Sicuri!

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( Articolo Condiviso )

Bisogno di sicurezza o desiderio di libertà? A meno di soddisfare il primo nella vita reale accontentandosi di appagare il secondo con surrogati virtuali, bisognerà pur decidersi, fare una scelta. Perché è inutile girarci troppo attorno. Sono due termini incompatibili fra loro, essendo uno la negazione dell’altro. Più si sta al sicuro, meno si è liberi. E viceversa.
Oggi, quando tutti pretendono maggiore sicurezza, dicendosi disponibili a rinunciare a qualche libertà pur di allontanare chissà quale pericolo, vale la pena tornare sull’argomento. Perché l’essere umano non è affatto un lupo. Perché l’essere umano non è nemmeno un agnello. E perché la libertà non è uno zoo, né pubblico né privato, ma una giungla senza padroni. Con qualche lupo, qualche agnello, e una smisurata moltitudine di altre bestie.
Cominciamo con una premessa… bucolica. La nascita dei parchi pubblici viene fatta risalire al XIX secolo. Prima di allora gli spazi verdi, i giardini rigogliosi, ricchi di mille colori e profumi, erano una prerogativa di chi se li poteva permettere. Erano i re, i nobili, e gli alti prelati a poter passeggiare fra vialetti ben curati traendo trastullo dalla loro fragranza. Ebbene, in alcuni paesi la proposta di aprire al pubblico quei luoghi incantati incontrò una certa resistenza da parte dei vecchi usufruttuari. L’argomento che adottarono non era la spudorata difesa dei propri privilegi (che sospetto maligno!), bensì una preoccupazione logica di ordine tecnico. I monarchi, i gentiluomini, le gentildonne, i rappresentanti di Dio… erano persone dall’animo sensibile, delicato, raffinato, in grado quindi non solo di apprezzare le bellezze della natura, ma soprattutto di rispettarle. Cosa sarebbe accaduto se i cancelli dei grandi parchi fino a quel momento privati fossero stati spalancati alla vile plebaglia? Che si sarebbe assistito all’assalto degli zotici, i quali avrebbero gironzolato 24 ore su 24 di qui e di là, facendo strage di aiuole, recidendo rami, urinando sui fiori. Novelli Attila, dopo il passaggio della loro cafoneria non sarebbe più cresciuto un filo d’erba. E la grazia di quei giardini sarebbe andata perduta per sempre.
La discussione andò avanti per un certo periodo, finché non venne presa l’ardita decisione: i parchi sarebbero diventati pubblici. E cosa accadde? Che l’ipotesi più tremendista venne smentita dai fatti. Non ci fu nessuna invasione di barbari proletari, non avvenne nessuna irreparabile devastazione. Anche ai poveri piace la natura, anche loro sanno ammirarla e rispettarla. E se gli «eccessi» non mancarono del tutto, furono comunque episodi limitati che non destarono troppe preoccupazioni.
Vero è che la libertà non si può paragonare ad un giardino, semmai ad una giungla piena di insidie. Ma quando si parla della natura cattiva dell’essere umano, dell’homo homini lupus che può essere tenuto a bada solo dal Leviatano — dallo Stato e dal suo monopolio della violenza — si sta riproponendo il ritornello preferito di tutti i difensori di privilegi. Chi pensa che senza la legge, senza la polizia, nelle città ad ogni angolo di strada ci sarebbero uomini sgozzati, donne stuprate e bambini divorati, non è tanto diverso da chi pensava che senza alte mura, senza robusti cancelli, nei parchi ad ogni aiuola ci sarebbero stati petali calpestati, piante estirpate, alberi abbattuti. Si tratta per altro di una convinzione che la dice lunga sul conto di chi la professa, perché rivela quale sia il suo solo freno a compiere certi atti: la punizione. Perché altrimenti?
Ma esiste un unico «altrimenti» rispetto alla legge, ed è quel felice incontro fra intelligenza e sensibilità chiamato coscienza. Per rendersene conto, basta porsi una semplice domanda: cosa impedisce di commettere un atto di violenza sessuale? È il controllo poliziesco e l’esistenza dell’articolo 609 bis del codice penale, oppure è l’intima consapevolezza che lo stupro sia un atto disgustoso e infame che rende disgustoso e infame chi lo compie? È il diritto dello Stato che ci viene imposto dall’alto, oppure è l’etica individuale che scaturisce dal nostro cuore? Se lo Stato si dà tanto da fare per mettere al bando ogni intelligenza ed anestetizzare ogni sensibilità — ovvero per soffocare ogni coscienza — è proprio perché vuole rimanere padrone del campo, vuole vedersi confermata in eterno la propria legittimità. Perché sa che l’etica e la coscienza non si opporrebbero solo agli stupri, ma anche e soprattutto allo Stato stesso. La natura dell’uomo deve essere quindi malvagia, essendo questa la sola ed unica giustificazione dell’autorità.
Ma se l’essere umano in sé non è affatto malvagio, non è nemmeno un santo. L’assenza dello Stato potrebbe in effetti scatenare in alcuni gli istinti peggiori. Pensare che certe turpitudini siano un mero prodotto del capitalismo, abbattuto il quale si vivrebbe tutti in dolce letizia, è una ingenuità tipica di molti utopisti del passato — ma di ben pochi del presente. Il cuore dell’essere umano è oscuro, inutile nasconderlo. Ma è proprio qui che bisogna fare una scelta: sicurezza o libertà? Vogliamo vivere un eterno presente senza preoccupazioni, in cui non accada mai nulla, oppure vogliamo vivere l’avventura del divenire, assaporandone le gioie e patendone gli eventuali dolori? È la stessa differenza che intercorre fra la tranquillità dello zoo e la tensione della giungla. Chiusi nelle gabbie del primo saremmo al sicuro, non correremmo mai pericoli. Lasciati liberi nella seconda, invece, spetterebbe a noi stare attenti alle sue insidie e saperci difendere dalle sue minacce.
Dunque, la libertà è effettivamente pericolosa. Pericolosa per tutti, nessuno escluso. Non quanto pretendono i difensori dei privilegi politici, ma nemmeno quel poco che promettono i teorici di conventi sociali. Proteggersi da questi rischi è compito di ognuno, non di una forza esterna. Altrimenti, nonostante le migliori intenzioni e le belle dichiarazioni di principio, si finirà col sostituire la polizia di Stato con una polizia di contro-Stato. Le esperienze in tal senso oggi in corso in situazioni più o meno insurrezionali (come le pattuglie di «policía comunitaria» in Chiapas, o quelle di «Asayis» in Rojava) non costituiscono affatto un «successo», un «esempio» di società contro lo Stato. Purtroppo, dimostrano al contrario fino a che punto sia stato introiettato l’immaginario istituzionale. Una forza di sicurezza potrà anche definirsi autogestita, di «autodifesa» di una comunità o della società, ed assicurare di non essere al servizio del governo. Ma se la libertà di obbedire alle leggi dello Stato è una menzogna, quella di obbedire alle tradizioni della comunità o ai valori della società non è da meno.
La libertà è sempre, in ogni caso, preferibile alla sicurezza. La sua difesa, così come la protezione dai rischi che essa comporta, spetta ad ogni singolo individuo. Se da un lato, solo lo sviluppo e la diffusione di ciò che chiamiamo coscienza può arginare il verificarsi di determinate situazioni conflittuali, attenuando così il bisogno di sicurezza, dall’altro quando queste dovessero verificarsi è responsabilità di ognuno farsene carico. Detto in parole brutali, meglio che tutti girino armati piuttosto che affidarsi all’efficienza di uno sceriffo. Con o senza stella sul petto.
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Pubblicato il 2 aprile 2016, in Il raggio riflesso, informazione e cultura con tag . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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