Archivio mensile:marzo 2016

La Russia reagisce a piano Nato per l’Europa

Notiziario Estero

russia-reagisce-a-piano-nato-per-europa La Russia reagisce al piano Nato per l’Europa

La Nato si rafforza in Europa e la Russia risponde. “La risposta sarà asimmetrica”, ha dichiarato il rappresentante russo presso la Nato Aleksandr Grushko. Il delegato russo ha aggiunto che Mosca non è un osservatore passivo e prenderà tutte le misure necessarie per compensare la “presenza rafforzata” della Nato giustificata da nulla. Lo riporta l’Ansa che cita un servizio della Tass.

La Russia reagisce al potenziamento della Nato in Europa. In questi giorni il quotidiano Usa Wall Street Journal aveva rivelato un piano del Pentagono per posizionare truppe, carri armati, veicoli lungo il confine orientale della Nato per prevenire eventuali azioni della Russia. E il Pentagono il mese scorso aveva anche annunciato di quadruplicare il proprio budget 2017 per la difesa militare dell’Europa.

L’annuncio del piano del Pentagono è stato confermato dal Segretario Usa alla Difesa Ash Carter. Sono previste -rivela l’agenzia…

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Lo sciopero dei gesti inutili

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( Articolo condiviso )

Albert Libertad
Perché gli uomini (così come tutti gli altri esseri, ovviamente) lavorano? A quale scopo?
La risposta è semplice. Se l’uomo ha strofinato a lungo due pezzi di legno uno contro l’altro, se ha tagliato una selce, se l’ha usata per ore contro la polvere, era per ottenere il fuoco, per ottenere un’arma, o magari uno strumento.
Se ha abbattuto alberi, era per costruirsi una capanna; se ha intrecciato fibre vegetali, era per modellare dei vestiti o delle reti.
Tutti i suoi gesti erano gesti utili.
Quando la semplicità dei suoi gusti, e anche l’orizzonte necessariamente limitato dei suoi desideri, gli ebbero procurato del tempo libero, a seguito della sua destrezza e dei mezzi scoperti da lui e dai suoi simili, ha trovato buona cosa fare dei gesti la cui utilità non era così evidente, ma che gli procuravano una quantità di piaceri che non ritenne trascurabile. Diede alla pietra le forme che gli piacevano; tracciò sul legno le immagini che lo avevano colpito.
In ogni caso, i gesti che faceva, necessari per i suoi bisogni immediati o necessari per i suoi piaceri, erano gesti di cui non contestava l’utilità; del resto, era padronissimo di non fare quelli del secondo tipo.
Attraverso quali vie l’uomo di allora che lavorava il corno di renna, volontariamente, per il proprio piacere, sia giunto all’uomo di oggi che lavora l’avorio per forza, per il piacere degli altri, non cercherò di descriverlo.
Per migliaia di uomini, i gesti piacevoli fatti volontariamente sono diventati un «mestiere», senza il quale non possono vivere. I gesti che servivano ad abbellire il loro ambiente sono diventati una condizione inevitabile di vita. I gesti che facevano per affinare i sensi, ora li indeboliscono, usurandoli prematuramente.
Gli altri uomini sono quindi costretti a fare i gesti necessari per mantenere la vita sociale, e usano la loro forza per quegli stessi gesti. Lavorano per coloro che fanno «mestiere» di gesti piacevoli, per coloro che vivono nell’attività assoluta a seguito di un malinteso sociale.
Coloro che non lavorano, aberrazione completa, straordinaria, fanno controllare a loro profitto il lavoro utile o piacevole degli altri. E questo servizio di controllo aumenta il numero di persone che non fanno un lavoro utile, e nemmeno piacevole. Pertanto, aumenta la quota di lavoro degli altri.
Il cervello ha un bello sforzarsi di continuo allo scopo di migliorare il lavoro del corpo, fare continue scoperte, costanti invenzioni, il risultato è quasi zero, il numero di intermediari, di controllori, di inutili, aumenta in proporzione.
Una specie di follia finisce con l’impadronirsi del mondo. Si arriva a preferire, ai gesti di prima utilità, i gesti piacevoli o persino quelli puramente inutili. Chi non ha mangiato nulla, o assai poco, si farà fare dei biglietti da visita. Chi non avrà la camicia, indosserà colletti dal candore immacolato. Quante sciocchezze generate dai pregiudizi e dall’imbecille vanità degli individui!
A seguito di una forza puramente fittizia, si usano le proprie qualità a vanvera.
Uomini, il cui interno è nero e sporco, dipingeranno di smalto la facciata; altri, i cui bambini non possono andare a scuola, comporranno o stamperanno prospetti o menu di gala; altri ancora tesseranno meravigliosi arazzi, mentre la donna che hanno in casa non ha una veste calda da mettere sul ventre gravido.
L’uomo ha dimenticato che, in origine, faceva gesti di lavoro innanzitutto per vivere, e poi per divertirsi. Ciò che dobbiamo fare è ricordarglielo.
[…]
Ogni giorno alcuni fatti nuovi risvegliano in me quell’ossessione del lavoratore che si costruisce da sé la dolorosa prigione, la città omicida in cui si rinchiuderà, dove respirerà veleno e morte.
Mentre cerco di conquistare più felicità, vedo sorgere di fronte a me il mostro del proletariato, l’onesto operaio, il lavoratore previdente.
Non è lo spettro del capitale né le pance borghesi che trovo sulla mia strada… è la moltitudine di lavoratori della gleba, della fabbrica che mi ostacola il cammino… Sono troppo numerosi. Non posso nulla contro di loro.
Bisogna pur vivere… E il lavoratore inganna, ruba, avvelena, strozza, annega, brucia il suo fratello, perché bisogna vivere.
E suo fratello inganna, ruba, avvelena, strozza, annega, brucia il lavoratore, perché bisogna vivere.
Oh, l’eterna ragione di vivere che porta la morte tra fratelli della stessa famiglia, tra individui dagli stessi interessi, come suona dolorosamente alle mie orecchie.
La tigre in agguato della sua preda nella giungla, o il pellicano che affonda il becco in acqua per afferrare il cibo, lottano contro le altre specie al fine di vivere. Ma né il pesce né l’antilope scambiano vani salamelecchi con la tigre e il pellicano. E la tigre e il pellicano non fondano sindacati di solidarietà con l’antilope ed il pesce.
Ma questa mano che stringete ha appena versato l’acqua cattiva, avvelenata, nel latte che avete bevuto al caseificio.
Ma quest’uomo che stende il suo corpo accanto al vostro, nello stesso letto, ha appena rinfrescato nei mercati la carne corrotta che mangerete a mezzogiorno nel ristorante accanto alla fabbrica.
In cambio, siete voi ad aver fabbricato le scarpe di cartone la cui umidità ha gettato l’uno sul letto, oppure avete costruito lo scadente muro di sostegno della metropolitana che è crollato sulla madre dell’altro.
Vi fiancheggiate, vi parlate, vi abbracciate, reciproci fratricidi, assassini di voi stessi. E quando uno di voi cade sotto i vostri colpi ripetuti, vi levate il cappello e accompagnate la sua carogna sotto terra, in modo che, pur crepato, continui il suo ruolo di assassino, di avvelenatore ed invii gli ultimi fetori della sua carne putrida per corrompere la carne giovane dei suoi e dei vostri figli.
[…]
Poiché si tratta di preparazione, di organizzazione, accordando a questo lavoro preliminare una scadenza abbastanza lunga, vediamo se sia possibile, invece di utilizzarlo per una difettosa limitazione della durata dello sforzo quotidiano, di cercare le rotelle che sono di troppo o quelle completamente inutili al fine di sopprimerle; le forze non impiegate o male impiegate, al fine di usarle.
Invece di questa limitazione che, allo stato attuale, comporterà tante eccezioni (e talvolta a buona ragione), decidiamo di non mettere mano a un lavoro inutile o nefasto, a un lavoro di lusso ridicolo o di controllo arbitrario.
Che l’uomo che incastona il rubino o che confeziona la catenella d’oro, per arricchire (?) il collo della prostituta «legittima» o «illegittima»; che chi lavora il marmo o il bronzo per ricoprire la carogna di qualche ladro illustre; che colui o colei che, per ore, infila perle di vetro per formare la corona ipocrita dei rimpianti coniugali o altri; che coloro il cui intero lavoro è abbellire, arricchire, aumentare, fabbricare di lusso per i ricchi, per i fannulloni, per agghindare le bambole femminili o maschili fino a renderle «reliquie» o teche, decidano di smettere di lavorare al fine di dedicare i loro sforzi a fare il necessario per sé e per gli altri.
Che coloro che fabbricano il bianco di piombo  e sostanze tossiche; che coloro che triturano il burro, mescolano i vini e le birre, che rinfrescano le carni avanzate, che producono tessuti misti, o i cuoi in cartone, che coloro che fanno del falso, truccato, che ingannano, che avvelenano per «guadagnarsi da vivere» cessino di prestare mano a questo lavoro idiota che può dare profitto solo ai padroni, il ​​cui mezzo di sostentamento è il furto e il crimine. Che si mettano a voler fare un lavoro sano, un lavoro utile.
Che tutti coloro che perforano carte, che controllano, che prendono di mira, che ispezionano; che i tipacci che vengono rivestiti con una livrea per fare i cani inquisitori; che quelli che si mettono alle porte per verificare i bagagli o controllare i biglietti; che coloro il cui sforzo intero consiste nel garantire il corretto funzionamento della macchina umana e il suo buon rendimento nelle casse del padrone, che tutti questi qui, io dico, abbandonino questo ruolo imbecille di spie e sorveglino il valore dei propri gesti.
Che coloro che fabbricano casseforti, che battono moneta, che stampano biglietti, che forgiano recinzioni, che temperano le armi, che fondono i cannoni, lascino questo lavoro in difesa dello Stato e della fortuna, e lavorino a distruggere ciò che difendevano.
Quelli che fanno un lavoro utile e piacevole lo faranno per coloro che vogliono offrire il proprio sforzo in uno scambio reciproco.
Ma quanto lavoro di ognuno si ritroverà diminuito! … La macchina umana, sbarazzata delle inutili rotelle, migliorerà di giorno in giorno. Non si lavorerà più per lavorare, si lavorerà per produrre.
Allora, compagni, smettiamo tutti di fabbricare il lusso, di controllare il lavoro, di recintare la proprietà, di difendere il denaro, di essere cani da guardia e lavoriamo per la nostra felicità, per il nostro necessario, per il nostro piacere. Facciamo lo sciopero dei gesti inutili.

La carneficina e il suo mondo

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( Articolo Condiviso )

«La lingua è illuminante. A volte, qualcuno cerca di nascondere la verità mediante il parlare. Ma la lingua non mente. A volte qualcuno vuole dire la verità. Ma la lingua è più vera di lui. Non vi è nessun mezzo per combattere la verità del linguaggio.(…)
I filologi e i poeti conoscono la natura del linguaggio ma non possono impedire al linguaggio di dire il vero».
Victor Klemperer
Si è detto spesso che la prima vittima delle guerre è il significato delle parole. Nel momento della guerra, ogni parola diventa propaganda, dietro ogni parola si nasconde un appello ben preciso e un effetto ricercato, ogni riflessione mira all’eliminazione del senso critico dell’uomo. Tuttavia, come dice il filosofo tedesco che dal 1933 si era dedicato allo studio della neolingua nazista, la lingua non mente mai: essa esprime una verità, ed esprime, in tutta la sua manipolazione, in tutta la sua deformazione, in tutta la sua strumentalità, la reale essenza del dominio.
Oggi, due giorni dopo gli attentati jihadisti a Bruxelles, si parla di «carneficina». A giusto titolo, certo, ma la definizione si svuota di senso se un altro massacro non viene chiamato «carneficina». Quando il regime di Assad ha lanciato barili di gas nervino sui sobborghi di Ghouta, non si sono viste le varie fabbriche di opinione impiegare la parola «carneficina» per definire il massacro industriale di quasi duemila persone. Quando lo Stato Islamico decapita gli oppositori si parla di «esecuzioni atroci», cosa che quegli atti commessi da uno Stato nel nome dei suoi valori sono in effetti senza il minimo dubbio, mentre gli attacchi di droni che in Pakistan, in Yemen, in Somalia, in Afghanistan e altrove hanno ucciso dal 2006 oltre seimila persone, vengono definiti «colpi chirurgici». Quando centinaia di persone periscono nell’incendio di una fabbrica di abbigliamento in Bangladesh, che produce abiti di marca in vendita ovunque nel mondo, si parla di «tragedia», inducendo il pubblico a credere che si tratti di un incidente e non di una conseguenza ovvia del modo di produzione capitalista, mentre i bombardamenti di città e paesi curdi ad opera dello Stato turco, un alleato dell’Unione Europea e membro della NATO, sono «operazioni di mantenimento dell’ordine». Le parole impiegate, il senso che viene loro attribuito, tradiscono una visione del mondo.
Il sangue che i jihadisti hanno fatto scorrere nella metropolitana di Bruxelles e nell’aeroporto ci ricorda l’accanimento dei jihadisti contro coloro che si sono sollevati al grido di libertà e di dignità negli ultimi anni, in Siria come altrove. Ci ricorda i rivoluzionari rapiti, imprigionati, torturati e massacrati dai jihadisti nelle zone che ormai sono sotto il loro controllo. Ci ricorda il regime atroce e sanguinario che cercano di imporre a tante persone, in Siria e altrove. Ci ricorda che, sul cadavere di una sollevazione liberatrice, la reazione è sempre estrema e spietata. E ribadisce come sarà difficile nei tempi futuri parlare e lottare per la libertà, distinguere chiaramente i nemici della libertà (qualsiasi Stato, qualsiasi autoritario, qualsiasi capo) senza adeguarsi a nessuno di loro nelle guerre che conducono.
Ormai è chiaro a tutti che nessuna misura antiterroristica, nessun battaglione di militari spedito nelle strade delle metropoli, nessuna rete di videosorveglianza, potrà impedire a qualcuno che vuole uccidere quante più persone, e in più rimetterci la vita, di agire e massacrare. Lo Stato è incapace di metter fine alla guerra che, malgrado l’apparenza di Stato «pacifico», fa parte della sua ragione d’essere, essendo la sua ragione d’essere. Fermare la guerra è possibile solo a chi rifiuta ogni guerra. E rifiutare ogni guerra è possibile solo col rifiuto di ogni autorità che vuole, per sua essenza, imporsi (cioè, fare la guerra). Per fare un esempio abbastanza concreto, oggi si parla molto degli «appoggi» di cui beneficerebbero i jihadisti nei quartieri popolari di Bruxelles. Se così fosse, se alcune persone dei quartieri conoscessero chi predica la guerra santa, se qualcuno avesse informazioni sulla preparazione di un massacro nelle strade della città in cui abita, se sapesse chi recluta i giovani senza riferimenti e in preda all’ideologia reazionaria del jihadismo, dovrebbe andarne a parlare alla polizia affinché lo Stato se ne occupi? Quello stesso Stato che lascia annegare migliaia di rifugiati, che partecipa ai bombardamenti in diverse zone del pianeta, che rinchiude e tortura per far regnare il suo ordine, che manovra, alla maniera di dittature come quella di Assad, quegli stessi movimenti jihadisti (da ricordare che la persona che ha organizzato i viaggi, i passaporti, i contatti di decine di giovani partiti per la Siria era… un infiltrato della Polizia Federale)? No. Dovrebbero agire per se stessi. Essi sanno probabilmente meglio di chiunque altro dove e come colpire. Se lo Stato non ci avesse fatto diventare tutti delle pecore, dipendenti e impotenti al punto di non sapere quasi difenderci, saremmo magari più numerosi a metter fine agli intrighi di una corrente jihadista nei quartieri in cui viviamo.
Ma questo ragionamento vale anche per tutti gli altri predicatori di guerra e difensori del cannibalismo capitalista. La continuazione del dominio si consolida sul cadavere della lotta per la libertà. Come vivere pacificamente a due isolati da un ricercatore che progetta nuove armi? Come tollerare senza far nulla un uomo di Stato che mette in atto la politica dei «respingimenti», un’altra di quelle espressioni per non dire «annegamento di massa e deliberato»? Come non spaccare la faccia a chi parla di «libertà» quando vuol dire sfruttamento di miliardi di persone? Ad ogni passo che abbiamo fatto all’indietro — tutti, senza eccezione — la reazione divora ogni volta più spazio in cui lottare per l’emancipazione umana, la libertà degli uomini e la fine dello sfruttamento.
Ci si dirà che oggi bisogna «parlare di religione». D’accordo, ma non solo perché gli autori dei massacri di Bruxelles sono mossi da credenze religiose. Se ne parlerà perché è il jihadismo (l’autorità religiosa), insieme al regime di Assad (l’autorità laica), ad aver massacrato la rivoluzione in Siria. Se ne parlerà non solo nella sua versione islamica, ma anche nella sua versione scientifica e statale. I massacri commessi nel nome di Allah sono ripugnanti come lo sono i massacri commessi nel nome della Scienza, del Progresso e del Denaro. Sono da criticare le religioni, tutte le religioni, perché vogliono imporre una autorità agli individui, perché sono la negazione della libertà. La visione apocalittica dei partigiani dello Stato islamico richiama alla mente il fatto che è da molto tempo che gli Stati si sono attrezzati con strumenti dell’apocalisse (bombe atomiche, centrali nucleari) allo scopo di assicurarsi il loro regno.
La situazione odierna non è senza precedenti nella storia, in ogni caso, per quanto riguarda lo spazio di azione dei rivoluzionari e degli anarchici. Se i primi giorni della Prima Guerra Mondiale avevano fatto svanire le speranze internazionaliste, la sconfitta della rivoluzione sociale in Spagna nel 1936 inaugurava gli anni neri futuri che avrebbero decimato e straziato i rivoluzionari. E la «fine delle ostilità» dichiarata da alcuni protagonisti della lotta armata in Italia negli anni 80 ha concluso, in accordo con lo Stato, gli spazi di sovversione aperti da tanti anni di lotta. E che dire dell’azione dei rivoluzionari nel corso di innumerevoli guerre che hanno lacerato paesi di tutto il mondo? Gli spazi per la sovversione anti-autoritaria si riducono oggi sensibilmente, e in alcuni luoghi è ormai prossima la loro scomparsa pura e semplice. Questa tendenza è doppia: rende particolarmente complicato l’agire sovversivo attraverso l’occupazione repressiva dello spazio da parte dello Stato e sembra rendere incomprensibile questo agire agli occhi degli altri. Il disgusto totale potrebbe allora condurci a rifugiarci in qualche oscura foresta, sperando di poter restare al di fuori e che il rosso del sangue non giunga a macchiare le foglie verdastre. Se una tale foresta esiste, è anche da là che potranno ripartire gli assalti contro questo mondo d’autorità. Prendere coscienza della nostra quasi-scomparsa dal quadro non deve per forza tradursi in abbandono. Può costituire un punto di partenza per moltiplicare, di nuovo, i punti di adunata dei disertori della guerra dei potenti. Invertire la tendenza sarà molto difficile, ciò non toglie che si possa almeno cercare di darsi i mezzi e le capacità per difendersi ed attaccare in quanto rivoluzionari e anarchici, e di trovare ancora dei modi per spezzare la propaganda degli Stati (democratici, islamisti o d’altro genere) che acceca le menti e le sensibilità. Un simile tentativo di rinnovamento dell’anarchismo combattivo necessiterà di una buona dose di coraggio e di audacia, di un’etica non-negoziabile, di una lucidità teorica per quanto riguarda le condizioni dello scontro rivoluzionario. E non dovrebbe rinchiudersi nelle frontiere degli Stati, oltre a rifiutare qualsiasi trincea già scavata, oggi tutte invariabilmente infami.
Affilare la critica dello Stato, di tutti gli Stati (democrazie come califfati), di tutte le autorità, è quanto c’è da fare. E questo in condizioni sempre più sfavorevoli, talmente la prospettiva di una rivoluzione sociale è sospinta ai margini. Ma è anche giunta l’ora di aprire profondi dibattiti su questa prospettiva rivoluzionaria, e sui rivoluzionari che si presume la difendano. Spetta in particolare agli anarchici analizzare le nuove condizioni della lotta anti-autoritaria, prendere atto del fatto che lo Stato non mancherà di provare ad eliminare ogni voce di disturbo e ogni atto di opposizione, interrogarsi sui metodi di intervento e sui progetti di lotta che sono stati sviluppati in questi ultimi anni, riflettere su come porsi in una prospettiva che si proietti negli anni a venire. Rifiutare i campi degli autoritari non può che essere il primo passo.
24 marzo 2016

Bring the war home?

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Negli anni 70 erano i rivoluzionari a voler portare nei quartieri delle città occidentali la realtà della guerra in corso dall’altra parte del pianeta, nel tentativo di «mettere a nudo le contraddizioni dell’imperialismo». Tutto iniziò nell’ottobre del 1969 con le giornate della rabbia organizzate a Chicago dai Weathermen, quando centinaia di manifestanti sfilarono per le strade cittadine attaccando negozi, danneggiando automobili, scontrandosi con le forze dell’ordine. L’idea che stava dietro tale iniziativa era semplice: mentre l’esercito yankee bombardava il Vietnam, abbrustolendo uomini, donne e bambini con il napalm, gli abitanti delle metropoli statunitensi non potevano continuare a vivere nella comodità e nell’indifferenza. Anche loro dovevano perdere il quieto vivere, per comprendere cosa stava accadendo, per avvertirne la responsabilità.
La separazione geografica del luogo in cui veniva scatenata la guerra da quello in cui veniva preparata, organizzata e decisa sarebbe stata così colmata. Per i rivoluzionari occidentali il solo modo per battersi contro la guerra che esportava il capitalismo era quello di attaccare il capitalismo in casa propria — portando il disordine sotto casa.
Da allora è trascorso quasi mezzo secolo. Spazzata via ogni opposizione, il capitalismo ha trionfato dappertutto. Ma la guerra non si è affatto conclusa, anzi, è andata via via generalizzandosi e incancrenendosi. È una guerra interna, una guerra tra forze rivali in competizione per il controllo dei mercati, delle risorse prime, della manovalanza umana, quella che sta insanguinando il pianeta. Oggi non sono più i rivoluzionari, i nemici del capitalismo, a portare la guerra in casa. No, sono i sicari di un qualche potere — i soli ad essere rimasti ormai in campo. Sono rimasti solo loro a dirsi che, se gli eserciti occidentali bombardano e massacrano in oriente, allora gli abitanti delle metropoli statunitensi ed europee non possono continuare a vivere nella comodità e nell’indifferenza. Anche loro devono perdere il quieto vivere. In quale maniera, lo si è visto ieri a Parigi e oggi a Bruxelles.
Non c’è zona franca in questa guerra fra dominatori e aspiranti tali, la cui spirale ci sta avvolgendo tutti. E nemmeno c’è una trincea che non sia piena d’infamia. Non fra quelle già scavate, perlomeno. Sebbene non al riparo dal fuoco incrociato, e tormentate da mille difficoltà, persistono tuttavia le macchie, le selve oscure raggiunte dai disertori del vecchio mondo con la speranza di vivere in pace.
O con l’intenzione di muovere la propria guerra.

In Odium Fidei

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( Articolo Condiviso )

Già inquisiti 6 anni fa in Cile nel «caso Bombas» — incarcerati per più di 9 mesi, condannati e infine assolti — Mónica Caballero e Francisco Solar vengono arrestati nuovamente in Spagna nel novembre 2013, insieme ad altre 3 persone subito scarcerate, accusati dell’attentato avvenuto il 2 ottobre precedente contro la basilica del Pilar a Saragozza. L’operazione repressiva, avviata in stretta collaborazione dai due Stati, Spagna e Cile, proseguirà con altre operazioni terroristiche (denominate Pandora e Piñata) contro una quarantina di altri anarchici ed antiautoritari. Dopo oltre due anni di carcere preventivo, il 3 febbraio 2016 viene fissata la data del processo contro Mónica e Francisco, contro cui il pubblico ministero nella sua requisitoria chiederà 44 anni di carcere a testa per «appartenenza a organizzazione criminale di stampo terroristico, stragi, lesioni e cospirazione». Nel corso delle udienze processuali, nei giorni 8, 9 e 10 marzo presso l’Audencia Nacional de San Fernando de Henares, la pubblica accusa mantiene le sue richieste, pur modificando il reato di «strage» in «danneggiamento» con finalità di terrorismo, mentre la parte lesa decide di ritirare le accuse di appartenenza e di cospirazione abbassando la richiesta a 12 anni per ciascuno e al risarcimento di 102 mila euro.
Da annotare che per l’analisi antropometrica l’accusa ha utilizzato le immagini dei due compagni prese da internet; quelle stesse immagini lanciate dai mass-media e poi rilanciate da vari siti e blog di movimento, schedature poliziesche e spettacolari che diventano figurine di un album di famiglia insulso e pericoloso.
La sentenza è prevista tra un mese circa.
Il 13 novembre 2013, la polizia mi ha arrestata assieme al mio compagno [Francisco Solar] e ad altre tre persone. Ci accusano di aver piazzato l’ordigno esplosivo esploso nell’ottobre del 2013 nella basilica del Pilar a Saragozza, di cospirazione in vista di commettere un secondo attentato, che secondo loro avrebbe dovuto aver luogo nel monastero della vergine di Montserrat, a Barcellona, e di appartenenza a banda armata. Il tutto incluso nella legge anti-terrorismo. L’organizzazione cui siamo accusati di appartenere è il commando insurrezionale Mateo Morral, gruppo che si è attribuito due azioni con esplosivo: una nella cattedrale dell’Almudena (Madrid), e in quella del Pilar (Saragozza). Bizzarramente l’accusa comprende anche l’appartenenza alla FAI-FRI e ai GAC (gruppi anarchici coordinati), sebbene le rivendicazioni di queste esplosioni non menzionino mai queste sigle.
Una delle motivazioni più decisive nelle azioni degli apparati repressivi spagnoli sono state le informazioni fornite dai loro colleghi cileni. Da quando abbiamo messo piede sul suolo iberico (Francisco ed io), la polizia cilena ha fatto di tutto per vendicarsi del ridicolo che era diventato il «caso bombas», nel corso del quale siamo stati tutti e due assolti. Le parole rivolte al Ministro degli Interni spagnolo da Sebastián Piñera, che era presidente del Cile al momento del nostro arresto, confermano quanto dico.
L’accusa che Francisco ed io dobbiamo affrontare va al di là dell’appurare se siamo gli autori materiali dei fatti. Sebbene gli apparati giudiziari non lo riconoscano mai, l’accusa è totalmente politica giacché la sola certezza che hanno è che siamo anarchici. Non ho mai rinnegato le idee che diffondo, ed è questo che vogliono punire. Non bacerò la loro croce di pentimento, proseguo tranquilla, certa del fatto di lottare per gli ideali più nobili, e che non riusciranno a farla finita con le idee e le pratiche anti-autoritarie.
Armando il nostro cammino, senza transigere né negoziare. Non fermiamoci prima di aver abbattuto tutte le gabbie. Morte allo Stato e viva l’anarchia!
Mónica Caballero
(dal carcere di Brieva, 2014)
*
Se l’anarchismo esige di rompere con l’ordine stabilito, non può partecipare alla riproduzione di uno dei pilastri dell’oppressione: il pensiero sacro. È certo che gran parte della corrente acrata parte dal postulato secondo cui grazie alla rivoluzione sociale si otterrà uno stato di armonia completa, che attraverso la scienza si arriverà alla pienezza. Troviamo ciò nella maggior parte della letteratura anarchica del XIX secolo e dei primi del XX secolo, impregnati dal secolo dei Lumi e dall’apologia della ragione che ne deriva. Di conseguenza, il pensiero sacro viene mantenuto, non certo rimesso in discussione, nella misura in cui non avviene una rottura con ciò che è imposto. L’anarchismo si sacralizza allo stesso modo del cristianesimo. […]
Il secolo dei Lumi sostituisce questo oggetto sacro: lo Stato, risultato ed espressione della ragione, prende il posto di Dio, acquisendone le stesse caratteristiche, il che gli assicura un dominio assoluto. Questo «passaggio di poteri» riflette la continuità di una struttura di pensiero particolare che si manifesta in gran parte dei movimenti rivoluzionari occidentali. Il paradigma dell’oppressione si riproduce. In questo senso, diventa indispensabile provocare una frattura col «sacro» in ognuna delle sue forme, che sia la scienza o qualche dottrina politica. È in questo modo che l’interrogazione di noi stessi come del nostro ambiente tenta di eliminare dai nostri rapporti ogni espressione sacra, che è in definitiva la manifestazione dell’autorità.
Noi siamo iconoclasti. Penso quindi che dobbiamo essere conseguenti in questa ricerca; non siamo i salvatori di niente e di nessuno. Se affrontiamo il potere, è perché vogliamo eliminarlo dalle nostre vite, e non perché speriamo che dalle sue rovine sorga il paradiso. Aspiriamo alla negazione totale di tutto ciò che è stabilito ed è un enigma ciò che questo ci riserva. Ecco cosa ci motiva.
Francisco Solar
(dal carcere di Villabona, 2014)
***
In odium fidei, sul ruolo della Chiesa e sulla necessità di attaccarla
Nonostante l’influenza storica della chiesa cattolica in Spagna, a partire dalla Santa Inquisizione, le crociate e l’espansione coloniale; nonostante il forte indottrinamento che ciò significa socialmente, o forse proprio a causa di tutto ciò, la Penisola è stata scossa a più riprese da varie ondate anticlericali, che hanno bruciato templi e conventi.
A metà del XIX secolo, nel corso dei tumulti in Catalogna, le chiese furono attaccate contemporaneamente ad altri simboli dell’assolutismo monarchico. Più tardi, nel corso della Settimana Tragica nel 1909, un’orgia di fuoco e fervore ateo rase al suolo la maggior parte degli edifici religiosi di Barcellona. Successivamente un attacco generalizzato si scatenò a Madrid e qualche altra città come Malaga, Cadice o Alicante, durante quello che verrà poi chiamato l’incendio dei conventi del 1931. E ovviamente, durante la breve estate dell’anarchia del 1936 gran parte dei simboli del cattolicesimo furono di nuovo saccheggiati e ridotti in cenere sull’intero territorio. Del resto, al di fuori di questi attacchi di massa, azioni più isolate hanno continuato a verificarsi fino ad oggi, che sia con bombe, con incendi o sotto forma di attentati contro membri del clero. In effetti la Chiesa e i suoi templi sono stati, sono e resteranno un nemico naturale degli anarchici. Un nemico che non si può tralasciare sul cammino verso la liberazione totale. Questo essere In odium fidei è il frutto di secoli di dominio e di repressione cattolica nel corso della quale la Chiesa è sempre stata dalla parte del potere, degli Stati, degli interessi economici, con un impatto sulla storia dell’umanità che si traduce con una serie di atrocità legate le une alle altre: guerre, invasioni, saccheggi, stupri, torture, assassini, schiavitù, che vanno di pari passo con gli idilli che la legano ai grandi imperi, alle monarchie assolute, alle dittature fasciste o al capitalismo più selvaggio, senza farsi mancare nulla sotto il segno della fede.
L’accettazione del concetto di «peccato» stabilisce la linea di demarcazione fra ciò che è moralmente accettabile e ciò che è riprovevole nei confronti della chiesa cattolica, privando l’individuo della propria capacità di pensare e di decidere, preparandolo ad accettare una autorità sulla sua vita che superi i propri impulsi e interessi. L’indottrinamento patriarcale ha convertito il piacere in peccato e ha reso impure le donne, che ha cercato di tenere sottomesse al ruolo di madre devota e sposa obbediente, assoggettandole, riducendole a mera funzione di fabbricanti di proletari da sfruttare (in questo la differenza con il marxismo è minima), alienandole in gran parte dal loro corpo, così come dagli uomini, e giustificando in modo particolare la loro posizione sociale. Si sono anche permessi di condannare e perseguitare l’omosessualità come tutto ciò che può allontanarsi dai ruoli ben definiti di questa sessualità normativa. Il controllo dell’educazione all’obbedienza, con la loro mano di ferro, ha permesso di radicare a forza la loro morale cristiana, rendendoci meno fiduciosi e più docili, meno autonomi e liberi, allontanandoci dalla nostra prospettive presente e terrena, e addomesticandoci per accettare l’autorità, il perdono e il senso di colpa. Incensare il divino, il mondo della fede, acceca le possibilità offerte dalla incertezza presente, rendendo malate le nostre vite con la sofferenza, la paura e la rassegnazione.
Come se non bastassero tutte queste cose che si possono rimproverare alla chiesa — nello specifico, quella cattolica —, una delle più aberranti è la sua complicità, quando non attiva partecipazione, all’espansione dei diversi imperialismi lungo tutto l’arco della Storia ed il suo sostegno più o meno attivo ai genocidi e alla schiavitù. […]
Oggi, anche se il clero ha perso terreno nella sua influenza sociale, continua a conservare in quanto istituzione il suo status di potere, con i suoi squisiti privilegi, il suo immenso patrimonio e la sua incalcolabile fortuna. L’eredità cattolica è ancora palpabile ai giorni nostri nei codici morali del cittadino, nelle famiglie patriarcali, nella sessualità repressa, nell’altruismo caritatevole. La chiesa può ben lamentarsi e travestirsi da agnello per farsi passare da vittima, resta di fatto uno dei molti effetti dell’oppressione e deve essere trattata in quanto tale. Ogni attacco contro questa istituzione in particolare non può che essere ben accolto.
Oggi come ieri, la Chiesa è un nemico molto reale che dobbiamo combattere sia fisicamente che nella sua forma residua, distruggendo nel quotidiano ogni traccia del suo dogma così pericolosamente introiettato.

Così perde la scuola

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Oggi lo Stato viene sconfitto, ancora una volta, sul nostro territorio dalla burocrazia e dalle pessime leggi suicida. Io ho avuto la fortuna di conoscere Maria De Biase, un’eccellenza riconosciuta a livello europeo, che rischia di essere trasferita senza alcuna considerazione del bellissimo lavoro svolto nei plessi scolastici che dirige.

I numeri, sempre e solo i maledetti numeri contano ormai in una Italia che si sgretola sotto i duri colpi della corruzione e non ha la forza di reagire con serietà, guardando in faccia agli uomini e alle donne oneste, unica speranza per i nostri figli. Che profonda tristezza provo oggi, che amarezza per i miei figli, vittime innocenti della violenza dei nostri politici asserviti alle logiche di potere.

Difendiamo le nostre eccellenze, difendiamo la meritocrazia, difendiamo il futuro dei nostri figli…difendiamo Maria De Biase!!!

Di seguito l’articolo de giornaledelcilento.it

Desta preoccupazione e disappunto la notizia che Maria De Biase, preside dell’Istituto comprensivo Teodoro Gaza e dell’Istituto statale Santa Marina -Policastro, rischia di essere trasferita. Le scuole del basso Cilento, diventate grazie al suo operato un modello nazionale, rischiano di perdere un’altra eccellenza per effetto della legge sul dimensionamento scolastico. Dal prossimo anno, infatti, il Teodoro Gaza accorperà i plessi di Caselle in Pittari, Casaletto Spartano e Fortino, sottodimensionato invece l’Istituto di Santa Marina che andrà in reggenza. Ciò, in sintesi, significa che la preside De Biase perde il suo posto e andrà a dirigere un’altra scuola. Rischia di dover lasciare il Cilento una dirigente pluripremiata: la De Biase ha attenuto dal Parlamento europeo il riconoscimento di ‘Cittadino europeo 2014’ per aver portato nelle scuole la sostenibilità, attraverso la realizzazione di orti sinergici, della pratica di rifiuti zero e del riciclo di olii esausti riutilizzati per realizzare dei saponi. Con il progetto ‘Eco Merenda’ sono state bandite le merendine confezionate, nelle scuole della De Biase si fa merenda con pane e olio.

La notizia ha creato disappunto: «Maria De Biase ha fatto quello che tutti i dirigenti scolastici di un territorio, tanto più se protetto, avrebbero dovuto fare: educare al rispetto per l’ambiente, alla sostenibilità, alle buone pratiche alimentari. – ha spiegato su Facevook l’associazione Via Silente – E allora, se la scuola è solo una questione di numeri non parliamo più di educazione, perché educare vuol dire trasmettere valori morali e culturali da una generazione all’altra, ed quello che Maria stava facendo con passione e impegno infiniti». Più dura la reazione del Comune di Santa Marina: «L’amministrazione di Santa Marina non starà ferma, ma reagirà come sempre e con determinazione per salvare un presidio di cultura e di legalità riconosciuto da tutti. Non si può penalizzare un popolo e una classe dirigente capace ed importante per la crescita di un territorio da decenni mortificato da mediocrità politiche e clientelari perpetrati da incapaci e dispettosi Farisei. Lunedì sarà dato incarico al legale del Comune per ricorrere contro questa ingiustizia fatta da mediocri della politica sia locale che regionale. Personalmente non mi piegherò al tentativo di bloccare un modello vero e concreto di crescita di tutta la comunità che ho l’onore e l’onere di rappresentare insieme ad altri – spiega Giovanni Fortunato, presidente del consiglio comunale – Voglio ringraziare il dirigente Maria De Biase per tutto quello che ha fatto e che farà negli anni avvenire per la scuola Allessandro Manzoni di Santa Marina-Policastro e per la crescita dei nostri figli».

(Fonte: giornaledelcilento.it)

Gratta e perdi

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di Marìca Spagnesi

Entro dal tabaccaio in un giorno qualunque alle 8 del mattino. Devo comprare una busta da lettera. Davanti a me una fila già lunga. Era da tanto che non entravo in un posto così. A guardar bene ci sono due file distinte. E tutte e due scorrono a ritmo costante, continuo. Grazie all’efficienza dei due tabaccai, indaffaratissimi al lavoro. Nessuno è presente. Tutti in attesa di qualcosa, tutti impazienti, tesi, di fretta o nervosi.

Sento i pensieri che si affollano nella fila che mi è accanto: speranza, consolazione, desideri a brevissimo termine di chi ha perso perfino l’abilità del desiderare profondo. Qualcuno guarda nel vuoto senza vedere. Apparentemente siamo lì per uno scopo necessario. Mentre mi avvicino al bancone ho tutto il tempo di farmi sopraffare da una parete interamente tappezzata di pacchetti di sigarette. Campeggiano scritte diverse, inquietanti, minacciose eppure del tutto invisibili: il fumo uccide. Dalla mia fila facciamo incetta di di roba neanche tanto a buon mercato. Il tabaccaio ne distribuisce a piene mani quasi come in certe immagini fanno i volontari che distribuiscono viveri di prima necessità ai poveri. I poveri qui dentro siamo noi. In attesa fremente della nostra razione.

Così la fila si taglia, si assottiglia, avanza e si ingrossa ancora. Vado avanti. Anche nella fila vicina si attende nervosi. Da qui ho una visuale più chiara e posso vedere cosa compra chi è prima di me: ancora sigarette, zucchero a getto continuo, gratta e vinci. Adesso posso vedere l’altra parete dietro la colonna. Dove sfocia a delta la fila accanto. Ricoperta fin dove il mio sguardo può arrivare di biglietti da grattare e perdere. I colori ti pervadono aggressivi, lucenti, netti, a convincerti, ad avvolgerti a provocarti. Di tutti i tipi, per tutte le necessità, per tutti i desideri. Sembrano tanti desideri. Ce n’è solo uno in realtà: vincere soldi. I soldi. Non importa per cosa, purché ci siano i soldi, i desideri sono secondari.

La quantità di biglietti da 20 e da 50 che vedo apparire e sparire sul bancone del mago-tabaccaio mi fa girare la testa. La gente davanti a me non ne acquista meno di 5 alla volta. Poi con gli occhi lucidi, eccitata, impaziente, attenta, si fa la sua dose quotidiana appena uscita dalla porta. Che ci sia quella innocente e meritata riservatezza del grattare i numeri dei miei biglietti. Qualcuno non ce la fa a trascinarsi fino alla porta e trova un angoletto dietro alla vetrina al misero riparo dagli sguardi altrui. Comunque distratti. Delusione da consumare in pochi secondi ma mi consente di mantenere viva la mia speranza, i miei sogni malformati e mai partoriti, la mia rassicurazione di lamento e di dolore, la mia frustrazione così calda, consolatoria, sempre presente al bisogno. Appena fuori qualcuno accende la sua sigaretta, anestesie a perdere, scarta la sua caramella, roba che tira su. Mal che vada c’è sempre un caffè al bar vicino per concludere il rito che mi tenga fuori dai miei pensieri.

La fila scorre veloce, è quasi il mio turno. Da qui appare un nugolo di persone dimesse, qualcuno con i vestiti troppo larghi, qualcuno ieri sera ha bevuto troppo, una donna ha dimenticato qualcosa di importante per venire qui. Il nugolo si ingrossa e alimenta un’altra fila ma in disordine. Tutti in religiosa attesa, un’attenzione verso l’alto, concentrazione e controllo, lo sguardo ad attendere l’apparizione, le labbra tese per essere morse. Lo schermo dà cifre, città, date, numeri in ritardo, in attesa. Qualcuno ha i soldi in mano, pronto a sacrificarli all’altare lì vicino. Qualche titubanza nella donna che consegna il suo biglietto. Si consulta con gli sconosciuti sulle probabilità dei numeri ritardatari. La fila si riassottiglia per poi riprendersi. La porta del negozio è sempre aperta. Chiuderla non avrebbe senso. Non si può fermare il fiume in piena delle nostre tragedie, della nostra totale assenza a noi stessi, del nostro sonno in fase profonda. Non si può chiudere la porta a folle in piena crisi di astinenza, non si può negare una stampella di sostegno a chi non ce la fa. Metà del nostro tempo è perso a sperare e l’altra metà a consolare un dolore che non sappiamo neanche definire, prigionieri senza saperlo di noi stessi.

All’uscita penso che nella mia città non si può vedere il sole, che guardando in alto lo spazio di cielo disponibile alla vista sembra il pezzo di un puzzle che non troviamo più, che abbiamo smesso di cercare, perso chissà dove.

 

Ologrammi sull’Arno

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Di recente la scena politica italiana è stata accusata di essere composta da ologrammi, immagini che vengono create in maniera artificiale, proiettate tridimensionalmente e fatte passare per reali, tangibili, materiali. Il riferimento era al Palazzo e ai suoi teatrini, è ovvio, ma ci sembra che la considerazione sia calzante pure per la piazza e la sua militanza. In fondo anche qui, in mezzo a nauseanti cumuli di spazzatura politica, si aggirano parecchi ologrammi di ologrammi. Un notevole esempio lo si può osservare in questi giorni a Firenze, dove si sta avviando a conclusione un processo a carico di un’ottantina di imputati.
Chi è agli ordini del potere ha proiettato l’immagine virtuale di una associazione a delinquere che per fomentare il conflitto sociale avrebbe organizzato buona parte degli episodi «illegali» (diurni o notturni, singolari o collettivi) avvenuti negli ultimi anni nella patria dell’attuale capo del governo. Mescolando in un unico calderone rivendicazioni costituzionali ed utopie sediziose, gli inquirenti sono riusciti a modo loro ad unire tutte le anime del cosiddetto movimento senza preoccuparsi del fatto che gli imputati provengano dai contesti più disparati e talvolta persino contrapposti (alcuni non si conoscono nemmeno fra di loro, non si sono mai incontrati, ed è assai probabile che si disprezzino reciprocamente). Che razza di associazione è mai questa, unita non dall’appartenenza ad uno stesso gruppo e nemmeno dalla partecipazione ad un movimento specifico di lotta, ma dalla mera compresenza nella medesima città?
Davanti a tale assurdità, a sua volta chi è agli ordini del contro-potere ha proiettato l’immagine virtuale di un brutale attacco intenzionale alle lotte sociali, alle proteste studentesche, all’antifascismo, alle rivendicazioni di casa e lavoro, all’antirazzismo… insomma, a tutti i cavalli di battaglia della sinistra nemmeno tanto estrema, ben sapendo che tutta l’inchiesta nasceva da ben altro e mirava a ben altro.
Non stupisce affatto che di questo processo non si sia parlato poi molto, per quanto l’azzardo tentato dalla magistratura fiorentina, qualora riuscisse, costituirebbe un vertiginoso salto in avanti della repressione, dalle conseguenze quasi inimmaginabili per tutti, nessuno escluso. A tale relativo silenzio ha contribuito l’imbarazzante consapevolezza che gli ologrammi, per essere resi credibili, devono essere proiettati per un attimo e possibilmente a distanza. Più lontana appare l’immagine e per meno tempo possibile, più è probabile che venga scambiata per vera. Altrimenti il trucco è palese e tutti potranno accorgersi che di reale e concreto, qui, non v’è nulla.
Chi scrive fa parte degli imputati ma non ha mai presenziato ad una udienza, non ha mai partecipato ad un incontro o ad un’assemblea relativi all’inchiesta, non ha seguito la vicenda giudiziaria. Non conosciamo molti dei nostri coimputati né ci interessa conoscerli, e siamo sicuri che questo disinteresse sia corrisposto. Non abbiamo mai parlato del processo in corso con nessuno di loro, né con un avvocato. Auspichiamo, forse sbagliando, che l’assurdità delle accuse, formulate, riformulate e poi ancora riaggiustate, sia sufficiente per evitare qualsiasi condanna nei confronti di chiunque e ponga fine a una vicenda tragicomica. E ci saremmo risparmiati anche di prendere qui la parola se non fosse che l’imminenza della sentenza ha sollecitato qualche regista militante a tenere audizioni in giro per l’Italia raccontando il suo canovaccio preferito a nome di tutti gli imputati.
Ora, che sia la magistratura a metterci accanto a comunisti autoritari, sindacalisti, rappresentanti di liste cittadiniste e quant’altro, passi. In fondo i coimputati sono come la merda negli Stati Uniti — capitano. Ma che in nome del «ad un attacco unitario bisogna rispondere in maniera unitaria», siano costoro a farci passare per loro compagni di lotta a favore dei diritti e della democrazia…
Eh no, cazzo! A tutto c’è un limite.
Avvicinatevi all’ologramma, se siete curiosi di dargli una occhiata più da vicino. L’inchiesta in questione non è nata affatto per stroncare le lotte sociali, a partire dalle frange più radicali del movimento studentesco per poi continuare ad altre mobilitazioni come la lotta per la casa, i diritti dei lavoratori, l’antifascismo, l’antirazzismo, blablabla. Macché, questa è la favoletta raccontata per esigenze di propaganda. Prendendo spunto dal sabotaggio di alcuni bancomat, l’inchiesta nasce nel 2009 e si alimenta non solo delle nuove azioni di disturbo — individuali e collettive — avvenute ma anche di timori investigativi (non ultimo, l’apertura nella primavera del 2010 di un altro spazio anarchico). I poliziotti, temendo che l’intrecciarsi di tutte queste iniziative potesse scaldare alcune teste locali, hanno visto la possibilità di costruire una associazione, inizialmente definita terroristica, a carico di anarchici e di qualche «cane sciolto». Tuttavia, in relazione ai controlli polizieschi, mentre gli anarchici del Trivio dei Tumultuosi, del Panico e della Riottosa, hanno dato ben poche soddisfazioni alle microspie piazzate dagli inquirenti, qualcuno fra i virgulti dello Spazio liberato 400 colpi (talmente liberato da essere stato concesso dall’Università, il che spiega la ritrosia degli scampati alla retata del maggio 2011 ad occuparlo la sera stessa degli arresti, dopo che gli erano stati apposti i sigilli) si è rivelato in possesso di una loquacità torrenziale. Gli inquirenti si sono ritrovati così sommersi da una valanga di nomi, riferimenti, aneddoti, allusioni. Frammenti che però sono riusciti a ricucire addosso solo a chi li aveva forniti, ovvero ad una preda assai diversa rispetto a quella per cui era iniziata la caccia. A finire in manette il 4 maggio 2011 non sono stati quindi né il bersaglio originario degli inquirenti né l’anello forte del movimento fiorentino, ma semplicemente quello più ingenuo. Con in mano il tesoretto di quelle intercettazioni — con fine astuzia pubblicamente confermate dai diretti interessati — gli inquirenti hanno subito capito che per farlo fruttare dovevano accantonare gli anarchici malfamati (per altro in più circostanze disprezzati e boicottati dai 400 colpi) e concentrarsi sul resto del movimento fiorentino, trasformando i connotati dell’inchiesta. Resto del movimento che si è visto costretto a cercare di limitare i danni, con notevole malumore e gigantesco imbarazzo per essere stato letteralmente trascinato in una inchiesta giudiziaria che non lo riguardava e per di più mediaticamente presentata come indirizzata «contro gli anarchici» (il peggiore degli insulti per gli esegeti del marxismo-leninismo), per altro non sempre riuscendoci (basti pensare agli arresti scattati il 13 giugno dopo la manifestazione del 21 maggio, allorquando alla polizia è bastato agitare l’esca di una sede di partito sguarnita per pescare nuovi imputati accusandoli di aver partecipato all’assalto collettivo). Il risultato finale è un elenco di 86 imputati dove dentro c’è di tutto, ma proprio di tutto.
Va da sé che per molti non è facile digerire il fatto di essere finiti nel mirino della magistratura di rimbalzo, solo perché il colpo partito contro pochi sporchi anti-autoritari è stato deviato in corsa da una fessa sponda contro molti candidi autoritari. Capiamo bene quindi perché tanti imputati preferiscano strillare contro la repressione che ancora una volta si abbatte contro chi lotta per i diritti, il posto di lavoro, la casa, la buona scuola, l’antifascismo… Le buone intenzioni non vanno confuse con quelle cattive, che infatti nel frattempo sono state rimosse del tutto. Non è un caso se la campagna a favore degli arrestati è stata portata avanti fin da subito nella maniera più consona, con raccolte di firme, comitati di genitori, cene con preti di strada e via intristendo. Né è un caso se fra gli arrestati del 4 maggio, una volta rimessi in libertà, c’è chi ha strappato un applauso assembleare rendendo merito alla magistratura di aver capito che loro no, non sono anarchici, e chi ha privatamente precisato di non poter permettersi il lusso di finire in galera («per voi anarchici è diverso, ma noi abbiamo una carriera davanti e un’immagine da difendere»). Per non parlare della dichiarata intenzione di indire una conferenza stampa in cui dissociarsi da un’azione della Federazione Anarchica Informale (intenzione abortita per puro calcolo politico, avendo scoperto che se lo avessero fatto non avrebbero più potuto usare gli zerbini anarchici sempre disponibili a pulire i piedi di ogni antagonista salito alla ribalta).
Dunque, il ritornello che da anni viene ripetuto fino allo sfinimento è che le buone intenzioni di chi vuole difendere i diritti non vanno confuse con quelle cattive di chi vuole distruggere lo Stato. E noi siamo più che d’accordo. Ecco perché — dopo tribunali ed assemblee — diserteremo anche la manifestazione prevista a Firenze per il prossimo 9 aprile, quella che vedrà sfilare lo zoo politico locale e nazionale, che ha tutto l’interesse di cristallizzare un movimento in una mortifera sintesi unitaria. Dietro a quegli striscioni ci sarà posto per molti, senza alcun dubbio, ma di certo non per noi. Con la nostra assenza faremo senz’altro un favore agli organizzatori che ci considerano dei porta-grane, veri e propri paria da cui stare alla larga. Ma dopo tutto questo lungo periodo in cui siamo rimasti zitti, loro però adesso facciano un favore a noi: che la smettano di parlare a nome di tutti facendo passare anche noi, e chi non ci sta, per elemosinatori di diritti.
Di tutti gli imputati, un paio almeno
Firenze, marzo 2016

Voglio complici, non comunità

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Apio Ludd
«Le comunità… si definiscono meglio in termini di rapporti alimentari
— ci domandiamo chi mangia chi»
Marson Bates
Maledizione, quasi dovunque vada sento parlare di comunità. Sembra che sia qualcosa di cui tutti hanno bisogno, qualcosa a cui tutti devono voler dare se stessi. Nelle grandi città è facile ignorare questi appelli ad appartenere, essendo difficile per i disarmati sostenitori di comunità* introdursi personalmente nella vita degli altri. Ora vivo in una zona rurale. Ha molti vantaggi, ma la sua popolazione umana comprende troppi liberali, attivisti, benpensanti, in parole povere ficcanaso per cui la comunità è sacra, una divinità impersonale davanti alla quale questi credenti pretendono che tutti si inchinino.
Questi comunitari locali rendono molto chiaro cosa intendano per «comunità» con le loro lamentele nei confronti di chi non si conforma agli standard della comunità, e con i loro tentativi di reclutare gli altri contro questi elementi anti-sociali. In effetti, è questione di «chi mangia chi» — chi trascorre il suo tempo rosicchiando la reputazione di coloro che non si adeguano ai suoi canoni.
In quanto ideale, la comunità è in opposizione all’individualità, perché richiede la limitazione dell’unicità per un presunto superiore insieme. Non riconosco alcun insieme più grande a cui concedere tale potere, quindi non ho interesse per la comunità. Ciò significa che voglio isolarmi? Beh, qualche volta sì; apprezzo la mia solitudine. Ma altre volte ho voglia di giocare con gli altri. Semplicemente non intendo consegnarmi a nessun «insieme più grande».
E la «comunità», nel senso dei suoi sostenitori, è davvero un insieme più grande imposto. Costoro la usano per rafforzare una conformità ai ruoli che ci trasforma tutti in semplici pezzi elettronici della macchina sociale cibernetica, sopprimendo le particolarità che rendono voi e me interessati gli uni all’altro. Ciò accresce l’isolamento, dato che diventa sempre più difficile per chiunque incontrare altri al di fuori di queste funzioni sociali. E la vostra funzione non mi interessa davvero. Le vostre particolarità, queste qualità uniche attraverso cui create voi stessi, sono la ragione per cui desidero conoscervi, interagire con voi, e gli standard della comunità servono per sopprimerle.
Così non desidero la comunità. Desidero amici, compagni, amanti, complici. In altre parole, desidero creare intenzionalmente e appassionatamente rapporti con individui specifici, perché vedo una potenzialità per un reciproco piacere e beneficio. Le amicizie, le affinità, gli amori e le complicità non sono cose a cui appartengo, ma interazioni che creo volontariamente con gli altri. L’origine di alcune di queste parole lo rende chiaro. Un amico è qualcuno con cui si vuole trascorrere il tempo senza provare amore nei suoi confronti. Un compagno è qualcuno con cui mangiare lo stesso pane**. Un amante è qualcuno con cui si riesce a condividere un piacere e una delizia reciproca. E un complice è qualcuno con cui unire le forze per certi scopi. In ogni caso, non esiste un insieme più grande, nessun potere maggiore, obblighi forzosi, solo due o più individui che scelgono di relazionarsi con le loro particolarità uniche al fine di meglio assaporare la propria vita o di compiere uno sforzo reciprocamente benefico. L’individualità, l’assoluta imparagonabile unicità di ognuno che ne sia coinvolto, fornisce la base della reciprocità di questo genere di rapporti — rapporti che non sono mai «più grandi della somma delle loro parti», ma piuttosto che accrescono la grandezza di ogni individuo che vi prende parte.
Ci sono altri due generi di rapporti che posso non desiderare o non considerare quanto quelli appena descritti, ma che comunque preferisco alla reciproca tolleranza e all’acquiescenza necessarie alla comunità: ostilità e disprezzo. La mera tolleranza degli altri mi è intollerabile. Se i vostri progetti, obiettivi o desideri sono in conflitto con i miei, saremo nemici. Se non valete nulla come nemici, vi disprezzerò. Fare altrimenti — nel nome della comunità, dell’«andare d’accordo» — sarebbe un insulto alla vostraindividualità, alla vostra unicità, e rafforzerebbe la menzogna della comunità.
*  Ovviamente le forze armate della comunità, gli sbirri, agiscono in forze per imporre gli standard comunitari.
** Esistono naturalmente anche rapporti di “compagnia” imposti: il prigioniero che non è solo in cella, o il coscritto in caserma.

Quattro abbandoni e una abolizione

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Anne Archet
1. Devo abbandonare ogni forma di identità
L’identità è esterna all’individuo. È la conseguenza della sua appartenenza imposta a una categoria sociale che gli è pre-esistente. Queste categorie sociali sono arbitrarie — perché essere donna, nera, lesbica o proletaria sono categorie sociali e non il fatto di avere gli occhi verdi, essere ambidestri, albini o intolleranti al lattosio? — e determinano se gli individui che vi sono catalogati siano più o meno oppressi. Identificarsi in una categoria significa fare propria la sua oppressione oppure assumere il suo ruolo di carnefice come costitutivo della propria persona.
2. Devo abbandonare ogni presunzione di innocenza
Ogni richiamo all’innocenza non è solo inutile, è pericoloso. Sostenere che una persona meriti libertà, protezione o giustizia perché è innocente — perché si è astenuta da ogni peccato, da ogni crimine e da ogni trasgressione — implica che esistano forme d’oppressione che si meritano e altre che non si meritano. Orbene, l’oppressione ha nulla a che vedere col merito individuale e tutto a che vedere con l’appartenenza dell’individuo a una categoria sociale arbitrariamente definita. La violenza esercitata dagli apparati di potere su di noi è totalmente gratuita; l’esigenza di criteri di tenuta morale per far cessare l’oppressione è un dispositivo di potere.
Bisogna liberare tutti i prigionieri — anche quelli che sono innocenti.
3. Devo abbandonare ogni ambizione di legittimità
L’appartenenza a una categoria oppressa, in quanto arbitraria, non può essere fonte di legittimità. Occorre rinunciare all’idea che la rivoluzione sia fatta nel nome di una categoria oppressa fondamentalmente innocente (quindi giusta) che i rivoluzionari avrebbero il compito di rappresentare. Le categorie sociali oppresse hanno una sola funzione: giustificare l’oppressione. Considerarle alla rovescia e attribuir loro un valore non fa che preparare le oppressioni future.
4. Devo abbandonare ogni dovere di solidarietà
La sola lotta coerente e onesta è quella che intraprendo per le mie ragioni. È una lotta fondata in modo immanente sui miei desideri. Dato che ogni causa superiore a me stessa finisce sempre per governare la mia vita, devo — al pari di Max Stirner — «fondare la mia causa su nulla».
Se il fatto di appartenere a una categoria sociale è arbitrario, il fatto di avere un nemico comune è altrettanto arbitrario. Può darsi che io abbia un nemico comune con voi; ciò non significa che la nostra esperienza d’oppressione sia la stessa; può anche darsi che siamo radicalmente antagonisti per via della nostra appartenenza simultanea e parallela ad altre categorie sociali. È quindi meglio respingere ogni modello di solidarietà fondata sull’empatia, la simpatia, la carità, o l’idea che la comunità di nemici crei la comunità di interessi.
Se noi lottiamo perché sono le nostre vite ad obbligarci a farlo e sono i nostri desideri ad orientare questa lotta, cosa resta della solidarietà a parte un guscio vuoto moralizzatore? Camminate al mio fianco solo se il percorso che prendo conduce alla destinazione che voi avete scelto — con la convinzione che non ci dobbiamo reciprocamente proprio nulla e che la passione che ci unisce è totalmente gratuita.
5. Devo abolire me stessa
Abolire se stessi significa dissociarsi radicalmente dalla propria identità ed entrare in un processo di disidentificazione. Ogni volta che accetto di essere ridotta a una categoria sociale, sto accettando d’essere solo un fantasma, una meno-di-me — una meno-di-niente. L’io che devo abolire è il corpo sociale, quello segnato da tutte le appartenenze che mi sono state imposte — o che sono riusciti a farmi credere di aver scelto —, quello misurato, contato, valutato e classificato: quello che è sfruttabile, debitore, responsabile e, in definitiva, colpevole. Tale corpo è quello che opprime e che è oppresso; le striature che ha sono anche i segni di frusta del carnefice.
Ecco in cosa si riassume il mio programma: diventare così liscia che niente riuscirà ad incollarsi alla mia pelle — nemmeno il mio nome.