Quattro abbandoni e una abolizione

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( Articolo Condiviso )

Anne Archet
1. Devo abbandonare ogni forma di identità
L’identità è esterna all’individuo. È la conseguenza della sua appartenenza imposta a una categoria sociale che gli è pre-esistente. Queste categorie sociali sono arbitrarie — perché essere donna, nera, lesbica o proletaria sono categorie sociali e non il fatto di avere gli occhi verdi, essere ambidestri, albini o intolleranti al lattosio? — e determinano se gli individui che vi sono catalogati siano più o meno oppressi. Identificarsi in una categoria significa fare propria la sua oppressione oppure assumere il suo ruolo di carnefice come costitutivo della propria persona.
2. Devo abbandonare ogni presunzione di innocenza
Ogni richiamo all’innocenza non è solo inutile, è pericoloso. Sostenere che una persona meriti libertà, protezione o giustizia perché è innocente — perché si è astenuta da ogni peccato, da ogni crimine e da ogni trasgressione — implica che esistano forme d’oppressione che si meritano e altre che non si meritano. Orbene, l’oppressione ha nulla a che vedere col merito individuale e tutto a che vedere con l’appartenenza dell’individuo a una categoria sociale arbitrariamente definita. La violenza esercitata dagli apparati di potere su di noi è totalmente gratuita; l’esigenza di criteri di tenuta morale per far cessare l’oppressione è un dispositivo di potere.
Bisogna liberare tutti i prigionieri — anche quelli che sono innocenti.
3. Devo abbandonare ogni ambizione di legittimità
L’appartenenza a una categoria oppressa, in quanto arbitraria, non può essere fonte di legittimità. Occorre rinunciare all’idea che la rivoluzione sia fatta nel nome di una categoria oppressa fondamentalmente innocente (quindi giusta) che i rivoluzionari avrebbero il compito di rappresentare. Le categorie sociali oppresse hanno una sola funzione: giustificare l’oppressione. Considerarle alla rovescia e attribuir loro un valore non fa che preparare le oppressioni future.
4. Devo abbandonare ogni dovere di solidarietà
La sola lotta coerente e onesta è quella che intraprendo per le mie ragioni. È una lotta fondata in modo immanente sui miei desideri. Dato che ogni causa superiore a me stessa finisce sempre per governare la mia vita, devo — al pari di Max Stirner — «fondare la mia causa su nulla».
Se il fatto di appartenere a una categoria sociale è arbitrario, il fatto di avere un nemico comune è altrettanto arbitrario. Può darsi che io abbia un nemico comune con voi; ciò non significa che la nostra esperienza d’oppressione sia la stessa; può anche darsi che siamo radicalmente antagonisti per via della nostra appartenenza simultanea e parallela ad altre categorie sociali. È quindi meglio respingere ogni modello di solidarietà fondata sull’empatia, la simpatia, la carità, o l’idea che la comunità di nemici crei la comunità di interessi.
Se noi lottiamo perché sono le nostre vite ad obbligarci a farlo e sono i nostri desideri ad orientare questa lotta, cosa resta della solidarietà a parte un guscio vuoto moralizzatore? Camminate al mio fianco solo se il percorso che prendo conduce alla destinazione che voi avete scelto — con la convinzione che non ci dobbiamo reciprocamente proprio nulla e che la passione che ci unisce è totalmente gratuita.
5. Devo abolire me stessa
Abolire se stessi significa dissociarsi radicalmente dalla propria identità ed entrare in un processo di disidentificazione. Ogni volta che accetto di essere ridotta a una categoria sociale, sto accettando d’essere solo un fantasma, una meno-di-me — una meno-di-niente. L’io che devo abolire è il corpo sociale, quello segnato da tutte le appartenenze che mi sono state imposte — o che sono riusciti a farmi credere di aver scelto —, quello misurato, contato, valutato e classificato: quello che è sfruttabile, debitore, responsabile e, in definitiva, colpevole. Tale corpo è quello che opprime e che è oppresso; le striature che ha sono anche i segni di frusta del carnefice.
Ecco in cosa si riassume il mio programma: diventare così liscia che niente riuscirà ad incollarsi alla mia pelle — nemmeno il mio nome.
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Pubblicato il 5 marzo 2016, in Il raggio riflesso, informazione e cultura con tag . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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