L’anarchia

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( Articolo Condiviso )

Marcel Schwob
I
Dialogo tra Fedone e Cebete
Cebete – Fedone, eri anche tu accanto a Demochole* il giorno in cui venne condotto dalla prigione al supplizio, oppure hai il resoconto di qualcuno?
Fedone – Non ero là, Cebete, perché i magistrati avevano proibito ai discepoli di Demochole di stargli accanto e le guardie stazionavano sulle strade per allontanarci dalla città. Ma Xantos, che era incaricato della sorveglianza della prigione e che del resto è un uomo gentile e giusto, mi ha raccontato esattamente quanto è accaduto.
Cebete – Cosa ha detto Demochole prima di morire e in che modo è morto?  Mi piacerebbe saperlo.
Fedone – Mi sarà facile accontentarti perché rammento le parole esatte di Xantos. Ecco ciò che mi ha raccontato. Prima dell’alba (poiché è usanza che i condannati muoiano al levar del sole) — mi disse — entrai nella prigione e avanzai verso il letto di Demochole, che si era coperto la testa per dormire. Gli battei dolcemente sulla spalla. «Sai cosa vengo ad annunciarti. Addio. Cerca di sopportare con coraggio ciò che è inevitabile». Guardandomi, Demochole rispose: «Sarebbe una disgrazia, amico mio, se il coraggio mi abbandonasse in una simile circostanza. Ma non temere: farò come dici». Nel contempo si mise seduto sul letto e, piegando la gamba da cui gli era appena stata tolta la catena, disse: «Che cosa strana»…
Cebete – Ma, caro mio, non ti stai sbagliando? Non è la morte di Socrate che ci stai raccontando per la seconda volta?
Fedone – Niente affatto, Cebete, sebbene in effetti è possibile che ritrovi nel mio racconto qualche somiglianza. Ma lasciami concludere; poi, se vuoi, esamineremo insieme in cosa differisce il linguaggio di Demochole. Così, in primo luogo, Demochole non stava facendo affatto un discorso sul piacere e sul dolore, a proposito della sua gamba, ma osservava semplicemente che i piedi erano gonfi e che quindi non  poteva indossare le scarpe per camminare fino al luogo del supplizio.
In seguito, continuò Xantos, Demochole si alzò e si vestì sorridendo, senza permettere che lo si aiutasse. «Mi farò bello fra i belli, disse, per questo giorno di festa». Gli venne portata una tazza di acqua fresca. La bevve d’un fiato, si voltò verso quelli che erano là e chiese: «C’è qualcuno fra voi che voglia parlare e discutere con me? Nel nome della Divinità, mai mi sono sentito meglio predisposto a una conversazione filosofica!». Ma i suoi discepoli non gli erano accanto e nessuno poté rispondere. Il servo dei magistrati, uno scita chiamato Teippeleros, gli si avvicinò per ammanettarlo. Demochole, nel vederlo: «Molto bene, amico mio, gli disse; ma cosa devo fare? Spetta a te istruirmi. In effetti si vede che sei abile nella tua arte». Il servo si mantenne in silenzio. «Guardate, disse Demochole, quale onestà in quest’uomo: egli è consapevole della miseria della sua funzione!». Poi aggiunse: «Se fossi un saggio, sarebbe facile per me parlare di progresso e di civiltà. Ma non ho altra scienza che quella di amare gli uomini ed ignoro perché rispettino la Divinità invece di loro stessi». Mentre veniva condotto al supplizio, cantava imprecazioni contro i ricchi e la Divinità perché fossero gettati nel Tartaro. Gli aiutanti si impadronirono di lui e lo misero sdraiato. Sollevò la testa e (queste furono le sue ultime parole) auspicò ad alta voce la salvezza della Repubblica.
Cebete – Quindi, mio caro Fedone, è impossibile indovinare quali fossero le occupazioni ed i pensieri di Demochole da quando entrò in prigione? Poiché, per Socrate, abbiamo potuto vederlo tutti i giorni, mentre aspettavamo il ritorno del vascello che gli ateniesi avevano inviato a Delos.
Fedone – Ma, Cebete, Demochole ha lasciato trattati di filosofia che si è dilettato a comporre nella solitudine, in cui parla della vita e dell’associazione dei cittadini, del lavoro e dell’amore. Fra gli altri, ha scritto un bellissimo mito nel quale immaginava che gli uomini, pervenuti all’esistenza perfetta, avessero abbattuto gli ostacoli, le muraglie e i limiti, mettendo le donne in comune, smettendo di lavorare, e cibandosi secondo il proprio desiderio tutti i giorni con formaggio di montagna, pesce salato, pasta bollita all’olio, frutti maturi ed erbe caramellate nell’aceto. Questa è la vita che Demochole si proponeva di farci condurre sulla terra.
Cebete – E, per Eraclito, non ricordi che Socrate, nell’ultimo giorno di vita, ci aveva parlato del mondo superiore, dove le montagne sono di color oro, e le rocce di diaspro e di smeraldo; in ciò, egli non sembrava affatto intendere altro rispetto a Demochole. Giacché anche i poeti comici Teleclide e Ferecrate hanno descritto un’età felice in cui gli alberi recano salsicce e salumi, dove nei fiumi scorrono quarti di carne cotta nella salsa, dove i pesci giungono ad arrostirsi di propria sponte e rispondono, se li si interpella: «Aspettate ancora, sono cotto solo da un lato!».
Fedone – Potresti dire pure che Socrate, come Demochole, non avendo mai scritto, si divertisse in prigione a mettere in versi morali le favole di Esopo; e che desiderasse anche discutere di filosofia prima della propria morte; e che sia stato accusato di aver insultato gli dèi; e che conversasse soavemente col servo degli Undici interrogandolo sul veleno, come fece Demochole con lo scita. Ma, caro Cebete, Socrate aveva uno spirito sottile e scherzava amabilmente, paragonandosi ad un intermediario che unisce attraverso belle parole le persone fatte per amarsi. Ed è vero che disdegnava le ricerche divine ed i miti su Borea, la Gorgona e Tifone, ritenendo di non aver ancora studiato abbastanza la massima  del tempio di Delfi e ignorando se lui stesso non fosse un mostro più complicato di quel Tifone dei mitologi. Sappiamo che anche lui cercava la felicità degli uomini, benché preferisse porla in un’altra vita, e che discuteva volentieri con persone comuni per portarle a conoscere la verità. Tuttavia, o Cebete, la sua ironia era celata; egli non diceva le cose direttamente, come Demochole, ed il suo amore non era né violento, né disordinato, quindi non avrebbe distrutto le città per arrivare alla vita ideale, accontentandosi di istruire e di persuadere i giovani.
Cebete – Mi sembra, Fedone, che la tua distinzione sia un po’ affrettata; perché ricordo di aver udito Socrate tentare di dimostrare a Callia che la ricchezza è una cosa perniciosa; e lui stesso camminava a piedi nudi, bevendo come ognuno gli ordinava; e rispondendo direttamente ai giudici che egli si condannava ad essere nutrito a spese della città. E, per Eraclito, non è chiaro che l’auspicio per la salvezza della Repubblica è del tutto simile al sacrificio del gallo a Esculapio? Giacché Socrate non rispettava affatto quel semi-dio di Atene, non più di quanto Demochole rispettasse la Repubblica. Ma sono morti tutti e due, ostentando di riverire ciò che li aveva fatti condannare attraverso il disprezzo che provavano, e ciò che li avrebbe guariti dal peggiore dei mali, la vita.
Fedone – Se giurassi che non ti credo affatto Cebete, dovrei dire, con Euripide, che la bocca ha giurato, non il cuore. Tuttavia, prima di raggiungere una decisione, faremo cosa saggia chiedendo a Platone…
II
…Lo schiavo ci accompagnò fino al porto dell’isola dei Buoni-Tiranni, dove alcuni ulivi agitano le loro foglie grigie e lucenti. Ci augurò buon viaggio e ritornò verso i suoi maestri. Vedemmo ancora per un po’ di tempo la sua testa che sembrava avanzare da sola nel sentiero scavato fra le dune, in mezzo ai roseti. Poi ci imbarcammo; per tutto il giorno seguente la nave fu avviluppata nella bruma. Durante la notte, il cielo si illuminò ed il timoniere ci guidò alla luce delle pallide stelle. Navigammo così dodici giorni e, il tredicesimo, scorgemmo una linea bruna all’orizzonte e minute colonne di fumo che salivano isolatamente nell’aria. Il timoniere ci disse che era l’isola degli Eleutheromani, e ci colse il desiderio di visitarla. Egli intendeva convincerci a non sbarcarvi proprio; ma noi eravamo stanchi del mare e curiosi di quegli uomini selvaggi. La nostra prua fu quindi volta verso la nuova isola dove arrivammo due ore dopo il levar del sole.
Lo sbarco fu faticoso; non so se gli Eleutheromani fossero stati avvisati (avendo pochissimi rapporti gli uni con gli altri); ma corsero in massa sulla spiaggia, reggendo ciascuno una lunga pertica, con cui tentarono di allontanarci dalla costa, immaginando che provenissimo dall’isola dei Buoni-Tiranni che temevano non poco. Appena attraccammo con la barca sulla spiaggia, fuggirono da tutti i lati, lasciando solo un vecchio che agitava un ramo d’albero attorno a sé per proteggersi. Provammo a parlargli, ma ci fece segno che non udiva – e in effetti non aveva orecchie. Come mostrammo la nostra sorpresa, il timoniere ci spiegò il genere di vita degli Eleutheromani nel modo seguente:
Non si sa da dove provengano, né se un tempo fossero simili agli altri uomini; ma fra di loro c’erano tradizioni che facevano pensare che i primi Eleutheromani fossero stati governati all’inizio da tiranni aristocratici e, in secondo luogo, da capi democratici scelti dal popolo. Avevano un codice di leggi, usanze e costumi, di cui non era rimasta alcuna traccia. In effetti, sono stati posseduti per lunghi anni da una certa smania libera che li induceva a vivere ciascuno a modo proprio. A tale scopo, appena giunti all’età della ragione, si tagliarono da soli le orecchie, chiudendo l’orifizio con della terra argillosa che si era saldata con l’osso delle tempie. Infatti, i primi che si erano liberati dalle leggi e dalle usanze antiche scelsero i propri amici e si riunirono fra loro al fine di vivere piacevolmente. Si dispersero così in gruppi di cinque o dieci. Ma nel giro di poco tempo alcuni di quei gruppi ne disprezzarono altri, come succede nelle società, deridendoli con canzoni o discorsi. Si decisero allora, per distruggere questa nuova gerarchia, a praticare la mutilazione volontaria.  Presero questa decisione anche per altre ragioni; perché avevano notato quanto la persuasione di un uomo da parte di un altro uomo possa essere funesta. Così nessuno sarebbe riuscito a convincerli, né a dar loro un ordine, né ad acquisire alcuna potenza sulla loro volontà. Alcuni di loro, deboli di mente e facilmente influenzabili dai gesti o dagli sguardi, si coprirono gli occhi con valve di conchiglie, cosa che ha portato — presso i bambini di molte famiglie dove questa usanza si era perpetuata — alla perdita completa degli organi della vista.
A partire dal momento in cui ebbero concepito un tale modo d’esistenza, l’eleutheromania divenne monomania: ormai vivevano come unità. Il loro nutrimento consisteva in radici che strappavano e di cui buttavano subito il seme per terra, non conoscendo né tempo di semina né epoca di raccolta. Si abbeveravano ad uno stagno in cui potevano immergere la bocca sdraiandosi sulla riva. Nessuno modellava per loro la terracotta, ed avevano pochissimi attrezzi. Ognuno alimentava il proprio fuoco in una piccola buca del suolo, coprendola per metà con una pietra piatta. Di solito giravano nudi; lo stesso inverno era abbastanza temperato nella loro isola. Nulla li stupiva più dell’ordine, l’obbedienza e la disciplina. Essi permettevano i furti, gli assalti alle ragazze e gli omicidi, e non riconoscevano alcuna solidarietà. Quelli più allegri a volte giravano il proprio didietro al cielo e lanciavano gli escrementi contro altri uomini; poi si colpivano leggermente il ventre. In effetti disprezzavano l’autorità divina, e si ricordavano continuamente a vicenda che un uomo non ha diritto su nessun altro uomo, essendo l’individuo la misura comune di ogni cosa.
Ecco come facevano gli Eleutheromani affinché nessun tiranno fosse proclamato nella loro isola. Ognuno trasmetteva ai giovani fin dall’inizio una data quantità di una sostanza utile per difendersi. Questa sostanza era stata composta un tempo da colui che li aveva liberati dalla tirannia degli eletti dal popolo, e venne equamente divisa fra tutti gli Eleutheromani. Aveva l’aspetto dell’argilla ed il suo colore era fra il giallo ed il bianco. Non appena le si accostava un tizzone ardente, essa esplodeva con terribile fragore, abbatteva gli alberi, spaccava la terra e la faceva tremare. Nessun uomo poteva resistere al potere di questa sostanza; ogni Eleutheromane ne era soggetto allo stesso modo e ne possedeva la stessa quantità; in modo da non vivere in stato di guerra. Avevano dato a questa materia il nome di “Potenza” o di “Energia”, che noi chiamiamo dynamis.
Dopo che il timoniere ebbe terminato il suo discorso, ci dirigemmo verso l’interno del paese dove vedemmo diversi giovani Eleutheromani che facevano riscaldare separatamente dell’acqua sui propri fuochi in grosse conchiglie non lavorate. Essi acconsentirono a rispondere al timoniere, dato che tutti gli Eleutheromani avevano conservato l’uso della bocca, della lingua e della parola per cantare inni alla Libes, dimostrandoci che si sforzavano di cambiare decisione da un istante all’altro, al fine di non dipendere nemmeno da loro stessi; altri versavano l’acqua sulla parte convessa delle conchiglie, o camminavano sulle mani, o stemperavano la polvere di radici col fuoco, o ficcavano il cibo nell’estremità inferiore del loro colon, o tentavano di urinare da dietro, o mangiavano i loro escrementi bolliti, per modificare continuamente le abitudini del loro corpo o gli istinti e non sottomettersi alla natura.
Uno di loro era il figlio del vecchio che avevamo scorto lungo la costa. Quando gli facemmo capire attraverso il timoniere che i suoi tratti assomigliavano a quelli del padre, divenne furioso e volle lanciarsi su di noi. Gli altri Eleutheromani lo imitarono e cantarono ad alta voce l’inno della Libertà. Sia perché privi di orecchie, sia per manifestare il loro odio per l’armonia universale, essi cominciarono uno qua, l’altro là, il primo in mezzo, l’altro alla fine, il terzo al contrario, al punto che per poco non ci si ruppe l’udito.
Fuggimmo il più in fretta possibile verso la nostra barca e la lanciammo in mare; giacché avevamo l’impressione che gli Eleutheromani stessero per dissotterrare la loro “potenza” gialla e annientarci. Il timoniere riprese il timone e ci spiegò la nostra imprudenza. Gli Eleutheromani temevano sopra ogni altra cosa di assomigliare a qualche altro uomo, consapevoli che fosse una modalità di costrizione imposta a loro insaputa. Dal mare aperto li guardammo ancora per molte ore sulla costa, mentre ciascuno gesticolava in modo diverso.
*  Démochole, personaggio fittizio il cui nome richiama l’anarchico Ravachol
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Pubblicato il 23 febbraio 2016 su Il raggio riflesso, informazione e cultura. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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