Valmy, avendo incontrato i «ciabattini» dei generali francesi Dumouriez e Kellermann, ed avendo constatato che le minacce a distanza non avevano presa sulle truppe per metà composta di giovani coscritti, continuarono il loro cammino senza aggravare con una vera battaglia la «pacificazione» già ben compromessa dalle fanfaronate sanguinarie delle due parti.
Brunswick, infatti, aveva parlato di distruggere Parigi, mentre i parigini si vantavano già di andare a cercare il Re di Prussia per sospenderlo ad una delle loro lanterne. Al punto in cui stavano le cose non c’era nessun mezzo per arrestarsi.
Dato che Brunswick non aveva distrutto Parigi, Dumouriez e Kellermann dovevano andare a Berlino per «condurre il Re di Prussia in una gabbia» (così si esprimevano i giornali). Nel 1914 la stessa gabbia doveva servire per condurre l’Imperatore della Germania, Guglielmo II, il Kronprinz e l’Imperatore d’Austria, Francesco Giuseppe. Non erano tutti e tre quasi dello stesso paese e della stessa razza di Maria Antonietta, essa stessa parente di un alleato del duca di Brunswick?
«Madame Veto aveva promesso
di fare sgozzare tutta Parigi (bis)
Ma il colpo è fallito
grazie ai nostri cannonieri;
si è tagliata la testa
viva il suono, viva il suono
si è tagliata la testa
viva il suono del cannone»
Infatti, i tedeschi non hanno mai «distrutto» né fatto sgozzare tutta Parigi (anche se l’occasione non è loro mancata) ed i parigini non hanno, neppure essi, avuto il piacere di disturbare i grandi criminali di guerra, come essi promettevano, in una gabbia installata in Piazza della Concordia. (La cosa è avvenuta a Norimberga e molto più discretamente). Ciò prova che la guerra totale non è ancora di questo mondo, sebbene il suo principio abbia fatto enormi progressi dopo il 1792.
Bertrand Russell (che durante la prima guerra mondiale fu un «tedescofilo» esecrato dai buoni patrioti) ha creduto, negli anni seguenti, all’esistenza obiettiva d’un dilemma assoluto; o guerra totale o nessuna guerra. La guerra totale, a gas e batteriologica, gli pareva non comportasse nessuna parata, e ne ha concluso che tutte le «misure difensive» erano ormai vane e senza scopo. L’umanità perirebbe interamentese ci fosse una guerra. Ed in queste condizioni, la guerra era non soltanto criminale, ma storicamente impossibile.
Si sa che gli avvenimenti non hanno dato ragione a Bertrand Russell. La guerra totale non è stata guerra a gas e batteriologica, benché ci sia stato alla testa dell’esercito tedesco un pazzo perfettamente capace di distruggere l’umanità.
La guerra mondiale n. 2 è soprattutto costata più cara di qualsiasi altra guerra per la ragione che l’efficacia micidiale delle armi è in ragione inversa della loro complessità tecnica. Con una scure di selce uccidere un uomo costa qualche franco, con un proiettile telecomandato, con radar e controllo elettronico, costa qualche decina di milioni. Ci furono molti morti tra il 1939 e il 1945 ma le cifre dei morti si spiega in gran parte con i metodi non guerrieri ed assolutamente gratuiti di sterminio che sono le epidemie spontanee, le conseguenze naturali del lavoro forzato, unito alla denutrizione ed alla lotta individuale o collettiva per la sopravvivenza, le epurazioni per mezzo delle camere a gas, ecc.
Comunque sia, Bertrand Russell ed Albert Einstein sono stati, tra le due guerre, i campioni intellettuali del pacifismo integrale. Durante la guerra mondiale, hanno invece portato ai nemici della Germania il concorso della loro intelligenza, l’uno su un piano di propaganda e l’altro su quello della preparazione delle armi atomiche. Il destino del popolo ebreo non è estraneo a questa delusione. Comunque sia, Albert Einstein è morto e Bertrand Russell è Lord, il che non ha maggior valore. Ed entrambi hanno lanciato nel mondo questa notizia risucchiata dalla loro comune posizione di una volta: «Davanti all’arma atomica, non parate, non scappatoie possibili. Nessuno sopravviverà ad una terza guerra mondiale ed atomica, la guerra è infine veramente impensabile, definitivamente impossibile, causa l’arma atomica».
Questa volta sarebbe il bene, la pace ad uscire dall’eccesso del male, come è stato promesso agli uomini milioni di volte, ad ogni invenzione distruttrice.
In realtà, niente prova che la guerra sia legata a questo punto alle fatalità del «progresso tecnico». Niente prova neppure che la reazione ad ogni conflitto deve necessariamente trasformare ogni conflitto che scoppia in un punto qualsiasi dell’universo, in conflitto generale ed integrale dei blocchi.
A questo proposito lo spirito geometrico di Lord Russell e del fu Einstein ha qualche cosa di inquietante uguale a quello della stessa bomba. Ecco due uomini pacifici nell’anima, dei quali uno ha lavorato a rendere la guerra impossibile inventando il mezzo di distruzione il più spettacolare possibile che vi sia, e l’altro consegue lo stesso compito stabilendo metodicamente un dossier a proposito delle atrocità naziste, così terribile che l’umanità vi è condannala. Non si può fare a meno, leggendolo, di gridare al fu Einstein: all’opera, fa saltare la terra con il tuo ordigno; è tutto quello che merita la specie che ha prodotto dei mostri simili.
Per mio conto preferisco un po’ meno di rigore scientifico ed un poco più di buon senso. Il buon senso indica che il nostro argomento di ignoranti e d’agnostici deve essere proprio il contrario di quello di questi grandi sapienti.
Voi dite che è impossibile limitare la guerra, tanto sul piano materiale quanto su quello morale, e che deve morire del suo proprio trionfo. Noi diciamo che bisogna limitare la guerra, intiepidirla, raffreddarla, minimizzarla, rifiutarle ogni alimento o aiuto materiale ed intellettuale. Noi diciamo che bisogna isolarla, circondarla di difficoltà […]

 

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Pubblicato il 14 febbraio 2016, in informazione e cultura con tag . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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