Bring the war home?

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( Articolo Condiviso )

Negli anni 70 erano i rivoluzionari a voler portare nei quartieri delle città occidentali la realtà della guerra in corso dall’altra parte del pianeta, nel tentativo di «mettere a nudo le contraddizioni dell’imperialismo». Tutto iniziò nell’ottobre del 1969 con le giornate della rabbia organizzate a Chicago dai Weathermen, quando centinaia di manifestanti sfilarono per le strade cittadine attaccando negozi, danneggiando automobili, scontrandosi con le forze dell’ordine. L’idea che stava dietro tale iniziativa era semplice: mentre l’esercito yankee bombardava il Vietnam, abbrustolendo uomini, donne e bambini con il napalm, gli abitanti delle metropoli statunitensi non potevano continuare a vivere nella comodità e nell’indifferenza. Anche loro dovevano perdere il quieto vivere, per comprendere cosa stava accadendo, per avvertirne la responsabilità.
La separazione geografica del luogo in cui veniva scatenata la guerra da quello in cui veniva preparata, organizzata e decisa sarebbe stata così colmata. Per i rivoluzionari occidentali il solo modo per battersi contro la guerra che esportava il capitalismo era quello di attaccare il capitalismo in casa propria — portando il disordine sotto casa.
Da allora è trascorso quasi mezzo secolo. Spazzata via ogni opposizione, il capitalismo ha trionfato dappertutto. Ma la guerra non si è affatto conclusa, anzi, è andata via via generalizzandosi e incancrenendosi. È una guerra interna, una guerra tra forze rivali in competizione per il controllo dei mercati, delle risorse prime, della manovalanza umana, quella che sta insanguinando il pianeta. Oggi non sono più i rivoluzionari, i nemici del capitalismo, a portare la guerra in casa. No, sono i sicari di un qualche potere — i soli ad essere rimasti ormai in campo. Sono rimasti solo loro a dirsi che, se gli eserciti occidentali bombardano e massacrano in oriente, allora gli abitanti delle metropoli statunitensi ed europee non possono continuare a vivere nella comodità e nell’indifferenza. Anche loro devono perdere il quieto vivere. In quale maniera, lo si è visto ieri a Parigi e oggi a Bruxelles.
Non c’è zona franca in questa guerra fra dominatori e aspiranti tali, la cui spirale ci sta avvolgendo tutti. E nemmeno c’è una trincea che non sia piena d’infamia. Non fra quelle già scavate, perlomeno. Sebbene non al riparo dal fuoco incrociato, e tormentate da mille difficoltà, persistono tuttavia le macchie, le selve oscure raggiunte dai disertori del vecchio mondo con la speranza di vivere in pace.
O con l’intenzione di muovere la propria guerra.
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Pubblicato il 24 marzo 2016, in Il raggio riflesso, informazione e cultura con tag . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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