Gratta e perdi

vivere_in_attesa

( Articolo Condiviso )

di Marìca Spagnesi

Entro dal tabaccaio in un giorno qualunque alle 8 del mattino. Devo comprare una busta da lettera. Davanti a me una fila già lunga. Era da tanto che non entravo in un posto così. A guardar bene ci sono due file distinte. E tutte e due scorrono a ritmo costante, continuo. Grazie all’efficienza dei due tabaccai, indaffaratissimi al lavoro. Nessuno è presente. Tutti in attesa di qualcosa, tutti impazienti, tesi, di fretta o nervosi.

Sento i pensieri che si affollano nella fila che mi è accanto: speranza, consolazione, desideri a brevissimo termine di chi ha perso perfino l’abilità del desiderare profondo. Qualcuno guarda nel vuoto senza vedere. Apparentemente siamo lì per uno scopo necessario. Mentre mi avvicino al bancone ho tutto il tempo di farmi sopraffare da una parete interamente tappezzata di pacchetti di sigarette. Campeggiano scritte diverse, inquietanti, minacciose eppure del tutto invisibili: il fumo uccide. Dalla mia fila facciamo incetta di di roba neanche tanto a buon mercato. Il tabaccaio ne distribuisce a piene mani quasi come in certe immagini fanno i volontari che distribuiscono viveri di prima necessità ai poveri. I poveri qui dentro siamo noi. In attesa fremente della nostra razione.

Così la fila si taglia, si assottiglia, avanza e si ingrossa ancora. Vado avanti. Anche nella fila vicina si attende nervosi. Da qui ho una visuale più chiara e posso vedere cosa compra chi è prima di me: ancora sigarette, zucchero a getto continuo, gratta e vinci. Adesso posso vedere l’altra parete dietro la colonna. Dove sfocia a delta la fila accanto. Ricoperta fin dove il mio sguardo può arrivare di biglietti da grattare e perdere. I colori ti pervadono aggressivi, lucenti, netti, a convincerti, ad avvolgerti a provocarti. Di tutti i tipi, per tutte le necessità, per tutti i desideri. Sembrano tanti desideri. Ce n’è solo uno in realtà: vincere soldi. I soldi. Non importa per cosa, purché ci siano i soldi, i desideri sono secondari.

La quantità di biglietti da 20 e da 50 che vedo apparire e sparire sul bancone del mago-tabaccaio mi fa girare la testa. La gente davanti a me non ne acquista meno di 5 alla volta. Poi con gli occhi lucidi, eccitata, impaziente, attenta, si fa la sua dose quotidiana appena uscita dalla porta. Che ci sia quella innocente e meritata riservatezza del grattare i numeri dei miei biglietti. Qualcuno non ce la fa a trascinarsi fino alla porta e trova un angoletto dietro alla vetrina al misero riparo dagli sguardi altrui. Comunque distratti. Delusione da consumare in pochi secondi ma mi consente di mantenere viva la mia speranza, i miei sogni malformati e mai partoriti, la mia rassicurazione di lamento e di dolore, la mia frustrazione così calda, consolatoria, sempre presente al bisogno. Appena fuori qualcuno accende la sua sigaretta, anestesie a perdere, scarta la sua caramella, roba che tira su. Mal che vada c’è sempre un caffè al bar vicino per concludere il rito che mi tenga fuori dai miei pensieri.

La fila scorre veloce, è quasi il mio turno. Da qui appare un nugolo di persone dimesse, qualcuno con i vestiti troppo larghi, qualcuno ieri sera ha bevuto troppo, una donna ha dimenticato qualcosa di importante per venire qui. Il nugolo si ingrossa e alimenta un’altra fila ma in disordine. Tutti in religiosa attesa, un’attenzione verso l’alto, concentrazione e controllo, lo sguardo ad attendere l’apparizione, le labbra tese per essere morse. Lo schermo dà cifre, città, date, numeri in ritardo, in attesa. Qualcuno ha i soldi in mano, pronto a sacrificarli all’altare lì vicino. Qualche titubanza nella donna che consegna il suo biglietto. Si consulta con gli sconosciuti sulle probabilità dei numeri ritardatari. La fila si riassottiglia per poi riprendersi. La porta del negozio è sempre aperta. Chiuderla non avrebbe senso. Non si può fermare il fiume in piena delle nostre tragedie, della nostra totale assenza a noi stessi, del nostro sonno in fase profonda. Non si può chiudere la porta a folle in piena crisi di astinenza, non si può negare una stampella di sostegno a chi non ce la fa. Metà del nostro tempo è perso a sperare e l’altra metà a consolare un dolore che non sappiamo neanche definire, prigionieri senza saperlo di noi stessi.

All’uscita penso che nella mia città non si può vedere il sole, che guardando in alto lo spazio di cielo disponibile alla vista sembra il pezzo di un puzzle che non troviamo più, che abbiamo smesso di cercare, perso chissà dove.

 

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Pubblicato il 12 marzo 2016, in Il raggio riflesso, informazione e cultura con tag . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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