Archivio mensile:aprile 2016

Ancora uno sforzo

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«La gioia del risultato è già nella gioia dello sforzo […]
La costanza del coraggio non sta nel fatto di arrivare, ma nella certezza di aver ragione»
Albert Libertad, 1908
Arretrare per meglio avanzare in seguito… È la strategia che il potere sembra applicare per il momento: stabilendo una pausa nella sua corsa verso la costruzione della maxi-prigione. In attesa di tempi più rassegnati per imporre la più grande prigione della storia belga. Uno dopo l’altro, i politici responsabili del progetto hanno iniziato a prendere le distanze dal loro stesso progetto, uno attraverso dichiarazioni alla stampa, l’altro non concedendo qualche permesso. Ora vengono formulati persino dei dubbi sulla legalità dell’accordo fra lo Stato e le imprese incaricate di costruire la maxi-prigione. Ma in un simile periodo di repressione contro tutto ciò che mette in discussione l’ordine, la costruzione della maxi-prigione non tarderà a tornare alla ribalta.
Ovviamente il potere non ammetterà mai che è anche a causa della lotta contro la costruzione della maxi-prigione, condotta da diversi anni, che il progetto viene oggi sospeso. Non ammetterà che il rifiuto di questa nuova prigione nei quartieri popolari di Bruxelles, e non solo, è particolarmente diffuso e si esprime anche attraverso pratiche di sabotaggio e di azione diretta contro le istituzioni responsabili, le imprese collaboratrici, gli architetti che disegnano le planimetrie delle gabbie, i politici implicati. Se il potere costruisce i suoi edifici repressivi sul terreno stabile della rassegnazione, si è sbagliato di grosso a proposito dei sondaggi del terreno relativi alla costruzione di questa maxi-prigione. E piuttosto di rischiare che questa lotta diventi veramente incontrollabile, infiammando i quartieri in cui cova la rabbia, preferisce non parlarne più di tanto, per il momento.
Gridare vittoria adesso sarebbe perciò fuori luogo. Non solo perché dopo la carneficina jihadista a Bruxelles il potere non mancherà di seppellirci sotto vari progetti, uno più repressivo dell’altro, e nuove carceri faranno parte di questo menu indigesto. Ma anche perché la lotta contro la maxi-prigione non è soltanto una lotta contro le mura che vogliono erigere, ma anche contro il rafforzamento repressivo dello Stato, contro una vita sotto controllo, con mani e piedi legati dallo sfruttamento capitalista. La lotta contro la maxi-prigione non è che un tentativo, una scintilla, per dare fuoco alla polveriera. Per far esplodere il mondo che ci opprime. Per incendiare le strade ed attaccare i responsabili di questo ordine di cose.
Quindi, silenzio radio sul progetto della maxi-prigione, giusto il tempo di escogitare una nuova strategia per imporcelo, ma da almeno due mesi è diventato tangibile il modo in cui il potere cerca di sopprimere ogni rivolta a Bruxelles: ci manda l’esercito davanti, attrezza i suoi sbirri di pattuglia con armi da guerra, promulga nuove leggi e metodi ancora più invadenti per reprimerci, investe centinaia di milioni di euro in più nella repressione dell’illegalità, rafforza la caccia ai senza-documenti, bombarda le nostre teste con la sua propaganda («con noi o con i jihadisti»), prende provvedimenti contro i conflitti che fuoriescono dalla camicia di forza legalitaria. In breve, trasforma la città in una prigione a cielo aperto e si prepara a scatenare una guerra senza pietà contro chi non l’accetterà.
È per questo che è importante fare ancora uno sforzo nella lotta contro la maxi-prigione. Per scuoterli con forza. Per lanciare loro un grido di sfida: noi continueremo a lottare, con lo scontro e l’azione diretta, per la libertà. Ancora uno sforzo, per gettare attraverso questa lotta le basi per future lotte, sempre più risolute, più aspre, più affilate. Ancora uno sforzo affinché, perché no, rinuncino definitivamente ad imporci questa maxi-prigione che, se fosse costruita, getterebbe una terribile ombra sulle nostre vite. Ancora uno sforzo per difendere a voce alta tutte le azioni dirette che sono avvenute in ogni angolo del Belgio, che hanno colpito le aziende nelle zone industriali così come i tutori dell’ordine nelle strade di Bruxelles; difendere queste azioni come parte di un’accanita lotta per la libertà.
E da dove deve provenire questo sforzo? Da ciascuno e ciascuna di noi, da ogni cuore in rivolta nei quartieri, da ogni persona che si è battuta contro la costruzione di questa maxi-prigione. È da qui, da parte di coloro che sono schiacciati dallo Stato ma che non per questo sono rassegnati, che deve provenire questo sforzo, un segnale di inizio di una lotta più vasta, più rivoluzionaria, più temeraria. Ancora uno sforzo, dawa [disordine] dappertutto. Uno sforzo per dar fuoco alle polveri che si accumulano nelle strade di Bruxelles. E allora si lancerà la più sublime delle sfide in faccia ai militari, agli sbirri, ai politici, ai giudici, ai giornalisti, ai ricchi, agli eurocrati: la sfida della lotta per la libertà.

Sopprimere, non rinnovare

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Manifesto per la soppressione dei partiti politici
Simone Weil (con una prefazione di André Breton)
Castelvecchi Editore, Roma, 2012
Scritte nel 1943, l’anno della morte di Simone Weil, queste note rimasero nel cassetto assieme a molti altri suoi scritti inediti per essere pubblicate in Francia solo nel 1950. Ebbene, alla lettura di queste sue inequivocabili parole sulla necessità di sopprimere tutti i partiti politici — pensiero che in fondo si potrebbe considerare il suo «testamento politico» — si rimane sorpresi, quasi sbalorditi. Il significato della parola è talmente manipolabile da rendere pressochè inutile ogni espressione? Come è possibile che molti rinnovatori della politica si siano appropriati di questo testo, facendo della sua autrice una pioniera del cittadinismo?
Non se lo meritava, proprio no. Nemmeno quel cauto «sembra» con cui fa precedere alcune sue osservazioni lo giustifica. La scrittrice francese è chiara nell’indicare ogni partito come un «male», «totalitario in nuce e nelle aspirazioni», un organismo costituito «in maniera tale da uccidere nelle anime il senso della verità e della giustizia». Dedito alla «menzogna» ed impotente a realizzare il cosiddetto «bene pubblico», ogni partito — insiste — è una vera e propria scuola di «servilismo». La critica di Simone Weil è talmente spietata da spingerla a dire che «la soppressione dei partiti costituirebbe un bene quasi allo stato puro», ponendo fine a «una lebbra» che ha «contaminato» ogni cosa.
Ora, il rimedio contro questa lebbra non può essere certo un virus come la peste. Inutile agitare una qualche nuova «passione collettiva» con cui ottenebrare le persone, inutile sperare in partiti diversi o migliori. Nemmeno i partiti clandestini, quelli messi fuori legge per la loro opposizione, valgono granché. Anche loro, precisa l’autrice di questo testo, sono assetati di potere proprio e di obbedienza altrui. Contro la menzogna dei partiti politici c’è solo la ricerca individuale della verità, di quella «luce interiore» che per la scrittrice francese era un tutt’uno con Dio — ma che per altri è sinonimo di coscienza critica.
Come possono parole così chiare essere messe al servizio di nuovi partiti? Perché questa lebbra non ha devastato soltanto il mondo in cui viviamo, ha colpito e minato irrimediabilmente anche l’immaginario dell’essere umano, spuntando gli artigli alla critica radicale. Il testo usato dagli editori italiani come introduzione, un articolo redatto nel 1950 dal fondatore del surrealismo, ne è già un affliggente esempio. Anche Breton si scaglia con virulenza contro i partiti, ricorda con Camus la necessità di un’etica risolutamente ostile alla politica e saluta con ammirazione le parole di Simone Weil. Ma poi, ecco l’imbarazzante teorico del Meraviglioso concludere precisando di preferire una graduale «messa al bando» dei partiti rispetto ad una loro «soppressione» immediata; e «nell’attesa, possiamo quantomeno sperare che le prossime consultazioni elettorali riportino in vigore un sistema di scrutinio che non sfavorisca più sistematicamente il candidato che si ponga come responsabile di fronte ai propri elettori, a vantaggio di chi non deve fare i conti con altri che il proprio partito». Dall’intransigenza etica («Non si può servire Dio e Mammona. Qualora si abbia un criterio del bene diverso dal bene, si perde la nozione del bene») si passa così al possibilismo politico.
È questa assoluta incapacità di immaginare tutt’altro rispetto all’Uno dello Stato e del bene pubblico, è questa persuasione di dover «quantomeno» sporcarsi le mani con la politica, a far sì che qualsiasi attacco ai partiti venga interpretato automaticamente come fosse un attacco rivolto soltanto a quelli vecchi già esistenti, e da cui sarebbero esenti i partiti nuovi o futuri (che, in quanto tali, vanno ritenuti migliori e giusti). Ed è in virtù delle capacità recuperatrici di questo luogo comune che le critiche di Simone Weil, qui in Italia, hanno in passato influenzato l’esperienza di un imprenditore progressista come Adriano Olivetti (eletto nel 1958 alla Camera dei Deputati nella lista del Movimento Comunità), mentre oggi sono fonte di ispirazione per rampanti comici-politici pentastellati o per rottamati ex-ministri della Repubblica.
Ma se già settant’anni fa — ai tempi dei grandi comizi, dei giornali di partito e della radio — Simone Weil notava come la propaganda politica fosse una menzogna, oggi che a plasmare le più intime convinzioni di chiunque sono la televisione e internet, davvero si pensa che ci possa essere una qualsivoglia alternativa alla soppressione dei partiti politici? La storia ha dato un nome ben preciso al momento in cui questa soppressione esce dalla speculazione per diventare possibile e concreta. Non si chiama trionfo elettorale, né cambio di governo. Non si chiama referendum, né legge popolare. Non si chiama conquista del Parlamento, palazzo da «occupare» o da «aprire come una scatola di sardine».
Si chiama insurrezione. Come quella a cui Simone Weil partecipò in Spagna nell’estate del 1936.

Lettera aperta al Signor (o Signora) Facebook. Con preghiera di pubblicazione.

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di Sergio di Cori Modigliani

Alla gentile attenzione del Signor Facebook, o della Signora Facebook, e p.c. a tutti i miei amici virtuali insieme ai quali condivido la generosa ospitalità della vostra invenzione:

Gentilissimi signori, ogni santo giorno, così come tutti quelli che stanno ora leggendo, accendo il computer ed eseguo le normali operazioni di routine, tra cui una subitanea scappata su facebook, ma -da una settimana a questa parte- mi trovo ad affrontare un fastidioso problemino. Consapevole della vostra inappuntabile efficienza, invidiabile efficacia, e imbattibile competenza tecnica, mi rivolgo alla Vostra Illuminata Signoria, consapevole del fatto che non mancherete di provvedere immediatamente a risolvere questo pasticcio, dal sottoscritto considerato fastidioso per la sua incolumità mentale.

Non appena compare il rullo della home, spicca subito il seguente testo:

Diamo nuova vita a Roma! Seguimi, insieme possiamo farlo!
continua QUI

Sull’attenti, di paura

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( Articolo condiviso )

Allineati di paura ringraziamo
la paura che ci salva dalla follia.
Decisione e coraggio è merce rara
e la vita senza vita è più sicura.
Avventurieri ormai senza avventura
combattiamo, allineati di paura,
ironici fantasmi, alla ricerca
di ciò che fummo, di ciò che non saremo.
Allineati di paura, con voce fioca,
col cuore fra i denti, siamo
i fantasmi di noi stessi.
Gregge che la paura insegue,
viviamo così vicini e così soli
che della vita abbiamo perso il senso.
(Alexandre O’Neill, 1962)
Si dice che nel corso della riunione annuale del famigerato Club Bilderberger — il gotha mondiale della politica, dell’economia e della finanza — tenutasi nel maggio 1992 ad Evian, in Francia, l’ex-segretario di Stato statunitense Henry Kissinger abbia dichiarato a proposito della grande rivolta che poche settimane prima aveva infiammato Los Angeles: «Se delle truppe delle Nazioni Unite entrassero a Los Angeles per restaurare l’ordine, gli americani oggi si sentirebbero oltraggiati domani ne sarebbero riconoscenti. Ciò avverrebbe soprattutto se li si informasse che un attacco proveniente dall’aldilà minaccia la loro esistenza. In tal caso i popoli della terra pregherebbero i propri leader di liberarli da quei malvagi. Ciò che tutti gli uomini temono è l’ignoto. Quando verrà presentato loro questo scenario, saranno pronti ad abbandonare i loro diritti individuali in favore del proprio benessere, garantito dal loro governo mondiale».
Autentica o apocrifa che sia questa citazione, esprime perfettamente un caposaldo della ragione di Stato. Per ottenere obbedienza, nulla è più efficace dell’arma della paura. Il terrore paralizza i movimenti, ottunde la mente, rende deboli e indifesi. Ammutolisce la critica e spinge tutti ad invocare aiuto, senza guardare in faccia i soccorritori e senza metterne in dubbio intenzioni e mezzi. Questo terrore così funzionale deve quindi essere creato ed alimentato in permanenza. A differenza dei regimi dittatoriali, che storicamente si contraddistinguono proprio perché è lo stesso governo ad esercitare il terrore sui propri cittadini-sudditi, nelle democrazie il panico viene creato attraverso l’evocazione di una minaccia esterna. Agitandone lo spauracchio, lo Stato può ritagliarsi e recitare il ruolo di eroe salvatore — da ripagare con gratitudine, e a cui essere riconoscenti per la vita.
Ciò spiega il motivo per cui, all’interno della grande rappresentazione mediatica della paura, il palcoscenico non rimane mai vuoto. Personaggi terrificanti si susseguono uno dopo l’altro, si incrociano, si accoppiano, prolificano pure, accalcandosi talvolta nello stesso momento e nello stesso spazio. Ma il canovaccio resta sempre lo stesso. Un grave pericolo incombe su tutti noi, onnipresente, invisibile, pronto a colpirci all’improvviso. Bisogna stare attenti, e quindi bisogna innanzitutto mettersi sull’attenti. Ogni angolo buio che attraversiamo potrebbe diventare la scena di un delitto — ben vengano i controlli che ci difendono da assassini e stupratori. Ogni straniero in cui ci imbattiamo (soprattutto se povero) potrebbe essere un terrorista — ben vengano i centri di identificazione, le deportazioni e la chiusura delle frontiere che ci proteggono dai kamikaze. Persino ogni abbraccio e ogni bacio che ci scambiamo potrebbe essere fatale — ben vengano le vaccinazioni di massa (come stanno cercando di fare in quest’ultimo periodo in Toscana per debellare una meningite che dicono abbia causato una decina di morti in quindici mesi, compreso chi è morto subito dopo essersi fatto vaccinare!) per prevenire le malattie.
Per riacquistare pace & serenità basta mettersi nelle mani degli esperti, dei professionisti, di chi ha le conoscenze e le competenze in materia. In una parola, nelle mani dello Stato. Quello Stato da cui siamo sempre più dipendenti e che, sebbene mostri ogni giorno di più la propria infamia, costituisce il punto di riferimento costante e ineludibile. Biasimiamo i suoi pretoriani quando torturano e ammazzano i malcapitati che finiscono nelle loro grinfie, ma poi li acclamiamo quando temiamo che qualcuno possa disturbare il nostro sonno. Insultiamo i suoi funzionari quando veniamo a conoscenza delle quotidiane malefatte che commettono, ma poi li votiamo quando loro stessi ci convocano alle urne.
Lo Stato prima inocula il veleno che causa la morte sociale, poi offre l’antidoto che promette uno straccio di sopravvivenza. Pensiamo ad esempio alla «minaccia» odierna che sarebbe costituita dagli stranieri, da quelle masse di profughi che premono ai confini europei così come da quei pochi terroristi che si fanno saltare in aria nelle strade europee (non sono affatto da equiparare, lo sanno tutti, ma è molto più facile presentare i primi come infiltrati dai secondi per suscitare una comune esecrazione). Prima i loro paesi vengono invasi, colonizzati, sfruttati, affamati, bombardati — e da chi? —, poi quando chi vi abita scappa qui disperato a portarci la miseria in casa, quando chi vi combatte viene qui furioso a portarci la guerra in casa… ci stringiamo attorno allo Stato in attesa di misure razziste e poliziesche che dovrebbero salvarci.
È quanto accade in tutti gli ambiti, nessuno escluso. Chi ha costruito armi e centrali nucleari è lo stesso che si invoca in caso di fuga di radiazioni. Chi ha autorizzato il commercio e l’uso di sostanze tossiche è lo stesso da cui si pretende la bonifica dei territori che ha contaminato. Chi ha creato in laboratorio virus letali è lo stesso a cui ci si affida per debellarli con cure miracolose. Il mondo della politica, dell’economia, della finanza, della scienza… ha rovinato la nostra vita, privandola di ogni bellezza e passione, riducendola a un quotidiano trascinare di catene per elemosinare una briciola e un sorriso. Ed è a questo stesso mondo composto da tanti carnefici non lordati di sangue, ben presentabili nei loro doppiopetto e nei loro camici bianchi, che ci rivolgiamo per avere protezione dai pericoli che loro stessi hanno provocato.
Nemmeno il flusso continuo di informazioni contrastanti sull’effettiva natura delle minacce che graverebbero su di noi pare consigliare una sana diffidenza nei confronti delle dichiarazioni delle autorità, tanto meno induce a mettere in discussione queste campagne del terrore che vengono periodicamente scatenate. Al contrario, non fa che alimentare l’ansia, quell’apprensione o spiacevole tensione provocata dall’intimo presagio di un pericolo imminente e di origine sconosciuta. E l’ansia è sempre sproporzionata allo stimolo noto, alla minaccia e al pericolo che ci sovrastano realmente. E si finisce per ritrovarsi in un paesello di campagna a scrutarsi continuamente attorno per timore del «Salah» di turno.
A detta degli stessi esperti, esistono due forme di paura. La cosiddetta «paura primaria» è quella che stimola e fa reagire l’individuo, che in questo modo riesce a controllare e a superare la minaccia. La cosiddetta «paura secondaria» invece è quella che paralizza l’individuo e lo rende inerme, passivo di fronte a quanto lo turba. Non c’è reazione, c’è solo annichilimento. Ed è quest’ultima paura ad essere oggi alimentata in tutte le maniere, con l’evocazione di scenari da incubo e di complicazioni giudicate insormontabili.
In realtà, il pericolo più terribile che incombe è quello che si riassume nel concetto di fatalità. L’alta tecnologizzazione dell’esistente, la sua apparente invincibilità, la sensazione che nulla sia possibile, l’inutilità delle parole e l’inefficacia delle azioni, l’atomizzazione e le sue conseguenze, ed infine la potenza assoluta della polizia, del denaro e dello Stato, costringono la rabbia, il rifiuto e i loro sviluppi critici a rimanere sul terreno della passività. È questa la minaccia che dovremmo scongiurare. Perché, o ci arrendiamo alla paura o la combattiamo. Non possiamo andarle incontro a metà strada.

Fatti non foste a viver come bruti…

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… trascinando giorno dopo giorno la propria esistenza «nel mondo sanza gente» — quello di Dante Alighieri come quello odierno. No, fatti non fummo a vivere così, scodinzolanti al cospetto del potere, a capo chino davanti alle forze dell’ordine, ammutoliti accanto ai megafoni della propaganda, paralizzati sotto l’onnipresente occhio arcigno della sorveglianza.
Due notti fa alla periferia di Firenze, la città dove i fascisti ammazzano gli ambulanti dalla pelle nera, la città dove i carabinieri ammazzano i passanti troppo “agitati”, l’ennesimo controllo «anti-degrado» delle forze dell’ordine non si è concluso con l’ennesima rassegnazione. Il «venite con noi!» ordinato da una pattuglia a chi faceva i fatti suoi per strada si è trasformato in un «andate via voi!» urlato da molti presenti ad un concerto (ribattezzato «rave party» dai soliti pronisti ghiotti di sensazioni forti). E la pattuglia in effetti si è allontanata, il tempo di chiamare rinforzi e prepararsi a sfoggiare un muscoloso monito su chi è qui che comanda. Ecco quindi tornare alla carica oltre una decina di volanti fra carabinieri, polizia (che ha preso in pugno la situazione) e vigili urbani, i quali hanno subito iniziato a sfogare la rabbia per la propria lesa autorità ammanettando e pestando, ma trovando anche pane per i loro denti. Ne è nato un tafferuglio generale il cui bilancio finale è di alcuni contusi e, purtroppo, di tre arrestati. Portati in questura, sono stati incriminati e trasferiti in carcere in attesa dell’udienza di convalida (che si svolgerà la mattina di sabato 23 aprile presso il carcere di Sollicciano). Il presidio che nel frattempo si era formato davanti alla questura, tenuto a bada da un cordone di agenti, si è quindi sciolto.
Ma la movimentata notte è continuata — per non smentire il detto — portando consiglio. Poche ore dopo, infatti, qualcuno ha tratto ispirazione dall’insegnamento del sommo poeta: ha considerato la propria semenza, si è accorto di non essere fatto a viver come bruto, ha deciso di seguire «vertute e conoscenza» (non legge e ordine). Ed ha preso di mira la stazione dei carabinieri più vicina al luogo in cui sono avvenuti i fatti col lancio di alcune bottiglie molotov.
L’indomani, man mano che si diffondeva la notizia, nella bolgia infernale dove sguazzano adulatori, ipocriti, barattieri, consiglieri fraudolenti, seminatori di discordie, falsari, hanno iniziato a diffondersi lo stupore, l’incredulità, l’indignazione. Il coro dei vari rappresentanti locali e nazionali del partito dell’ordine si è alzato potente di fronte a cotanto scandalo.
«Le molotov contro la caserma di Rovezzano sono un atto gravissimo, che colpisce non solo l’Arma dei carabinieri ma reca un’offesa anche a tutta la società toscana e a coloro che lavorano per la coesione sociale, la sicurezza dei cittadini e la diffusione di una cultura della legalità. Questo gesto si pone fuori dalla civile e democratica convivenza su cui si fonda la società toscana» ha sentenziato Enrico Rossi, presidente della Regione.
«Totale, piena, sentita solidarietà all’Arma dei Carabinieri, che ha vissuto questa assurda aggressione. Tutta la popolazione, la cittadinanza e le istituzioni devono essere vicine al lavoro serio e professionale portato avanti dall’Arma a garanzia e tutela di tutti» ha dichiarato Eugenio Giani, presidente del Consiglio regionale.
«Massima solidarietà e vicinanza alle forze dell’ordine per l’episodio di violenza subita a seguito degli arresti di questa notte. Sembra incredibile che in una città come Firenze sia possibile il lancio di quattro molotov contro una caserma dei Carabinieri o che uomini delle forze dell’ordine mentre fanno un controllo siano circondati e minacciati da trenta persone, ma questo è quanto è successo oggi. Spero che arrivi la solidarietà e la vicinanza da tutta la città. Nessuno escluso» ha ammonito Gabriele Toccafondi, sottosegretario di Stato al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.
«Il gravissimo gesto di questa notte contro la Caserma dei Carabinieri di Firenze rafforzerà l’impegno quotidiano e la straordinaria determinazione dei nostri Carabinieri, baluardo a difesa dei cittadini e della legalità. Si tratta di un episodio inqualificabile che non verrà sottovalutato perché lo Stato è molto attento a ogni segnale che proviene dal territorio» ha chiosato Angelino Alfano, ministro degli interni.
Per altro, nelle stesse ore in cui venivano rilasciate simili dichiarazioni, i responsabili della devastazione ad alta velocità del Mugello venivano assolti definitivamente dalla Cassazione. Un atto normale, legale, civile e democratico (tanto quanto la recente assoluzione dei carnefici in uniforme di Giovanni Uva) che chiarisce bene quale sia la sola libertà concessa dallo Stato, da qualsiasi Stato, quella di obbedire e genuflettersi davanti all’autorità. Non è ciò che facciamo da cittadini, da lavoratori, da clienti, da utenti, inchiodati all’adempimento dei nostri obblighi sociali, tutti i santi giorni?
Ma la notte è canaglia, bella come una stazione di carabinieri che brucia…

L’utile pretesto del terrorismo

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Il terrorismo è sempre stato, storicamente, la maschera di guerre occulte, sotterranee, le cui vittime sono state prevalentemente i civili. Persone ignare e innocue, vittime innocenti e non sempre del tutto casuali. La paura viene usata come arma di ricatto e minaccia di destabilizzazione sociale e politica: come leva per un’auspicata reazione violenta e/o per una violenta repressione. Ma se non ci lasciassimo distrarre?

di Sonia Savioli

Nel 1914 un atto di terrorismo costituiva il pretesto per dare inizio alla prima guerra mondiale. Era una guerra tra imperi, o meglio tra imperialismi, che si preparava da tempo; una guerra annunciata e prevista ma qualcuno deve aver pensato che fosse meglio dare una spintarella al corso degli eventi.

L’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo, erede al trono d’Austria-Ungheria, fu ucciso a Sarajevo dal nazionalista serbo Gavrilo Princip. L’arciduca nella sua politica aveva sempre puntato ad evitare i conflitti e progettava, una volta divenuto imperatore, di creare un impero federale che avrebbe dato grande autonomia politica a tutte le etnie che ne facevano parte.

Gavrilo Princip era membro dell’associazione indipendentista serba Mano Nera. La Serbia uscì indipendente dalla prima guerra mondiale, tuttavia la “Mano Nera”, questa associazione che aveva perorato la causa dell’indipendenza serba fino all’estremo, o così appariva, scomparve senza lasciare traccia.

La prima guerra mondiale fece diciassette milioni di morti. Quasi tutti giovani. Per la stragrande maggioranza, contadini.

Fu una guerra, come tutte, determinata da interessi economici e politici; una guerra di supremazia tra capitalismi vigorosi e in ascesa, a cui si accodarono alleati vari e in cui si inserirono in maniera decisiva gli Stati Uniti, con più di un milione di soldati.

Finiva l’imperialismo legato al territorio, si affermava definitivamente l’imperialismo economico colonizzatore. Il “terrorismo” dell’omino Gavrilo Princip era talmente sproporzionato come pretesto, che nessuno poté più tardi credere che fosse stato la causa della guerra.

Eppure bisognerebbe ricordarsi anche dei pretesti.

Il 12 dicembre 1969 una bomba scoppia a Milano, alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana “affollata come tutti i venerdì, giorno di mercato”. Sedici morti, novanta feriti, nella banca dei contadini in giorno di contrattazione.

Quella bomba fece molte altre vittime, a partire dall’anarchico Pinelli, morto di “interrogatorio”, per finire con l’anarchico Valpreda, accusato ingiustamente, che trascorrerà più di tre anni in carcere e che solo molti anni più tardi verrà scagionato. Si volle far credere che fosse una bomba “di sinistra”, in un periodo in cui la parola “sinistra” aveva ancora il suo originario significato e in cui il movimento operaio, il partito comunista, il movimento studentesco conducevano lotte molto partecipate e sempre più unitarie, ottenevano vittorie importanti, acquistavano ogni giorno più forza e più consensi nel paese.

Molti anni dopo, nel 1997, con l’ultima istruttoria portata avanti dal giudice Salvini, una volta tanto si arrivò ad una parte della verità. Gli autori della strage appartenevano o dirigevano gruppi neofascisti. Tra i mandanti e complici c’erano apparati dello stato, i servizi segreti nostrani e quelli statunitensi.

Non per fare la rivoluzione, dunque, venivano fatti saltare in aria piccoli agricoltori, treni di povera gente, stazioni ferroviarie di seconda classe, nell’Italia della “strategia della tensione”, ma per distruggere le forze popolari e rivoluzionarie, le forze del cambiamento, addebitando loro attentati e stragi. Si parlò poi di “apparati deviati” e di “poteri occulti”.

I nostri vecchi che s’interessavano di politica e che vi partecipavano attivamente ci avevano insegnato a usare una semplice cartina di tornasole, per orientarci nella confusione e nell’ambiguità: la semplice domanda “a chi giova?” L’antica formula “cui prodest?” sembra ormai, nell’epoca della massima confusione e del massimo inganno, essere stata dimenticata, in particolare dai media.

Il terrorismo giova sempre a qualcuno, quasi mai a quelli cui viene addebitato. Nell’italiana strategia della tensione, durata decenni e culminata nel rapimento e assassinio di Aldo Moro, si muovevano gli interessi di fazioni politiche ed economiche italiane assieme agli interessi, come al solito paranoici, degli USA. Si potrebbe quindi definirla una sotterranea e dissimulata guerra civile con intervento di una potenza straniera; o, forse meglio ancora, la guerra occulta di una potenza straniera sostenuta da una fazione interna.

“E’ stato operato il tentativo più pericoloso che la destra reazionaria abbia mai portato avanti, con una trama disgregante che aveva radici organizzative e finanziarie consistenti, che ha trovato solidarietà internazionali. Questo tentativo non è finito.”(Arnaldo Forlani, 1972)

L’11 settembre 2001 due aerei si schiantarono contro le Torri Gemelle di New York, un terzo colpì il Pentagono; i due grattacieli si sbriciolarono come biscotti presi a martellate, ci furono tremila morti, la colpa fu data a una masnada di dirottatori arabi, ben diciannove, che sarebbero stati per la maggioranza sauditi integralisti islamici.

Come ritorsione gli USA, con la benedizione dell’ONU e l’assistenza attiva di tutto l’Occidente, invasero l’Afganistan. Non uno dei dirottatori era afgano. Che ci azzecca?, direbbe qualcuno.

Si vede che anche la CIA perde colpi (al giorno d’oggi non si trovano più bravi e seri professionisti in nessun campo), e che di afgani negli USA, utilizzabili come pretesti e che sapessero almeno guidare un deltapalano, non ne avevano trovati.

Sta di fatto che il fatidico “cui prodest?” troverebbe una sola, semplice risposta: le multinazionali della guerra hanno tratto giovamento dagli attentati dell’11 settembre. E non bisogna credere che siano soltanto le industrie degli armamenti; sono centinaia le ditte che forniscono l’esercito statunitense e si va dalle armi ai fiocchi di cereali, dagli scarponi agli occhiali da sole. Loro fanno affari e gli USA s’indebitano, ma questo non ha portato alcuna conseguenza, tranne che nell’impoverirsi del popolo americano, perché gli Stati Uniti possono ancora giovarsi, ebbene sì, del terrore che ispirano a tutto il mondo. Quale “recupero crediti” avrebbe il coraggio di bussare alla loro porta?

Oggi, chi vuol sapere come sono andate veramente le cose, lo sa. Ci sono ottime inchieste, come “11 settembre 2002 – La verità sulle Torri Gemelle” di Giulietto Chiesa e Claudio Fracassi, giornalisti di provata esperienza e scrupolosità. Ci sono anche finte inchieste deliranti che mischiano verità e menzogna proprio per screditare la verità. Ma negli Stati Uniti sono sorti da tempo comitati al di sopra di ogni sospetto, che chiedono con forza la verità su quell’atto terroristico: “Commissioned and Non Commissioned U.S. Military Officers for 9/11 Truth” (Ufficiali Militari per la verità sull’11 settembre); “Achitets and Engineers for 9/11 Truth” (Architetti ed Ingegneri); “Pilots for 9/11 Truth” (Piloti d’aviazione); “Firefighters for 9/11 Truth” (Vigili del Fuoco); “Veterans for 9(11 Truth” (Veterani); “Medical Professionals for 9/11 Truth” (Medici); “Lawyers for 9/11 Truth” (Avvocati).

Sono migliaia di persone riunitesi in comitati per distruggere la cortina di menzogne imbastite da alte cariche dello stato e servizi segreti. Solo gli architetti e ingegneri sono più di quattrocento, tra gli ufficiali ci sono decine di generali e colonnelli pluridecorati in servizio attivo nell’esercito degli Stati Uniti: “… è nostro dovere come ufficiali denunciare i veri perpetratori dell’11 settembre e consegnarli alla giustizia… crediamo che la versione ufficiale della Commissione d’Inchiesta sia grossolanamente inaccurata e fuorviante…”, dicono i Military Officers sul loro sito. E non sono certamente persone che possano essere accusate di dietrologia o complottismo.

Ora abbiamo, in Europa, il terrorismo islamico. Che non giova certo agli islamici, nemmeno ai cosiddetti integralisti, cioè ai nazislamici finora coccolati dall’Occidente, utilizzati dall’Occidente, pagati e protetti dall’Occidente.

A chi giova? Forse il tempo e la riflessione ce lo diranno. Sembrerebbe non giovare a un’Europa ormai del tutto recalcitrante a seguire gli USA nelle loro avventure belliche, tanto più che questi ultimi, con una situazione economica e sociale interna sull’orlo del baratro, ormai pretenderebbero di essere dall’Europa non seguiti ma preceduti: “Vai avanti te, che a me mi vien da ridere”.

Il generale di divisione a riposo Vincent Desportes, professore associato presso la facoltà di Scienze Politiche di Parigi, già il 17/12/2014, in una seduta pubblica della Commissione per gli Affari Esteri, per la Difesa e per le Forze Armate del parlamento francese, dichiarava: “Chi è il dottor Frankestein che ha creato questo mostro? Diciamolo apertamente perché ciò comporta delle conseguenze: sono gli Stati Uniti. Per interessi politici a breve termine, altri soggetti – alcuni dei quali appaiono come amici dell’Occidente – hanno contribuito… ma le responsabilità principali sono degli Stati Uniti… non siamo in alcun modo responsabili. I nostri interessi sono indiretti. Da quelle parti le nostre capacità sono limitate e irrisorie rispetto a quelle degli Stati Uniti, e la nostra influenza strategica estremamente limitata.”

In soldoni: loro hanno creato l’esercito del Daesh, con l’aiuto degli Arabo Sauditi, della Turchia e compagnia bella per i loro interessi che non erano i nostri. Noi ci siamo già infognati in Afganistan, e prima in Irak, e non ne abbiamo ricavato niente. Difendiamo i nostri pozzi di petrolio e che vadano a…

Evidentemente il generale Desportes, che non rappresenta soltanto sé stesso, non penserebbe che alla Francia possa giovare un terrorismo che fungesse da pretesto per intervenire di nuovo in Libia.

Non sembra giovare ad un’Europa ormai in qualche modo riottosa anche nelle trattative per il TTIP: non tutti i paesi sono facilmente disposti a distruggere la propria economia per far felice quella statunitense. Dopotutto pensavamo di essere alleati e di spartirci il bottino, non di diventare noi il bottino.

Il terrorismo è sempre stato, storicamente, la maschera di guerre occulte, sotterranee, le cui vittime sono state prevalentemente i civili. Persone ignare e innocue, vittime innocenti e non sempre del tutto casuali. La paura viene usata come arma di ricatto e minaccia di destabilizzazione sociale e politica: come leva per un’auspicata reazione violenta e/o per una violenta repressione.

Ma può succedere qualcosa di diverso, al tramonto di un impero e di un sistema. Può succedere che i popoli non si lascino confondere e ingannare; può succedere che non sui lascino “distrarre” dal terrorismo e, pur piangendo le sue vittime, come quelle di tutte le guerre palesi e occulte, continuino le loro lotte per cambiare una società di prevaricazione, distruzione, sfruttamento. Una società la cui follia è ormai evidente, dove i potenti non esitano di fronte ad alcuna nefandezza pur di mantenere e aumentare il proprio potere ma, nello stesso tempo, non hanno più nulla da offrire nemmeno ai loro popoli. Nemmeno un piatto di lenticchie, in cambio della vita intera del mondo.

Si comincia dai capelli

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B. Traven [Ret Marut]
Raccolta dei capelli femminili.
È stata la risposta all’appello delle donne della Croce Rossa
per raccogliere i capelli femminili.
Data l’attuale penuria di cuoio, di filo, ecc.,
i capelli delle donne costituiscono un prezioso succedaneo
per l’industria della guerra: serviranno per fabbricare
piastre e dischi stagni per i nostri sottomarini;
i più lunghi saranno trasformati in cinghie di trasmissione,
i capelli corti in filtri.
[…]
So bene, come ogni scolaretto, che si tratta di capelli recuperati dopo averli tagliati. Ma che un gran numero di donne si siano tagliate con entusiasmo le loro capigliature per la causa, credendo che fosse una causa, lo segnalo perché i responsabili della guerra volevano sicuramente che le donne, invece di accontentarsi di recuperare i loro capelli tagliati, sacrificassero i loro capelli veri, la loro capigliatura viva.
[…] Ecco dove volevo arrivare: si comincia coi capelli; la capigliatura è parte integrante del corpo; si farà un passo in più e si dirà: visto che si prendono i capelli dei vivi, perché non prendere anche i capelli dei morti? Dopo aver negato ai defunti un abito nero e adesso anche una camicia di lino, non sarebbe altro che un passettino. Ma non ci fermerebbe lì. Questo passo verrebbe seguito da un altro; l’ultimo passo sarebbe poi tanto più distante dal primo (quello della raccolta dei capelli femminili tagliati) di quello che ha raccolto all’arruolamento dei giovanottoni ventenni al richiamo dei veterani orbi e al reclutamento dei forzati, come abbiamo visto. A poco a poco, siamo stati condotti ad abituarci all’idea di vedere donne pilota nell’esercito; un passo ulteriore è stato fatto quando le donne sono state arruolate non solo come autiste nelle retrovie ma come combattenti. I militaristi non avrebbero indietreggiato di fronte a niente. È cominciato con dei capelli e avrebbe potuto finire con la cremazione dei morti civili e di quelli che cadono sotto il fuoco. Appare così mostruoso da far rabbrividire. E tuttavia io vi dico: non è l’umanità che ci ha preservato da questi orrori, ma unicamente la rivoluzione che ha messo fine alla guerra. Sono accadute altre cose durante questa guerra e altre ancora ci attendono. La guerra è un’atrocità continua, che nessun essere umano sa in anticipo dove potrà fermarsi.

R.I.P. oltre il cielo

di Sergio Di Cori Modigliani Friedrich Nietzsche, Leonardo da Vinci e Baruch Spinoza sostenevano tutti e tre che noi siamo ciò che mangiamo. Tutti e tre, quindi, attribuivano un valore fondamentale al nutrimento. Oggi, tutto ciò è mainstream, e va di moda parlarne. Accade la stessa cosa per ciò che riguarda la formazione dell’immaginario collettivo e…

via R.I.P. oltre il cielo — La casa degli Italiani Esuli in patria

Le lobby del petrolio spendono 114 milioni per ostacolare le politiche climatiche

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Solo la Exxomobil ha investito 27 milioni di dollari nel 2015. © Mark Wilson / Getty

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Solo nel 2015 le 5 maggiori industrie petrolifere hanno impiegato enormi risorse per manipolare il dibattito politico sui cambiamenti climatici.

114 milioni di dollari, suddivisi tra Shell, Exxonmobil, l’American Petroleum Institute e altre due compagnie minori, spesi per ostacolare e rallentare le politiche e gli accordi sui cambiamenti climatici. Solo Exxomobil ne avrebbe impiegati 27 milioni, mentre Shell 22.

Lo si apprende da un recente rapporto pubblicato dalla Ong inglese Influencemap, che ha analizzato gli importi spesi dalle maggiori compagnie dell’industria del petrolio e del gas, mettendo in relazione le attività di lobby nei confronti della politica e del dibattito pubblico, tra cui la spesa in pubbliche relazioni, nella pubblicità e nella gestione dei social media.

 

Tutto il potere delle lobby del petrolio

Secondo quanto riporta l’associazione in una nota: “L’American Petroleum Institute è una delle forze meglio finanziate e con una continua campagna di ostruzione nei confronti delle politiche climatiche degli Stati Uniti, con un bilancio totale di oltre 200 milioni di dollari” e che “il suo amministratore delegato, Jack Gerard, ha ricevuto un compenso annuo di poco più di 14 milioni di dollari solo nel 2013”. Diventando probabilmente “uno dei lobbisti più pagati al mondo”. L’ad in questione avrebbe definito l’accordo di Parigi come “una stretta ideologia politica”.

 

Donald Trump primarie Usa

 

Numeri che fanno trasalire se si pensa che “gli investimenti nelle politiche pro-clima si aggirano intorno ai 5 milioni”, scrive Grist. “È estremamente utile vedere esattamente quanto Exxon e le sue consorelle stiano spendendo per manipolare il dibattito sui cambiamenti climatici”, osserva invece Bill McKibben, fondatore del movimento 350.org.

 

Resta il fatto che, nonostante i mercati si stiano spostando sempre più verso altre fonti, le stesse compagnie petrolifere continuano ad investire parte dei loro enormi bilanci annuali per bloccare e mortificare il dibattito politico, mentre il tempo continua a scorrere. E mentre si continuano a registrare valori record per quanto riguarda le emissioni di CO2 e delle temperature medie globali, toccando la media di 1,35 gradi centigradi.

Elogio del pudore

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André Prudhommeaux
Se si definisce «pudore» la tendenza a nascondere agli altri (e a se stessi) certi fatti, atti, impulsi o pensieri appartenenti alla nostra «dimensione privata», alla nostra «vita intima», si constaterà presto che ogni pudore è, in fondo, quello dell’anima.
Il pudore si manifesta attraverso la ricerca di luoghi chiusi o isolati, «dove sentirsi a casa propria» — con l’uso di indumenti che ci «proteggano» da sguardi e contatti indesiderati oltre che dalle intemperie — mediante la riserva personale del linguaggio e dell’azione osservata in ciò che attiene le fragilità animali e i sentimenti profondi della nostra vita. Questa dissimulazione fa incontestabilmente parte dell’«arte di vivere». Vivere conservando la propria integrità, la propria dignità e la propria indipendenza personali; e, lo aggiungiamo subito, rispettando quelle degli altri; ecco il pudore, virtù essenzialmente individualista.
Essendo nel contempo una virtù sociale (altruista per introiezione), ci scandalizziamo nel vedere altri mancare di pudore e ci sforziamo di non esercitare su altri uno choc affettivo dello stesso genere. In effetti è sconvolgente vedere un essere umano ostentare compiaciuto i lati sordidi o ripugnanti della sua natura, le sue pretese dominatrici, la sua insignificanza o la sua ignavia, il suo eretismo sessuale o sentimentale, la sua mancanza di rispetto per se stesso e per gli altri. La simpatia, questa sociabilità riflessa, esige che freniamo in noi stessi le tendenze all’esibizionismo e al voyerismo, che violano entrambe l’intimità altrui, sia imponendogli la nostra come spettacolo indesiderabile, sia sorprendendo la sua in modo offensivo per lui e per chi ha vicino.
Riflesso di difesa davanti a chi ci tratta come un mero strumento, un oggetto, una cosa al servizio dei suoi istinti — il pudore conserva il carattere distintivo della nostra umanità acquisita, e della nostra unicità individuale. Esso è un indumento vivo, un’epidermide mentale.
Gli si rimprovera d’essere una convenzione, un sentimento fittizio, un prodotto dell’educazione e della tradizione, un «pregiudizio», e si sottolinea a tale proposito che il pudore assume le forme più bizzarre e più contraddittorie a seconda dell’ambiente, del clima, del credo, della moda, delle circostanze della vita. A questo occorre rispondere anzitutto che la civiltà nel senso più ampio della parola è nel complesso un pregiudizio, un prodotto dell’educazione e della tradizione, un «artificio» aggiunto alla «natura»; tutta la questione consiste nel sapere se questo artificio sia una acquisizione valida oppure no. Ora, il pudore — che si presenta a noi sotto aspetti infinitamente vari — non è mai assente dalla psicologia umana, cosa che ci fa pensare che esso sia probabilmente un elemento costitutivo del «genio» della nostra specie, un appannaggio propriamente umano, che sarebbe vano o disastroso pretendere d’abolire.
È vero che il pudore è minacciato, ai giorni nostri, da parecchi nemici; ragione in più per difenderlo.
Esso ha come vecchia nemica la religione giudeo-cristiana, che pretende di esporre l’uomo, nella sua miserabile nudità e nella sua infermità, agli sguardi perennemente fissi su di lui di un Dio onnisciente, onnipresente, inquisitore e vendicatore perfetto delle nostre minime mancanze di perfezione. Ha come nemica la Chiesa, che pretende nel nome di quello stesso Dio di violare il segreto delle coscienze per mano dei suoi preti, guidarle mediante la confessione, la penitenza, l’esortazione, l’indottrinamento, la minaccia di castighi eterni, l’uso rituale dei sacramenti, ecc., ecc.
L’animo umano non viene trattato meglio dalla scienza. Contro di esso la psichiatria, la tossicologia, la chirurgia del cervello, la macchina della verità, l’ipnosi, l’elettrochoc, costituiscono un arsenale da stupro, un bordello-laboratorio, un giardino dei supplizi che assomiglia ai leggendari castelli di un Sade o di un Kafka. Per forzare l’anima, per strapparle il suo segreto, per decomporla in elementi omogenei classificabili, dosabili, etichettabili in vasetti, tutte le tecniche sono messe in atto.
I test, i questionari, i curricula vitae, la grafologia, ecc., altrettanti «controlli incrociati» che i suoi padroni, i suoi controllori, i suoi tormentatori realizzano per svelare, deflorare, sverginare Psiche. La loro «igiene» è simile alla «salvezza» dei teologi: non è  che il pretesto rivestito da una sadica volontà di potenza per distruggere ciò che si oppone alla sua curiosità di asservimento.
E che dire dello Stato totalitario, con la sua riduzione di ogni esistenza alle categorie della polizia politica? Al suo servizio, la vecchia teologia e la scienza moderna gareggiano in zelo. Il suo ideale è la casa di vetro, il panottico di Bentham, la macchina per abitare di Jeanneret, dove il materiale umano sia costantemente nella penosa condizione di ostentazione in cui si trova nelle anticamere degli ospedali, negli anfiteatri e negli uffici di reclutamento. Questo stato d’ispezione ufficiale delle carni, con lavaggio del cervello, catetere e speculum, questa operazione senza fine che fa al tempo stesso da assistenza sociale, visita sanitaria delle prostitute e autocritica bolscevica — perdurerà dall’atto genesico all’autopsia, attraverso i mille episodi di nudismo amministrativo che consistono nel nascere, procreare, vivere e morire — «gli uni alla vista degli altri», come dice Pascal — nella spaventosa promiscuità di grida, odori, parole, gesti, funzioni, aliti e rantoli di un mondo concentrazionario, il cui motto va oltre l’Inferno di Dante:
«Lasciate ogni pudore, o voi che entrate». […]
[L’Unique, n. 93-94, marzo-aprile 1955]