Si vis pacem kalashnikov

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( Articolo Condiviso )

Claude Guillon
È un inatteso danno collaterale degli assassini commessi in Francia nel corso del 2015 da fanatici islamisti, un danno — di cui non dubito che alcuni miei amici libertari si rallegreranno come se fosse un progresso morale — che si fa sentire sia negli ambiti radicali, anarchici e autonomi che nella grande stampa borghese.
Voglio parlare del discredito lanciato sull’odio e sulla violenza.
Il «discorso di odio» — strettamente parlando, un sintagma privo di senso — si presume ormai che illustri il colmo della malignità umana, della mostruosità e dell’arretramento verso la barbarie.
Non solo l’assenza di significato subito percepibile — si tratta di uno stimuluse non di un messaggio utile ad una comunicazione razionale e orizzontale — sfida l’analisi, ma inoltre attribuire un senso a questa formula induce meccanicamente a considerare che — un esempio fra mille — il testo di un comunicato dell’associazione industriali sulla precarietà del lavoro non sia un «discorso di odio».
Questo punto merita un attimo di attenzione.
Del cretino, dell’uno o dell’altro genere, chiamato per via delle sue funzioni di portavoce del padronato a interpellare i politici e ad insultare i proletari in tale particolare circostanza, dovremmo dire che odia i suoi interlocutori e quelli colpiti dai suoi insulti?
Certo egli disprezza i primi e, altrettanto sicuramente, soffre con difficoltà l’esistenza dei secondi (di cui comunque non potrebbe fare a meno, e ciò lo irrita).
Ma quei sentimenti egli li riveste — non si può dire che li dissimuli: nessuno è stupido — con una forma di cortesia borghese, che può perpetuarsi solo a condizione che la violenza fisica sia esclusa dalla risposta che riceve.
In altre parole: il porta-parola dei padroni merita di farsi bastonare ogni volta che apre bocca, ma può mantenere la menzogna dei «rapporti pacificati fra partner sociali» e altre ripugnanti stronzate.
Questa stessa menzogna, garantita fisicamente da uomini armati, è un ulteriore insulto alle orecchie di coloro a cui è indirizzata.
Può accadere che le parole del comunicato, scelte con cura da consulenti, non si trasformino in vere sparatorie per strada. Può avvenire anche il contrario. Tutto dipende dalla congiuntura, dal regime e dal livello di intensità della guerra sociale. Per vedervi meno «odio» che nel gesto omicida di un giovane represso sessuale, accecato da deliri religiosi — chiedo scusa per il pleonasmo! l’epoca lo esige — occorre la vista acuta di un pesce che vive a grandi profondità…
Tanto il «risentimento» giustamente deriso da Nietzsche mi sembra un vicolo cieco intellettuale, sinonimo di rancore e di macerazione, tanto l’odio fiammeggiante figura e figurerà — a lungo almeno — fra gli indispensabili lumi della rivolta e dell’azione.
Cosa si presume invochino e alimentino i «discorsi di odio»?
La violenza, per Dio!
Non quella del cinismo politico, del «piano sociale» padronale, delle menzogne dei giornalisti…
NO!
La violenza.
La sporca violenza del pugno in faccia. La violenza del corpo. Quella che fa scorrere lacrime e sangue. Quella che fa pisciare e cagare addosso chi la teme o la prova. La violenza su scala umana. Quella che non ha né ufficio stampa né servizio di sicurezza.
Quella violenza, di cui non sono mai stato un amante feticista (io, obiettore di coscienza), ha una pessima pubblicità — è proprio il caso di dirlo! — fin negli ambienti che frequento, non meno attoniti degli altri per la combinazione di una violenza fanatica religiosa e del suo riflesso, la terrorizzazione democratica spinta fino alla caricatura.
Farò due esempi.
Una decina di anarchici, sicuramente bardati di buone intenzioni, hanno pubblicato a fine gennaio 2016 una «lettera aperta al presidente della Repubblica francese». Desiderando manifestare la loro opposizione alla possibilità prevista nella legge (e allargata) di una «revoca della nazionalità», i firmatari «chiedono» che la nazionalità francese venga revocata anche a loro.
Il testo della lettera è particolarmente interessante dal punto di vista di cui mi sto occupando poiché mescola ad arte elementi di un folclore resistenzialista «violento» (i franchi tiratori partigiani) con altri riferiti alla guerra d’Algeria (una canzone di Boris Vian).
Infatti i firmatari si presentano in testa al loro scritto come «Franchi tiratori Partigiani di una cittadinanza mondiale», ed iniziano la loro lettera con un «signor Presidente, le inviamo una lettera che forse leggerà se ne avrà il tempo».
Poi ritengono utile — e noi non crediamo ai nostri occhi! — offrire alla V Repubblica una lode retrospettiva:
«Siamo nati in questo paese, la Francia, per caso. Non abbiamo scelto né di nascere, né di nascere in Francia. Accade lo stesso a tutti gli esseri umani.
Fino ad oggi questa non-scelta non ci poneva grossi problemi. Poteva andarci peggio.
Tuttavia, già da qualche tempo, fra Notre-Dame-des-Landes e la condanna di sindacalisti al carcere, abbiamo qualche dubbio sulla sua capacità di far immaginare una Francia paese dei diritti umani. Ci concederà di non parlare nemmeno di socialismo.
Con le sue ultime trovate politiche a proposito della revoca del diritto di nazionalità, le cose sono chiare. Sta giocando col fuoco».
Dopo questo appoggio all’insieme della terrorizzazione democratica, dal 1986 al 2016, senza parlare neanche della natura del sistema di cui la Repubblica è solo la messa in forma giuridica (si tratta del ca-pi-ta-lismo, caratterizzato dallo sfruttamento del lavoro umano), i firmatari si dichiarano «in una situazione di insurrezione» (autorizzata dalla costituzione, è vero!).
Ed ecco la conclusione, borisvianesca in chiave soft:
«Signor presidente, avvisate i vostri soldati che noi saremo armati pesantemente con quelle armi di distruzione di massa che sono l’intelligenza, la non-violenza, l’onore e… l’umorismo. E che non esiteremo a sparare! Con queste armi!».
Personalmente non ho nulla contro il senso dell’umorismo. Del resto, alcuni dei miei migliori amici ne sono dotati! Non nasconderò che, io stesso, in certe circostanze estreme…
Quanto all’intelligenza, perché no? Con misura, però…
…E non pensiate, come il più focoso dei guerrieri Mau-Mau, che la cosa vi renda immuni dai proiettili (neanche da quelli di gomma).
Quindi, bambini, siete voi a giocare col fuoco!
Ma abbandoniamo i nostri franchi tiratori da operetta per interessarci a rivoluzionari di ben altra levatura intellettuale. Voglio parlare di Eric Hazan, «fondatore delle Edizioni La Fabrique», grande artigiano della estirpazione della lotta di classe dall’analisi storica e portavoce editoriale del Partito degli Indigeni della Repubblica, e di Julien Coupat, che preferisce definirsi un «indagato per terrorismo».
Ben altra levatura, dicevo: con una rubrica su Libération — per un piccolo scrupolo di comunicazione, Tarnac snobba impietosamente Le Monde —, con citazioni di Kafka e Baudelaire… si sente subito che i due firmatari non hanno gli stessi valori né lo stesso indirizzario dei nostri «Franchi Tiratori Partigiani». È il loro lato gastronomico.
Il testo si intitola «Per un processo destituente: invito al viaggio».
Immagino una piatta dialettica negativa con i «processi costituenti» forse presi a prestito dagli avanzi dell’autonomia universitaria italiana. Tutto ciò va oltre le mie stesse capacità intellettive; non mi soffermo. Inoltre si tratta più di un segno di riconoscimento, di una segnaletica ideologica, che di un argomento confutabile.
Riproduco la conclusione del testo, non senza osservare innanzitutto che il programma ivi enunciato s’incunea ovviamente nel calendario elettorale («abbiamo un anno e mezzo di tempo») con cui si presume rompa:
«Ciò che prepariamo non è una presa d’assalto, ma un continuo movimento di sottrazione, di distruzione accurata, gentile e metodica di ogni politica che plana al di sopra del mondo sensibile».
Quanta gentilezza davvero in questo strano inverno senza palazzi da prendere…
«Accurata, gentile e metodica».
Certo, non ci viene nascosto che si tratta di «distruzione». Eppure, mi fa venire irresistibilmente in mente il lavoro da infermiera.
Ognuno ha i propri fantasmi, mi direte! Ma anche qui, credetemi, c’entra più l’abitudine del paziente che la fantasia dell’erotomane.
È vero, ed è un altro dei miei difetti, non sono affatto un giramondo. Forse è questo che mi trattiene dal sentirmi coinvolto dal gioioso invito dei nostri escursionisti: Andiamo!
Perdonatemi — oppure no — una trivialità che confina con la volgarità: andare dove? con chi? e a fare cosa?
E soprattutto, mi domandavo, con cosa nelle nostre bisacce, cari compagni?
Pistole col tappo, merendine e alessandrini…?
Di fatto, forse abbiamo bisogno anche di tutto ciò. E se pensassi seriamente che è possibile costruire un mondo in cui questi strumenti costituiscano tutto il necessario del viaggiatore, e della viaggiatrice, senza doversi mai servire di un’arma automatica, lo direi qui con piacere e sollievo. Ma non lo credo affatto.
Tanto peggio per chi si sentirà autorizzato da questo testo di vedere in me il duplicato inverso del kamikaze.
Fino a prova contraria, considero irragionevole abbandonare la metafisica (senza dio) ai fanatici, l’odio agli ignoranti, e l’uso delle armi da guerra ai nostri mortali nemici.
Eppure il Diavolo sa che amo viaggiare leggero…
* È inutile che mi seppelliate sotto le mail. Non ignoro che la formula latina originale — ma di cui non si conosce l’origine — è «Si vis pacem para bellum» (Se vuoi la pace prepara la guerra). Ma Parabellum è anche il nome di una pistola (la Luger tedesca). Si potrà pur scegliere la propria arma, no?
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Pubblicato il 19 febbraio 2016, in informazione e cultura con tag . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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