Archivio mensile:maggio 2016

Contro le guerre, contro le frontiere

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“L’esercito combatte”, è il titolo delle giornate in ricordo della prima guerra mondiale che partono da Lecce il 21 maggio per spostarsi poi in altre città italiane.
Questo ennesimo tentativo di presentare guerra, soldati e armi da guerra come innocui e tutto sommato divertenti, impressiona e disturba profondamente.
La prima guerra mondiale che si intende ricordare è stata un massacro terrificante di generazioni intere di cui non c’è davvero nulla da esaltare, anzi, l’unico suggerimento che può dare è quanto faccia schifo combattere per la patria e quanto la patria, o l’economia ai nostri tempi, consideri meri numeri coloro che manda al fronte e mere variabili le conseguenze che possono derivare: case, ospedali, civili bombardati: i cosiddetti effetti collaterali. Oggi le guerre sono sempre più tecnologiche, ma allo stesso modo producono morti e distruzione. Non esiste alcun valore positivo da attribuire ad una macchina di morte o ad un soldato: sono solo strumenti nelle mani di chi intende accaparrarsi risorse, gestire un’area nel mondo, accrescere la propria egemonia. La patria e il nazionalismo sono, a volte, gli appigli ideologici per far nascere conflitti. Ma è di fatto l’Economia a utilizzare la guerra come mezzo di ristrutturazione o profitto. Se il crescente nazionalismo dei primi del Novecento ha portato ad una guerra mondiale, tragica e sanguinosa, oggi, allo stesso modo, si innalzano muri e barriere e si militarizzano le frontiere. La guerra dichiarata è contro i più poveri, gli erranti, coloro per i quali l’Economia e gli Stati hanno deciso che non esiste più un posto nel mondo.
Le giornate come quelle in programma vogliono insinuare la normalità della presenza militare, nelle città come nelle strade. Una logica militare gerarchica e oppressiva viene presentata come un modello eroico da ammirare. Si diffonde l’idea che il mestiere del soldato non sia fare la guerra, e quindi ammazzare, ma aiutare la gente. Un aiuto che si è potuto vedere all’opera sempre più spesso, dalle torture e gli stupri in Somalia nel ’93, alle sevizie ad Abu Ghraib, all’“annichilimento” di Falluja, dove si massacravano uomini e donne ridendo e divertendosi. E mentre si prepara un’imminente operazione in Libia, cercano di far passare il messaggio che questa sia indispensabile per combattere lo Stato Islamico che commette attentati in Europa. Ma quegli attentati e quei morti sono il frutto di un ennesimo esercito e di un ennesimo Stato – seppure islamici –, oltreché l’effetto nefasto di una guerra che torna indietro; la conseguenza velenosa delle innumerevoli guerre che l’Occidente ha combattuto in tutto il mondo nell’ultimo quarto di secolo, fomentando l’odio nel cuore di molti che le hanno subite.
Disertare questo genere di manifestazioni è il primo passo per disertare una mentalità militarista che sempre più vogliono inculcarci, per tornare a gridare con forza: soldati assassini, guerre infami.

Antimilitaristi

«L’Europa non è trasparente sulle armi che vende nel mondo»

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«La relazione annuale dell’UE sul controllo delle esportazioni di armi e sistemi militari: in ritardo, incompleta e incoerente. Il Consiglio dell’Unione europea non sta prendendo sul serio il controllo democratico sull’esportazione di armamenti». È la denuncia della Rete Italia per il Disarmo.

La Rete italiana per il disarmo (RID) e l’European Network Against Arms Trade(ENAAT) esprimono una forte critica nei confronti del Consiglio dell’Unione Europea: «Non prende sul serio il controllo democratico sulle esportazioni di armi e di sistemi militari». La denuncia arriva a seguito della pubblicazione della “XVII Relazione sulle esportazioni di tecnologia e attrezzature militari” sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea (UE).

«Nonostante le richieste del Parlamento europeo e della società civile, anche quest’anno la relazione è stata pubblicata in grande ritardo, è incompleta e presenta dati incoerenti», specifica la nota di ENAAT, rete di diverse organizzazioni nazionali per il controllo del commercio di armamenti in Europa. La rete europea evidenzia che ciò è conseguenza anche del «crescente impatto negativo sul controllo delle esportazioni di armi a seguito della liberalizzazione dei trasferimenti intra-UE».

I dati della relazione si riferiscono all’anno 2014 e mostrano che la principale zona geopolitica di destinazione dei sistemi militari è stata il Medio Oriente (oltre 31,5 miliardi di euro di licenze): ciò significa che i paesi dell’UE stanno vendendo rilevanti quantità di armi nella zona del mondo col maggior numero di conflitti e regimi autoritari. Nonostante gli espliciti divieti contenuti nella Posizione Comune (2008/944/PESC), i paesi dell’UE hanno continuato ad autorizzare esportazioni di armamenti e di armi leggere a governi che abusano dei diritti umani ed a paesi coinvolti attivamente in guerre, come l’Arabia Saudita (3,9 miliardi di euro), il Qatar (11,5 miliardi), l’Egitto (6,2 miliardi) e Israele (998 milioni).

ENAAT chiede pertanto all’Unione europea di mettere in atto una risposta globale ai conflitti agendo specificamente sulle cause sociali, economiche, ambientali e politiche, piuttosto che fare il doppio gioco del “pompiere-piromane” per assecondare una politica di benefici a breve termine. «E’ tempo che le ragioni della pace e della sicurezza prevalgano su quelle dei profitti e delle rivalità nazionali», sottolinea la nota di ENAAT.

La Relazione dell’UE peggiora di anno in anno

La 17° Relazione dell’UE sulle esportazioni di armamenti relativa all’anno 2014 è stata resa ufficialmente pubblica oggi, 4 maggio 2016. «La pubblicazione tardiva della relazione rende il controllo democratico una specie di farsa – commenta Martin Broek,ricercatore dell’associazione olandese Stop Wapenhandel. I dati dei trasferimenti di armi da gennaio 2014 saranno discussi 27 mesi dopo il rilascio delle autorizzazioni all’esportazione e le consegne delle armi. Se l’Unione europea e i suoi Stati membri intendono prendere seriamente il controllo dell’export di armamenti, devono migliorare i tempi di pubblicazione della relazione».

Non è solo una questione di tempi, ma di contenuti. Diversi Stati membri non comunicano secondo gli standard comuni richiesti, il che rende impossibile confrontare i dati e avere una visione chiara e coerente delle esportazioni di sistemi militari dei paesi dell’UE. Molti dei maggiori esportatori non forniscono all’UE i dati sulle esportazioni effettive (consegne) di armamenti, come il Regno Unito e la Germania, o non rivelato i dati sulle esportazioni secondo le specifiche categorie di sistemi militari, come la Francia e l’Italia.

«Invece migliorare – commenta Giorgio Beretta, analista della Rete Italiana per il Disarmo – la relazione sta peggiorando di anno in anno e questo nonostante i ripetuti appelli delle associazioni della società civile (1) e le esplicite richieste del Parlamento europeo. Una tale mancanza di trasparenza non dovrebbe più essere tollerata».

Lo scorso dicembre il Parlamento europeo ha chiesto (2) che la relazione venisse pubblicata per tempo, in modo completo e secondo i criteri stabiliti per consentire un adeguato dibattito pubblico e il necessario controllo e ha proposto di implementare delle sanzioni in caso di violazioni. ENAAT ricorda che ricade sui governi degli Stati membri la responsabilità di fornire un adeguato quadro giuridico e la trasparenza delle informazioni necessarie per il dibattito politico e il controllo legale: le esportazioni di sistemi militari sono tuttora principalmente di competenza nazionale.

Per quanto riguarda l’Italia, i dati riportati nella Relazione dell’UE sono in linea con quelli pubblicati nella Relazione governativa relativa all’anno 2014. «Ma va notata una grave mancanza – aggiunge Francesco Vignarca, coordinatore della Rete italiana per il Disarmo. Nonostante le nostre reiterate richieste, da diversi anni l’Italia non rende noti all’UE i dati sulle consegne (esportazioni) secondo le specifiche categorie di sistemi militari rendendo così impossibile il controllo sulle operazioni effettivamente effettuate».

Gli Stati membri dell’UE stanno giocando ai “pompieri piromani”

Ulteriori e preoccupanti considerazioni possono essere tratte riguardo sia alle esportazioni effettive sia alle autorizzazioni rilasciate nel 2014: queste ultime permettono infatti uno sguardo sulle politiche messe in atto dai governi degli Stati membri (quali paesi destinatari sono considerati ammissibili, per quale tipo di prodotti militari, ecc.) e sul futuro del commercio di sistemi militari dell’UE armi (le licenze di oggi sono le esportazioni di domani).

L’Arabia Saudita è la principale destinazione di armamenti dell’UE degli ultimi quindici anni e tra i maggiori clienti di armi europee nel 2014 figurano anche Qatar, Algeria, Marocco, Egitto, India, Emirati Arabi Uniti e Turchia. Considerando i livelli di povertà di alcuni di questi paesi, il loro coinvolgimento in conflitti e i legami sospetti con gruppi terroristici è sorprendente che i governi europei li considerano destinatari accettabili per una politica di esportazioni di armamenti chiara e responsabile.

Invece di contribuire alla sicurezza comune, le esportazioni di sistemi militari dell’UE stanno alimentando conflitti, come quello in Yemen (3), regimi repressivi come l’Arabia Saudita, Israele (4) e Egitto (5): tutto questo finisce con l’incrementare i flussi di migranti e rifugiati e le pressioni alle frontiere europee ma, contemporaneamente, permette di aumentare i contributi finanziari dell’UE per azioni infinite di peace-building e di ricostruzione.

«Con governi dei paesi dell’Unione europea impegnati a promuovere le proprie esportazioni di armi, il controllo rimane un insignificante esercizio sulla carta fintantoché azioni legali da parte della società civile non saranno rese possibili e non avvenga un effettivo cambiamento delle politiche», ha commentato Ann Feltham, coordinatrice parlamentare della Campaing Against Arms Trade (CAAT) del Regno Unito.

Il controllo dell’export di armamenti: le ambiguità dell’Ue

Nonostante la conclamata volontà di «evitare esportazioni di armi che potrebbero essere utilizzati per la repressione interna, l’aggressione internazionale o che potrebbero contribuire all’instabilità regionale» (6), di fatto l’Unione europea sta abbassando gli standard di controllo del commercio di armamenti coprendo l’operazione come liberalizzazione del mercato interno. La Francia, ad esempio, nel giugno del 2014 ha intrapreso una revisione completa del sistema di controllo delle esportazioni nell’ambito della Direttiva sui trasferimenti di prodotti della difesa”(7). «Questo nuovo regime – spiega Tony Fortin, Presidente dell’Observatoire des Armements (Francia) – esenta lo Stato dall’essere responsabile per il controllo delle esportazioni e aumenta il rischio di abusi limitando il controllo democratico»

Allo stesso modo – secondo l’associazione Vredesactie (Belgio) – nelle Fiandre (la regione fiamminga del Belgio) l’uso delle “licenze generali” rende molto più difficile conoscere l’utilizzatore finale soprattutto nel caso dei componenti di materiali di armamento: di conseguenza circa la metà delle esportazioni di beni non sarà più soggetta a controlli.

La denuncia è stata firmata da:

– BUKO: Campaign stop the arms trade (Bremen – Germania)

– Campaign Against Arms Trade (CAAT) (Londra – Regno Unito)

– Centre Delàs d’Estudis per la Pau (Barcellona – Spagna)

– Committee of 100 (Finlandia)

– Human Rights Institute (Slovacchia)

– International Peace Bureau (IPB)

– NESEHNUTÍ (Repubblica Ceca)

– Norwegian Peace Association (Norvegia)

– Observatoire des armements (Francia)

– Peace Union of Finland (Finlandia)

– Quaker Council for European Affairs (QCEA)

– Rete Italiana per il Disarmo (Italia)

– Stop Wapenhandel (Paesi Bassi)

– Swedish Peace and Arbitration Society (Svezia)

– Vredesactie (Belgio)

[1] Si vedano i comunicati della rete ENAAT degli anni scorsi a commento delle Relazioni UE:www.enaat.org/govreports.

[2] Si veda la Risoluzione del Parlamento UE (2015/2114(INI)) del 17 dicembre 2015.

[3] Si vedano i seguenti tre comunicati di ENAAT e Rete Disarmo sul conflitto in Yemen e le esportazioni di armi all’Arabia Saudita: Rete Disarmo ed ENAAT: i ministri degli Esteri UE sospendano le forniture di armi all’Arabia Saudita (5 febbraio 2016), Da 23 ONG al Parlamento Europeo: votate per fermare le armi verso lo Yemen (15 febbraio 2016) e Il Parlamento Europeo vota per embargo armi ad Arabia Saudita (15 febbraio 2016).

[4] Si veda il comunicato di ENAAT: L’Unione europea metta fine ad ogni sostegno militare a Israele(22 luglio 2014).

[5] Si vedano i seguenti comunicati dell’associazione Nesehnutí (Rep. Ceca): Open letter regarding the export of Czech handguns and ammo to Egypt (16 aprile 2014) e della Rete italiana per il disarmo: In Egitto pesanti violazioni dei diritti umani, l’Italia rispetti la decisione UE di sospendere invio armi (9 febbraio 2016).

[6] Il testo è ripreso dalla Posizione Comune 2008/944/PESC del Consiglio dell’8 dicembre 2008 che definisce “Norme comuni per il controllo delle esportazioni di tecnologia e attrezzature militari”.

[7] Il riferimento è alla Direttiva 2009/43/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 6 maggio 2009 che “Semplifica le modalità e le condizioni dei trasferimenti all’interno delle Comunità di prodotti per la difesa”.

Dialogo fra un Ottimista e un Criticone

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Karl Kraus
Ottimista – Lei non può negare che la guerra, a parte l’effetto positivo esercitato su coloro che debbono guardare continuamente la morte in faccia, abbia portato con sé anche una rinascita spirituale.
Criticone – Non invidio alla morte questo fatto di doversi far guardare in faccia da tanti poveri diavoli, sbalzati sul piano metafisico dal semplice obbligo universale della forca, a parte il fatto che nella maggior parte dei casi la cosa non riesce.
O. – I buoni diventano migliori e i cattivi diventano buoni. La guerra purifica.
C. – Ai buoni toglie la fede, se non la vita, e i cattivi li rende peggiori. I contrasti del tempo di pace erano già abbastanza grandi.
O. – Ma come, non è sensibile al clima di rinascita spirituale dell’interno?
C. – Quanto alla rinascita spirituale dell’interno, finora mi ha fatto lo stesso effetto della polvere per le strade, che si alza sotto il rullo della nettezza urbana, per tornare a posarsi a terra subito dopo.
O. – Quindi non cambia nulla?
C. – Come no, la polvere diventa fango, perché dietro viene anche l’annaffiatrice.
O. – Lei dunque non crede che dai primi d’agosto, quando sono partiti, sia migliorato qualcosa?
C. – I primi di agosto! Si, era il termine di disdetta, quando l’umanità dovette sloggiare dall’onore. Avrebbe dovuto impugnarlo, questo termine, davanti al tribunale del mondo.
O. – Vuole forse contestare l’entusiasmo con cui i nostri prodi soldati vanno al fronte, e l’orgoglio con cui quelli che rimangono li seguono con lo sguardo?
C. – No, certo; voglio dire soltanto che i prodi soldati farebbero a cambio con gli orgogliosi rimasti più volentieri di quanto gli orgogliosi rimasti non farebbero a cambio con i prodi soldati.
O. – Vuole contestare la grande solidarietà che la guerra ha creato con un colpo di bacchetta magica?
C. – La solidarietà sarebbe ancora maggiore se nessuno dovesse partire per il fronte e tutti potessero starsene orgogliosi a guardare.
O. – Il Kaiser tedesco ha detto: non ci sono più partiti, ci sono solo tedeschi.
C. – Già dalla nazionalità si capisce che negli altri paesi non sono tedeschi.
O. – Chi meglio di lei ha visto l’umanità marcire in tempo di pace?
C. – Ma il suo marciume se lo porta in guerra, ne infetta la guerra, lascia che la guerra ne crepi e se lo riporta intatto e accresciuto in tempo di pace. Prima che il medico guarisca la peste, questa ha ammazzato il medico insieme all’ammalato.
O. – Va bene, ma per un’umanità siffatta la guerra non è meglio della pace?
C. – Quand’anche fosse, dopo viene la pace.
O. – Io direi che la guerra pone termine al male.
C. – No, lo continua.
O. – La guerra in quanto tale?
C. – La guerra tale e quale. La guerra opera in base alle condizioni del disfacimento di un’epoca, le sue bombe sono piene dei suoi stessi bacilli.
O. – Ma almeno esiste di nuovo un ideale. In questo modo non viene eliminato il male?
C. – Sotto il velo dell’ideale il male prospera come non mai.
O. – Ma gli esempi di abnegazione esercitano certamente il loro influsso ben al di là della guerra.
C. – Il male opera tramite la guerra e al di là di essa, e si nutre delle sue vittime.
O. – Lei sottovaluta le energie morali che la guerra sprigiona.
C. – Dio me ne guardi. Molti, che oggi debbono morire, possono anche uccidere, questo è vero, ma sono comunque privati della possibilità di fare imbrogli. Solo che per questa perdita possono ripagarsi gli altri, quelli che stanno orgogliosi a guardarli. Quelli là sono i peccatori inveterati, questi qua subentrano come nuove reclute.
O. – Lei confonde un fenomeno superficiale qual è offerto dalla metropoli corrotta col nucleo che è sano.
C. – È destino del nucleo sano diventare fenomeno superficiale. La tendenza della civiltà è orientata verso il mondo come metropoli. In un attimo lei può trasformare un contadino della Vestfalia in un trafficone berlinese – ma non il contrario, e neppure può tornare indietro.
O. – Ma l’idea per la quale si combatte, proprio per il fatto che esiste di nuovo un idea e che per essa si può perfino morire, rappresenta la possibilità di un risanamento.
C. – Si può perfino morire per essa, senza per questo ritornare sani. Perché si muore non per l’idea ma dell’idea. E, che si viva o che si muoia per essa, in guerra o in pace, dell’idea si muore perché dell’idea si vive.
O. – Questo è un gioco di parole. Che idea intende?
C. – L’idea per la quale il popolo muore senza averla, senza trarne nulla, e della quale muore senza saperlo. L’idea della distruzione capitalistica, e quindi giudaico-cristiana del mondo, l’idea che ha il suo luogo nella coscienza di coloro che non combattono ma vivono per e dell’idea di coloro che, se non sono immortali, muoiono di obesità o di diabete.
O. – Allora, se si combattesse soltanto per un’idea simile, chi sarebbe il vincitore?
C. – Auguriamoci che non sia quella civiltà che più docilmente si è affidata a quell’idea la qui affermazione dipende proprio da quell’organizzazione del potere era poi l’unica di cui quell’idea fosse capace.
O. – Capisco. Allora gli altri, i nemici, combatterebbero per un idea diversa?
C. – Speriamo. Cioè per un idea. E precisamente quella di liberare la civiltà europea dall’oppressione di quell’altra idea. Liberare se stessi, tornare indietro su quella strada dove si è avvertito il pericolo.
O. – E lei crede che di ciò siano coscienti i governati delle potenze nemiche, che difendono apertamente interessi commerciali, e che davanti alla storia passano per il partito dell’invidia bottegaia?
C. – La storia da noi fa un paio di apparizioni al giorno, troppo spesso quindi per procurarsi l’indispensabile autorità presso l’Intesa. No, i governanti non sono mai consapevoli di un idea, la quale vive invece nell’istinto dei popoli fino a quando un bel giorno non si manifesta in un atto di governo che allora assume un aspetto e un motivo del tutto differenti. Dovremmo abituarci gradualmente a considerare ciò che chiamiamo invidia britannica, revanscismo francese, banditismo russo, come semplice avversione per il sudaticcio passo dell’oca dei tedeschi.
O. – Lei dunque non crede che si tratti semplicemente di un aggressione premeditata?
C. – Ma certo.
O. – E allora?
C. – Di regola un aggressione si effettua contro l’aggredito, più di rado contro l’aggressore. Oppure chiamiamola un’aggressione che per l’aggressore è giunta piuttosto di sorpresa, e un attimo di legittima difesa che ha colto l’aggressore un po’ in contropiede.
O. – Lei ama scherzare.
C. – Seriamente, io considero questa coalizione europea contro l’Europa centrale come l’ultima elementare azione di cui fosse ancora capace la civiltà cristiana.
O. – Lei allora ovviamente è dell’avviso che non l’Europa centrale, ma l’Intesa abbia agito in stato di legittima difesa. Ma se poi, come appare, non è in grado di difendersi con successo da questa aggressione?
C. – Vorrà dire che questa guerra di bottegai verrà provvisoriamente risolta in favore di coloro che avevano meno religione, per trasformarsi di qui a cent’anni in una guerra di religione aperta.
[…]
O. – L’evoluzione delle armi non può restare indietro rispetto alle conquiste tecniche dell’età moderna.
C. – No, ma la fantasia dell’età moderna è rimasta indietro rispetto alle conquiste tecniche dell’umanità.
O. – Ma forse che le guerre si combattono con la fantasia?
C. – No, perché se si avesse questa, non si farebbero più quelle.
O. – Perché no?
C. – Perché in tal caso le suggestioni di una fraseologia che è il residuo di un ideale tramontato non avrebbero la possibilità di annebbiare i cervelli; perché si potrebbero immaginare anche gli orrori più inimmaginabili e si saprebbe in partenza come si fa presto a passare dalla bella frase luminosa e da tutte le bandiere dell’entusiasmo al dolore in uniforme; perché la prospettiva di morire di dissenteria o di farsi congelare i piedi per la patria non mobiliterebbe più alcuna retorica; perché quanto meno si partirebbe con la certezza di pigliarsi i pidocchi per la patria. E perché si saprebbe che l’uomo ha inventato la macchina per esserne dominato e non si supererebbe la follia di averla inventata con l’altra peggiore di farsi ammazzare da essa; perché l’uomo sentirebbe di doversi difendere da un nemico di cui non vede altro che il fumo che sale, e intuirebbe che il fatto di rappresentare la propria fabbrica d’armi non offre sufficiente garanzia contro la merce offerta dalla fabbrica d’armi nemica. Perciò, se si avesse fantasia, si saprebbe che è un delitto esporre la vita al caso, che è peccato svilire la morte al livello della casualità, che è follia fabbricar corazzate quando si costruiscono torpediniere per affondarle, costruire mortai quando per difendersi si scavano trincee dove è perduto soltanto chi mette fuori la testa per primo, e cacciare in topaie uomini in fuga davanti alle proprie armi, e poi lasciarli in pace soltanto sottoterra. Se al posto dei giornali si avesse la fantasia, la tecnica non sarebbe un mezzo per complicare la vita e la scienza non mirerebbe a distruggerla. Ahimè, la morte eroica aleggia in una nuvola di gas, e la nostra vita vien messa agli atti nel bollettino! Quarantamila cadaveri russi irrigiditi nello spasimo sui reticolati sono serviti soltanto a un’edizione straordinaria che una soubrette ha letto in un intervallo di fronte alla feccia dell’umanità per far chiamare alla ribalta un librettista che ha trasformato il motto eroico «Oro scambiai per ferro» in una ignominiosa operetta. La quantità che si autodivora consente ormai il sentimento soltanto per ciò che tocca noi stessi o chi ci è fisicamente più vicino, per ciò che si può immediatamente vedere, comprendere, toccare. E infatti, non è facile vedere come ciascuno, col suo destino singolo, se la svigni da questa compagnia, dove in mancanza di un eroe tutti lo diventano? Non si è mai visto, a tanta ostentazione, corrispondere così poca comunanza. Il formato del mondo non è mai stato di così gigantesca piccolezza. La realtà ha le dimensioni del bollettino, che si sforza di raggiungerla con ansimante chiarezza. Il messaggero che insieme al fatto reca anche la fantasia si è piazzato davanti al fatto e l’ha reso inimmaginabile. E così arcanamente sinistro è l’effetto di tale sostituzione, che in ciascuna di queste miserevoli figure che ora ci assillano col loro inevitabile grido di «Edizione straordinaria!», il grido che affliggerà per sempre l’orecchio dell’umanità, mi piacerebbe cogliere il responsabile di questa catastrofe mondiale. E poi, il messaggero non è nello stesso tempo il colpevole? La parola stampata ha indotto un’umanità svuotata a perpetrare orrori che non è più in grado di immaginare, e il terribile flagello della riproduzione li riconsegna alla parola, che fatalmente crea un male che a sua volta si rigenera. Tutto quel che accade, accade solo per chi lo descrive e per chi non lo vive. Una spia condotta al patibolo deve fare un lungo percorso perché la gente nei cinema possa distrarsi, e deve guardare ancora una volta la macchina da presa perché quelli nei cinema siano soddisfatti dell’espressione. Non mi faccia proseguire questo filo di pensieri fino al patibolo dell’umanità – eppure debbo farlo, perché io sono la sua spia in punto di morte, e il sentimento che mi stringe il cuore è l’horror di quel vacuum che questa inaudita pienezza di eventi trova negli animi, nelle macchine!
[Gli ultimi giorni dell’umanità, 1922]

Scadenze scadute

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Paolo Schicchi

 

Anzitutto gli assalti a data fissa sono un assurdo strategico, un non senso nella tattica rivoluzionaria. La storia non ne ricorda che una vittoria in questo caso: il 12 gennaio 1848 a Palermo. Ma quelli erano altri tempi; nelle vie c’era la possibilità di lottare colle picche, colle pietre, coi coltelli, coll’acqua calda e colle tegole contro i fucili ad avancarica. E poi se la rivoluzione trionfò, bisogna pur dirlo, si deve alle titubanze, alla viltà, all’inettitudine di chi stava a capo delle truppe.
Oggi questo stesso sarebbe impossibile, dati i mezzi di distruzione e le armi da tiro così fulmineo di cui dispongono le truppe. Prima che la folla abbia il tempo d’ingaggiare la mischia da vicino, corpo a corpo e d’organizzare qualsiasi offesa e difesa, è completamente avvolta dalle palle, rotta, massacrata in pochi istanti da soldati che son là schierati, colle armi in mano, prevenuti dell’assalto, posti con tutti i criteri dell’arte militare, a difesa d’ogni possibile punto d’attacco, messi al coperto d’ogni sorpresa.
A parte ciò poi vi è un altro inciampo ben più importante. In simili occasioni il governo senza tante storie mette al sicuro tutti gli ammoniti, gli anarchici, i rivoluzionari conosciuti, le persone sospette, come dice la gente dell’ordine; ne invia un buon numero a domicilio coatto, un’altra parte la deferisce al potere giudiziario come «associazione di malfattori»; minaccia a dritta e a manca e ricorre ad ogni intimidazione poliziesca. […]
Una rivoluzione oggi non è possibile se non con un assalto improvviso, fulmineo, ignoto ai nemici e che non dia tempo alle masse di stancarsi e di riflettere.
Un nemico che avvisato dell’attacco mobilita tutte le sue forze e ha l’agio di distribuirle comodamente con i criteri dell’arte militare, che ha tutto preparato sino all’ultima torpediniera per l’attacco medesimo è doppiamente forte ed invincibile per noi che non disponiamo né di armi, molto meno perfezionate, né di mezzi di distruzione potenti.
Coglietelo alla sprovvista, in modo che non abbia il tempo di far ciò ed avrete la probabilità della vittoria.
L’esercito e la polizia sono un gran macchina la cui forza consiste nel movimento contemporaneo e bene ordinato di tutte le sue parti. Rompete una ruota, spostate un ingranaggio e la sua forza finisce. […]
Bisogna assolutamente pigliare il rovescio dei calcoli del governo, attaccarlo nei punti deboli, dar di piglio alle armi nei luoghi sforniti di forze.

Francia: senza legge né lavoro

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 Date all’essere umano una possibilità di uscire dalla quotidiana normalità fatta di sveglie mattutine, attese in fila, compiti da svolgere, chiacchiere da ufficio o da bar, schermi dove sfinire gli occhi, poltrone in cui accasciarsi la sera… dategli un’occasione per trasgredire, per farla finita con una vita insulsa trascinata nell’obbedienza in attesa della pensione e della morte, e siate pur certi che la coglierà. Basta per l’appunto che se ne presenti l’occasione, ovvero il momento propizio, il caso che consenta o favorisca l’accadimento. E l’occasione è fugace, spesso si verifica in modo del tutto banale, in sé può anche essere sciocca, non ha nulla a che vedere con una ponderata ragionevolezza.
Che sia questo il motivo per cui i mass-media in Italia non hanno detto praticamente nulla di quanto da mesi sta accadendo oltralpe? Meglio non parlarne perché il vittimistico Je suis Charlie con cui ci hanno rintronato al fine di spingerci all’unità nazionale, di stringerci attorno ad uno Stato infame solo perché minacciato da suoi concorrenti diversamente infami, non corra il rischio di trasformarsi nell’arrabbiato Je suis sans loi ni travail in grado di eccitare e spingere alla rivolta? Meglio non parlarne perché qui nel Belpaese ogni malefatta istituzionale deve limitarsi a costituire al massimo un’occasione per nuove e ragionevoli rivendicazioni civiche, civili e cittadiniste? Meglio non parlarne affinché la politica non sia mai travolta dalla ribellione, la legittimità non sia mai sbriciolata dal furore, l’assemblea deliberante non venga disertata dall’individuo arbitrario?
Ecco, contro questa accurata ed interessata censura proveniente dall’alto — ma anche contro certe acrobazie che in basso impegnano i vari e multicolori strateghi dell’attivismo militante, secondo cui il solo «eccesso» buono è quello vagliato, calcolato, dosato sul bilancino della convenienza politica del giorno — abbiamo pensato di ripercorrere un po’ quanto sta accadendo in Francia da diverse settimane.
L’occasione, prima di tutto. È stata fornita dal progetto della nuova legge sul lavoro, che in sostanza prevede una liberalizzazione del mercato — con conseguente aumento dell’orario del lavoro, e diminuzione della paga sugli straordinari —  e una maggiore possibilità di licenziamento. A detta della sua artefice, la ministra del Lavoro Myriam El Khomri, si tratta di un «un vero slancio per la democrazia sociale» che propone «al tempo stesso nuove facilitazioni alle imprese per migliorare la competitività della nostra economia, e nuove protezioni, nuovi diritti per i salariati». Fin dal suo annuncio, prima ancora che venisse presentato e discusso al Consiglio dei ministri, il progetto della «loi travail» ha scatenato una forte opposizione in tutto il paese, un paese da tempo attraversato da forti tensioni esacerbate dalle stragi avvenute a Parigi lo scorso novembre e dalla successiva proclamazione dello stato d’emergenza.
Ma se una riforma particolarmente reazionaria del Codice del lavoro ha dato ad innumerevoli persone un motivo per scendere in piazza, non c’è voluto molto prima che la rabbia tracimasse dal contesto originario per estendersi a tutte le condizioni di vita odierne. Ben presto è diventato chiaro che non era più un progetto di legge ad essere contestato da non pochi manifestanti, ma un’intera società, un’intera esistenza priva di significato e di incanto. E questo allargamento della lotta è stato reso palpabile sia nella pratica che nella teoria. È riscontrabile sia negli obiettivi presi di mira con i fatti che nelle parole messe in circolazione, che incitavano fin da subito a passare dalla rivendicazione alla sovversione.
Per fare un riassunto con nessuna pretesa di esaustività, partiamo dal 9 marzo di quest’anno, quando a Parigi si forma un corteo di protesta che riempie di colori un centro di arruolamento dell’esercito, un McDonald, un hotel Ibis, diversi negozi e banche, danneggiando qualche bancomat. A Bordeaux, la facoltà universitaria di sociologia viene devastata e saccheggiata da cima a fondo da una trentina di individui mascherati; ingenti i danni. «Noi che abbiamo delle rivendicazioni, ci dissociamo totalmente da questi teppisti», affermerà un membro dell’unione degli studenti comunisti. Poche ore prima 300 studenti si erano radunati per discutere il blocco delle lezioni. A Rouen e a Dieppe, sono le sedi del Partito Socialista (cioè del partito in cui milita la ministra del Lavoro) a finire sotto il lancio di uova, vernice, estintori. A Lione, allorquando una manifestazione è sul punto di sciogliersi, diversi partecipanti decidono di proseguire verso una sede del Partito Socialista, scontrandosi con la polizia che non lesina l’uso di proiettili e di lacrimogeni. A Niort alcuni manifestanti scavalcano le inferriate della sede locale dell’associazione degli imprenditori e ne forzano il cancello, facendo entrare nel cortile gli altri manifestanti… l’arrivo precipitoso dei soliti sgherri in divisa interromperà la festa. Ma solo per un giorno, dato che la notte seguente, il 10 marzo, la facciata della federazione del Partito Socialista sarà ricoperta di scritte. Mentre a Nantes, nel corso di una grossa manifestazione, scoppiano scontri con le forze dell’ordine davanti alla stazione, nel corso dei quali restano feriti alcuni poliziotti.
L’11 marzo, all’apertura dei locali della ditta “Carbone Savoie”, a La Léchère (Savoia), si scopre che gli uffici del terzo e quarto piano sono stati devastati durante la notte. Si tratta dell’azienda in cui è in corso uno sciopero illimitato dei dipendenti.
Il 15 marzo, a Perpignan, gli ingressi di alcuni licei vengono bloccati con cassonetti della spazzatura nel corso di una manifestazione selvaggia che attraversa la città. La cancellata di un liceo viene sfondata, e un insegnante rimane ferito.
Il 17 marzo, in tutta la Francia vengono bloccati un numero impreciso di licei (fra i 115 e i 200), e si verificano numerosi scontri con le forze dell’ordine. A Parigi, nel corso di una manifestazione studentesca vengono sfondate le vetrine e le porte di agenzie bancarie, assicurative, immobiliari e commerciali. Un supermercato della catena Franprix viene saccheggiato. Jean-Luc Mélenchon, deputato europeo del Fronte di sinistra, è costretto ad abbandonare precipitosamente il corteo a cui sta partecipando, copiosamente insultato e preso a uova in faccia. A Rennes sono migliaia le persone che invadono la stazione, e centinaia quelle che scendono sui binari interrompendo la circolazione dei treni. Altre nel frattempo ristrutturano il municipio, prima “ridipingono” un’ala, poi cercano di forzarne l’entrata scontrandosi con la polizia. Anche un commissariato e molti sportelli bancomat vengono bersagliati con vernice. Stessa sorte alla facciata del municipio di Nantes, città dove si verifica una vera strage di vetrate: quelle del municipio, di alcune banche, di diverse fermate degli autobus, di una stazione tranviaria, e di una volante della polizia. I locali dell’associazione degli imprenditori vengono riempiti di colore. Una manifestazione di protesta si svolge anche a Lione, terminando con scontri con le forze dell’ordine.
Il 21 marzo, a Parigi, una manifestazione selvaggia partita dalla facoltà di Tolbiac attacca ciò che trova lungo il suo percorso: una sede del Partito Socialista, decine di banche, agenzie di viaggio, cartelloni pubblicitari, assicurazioni, negozi. «Non sono sicuro che il motivo del loro comportamento sia l’obiettivo politico — dice il sindaco socialista del XIII distretto — Abbiamo a che fare con dei casseur e non con studenti, con gruppi autonomi radicalizzati».
Il 22 marzo, mentre durante un corteo a Parigi scoppiano tafferugli fra manifestanti e servizio d’ordine sindacale, gli uffici amministrativi dell’università di Tolbiac vengono devastati.
Il 24 marzo a Parigi sfilano diversi cortei. La tensione è alta, anche fra gli stessi manifestanti. Qua e là si registrano lanci di oggetti, cariche, scontri con le forze dell’ordine. Il portone di un liceo viene dato alle fiamme, così come un’auto vicino alla sede dell’associazione degli imprenditori. Dopo il tramonto «alcuni lavoratori della notte (non sindacalizzati)», vogliosi di ringraziare il sindacato per l’operato sbirresco del suo servizio d’ordine, fanno saltare le vetrine di una sede della CGT. A Nantes è la linea tranviaria ad essere interrotta, con cassonetti della spazzatura piazzati sui binari e poi incendiati. Piccoli gruppi di manifestanti si muovono in lungo e in largo, spaccando le vetrine dei negozi. Anche davanti ad alcuni licei si verificano incidenti. A Rouen il traffico stradale viene rallentato con pneumatici lasciati sulla via e dati alle fiamme, e qualche tafferuglio scoppia davanti alla sede del Partito Socialista. A Marsiglia l’autostrada viene occupata dai manifestanti. A Rennes, oltre ai soliti scontri, alcuni negozi sono assaltati e saccheggiati. A Gisors nel corso di un corteo sono presi di mira un supermercato e alcuni negozi e vengono sfondate le vetrate di un centro per l’impiego. Il traffico si paralizza e davanti alla stazione vengono incendiati cassonetti della spazzatura. A Grenoble una manifestazione indetta dalla sinistra viene disturbata dalla presenza di uno spezzone che si scontra con la polizia e bersaglia con pittura la sede del Partito Socialista e quella dei Repubblicani. Un dirigente di questi ultimi dirà: «Avrebbero potuto agire in maniera responsabile e civica chiedendo di essere ricevuti…».
Il 25 marzo, a Parigi, una manifestazione selvaggia composta da qualche centinaio di persone attacca lungo il percorso due commissariati di polizia, lanciando pietre, fumogeni e tentanto di sfondarne i vetri blindati. Sui muri degli edifici viene espressa la grande ambizione: «Mort aux flics». Due supermercati Franprix vengono saccheggiati. A Villeurbanne, l’ingresso della sede del Partito Socialista viene murato.
L’idea piace, tant’è che il  26 marzo anche quella di Douardenez subisce la stessa sorte. Quello stesso giorno, a Valence, alcuni “zadisti” fanno irruzione nella sede del Partito Socialista e versano letame dappertutto.
Il 29 marzo, a Rennes, alcuni manifestanti bloccano la circonvallazione appiccando il fuoco ad una barricata costruita con cassonetti della spazzatura, altri tirano l’allarme della metropolitana e lanciano sedie sui binari per interromperne il funzionamento. A Lione molti studenti restano a piedi: gli autobus delle linee scolastiche sono stati resi inutilizzabili.
Il 31 marzo è una giornata di mobilitazione nazionale. Circa 150 licei vengono bloccati in tutto il Paese. A Parigi (dove scende in strada un milione di persone), Grenoble, Nantes, Lille, Rouen, nel corso delle manifestazioni sono attaccate banche, agenzie immobiliari, seggi elettorali, esercizi commerciali. È un giorno difficile per i giornalisti, i quali vengono aggrediti sia a Parigi che a Nantes. Qui viene attaccato anche il municipio, vengono date alle fiamme le automobili parcheggiate vicino a un albergo di lusso, e presso alcuni incroci vengono erette delle barricate (alcune delle quali poi incendiate). A Rouen la sede del Partito Socialista viene dipinta per l’ennesima volta. A Gennevilliers, durante il blocco di un liceo, due automobili e dei cassonetti della spazzatura vanno in fumo. A Rennes i manifestanti si scontrano per alcune ore con le forze dell’ordine. Incidenti anche a Lione, Marsiglia, Tolosa, dove il giorno prima è stato sgomberato uno squat. Quello stesso giorno anche l’università di Caen viene invasa dai barbari.
È a partire da questo giorno che a Parigi, in place de la République, cominciano a tenersi assemblee quotidiane. È l’inizio del movimento Nuit Debout, tentativo di dare una ragione politica alla rabbia fino a quel momento esplosa ovunque, di dotare di una speranza la sfiducia verso le istituzioni e i partiti. Nuit Debout cerca di creare una sfera embrionale di democrazia diretta, e place de la République passa da simbolo dell’orrore davanti alla guerra santa a simbolo della rinascita della convivenza civile. Diventa l’agorà in cui il logos evocato dalla discussione dovrebbe trovare una via d’uscita dal vicolo cieco in cui si è ficcata la società. L’iniziativa ha talmente successo fra gli orfani della politica che ad oggi quella piazza è infestata da una ottantina di commissioni…
Il 5 aprile è un’altra giornata calda. A Levallois, davanti ad un liceo viene ammassato vario materiale poi dato alle fiamme, causando gravi danni alla facciata dell’edificio. Vanno in frantumi anche i vetri dello stabile. A Nantes l’ingresso della sede del Partito Socialista (saracinesca e vetrate) subisce la critica tagliente di un flessibile. Lungo il percorso della manifestazione, tutte le banche, le assicurazioni e le agenzie immobiliari vengono attaccate, e alcuni negozi saccheggiati. Sempre in questa città, oltre che a Rennes, Tolosa e a Rouen, viene interrotto il traffico ferroviario e stradale. A Marsiglia viene bloccata l’autostrada in entrambi i sensi. A Parigi le manifestazioni diurne si svolgono sotto stretto controllo sia della polizia, che effettua numerosi fermi, sia dei vari cittadinisti galvanizzati dall’assemblea di place de la République. Al calar della sera viene bloccato il boulevard Saint-Germain da manifestanti che erigono barricate ed esigono la liberazione degli arrestati.
Il 7 aprile, ancora licei bloccati in molte province francesi. Si registrano blocchi della circolazione e scontri fra manifestanti e forze dell’ordine un po’ dovunque. A Vaulx-en-Velin vengono fermati sei minorenni, accusati di aver lanciato sassi contro i poliziotti. Nella notte, a Parigi, un’altra sede del sindacato CGT perde le sue vetrate per mano di alcuni «lavoratori demolitori» che ci tengono a precisare: «noi non ci opponiamo alla Legge sul lavoro, ma alla Legge e al Lavoro».
Il 9 aprile si svolgono più di 200 manifestazioni in tutta la Francia. In alcune città, come Parigi e Rennes, scoppiano scontri fra manifestanti e forze dell’ordine. A Nantes viene anche bloccato il traffico, vengono erette barricate, attaccate banche e immobiliari, e aggrediti alcuni giornalisti. Nella notte, a Parigi, alcune manifestazioni selvagge percorrono la città. C’è chi tenta di raggiungere l’abitazione privata del primo ministro Valls, chi smonta le cancellate che impediscono ai rifugiati di accamparsi, chi sfonda le vetrine di qualche banca, chi erige barricate, chi incendia automobili… e chi, come un responsabile di Nuit Debout, invoca la polizia per fermare gli eccessi.
La notte dell’11 aprile, a Tolosa, la facciata della Borsa viene ridipinta e un cassonetto della spazzatura piazzato contro l’ingresso è dato alle fiamme.
Il 14 aprile ancora manifestazioni, ancora scontri fra manifestanti e forze dell’ordine. A Parigi, a Nantes, a Montpellier… non si finisce più di ribadire l’ovvia verità: «tout le monde deteste la police» (tutti odiano la polizia). A Caen una piccola ma bellicosa manifestazione ricorderà che anche i giornalisti sono detestati. A Parigi, dove un paio di funzionari scolastici sono presi di mira dagli studenti e la polizia accerchia e controlla da vicino le manifestazioni diurne, si dovrà attendere il calar delle tenebre per dare il via ai divertimenti. Una manifestazione selvaggia attacca tutti gli obiettivi che destano un certo interesse: hotel Ibis, gallerie d’arte, assicurazioni, automobili in car sharing, centri dell’impiego, una concessionaria Jaguar… Viene saccheggiato un supermercato Franprix. A Rouen, oltre ad una banca, viene attaccata e devastata anche la sede del Fronte Nazionale. Nella notte, due sedi del Partito Socialista a Lille vengono ricolorate con fantasia. A Rennes è la sede dell’associazione degli imprenditori a ricevere la visita di una sessantina di manifestanti, incappucciati e armati di mazze da baseball. Ingenti i danni. Il delegato generale dell’Unione delle imprese dirà: «Molti colleghi sono rimasti traumatizzati da questo scatenamento di violenza che non ha più nulla a che vedere con il ritiro della legge sul lavoro. È inammissibile».
Il 15 aprile sale alla ribalta la CFDT (Confederazione francese democratica del lavoro). In mattinata la facciata e le finestre della sua sede di Marsiglia vengono abbellite dal lancio di pittura e «scritte diffamatorie». In serata invece è una sua sede parigina a finire sotto il lancio di vernice e sassi. Come al solito, il calar della notte favorisce lo svolgimento di manifestazioni selvagge nella capitale, nel corso delle quali si verificano danneggiamenti e tafferugli con le forze dell’ordine. Secondo il ministro dell’Interno, dai primi di marzo sono 151 i poliziotti feriti durante le proteste.
Il 16 aprile, a Marsiglia, un corteo selvaggio serale fa visita alla sede del Partito Socialista. Le spesse vetrate rimangono intonse, i muri no. Poi si dirige verso una sede del Fronte Nazionale, un po’ troppo blindata. Infine i manifestanti trovano una più accogliente sede dell’Azione Francese, dove possono applicarsi con più profitto. A Brest, una cinquantina di individui, vestiti di nero, mascherati e con striscioni anti-capitalisti, lungo una passeggiata notturna rendono omaggio ad alcune banche e relativi bancomat.
Il 20 aprile, a Nantes, l’ennesima manifestazione di protesta contro la legge sul lavoro finisce con scontri con le forze dell’ordine. Molte vetrine ne fanno le spese. Mentre a Rennes la polizia impedisce ai manifestanti l’accesso al centro cittadino, a Tours gli studenti bloccano la facoltà di lettere. A Lione, in serata, durante una manifestazione selvaggia vengono imbrattati alcuni locali della polizia e una volante, mentre le vetrate dell’edificio vanno in frantumi. Stessa sorte a un tribunale. A Lille, sebbene il corteo sia circondato dalla polizia, alcuni negozi e banche vengono colorati a nuovo, mentre la porta a vetri di un grande magazzino va a pezzi.
Il giorno dopo, il 21 aprile, sempre a Lille, la polizia fa irruzione nei locali della CNT dove si sono rifugiati alcuni manifestanti in fuga da una carica. Porta sfondata, locali devastati, alcuni presenti arrestati. Come abbozzo di risposta, la facciata di un commissariato viene condita con olio esausto. A Besançon, i muri e le vetrate della Camera di Commercio e dell’Industria vengono sottoposti a dura critica.
Durante la notte del 22 aprile, a Parigi, un centinaio di persone, forse insoddisfatte dell’assemblea di Nuit Debout, attaccano la polizia, incendiando e distruggendo completamente una auto civetta. Anche due veicoli della RATP, l’ente dei trasporti parigini, vengono danneggiati.
Per il 28 aprile è prevista un’altra giornata di mobilitazione nazionale. Manifestazioni a Parigi, Nantes, Le Havre, Lione, Marsiglia, Bordeaux, Rennes, Rouen, Tolosa, Grenoble, Tours, Bayonne, Dijon, Strasburgo, Caen, Mans, Orléans… Il bilancio, a detta del ministro dell’Interno, è di 78 poliziotti feriti e 214 manifestanti fermati in seguito agli scontri scoppiati in tutto il Paese. Scontri causati da «casseur estremisti che hanno come unica motivazione l’odio per lo Stato e, quindi, per i valori della Repubblica». A Parigi, la mattina presto, un centinaio di manifestanti cerca di bloccare prima il più importante porto fluviale della regione, incendiando anche degli pneumatici, poi un deposito di autobus. Qui si verificano scontri con la polizia. Durante il grande corteo pomeridiano qualche centinaio di manifestanti attacca le forze dell’ordine, ferendo alcuni poliziotti. La manifestazione prosegue sotto una pioggia di lacrimogeni e sotto l’occhio di droni ed elicotteri, i quali non impediranno né la neutralizzazione della videosorveglianza né l’attacco a banche, immobiliari, agenzie del lavoro. A Lione si verificano violenti scontri con le forze dell’ordine, a dispetto del servizio d’ordine del sindacato. Gli studenti avvisano i giovani di non lasciarsi fotografare dai giornalisti. Una banca viene bersagliata con un po’ di tutto. A Tolosa viene bloccato all’alba l’accesso alla zona dell’Eurocentro, causando pesanti disagi al traffico. Nel corso della manifestazione, sciolta dal sindacato, due poliziotti sono feriti dal lancio di oggetti. A Marsiglia il blocco della stazione darà vita a scontri fra manifestanti e forze dell’ordine. Violenti scontri anche a Rennes, dove il prefetto indignato dichiarerà: «Non era una manifestazione, ma una folla armata». A Nantes la giornata comincia all’alba, con il blocco del deposito dei trasporti pubblici. La manifestazione è costellata da tafferugli fra gruppi di manifestanti e forze dell’ordine. Una Porsche viene incendiata davanti alla prefettura. A Dijon, i manifestanti precisano con scritte il proprio passaggio, finendo col cercare di forzare l’ingresso in una banca.
Il 3 maggio si svolge a Nantes una manifestazione «a rischio», non indetta dai sindacati. Diverse centinaia di persone sfilano per la città. Le vetrine iniziano a perdere i sensi, mentre gruppi di manifestanti si battono contro le forze dell’ordine. Un comandante della Brigata anti-criminalità, trovatosi isolato e circondato da manifestanti furiosi, finisce in ospedale. Feriti leggermente altri sei gendarmi. Durante la notte, a Tolosa, un ufficio di collocamento viene ridipinto con l’aiuto di un estintore caricato con vernice.
La notte del 5 maggio le vetrate di un altro ufficio di collocamento, quello di Mentreuil a Parigi, vengono sfondate a sassate. Sui muri laterali viene lasciata una scritta: «Schiavisti moderni — Né legge né lavoro».
La mattina del 9 maggio, sempre a Parigi, un piccolo gruppo di manifestanti si raduna davanti a un deposito dei tram, costruisce sui binari una barricata con pneumatici e materiale da cantiere e vi appicca il fuoco. Poi, per senso di equità, costruisce una seconda barricata e la infiamma anche all’imbocco della circonvallazione.
Il 10 maggio, la notizia che il governo per far passare la riforma del lavoro ricorrerà all’articolo 49-3 della Costituzione, quello che permette l’approvazione di una legge senza attendere il voto del Parlamento, riscalda ulteriormente gli animi. A Parigi i pompieri di Nuit Debout indicono un presidio «spontaneo» (meglio evitare di usare la parola selvaggio), pacifico e «a volto scoperto» davanti all’Assemblea Nazionale. Lo scopo fin troppo palese è quello di esprimere il proprio sdegno a una classe politica che, pur di raggiungere i propri obiettivi, ricorre ad un mezzo che offende la vera democrazia. Ma, se nella capitale c’è chi si perde in cauti rimproveri, in provincia c’è chi persiste nella critica più ardente. La sera a Grenoble, all’urlo di «Tutti odiano i socialisti», i manifestanti bloccano i tram, rendono un omaggio virulento alla sede del Partito Socialista, fanno saltare i vetri della scuola di commercio, devastano i negozi di una intera via, se la prendono con un annesso di un locale municipale e con la redazione di un giornale, si scontrano con le forze dell’ordine, ferendo sei agenti. A Dijon i locali del Partito Socialista vengono danneggiati dai manifestanti, così come alcuni negozi. A Lille un centinaio di manifestanti invadono il supermercato Match, riempiono i carrelli e pretendono di passare dalle casse senza pagare. L’arrivo della polizia, chiamata dai proprietari, li costringe a lasciar perdere la spesa proletaria e ad allontanarsi in tutta calma. A Caen, i manifestanti fanno irruzione nella sede del Partito Socialista e la devastano. A Nantes, dopo aver attaccato il municipio e le forze dell’ordine, costruiscono una barricata e cercano di forzare l’ingresso di un supermercato prima di scontrarsi violentemente con la polizia. A Lione i manifestanti devastano una sede del Partito Socialista e danneggiano un commissariato. A Montpellier, dopo aver dato fuoco a cassonetti della spazzatura accanto alla stazione, partono in corteo pur circondati dalla polizia. Una volante viene danneggiata e, quando gli agenti fermano un manifestante, partirà contro di loro un fitto lancio di oggetti a cui le forze dell’ordine risponderanno con lacrimogeni e granate assordanti. In seguito viene bloccata anche una linea del tram.
Il 12 maggio, nuova giornata di mobilitazione generale, meno partecipata delle precedenti. A Parigi, per evitare incidenti, la testa della manifestazione viene presa dal servizio d’ordine sindacale. Ciò fa sì che i manifestanti più irruenti, oltre a prendersela con gli sbirri sindacali, sfilino ai lati del corteo, saltando fuori ad ogni occasione propizia. Negozi danneggiati, macchine in fiamme. Attacchi sporadici che a un certo punto fanno posto a scontri più violenti e consistenti. Si registrano numerosi feriti, fra cui qualche giornalista. Mentre gli organizzatori annunciano la fine della manifestazione, un gruppo di instancabili cerca di forzare le porte del retro della Scuola militare. Alcuni di loro, penetrati nel cortile del Museo des Invalides, sono intercettati dai soldati di pattuglia. A Nantes, la giornata inizia con una barricata data alle fiamme nei pressi di un liceo, come buon auspicio per l’imminente manifestazione. Il pomeriggio, il centro cittadino diventa teatro di violenti scontri fra manifestanti e forze dell’ordine. La stazione ferroviaria viene invasa dai manifestanti, i quali bloccano la circolazione dei treni e mandano in frantumi molte vetrine. In piazza, nei pressi della cattedrale, una banca viene devastata. Tre mezzi della celere, bloccati nel traffico, vengono raggiunti da manifestanti inferociti. A Caen, a margine della manifestazione sindacale, vengono occupati i locali della CAF [Cassa Assegni Familiari]. Pronta e muscolosa la reazione della polizia. Nel pomeriggio, nuova occupazione, questa volta della direzione dipartimentale del lavoro. Il mobilio viene messo all’aperto a prendere aria. Nuovo intervento muscoloso delle forze dell’ordine, che gasano, caricano e fermano un po’ chiunque. A Lille i manifestanti attaccano alcune banche, un Apple Store, un McDonald, un’agenzia della Air France. La polizia interviene caricando e sparando lacrimogeni. Alcuni fermati fra i manifestanti, qualche ferito fra i poliziotti. In serata 300 manifestanti si recano davanti alla questura per esigere il rilascio dei fermati. Non riuscendo a resistere alla tentazione, parte un lancio di oggetti contro l’edificio. A Marsiglia è il servizio d’ordine del sindacato a finire nel mirino di alcuni manifestanti. Ad Havre i manifestanti sfondano l’ingresso della sede del Partito Socialista e ne devastano l’interno.
Come abbiamo già premesso, questa non può certo essere una cronologia precisa e completa di quanto accaduto, ma è sufficiente per dare un’idea a grandi linee del clima che si respira in questi giorni in tutta la Francia. A spiccare di primo acchito sono le differenze di combattività fra il contesto francese e quello italiano. Qui il «Jobs Act» è passato senza colpo ferire; qui gli operai licenziati non sequestrano manager né dinamitano fabbriche, al massimo mettono in pericolo loro stessi salendo su qualche gru; qui due ore di scontri in qualche via di una sola città bastano e avanzano per mobilitare l’esercito delle spugnette legalitarie; qui ogni ardire collettivo deve fare i conti prima con due stronze, la casalinga di Voghera e la mamma con il passeggino, e poi con le «cascate» strategiche tirate dagli sbirri di movimento…
Ad ogni modo, è facile percepire quale sia la principale caratteristica qualitativa di questa ondata di protesta che non accenna a placarsi. Non si tratta di un movimento sociale, unito da una medesima ragione e guidato da un ceto politico più o meno affiatato o in competizione, ma del contemporaneo scatenamento di forze autonome e talvolta contrapposte: cittadini delusi, lavoratori indignati, sindacalisti scavalcati, studenti annoiati, perditempo facinorosi, bande di quartiere, sovversivi di ogni sfumatura… tutti scesi in strada, a manifestare a proprio modo, unendosi o separandosi o ignorandosi, ma a scontrarsi comunque e dovunque con l’ordine istituzionale. Nessuno ha atteso che l’assemblea sovrana di un movimento — sociale, politico o popolare — dotato di legittima ragione decretasse che era giunta l’ora dell’azione diretta. Chi aveva a cuore la liquidazione del vecchio mondo si è messo immediatamente all’opera, senza passare per la fase di transizione del gioco di sponda con gli amichetti politici. E chi ha sempre coltivato aspirazioni riformiste è rimasto d’un tratto senza parole, ammutolito dall’imbarazzo davanti alla vergogna del potere.
Questo aspetto è stato talmente evidente da costringere gli aspiranti rappresentanti di movimento a fare buon viso a cattivo gioco. Come recuperare quegli assalti incontrollabili, come addolcire quegli slogan irragionevoli («sciopero fino alla pensione», «la notte è fatta per scopare, non per lavorare», «pensione a 13 anni», «sotto il pavé, gli sbirri»…), come trasformare quella tensione utopica da vivere in programma politico da vendere? C’è voluto tempo, pazienza e una buona dose di equilibrismo e sfacciataggine.
Frederic Lordon, ad esempio — sociologo, collaboratore di Le Monde Diplomatique, nonché esponente di Nuit Debout — a fine marzo pareva aver smarrito i luoghi comuni di sinistra. «Non rivendichiamo nulla», tuonava dalle pagine del settimanale della intellighenzia transalpina. Decenni di batoste e tradimenti lo avevano persuaso ad abbandonare ogni illusione sulla partecipazione elettorale. Ma può un cattedratico, qualcuno nato e cresciuto all’ombra dello Stato, abbandonare il proprio orizzonte istituzionale? Intervistato una settimana dopo, Lordon precisava la sua strategia di prim’ordine: «Tornare al gioco istituzionale è la morte assicurata di tutti i movimenti. Adesso, chiederai, come trasformare queste riunioni in risultati politici affinché non siano successe invano? È una domanda strategica di primo ordine. La mia risposta per uscire da questa terribile tenaglia è che, se tornare al gioco elettorale istituzionale significa la morte, allora non ci rimane altra soluzione che rifare le istituzioni. È per questo che credo che l’obiettivo politico che dobbiamo fissarci… consiste nel riscrivere la Costituzione… Dobbiamo scrivere la Costituzione di una “repubblica sociale”».
Dopo le amenità costituenti degli scroto-negriani appassionati di Spinoza e Foucault, arrivano le cialtronerie destituenti degli scroto-agambeniani appassionati di Foucault e Spinoza. Scoppiato il furore della rivolta mentre erano impegnati chi ad intervenire in consiglio comunale e chi sui mass-media, i neoblanquisti  francesi si sono precipitati a ri-ri-riconvertirsi in focosi barricaderi. A metà marzo hanno preso la parola… anzi, no… conoscendo bene i trucchetti autopromozionali delle avanguardie, hanno parassitato quella che era già nella testa di tutti e nel cuore della «racaille» delle periferie, impazzita un anno fa per il pezzo «Le monde ou rien» (il mondo o niente) di un gruppo rap franco-maghrebino. E, dopo aver cercato di cavalcare la protesta e disseminato i loro spot commerciali, si sono fatti prendere dalla smania di mettere un po’ di sale politico nella zucca vuota di proposte degli insorti. Così, a metà aprile, hanno dispensato un saggio e strategico consiglio diffondendo «l’opinione minoritaria» di Eric Hazan, editore del Comitato Invisibile: è un errore detestare la polizia, bisogna operare una accorta distinzione fra sbirri cattivi da odiare e poliziotti buoni con cui fraternizzare. La sbalorditiva aberrazione è rimasta talmente minoritaria da spingere i neo-blanquisti a fare una rapida marcia indietro e a ripudiare ciò che loro stessi si erano premurati di rendere pubblico, ovvero che non proprio tutti odiano la polizia.
Ora, questi semplici esempi mostrano bene quale sia al tempo stesso il limite e la barriera contro cui si infrange ogni ondata di rivolta, dovunque essa si manifesti. Mettendo da parte la repressione, che in Francia si sta caratterizzando col fermo preventivo dei facinorosi già noti o durante le proteste con la tattica chiamata kettling — circondare, contenere e pressare da vicino i vari spezzoni delle manifestazioni, delimitandone lo spazio e l’agibilità al fine di sedarli —, ciò che ne spezza lo slancio è l’assenza di una prospettiva, di un orizzonte che sappia non solo ignorare, non solo disertare, ma anche contrapporsi risolutamente a una triste orbita istituzionale. Tra lotte costituenti e lotte destituenti cambia il vezzo formale, ma non la sostanza, giacché condividono tutte la stessa ossessione: sollevano la questione del rapporto fra autonomia e istituzioni al fine di conciliarle insieme. È anche per questo motivo che l’idiozia della «convergenza delle lotte» abbonda sulle labbra dei militanti. Chi ha interesse a reclamare questa convergenza è solo chi intende rappresentarne e gestirne il punto di incontro. Ma una simile pretesa, oltre a denotare i pruriti autoritari di chi l’avanza, è ridicola per ciò che sottende. Per qualcuno i vari conflitti oggi in corso sono deboli perché isolati, e quindi bisognerebbe affidare al sarto più abile il compito di ricucire assieme tutti quei fili separati. Ma è il tessuto dei fili ad essere scadente, mediocre, miserabile, e ciò è diventato talmente palese che l’idea di indossare quella stoffa non appassiona più nessuno. Al di là dei richiami di chi ne fa bottega, la si continua ad usare solo per assuefazione, per disperazione, per mancanza d’altro. Chi è rimasto a volerla davvero, questa vita di merda, a traboccare di desiderio per una carriera ed una pensione? Che la democrazia sia una buona ragione per cui vivere o morire lo possono forse pensare nei paesi che vivono da secoli sotto la tirannia, forse. Ma qui da noi… Qualcuno pensa di poter evitare la decomposizione di un cadavere imbalsamandolo con la formaldeide costituente, con la magia destituente, con l’applicazione di una cera «diretta»?
Quando si smette di battersi per la sopravvivenza della società che ci sta annientando, rimane solo la pura negatività ad alimentare la rivolta. Fine delle rivendicazioni, appunto. Fine del dialogo. Fine del consenso. Fine della politica. Ma che questa negatività sia condannata per forza di cose ad essere effimera, a bruciarsi nel giro di poche ore, di pochi giorni, o di poche settimane, che questa negatività non possa essere altro che un combustibile temporaneo, da maneggiare con cautela e solo quando non se ne può fare a meno, prima di fare ritorno a quello ufficiale: ecco quale sarebbe la peggiore rassegnazione. La ricreazione può non finire mai solo se la campanella viene messa fuori uso e, al tempo stesso, se il cosiddetto immaginario viene bonificato dalla menzogna societaria…

Un equivoco chiamato Popolo

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( Articolo Condiviso )

“Pensiero e Volontà”
Merlino si dice democratico, intendendo per Democrazia (che etimologicamente significa governo del popolo) l’applicazione del principio di Libertà (associazione da pari a pari) in opposizione al principio di Dominazione (comando, gerarchia, monopolio). Secondo lui «è necessario che la società politica non sia tenuta insieme dalla forza, ma dallo spontaneo consenso degli associati consapevoli dei vantaggi inestimabili dell’associazione»; e perciò vorrebbe che gli organi destinati ad eseguire le deliberazioni della collettività fossero inermi e non potessero quindi imporsi alla volontà del popolo.
Tutto questo è, in sostanza, quello che noi chiamiamo anarchismo, e potrebbe far credere che non siamo divisi dal Merlino che da una questione di parole. Ma in realtà il dissenso è più profondo ed è tutto basato sull’equivoco nascosto nella parola Popolo. Per i democratici il Popolo non è la popolazione composta, come è, di uomini  che hanno mille passioni, interessi, idee differenti e spesso contrastanti, ma bensì una astrazione, una entità, di cui si cerca di scoprire la volontà mediante svariati sistemi elettorali. Ma essendo evidente che una volontà unica non esiste mai, né in quanto a ciò che gli uomini vogliono, né in quanto alla scelta dei rappresentanti che debbono fare quello che non si può fare dal popolo in massa, ne risulta che il «Governo del popolo» diventa, teoricamente, governo della maggioranza, e praticamente governo di quelle minoranze che si trovano in posizione economicamente e politicamente vantaggiose e riescono a servirsi della forza di tutta la società per sottoporre la società stessa alla propria volontà.
Da ciò la lotta continua che impedisce ogni assetto sociale veramente fondato sulla libertà e sulla giustizia; da ciò il fatto, deplorato dal Merlino, della degenerazione delle forme più o meno democratiche uscite dalle rivoluzioni popolari; da ciò il Fascismo.
Chi si è impossessato del potere e della ricchezza vuole conservare ed ingrandire i suoi privilegi, e si difende ed attacca, secondo le circostanze e principalmente secondo la resistenza che incontra, ora per mezzo di norme codificate ed apparentemente eguali per tutti (legalità), ora per mezzo della sfrenata brutalità e violando le leggi giudicate non abbastanza severe (fascismo); ma sempre con la violenza. Col Parlamento (che è corpo legislativo e non già mezzo di consultazione pubblica, come dice Merlino), o colla Dittatura, il Gendarme resta la pietra basilare che regge e costringe tutto l’edificio sociale!
Per avviarci verso quello che è l’ideale nostro, ed anche del Merlino, di una Società fondata sul consenso, per l’utilità liberamente riconosciuta degli associati, bisogna abolire ogni predominio politico di minoranze o maggioranza, ogni monopolio economico, ogni corpo armato a disposizione di dirigenti di qualsiasi specie, e lasciare che la forma o le forme sociali risultino dal libero gioco di tutti gli interessi, di tutte le idee, di tutte le forze esistenti nella popolazione. Quando non vi fosse potere che possa imporre agli altri la propria volontà e dare così agli uni i mezzi per sfruttare il lavoro degli altri, l’accordo volontario, il mutuo appoggio, la mutua condiscendenza diventerebbero condizione necessaria di vita e si sostituirebbero naturalmente alla dominazione degli uni sugli altri.
Merlino, a quel che ci sembra, cade nell’errore comune dei democratici: si preoccupa più del «popolo» che degli uomini che costituiscono la popolazione, e ciò spiega l’inconsistenza tra i suoi fini ed i mezzi che vorrebbe adoperare, nonché il suo strano ottimismo sulla «democrazia» e sulla «libertà» vigenti in Inghilterra.

TRILATERAL: L’ESIBIZIONE DEL POTERE IRRESPONSABILE

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Un’associazione di consumatori ha denunciato il Presidente del Consiglio Renzi all’Antitrust per pubblicità “occulta” nei confronti della Apple. L’aggettivo “occulta” deve essere stato molto frustrante per Renzi, il quale in questi ultimi due anni aveva fatto davvero di tutto per farsi notare mentre esibiva spudoratamente i suoi gadget di marca Apple.

L’esibizionismo non trova purtroppo i dovuti riconoscimenti, perciò i media ufficiali si ostinano a catalogare come materiale per complottisti la carnevalata romana della “Trilateral Commission” del mese scorso. Il termine “complottismo” è diventato ormai in mano ai media un fattore di disturbo costante della comunicazione e del pensiero, un modo per aggirare sistematicamente le evidenze. Per molti commentatori le frequentazioni para-“trilateraliste” del dirigente Cinque Stelle Luigi Di Maio costituirebbero uno scandalo a causa del passato complottista del movimento: tu che individuavi nella Trilateral una centrale della cospirazione sovranazionale, ora vai a cena con i suoi esponenti. Sembrerebbe di capire che per un non complottista una frequentazione di tal genere non sarebbe disdicevole. In realtà per qualsiasi politico, complottismo o meno, risulterebbe screditante frequentare grandi banchieri e dirigenti di multinazionali, poiché ciò inevitabilmente offre un’immagine di servilismo verso i potenti; e si dice “servilismo” per non adoperare l’espressione icastica che sarebbe più adatta a definire comportamenti del genere. In questo caso si tratta di un’evidenza tale che persino la stampa amica è costretta a riferire con un po’ di ironia sulla gita dei renziani nella tana dei potenti.

Giustificare certe frequentazioni con la scusa di voler acquisire informazioni su ciò che pensano i potenti, appare puerile dato che se quelli pensassero qualcosa non lo verrebbero certo a dire a te; inoltre i potenti possono permettersi il lusso di non pensare poiché fanno riferimento sempre agli stessi schemi: vittimismo di fronte alle presunte pretese dei poveri, e conseguente direttiva agli Stati di tagliare salari, pensioni e sanità per incrementare l’assistenzialismo per i ricchi, poiché solo da questi potrebbe derivare la salvezza del mondo. Sociologi ed economisti possono poi incaricarsi di conferire a queste banalità una veste pseudo-scientifica ma la sostanza non cambia.

La beata irresponsabilità del potere ha trovato nello sviluppo tecnologico vertiginoso degli ultimi sessanta anni un supporto ed un incentivo. Molti si chiedono come mai, a fronte di tanta disponibilità di nuove tecnologie, oggi la maggioranza delle persone stia peggio. In realtà quell’assurdità finanziaria e contabile costituita dai titoli derivati era impensabile prima delle meraviglie dell’informatica, che consentono calcoli astrusi in frazioni di secondo. Lo sviluppo delle comunicazioni rende inoltre superfluo quel ceto medio più o meno istruito che faceva da raccordo e collante sociale; perciò l’istruzione pubblica può essere liquidata, magari introducendo anche il rating degli insegnanti, che non è un nuovo modello di gestione del personale ma pura destabilizzazione.

La tecnologia può sostituire la civiltà e le istituzioni se chi la controlla ha come esclusiva finalità la propria ricchezza ed il proprio potere senza doversi preoccupare delle conseguenze. Le “opposizioni” possono fare la loro parte idealizzando il potere e attribuendogli una vocazione progettuale che in effetti non ha; semmai, come dimostra la famosa “lezione di management” all’università LUISS dell’AD di ENEL, Francesco Starace, ci si trova di fronte a semplici criminali comuni. La distruzione ed il saccheggio di aziende storiche viene venduta come “cambiamento”.

La potenza mediatica può intanto incaricarsi di costruire i miti negativi da offrire in pasto all’opinione pubblica, figure di “tafferuglisti” professionisti, i “pendolari della violenza”, che spaziano dagli Expo alla Val di Susa con l’unico scopo di creare caos, mentre dal canto suo il potere destabilizzante e irresponsabile può spacciarsi come un “ordine”, per quanto ingiusto ed elitario.

I potenti della “Trilateral” si riuniscono per discutere seriamente delle sorti del mondo, pubblicano documenti seriosi sul loro sito ufficiale, magari complottano: questa è la fiaba che ci si vuole propinare. Si ha l’impressione invece che le parate di potenti abbiano proprio lo scopo principale di sollecitare nelle classi dirigenti locali quei comportamenti che La Boétie definiva “servitù volontaria”. Anche la servitù volontaria non va però sopravvalutata nella sua importanza, poiché, se i potenti sono tutti da un parte, allora il servilismo si concentra nei loro confronti; ma se vi fossero altri potenti da compiacere, allora il servilismo potrebbe distribuire le sue prestazioni ed equilibrare il tutto.

Si è detto che l’ultima riunione della Trilateral avesse come argomento proprio il modo di contrastare il potente emergente oggi considerato il maggiore avversario del Sacro Occidente, cioè Putin. A parte il fatto che l’iniziativa internazionale di Putin non è certo effetto di velleità personali ma della diminuzione del peso di Gazprom a vantaggio dell’esercito (che in Russia è un vero soggetto politico), c’è proprio da figurarselo uno come Rockefeller a cercare di contrastare un marpione come Putin. I ricconi di nascita non sanno neppure abbottonarsi i pantaloni da soli e quindi devono appaltare il lavoro sporco ai veri praticoni del potere sul campo, quelle persone di origini più umili che compongono i servizi segreti, i tanti Gianni De Gennaro che trascinano quotidianamente la carretta. Lo stesso George Soros, il principale nemico della Russia, non nasce miliardario, ma componente di una famiglia ungherese di collaborazionisti del nazismo; poi da giovane venne arruolato dalla CIA e, per suo conto, diventò finanziere e provocatore internazionale, con una fasulla identità ebraica ad oscurare il passato nazista. L’umiltà delle origini non implica necessariamente solidarietà con la propria classe, ed anche qui il servilismo c’entra solo in parte, poiché solo in base ad un umanesimo astratto e sdolcinato si può pensare che il potere per il potere non costituisca per molti il principale scopo della vita. Se si volesse sapere cosa rischia davvero Putin, è nell’ambito dei servizi segreti che bisognerebbe indagare, ma lì non ci trovi certo la Boschi o Di Maio.

 

Xylella fastidiosa, Stato insopportabile

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Cronistoria di un’emergenza inventata e riflessioni

Il nome del patogeno che avrebbe dovuto infestare nei mesi scorsi tutti gli ulivi del Salento contiene un aggettivo singolare: fastidiosa. E di fatto fastidioso questo batterio lo è stato, perché anziché far morire tutti gli ulivi, le piante da frutto e le piante ornamentali, così come paventato dal piano emergenziale del Commissario straordinario, dalla Regione Puglia, dal Governo e dalla Comunità Europea, la notizia della sua diffusione e dei rimedi per abbatterlo – taglio di centinaia di migliaia di ulivi e irroramento massiccio di pesticidi –, ha suscitato un moto d’orgoglio da parte di molti che, in qualche modo, ha rallentato questo piano. Se da un lato è stato abbastanza chiaro, per coloro che si sono interessati alla questione, che si trattava di un piano devastante e biocida senza alcuna logica apparente – ma forse con una sua logica intrinseca legata al tipo di economia e di potere che regge il pianeta –, dall’altra i metodi utilizzati per affrontare tale questione hanno risentito al solito dei limiti legati ad un modello rappresentativo-democratico davvero poco credibile, ma che si sostiene e si riforma, autoriproducendosi. Se più della metà degli elettori non va a votare il potere trova ancora linfa da utilizzare per governare e specula su questioni come il disseccamento degli ulivi o una grande opera come il gasdotto Tap, spendendo inutili parole di politichese, mentre al chiuso degli uffici lavora per peggiorare la vita di tutti. L’altra metà di elettori si afferra a questa illusione per paura del baratro. Qualcuno si chiude occhi, orecchie e bocca e contribuisce al mantenimento dei privilegi di questi veri parassiti. Qualcun altro invece è proprio convinto che quella sia la strada da percorrere. E così di ricorso in ricorso alla magistratura, di colloquio in colloquio con chi gestisce il potere, di richiamo in richiamo alla democrazia, alla costituzione, ai diritti dell’uomo, della natura e degli animali, il tempo passa, le energie si esauriscono e lo Stato e le sue lobby compaiono all’improvviso, militarizzano con centinaia di uomini delle forze dell’ordine la zona in cui devono intervenire e operano all’insaputa di tutti, infischiandosene ovviamente di tutti i ricorsi, le raccolte delle firme, le inchieste della magistratura, la volontà della persone. Nonostante questo c’è chi continua ad appellarsi alla magistratura, al Governatore neo eletto, a quello uscente, al parlamentare, alla Commissione Europea, ecc. ecc. È evidente che lo Stato viene considerato qualcosa di insuperabile, senza il quale non si può immaginare null’altro. Eppure non esiste un cattivo Stato e uno buono, c’è chi governa meglio, c’è chi governa peggio, ma che lo Stato faccia davvero l’interesse dei propri cittadini dovrebbe essere una favola ormai vecchia a cui sembra davvero sorprendente si possa ancora credere.
Responsabili
Il 7 luglio 2015 a Oria, in provincia di Brindisi, sono stati tagliati 45 alberi di ulivo. Questo provvedimento è stato messo in opera sulla base del piano della Comunità Europea, recepito dal Governo italiano ed eseguito da un Commissario straordinario. Ciò per contenere il diffondersi del batterio di Xylella fastidiosa. Nessuna analisi, nessuna certezza che quegli alberi fossero malati, solo l’esecuzione di un delirio di onnipotenza da parte delle istituzioni che inventano un’emergenza e mettono in campo tutti i mezzi necessari, compresa la forza, per attuare i propri piani. Piani solo in parte comprensibili data l’assurdità della situazione. Le immagini degli operai dell’Arif (Agenzia regionale per le attività irrigue e forestali) intenti a tagliare alberi bellissimi e verdissimi e apparentemente in ottima salute, accerchiati da decine di sbirri, dà il senso di quello che è accaduto. Probabilmente il tentativo di sostituire un metodo di agricoltura tradizionale con uno intensivo che utilizzi pesticidi in gran quantità e una differente varietà di piante, più produttive ma dalla vita meno longeva, cercando poi pian piano di introdurre anche l’utilizzo di Ogm, almeno come possibilità e smussando così le resistenze. È sembrato di vivere in un laboratorio a cielo aperto e ad essere sperimentate o testate sono state anche le reazioni delle persone. Si prova con l’illusione della partecipazione; se funziona, bene, la strada è spianata per qualunque nocività e il “progresso” può andare avanti. Se non funziona si procede con la paura e col terrore, si usano i media per spaventare le persone, si fa una propaganda serrata e quotidiana per instillare nella mente i concetti che tornano utili come “batterio killer”, zona infetta, eradicazione e, se non funziona ancora, si procede con la forza. Queste tre possibilità a volte si combinano, a volte vengono usate singolarmente, ma spesso ritornano nella gestione dei territori e dei luoghi dove il potere, economico e statale, vuole intervenire per imporre qualcuna delle sue opere o dei suoi nuovi modelli di controllo dell’esistente.
Questo però non dovrebbe farci dimenticare che sempre di un’imposizione si tratta e chi la esegue è, anch’esso, complice di chi dà il comando. Siamo troppo abituati a dire sì, a vivere irreggimentati, a rispettare l’Autorità per dire no, per disobbedire, per disertare, per rifiutarsi.
Tuttavia la disobbedienza c’è stata, poiché in molti hanno cercato di impedire che il piano di eradicazioni, proseguito ad ottobre, questa volta in maniera più decisa, andasse avanti. Ma per stroncare le proteste il cosiddetto piano bis ha previsto che, a tagliare gli alberi, fossero gli stessi proprietari ai quali è stato notificato che i propri alberi erano malati, naturalmente senza alcuna prova di laboratorio. Per fare queste notifiche lo Stato si è servito della Guardia Forestale, forza di polizia a tutti gli effetti  e che presto verrà accorpato nei carabinieri, che si è presentata a casa dei proprietari, spesso anziani contadini proprietari di pochi alberi, alle quattro del mattino con più uomini.
Se i contadini non avessero adempiuto al taglio degli alberi avrebbero ricevuto una multa salatissima e gli alberi sarebbero stati comunque tagliati con la forza. Il piano bis ha cercato quindi di troncare le gambe alla protesta, tuttavia azioni di resistenza si sono verificate ugualmente, quali difesa degli alberi con i corpi degli oppositori, presìdi permanenti, manifestazioni di piazza, ripiantumazione di alberi eradicati, rifiuto degli operai di una ditta di eradicare, minacce all’autista della ruspa che avrebbe dovuto espiantare e furto delle chiavi, chiusura di tutti gli accessi al paese dove erano previsti tagli, piantumazione di nuove piante d’ulivo dello stesso tipo di quelle tagliate, scritte murali. Infine l’occupazione dei binari in un paese in provincia di Brindisi per sette ore da parte di decine di persone.
Troppe domande, qualche certezza
Spesso abbiamo troppe domande in testa per riuscire ad avere una proposta valida, ma alcune certezze ci accompagnano sempre, e non potrebbe essere altrimenti. Abbiamo una visione del mondo e in base ad essa cerchiamo anche di intervenire nelle varie questioni, apparentemente slegate tra di loro, ma che in realtà non lo sono affatto. Se pensiamo ad esempio allo sfruttamento di vari luoghi nel mondo, alla distruzione di interi territori, alla desertificazione provocata da questo sistema economico, alle catastrofi poco naturali che mettono in fuga milioni di persone, non possiamo non pensare di essere accomunati all’esistenza di altri individui quando sulle nostre teste viene imposta una nocività o si decide qualsiasi progetto tolga un po’ di libertà.
Se molti posti nel mondo vengono depredati delle risorse, se la costruzione di una diga toglie l’acqua alla popolazione che vi era insediata e che per forza di cose è costretta a spostarsi, se la costruzione di infrastrutture toglie terra e mezzi di sostentamento a chi vive quei luoghi, se i semi da piantare diventano proprietà privata tramite un brevetto di una multinazionale, come possiamo non collegare tutto questo all’emigrazione forzata che milioni di persone si trovano ad affrontare. Senza contare le guerre che vengono scatenate in giro per il mondo, spesso al fine di controllare le risorse energetiche di alcune nazioni.
Del Salento si vuole fare un luogo per un turismo d’élite e un punto di passaggio e di produzione strategico per varie fonti di energia, fonti fossili, gasdotti, energie rinnovabili, eolico, solare, biomasse. Se a ciò si aggiunge il tentativo di insediare un’agricoltura industriale intensiva il quadro è completo.
Un modello che si sostituisce ad un altro, a volte più lentamente, a volte con un’accelerata, come in questo periodo, e spazza via ogni altra cosa, aspetti ambientali, culturali e sociali prima esistenti.
Naturalmente ciò che vogliamo difendere non sono le tradizioni di un popolo, né un’identità qualsivoglia essa sia, ma una vita a misura d’uomo, naturale, selvaggia se possibile, i luoghi dove viviamo e che si vuole trasformare in deserti inquinati e asettici, tutti uguali. Ciò che vogliamo è resistere alle imposizioni, all’Autorità di qualunque tipo che pretende di gestire le nostre vite, vogliamo difendere la nostra possibilità di scelta, se ancora ne rimane qualcuna.
Ed è per tutti questi motivi che non potremo mai trovarci, nella nostra battaglia, al fianco di un fascista, di uno che ha la gerarchia in testa, che fomenta l’odio contro il diverso, lo straniero, e che è parte integrante di questo sistema di sfruttamento, nonostante il suo populismo. Non abbiamo bisogno di una falsa unità, di difendere un ulivo e dimenticare tutto il resto. Non abbiamo bisogno di difendere il nostro orticello e chiudere gli occhi davanti alle morti in mare di migliaia di persone, alle guerre, alla devastazione del pianeta. Non abbiamo bisogno di difendere un territorio perché salentini; il patriottismo non ci appassiona, ci sentiamo accomunati ad altri individui in quanto sfruttati. Non ci sentiamo fratelli di chi vorrebbe, come un fascista o un integralista di qualsiasi tipo, vietare, negare, limitare la libertà.
E vogliamo ribadire tutto questo perché, nei mesi scorsi, in uno dei presìdi a difesa degli ulivi erano presenti anche esponenti di Casapound, che anche in altre occasioni hanno cercato di inserirsi. Quando qualche pecora nera poco propensa ad accettare la loro presenza ha sollevato la questione, la gente del posto li ha difesi, ma soprattutto li ha difesi il cittadinista che vuole l’unità a tutti i costi, anche con i fascisti, che vuole i numeri, che vuole le masse perché senza non si può fare nulla, che cerca visibilità, che è alleato dei giornalisti perché i media pensa si possano utilizzare a proprio vantaggio; che utilizza parte del suo tempo a filmare e fare foto, che comunica quasi esclusivamente tramite facebook perché i social network tengono in rete e pensa che i “parteciperò” e i “mi piace” siano il metro della protesta e non un modo comodo per appoggiare qualcuno o qualcosa standosene tranquillamente dietro un pc. La rete però sempre più non è sinonimo di interconnessione ma di gabbia, di controllo, di costante monitoraggio. Il cittadinista è un pompiere, un ostacolo forte a che si possa cambiare davvero qualcosa e intervenire in maniera incisiva. È colui che sostiene questo sistema più di ogni altro con la sua fiducia nelle istituzioni, con il suo pacifismo da imporre agli altri, con la sua delazione (quando occorre).
Che la paura cambi di campo
All’indomani dell’eradicazione dei 45 ulivi a Oria, una delegazione di presidianti si è recata dal Prefetto di Brindisi per chiedere spiegazioni su quanto accaduto. Per tutta risposta il funzionario, con modi spicci e arroganti, ha affermato che in quanto elettori dovevano sottostare a quanto deciso, che era una legge dello Stato e che dovevano rispettarla. Che in quanto semplici cittadini non rappresentavano proprio nessuno. Per il Prefetto, che è espressione del Governo sul territorio, la forza e la legge sono essenzialmente la stessa cosa. Decide il più forte, non c’è altro da dire. Per chi non ha fiducia nell’Autorità e neanche nel Diritto non c’è tanto da stupirsi poiché il Prefetto ha affermato quella che è l’essenza di uno Stato democratico.
Non è uno stato d’eccezione, è la gestione del diritto, e la forza è uno degli elementi fondanti. Dietro l’apparenza della partecipazione, in realtà, si tenta di indurre alla paura e si tiene in scacco il più debole, decidendo del suo destino.
E allora ciò che occorre è che la paura cambi di campo. Che le persone non siano più succubi, suddite di un potere che cerca di sopravvivere. Ad avere paura dovrebbero essere coloro che hanno creato questa emergenza e i loro esecutori e tutte le figure istituzionali locali, nazionali ed europee. Ad avere paura dovrebbero essere i giornalisti che alimentano il terrore e creano confusione.
Ad avere paura dovrebbero essere tutti quelli che hanno accreditato questa emergenza e hanno messo in atto i mezzi per sostenerla fino al necessario. Ad avere paura dovrebbero essere loro e questa è l’unica unità che vorremmo auspicare.
Non si può pensare liberamente all’ombra di un tribunale
Verso la metà di dicembre 2015 c’è stato il colpo di scena. La procura di Lecce, dopo un’indagine durata 18 mesi, ha posto sotto sequestro circa un milione di ulivi, con facoltà d’uso da parte degli agricoltori e ha indagato formalmente 10 persone. Funzionari della Regione Puglia, professori universitari e il Commissario straordinario Silletti. In seguito a questa inchiesta Silletti si è dimesso, così come i funzionari indagati e la protezione civile ha richiesto alla Regione Puglia e al Governo la revoca dello stato d’emergenza dichiarato nel febbraio 2015. Di fatto le eradicazioni sono state sospese e il futuro immediato sulla vicenda sembra più che mai incerto. Molti hanno plaudito all’operato della procura, che ha ridato un’immagine presentabile ad uno Stato in deficit di credibilità. L’intervento della magistratura darà sponda alle istanze cittadiniste che hanno esultato per l’inchiesta invocando condanne, repressione e giustizia contro le mele marce. Intanto la procura di Brindisi, come era prevedibile, ha emanato i suoi primi decreti penali di condanna – ne seguiranno molti altri, probabilmente – a carico di alcuni agricoltori che in una mattinata di novembre avevano manifestato in piazza. Mossa che tra l’altro mira a ristabilire i confini di una protesta democratica e che accresce il potere dello Stato che, per mezzo del suo organo giudiziario, si mostra equidistante. Vengono repressi tutti, chiunque agisca al di fuori delle regole imposte. Ma questo è ciò che accade abbastanza frequentemente quando si creano situazioni limite, quando singoli pezzi dello Stato si spingono talmente oltre che i loro inganni rischiano di diventare troppo evidenti e anche quando, dall’altra parte, la protesta deborda i confini della legalità e si esprime con pratiche che vanno oltre il consentito, rischiando di diventare efficaci e di sfuggire ai margini imposti – ad hoc – dalla legge.
Tuttavia, ciò che è accaduto in questi anni è qualcosa di inquietante e la vicenda della Xylella è davvero esemplificativa di come il sistema economico funzioni nel mondo. Seppure non sia nulla di nuovo, fa un certo effetto venire a conoscenza che nel Salento, secondo dati riportati da alcuni giornali, tra il 2010 e il 2012 sono stati irrorate quantità ingentissime di pesticidi in campi sperimentali avviati da Monsanto e Basf in deroga alle autorizzazioni, per testare la resistenza delle piante di ulivo alla cosiddetta “Lebbra dell’olivo”.
Anche al di là di quanto riportato dalle carte della procura, si aveva la percezione che il Salento fosse utilizzato come luogo di sperimentazione, sociale e ambientale, e ciò sta accadendo anche con il gasdotto Tap e soprattutto è già accaduto con l’Ilva di Taranto e la centrale a carbone di Cerano; un territorio, gli aspetti sociali, culturali, economici che lo riguardano e i suoi abitanti vengono sacrificati sull’altare del profitto e dell’economia.
Ruolo dell’Europa
Molti hanno considerato l’Europa, con le sue istituzioni, estranea a quanto accaduto: semplicemente coinvolta nell’emanare provvedimenti emergenziali che prevedevano l’eradicazione di migliaia di alberi e l’uso di pesticidi, perché tratta in inganno. Al contrario l’Europa non può non aver avuto un ruolo centrale in tutta questa vicenda. Oltreché direttamente influenzata da esponenti politici locali, uno dei quali anche funzionario europeo, al soldo probabilmente di qualche multinazionale, il ruolo delle istituzioni europee è abbastanza chiaro e mira all’introduzione o alla diffusione di un modello di “sviluppo” mondiale basato, in questo caso, su un’agricoltura intensiva e sull’uso di pesticidi e Ogm. Un dato di fatto risultante dalla politica di Efsa (Agenzia europea per la sicurezza alimentare) riguardo gli Ogm, tutta a favore degli studi  e dei risultati delle grosse multinazionali che li producono. Di recente inoltre Efsa ha dichiarato, con un documento ufficiale, che l’uso di glifosato (principale elemento dei pesticidi) in agricoltura non è causa di malattie cancerogene, mentre parere esattamente contrario ha dichiarato l’OMS. Efsa si è espressa anche sulla questione Xylella in maniera alquanto oscura e ambigua. Affermando che non vi era certezza sulla causa del disseccamento degli ulivi, ha lasciato la porta aperta all’uso di soluzioni estreme ed emergenziali come l’eradicazione. Tali istituti vengono visti come indipendenti e il loro parere acquista grande valore in virtù delle competenze che essi dovrebbero esprimere. Tuttavia, non è difficile scoprire l’influenza che grossi colossi dell’agroindustria, come Monsanto, hanno su questi istituti, indirizzando di volta in volta i pareri a seconda della necessità del mercato o del momento. Ecco perché sarebbe un errore considerare la questione Xylella come una questione esclusivamente locale. Per fare un esempio pratico, nel sud della Spagna vi è stato negli scorsi anni un medesimo processo indotto di trasformazione della coltivazione tradizionale degli ulivi in una coltivazione industriale. Non sorprende quindi che anche in Salento sia in atto il medesimo tentativo.
Meccanizzata, iperproduttiva, intensiva, omologata, geneticamente modificata, avvelenata: questo il quadro di un’agricoltura che più che a sfamare è destinata a riempire ipermercati luccicanti e asettici e a produrre energia i cui destinatari ultimi non sono certo gli esseri viventi ma le macchine.

Questione morale? Ma de che?

Chissà come si traduce “ma de che” in tutte le lingue del mondo. Se Cameron, quando è andato in televisione a scusarsi con gli inglesi per la faccenda del Panama Papers, oppure Hollande…

Sorgente: Questione morale? Ma de che?

Nel nome degli Spiritosi Santi

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Ormai a Fermo le anime pie si fanno il segno della croce. In meno di due mesi tre ordigni rudimentali sono esplosi contro tre diversi luoghi di culto. Come è possibile tanto accanimento contro la Santa Madre Chiesa, soprattutto ora, in un momento in cui non è retta da un papa da far applaudire l’estrema destra, ma da uno da far schiattare d’invidia l’estrema sinistra? Già, come?
Gli arguti inquirenti sospettano che dietro gli atti ci sia la medesima mano ed hanno aperto la caccia ai responsabili. Snobbata la «pista islamica» (che farebbe solo spanciare dalle risate), sono più propensi a ipotizzare che a suscitare tanta rabbia siano state le attività caritatevoli di assistenza ai poveri e ai bisognosi, che annoverano anche stranieri. A furia di prestare servizi di consulenza legale, smistamento di indumenti, distribuzione di alimenti col viatico del kompagno Francesco I — quello che incontra e benedice il Leoncavallo, mica Casa Pound, quello che lava e bacia i piedi dei barboni, quello che abbraccia trans ed ex-prostitute — la Chiesa potrebbe essere finita nel mirino dei soldatini di Dio-Patria-Famiglia, nostalgici di herr Nazinger.
Ma a noi sembra assai più probabile che qualcuno abbia riscoperto l’ebbrezza dell’ateismo iconoclasta. Così, è più facile capire il motivo del triplice attentato. Perché Dio è uno e trino! Uno nel ruolo di autorità e di padrone, e trino nelle manifestazioni di padre, figlio e spirito santo. A nostro umile e modesto avviso, sta tutto qui il punto.
Quando nella notte fra il 27 e il 28 febbraio qualcuno ha lasciato un dono esplosivo davanti alla porta di ingresso delle residenze del vicario generale e dei parroci, sul retro del Duomo, lo ha fatto per rendere onore al Padre. Quando nella notte fra il 7 e l’8 marzo qualcuno ha lasciato un dono esplosivo davanti al portone d’ingresso della canonica della chiesa di Lido San Tommaso, lo ha fatto per rendere onore al Figlio. E quindi, il dono esplosivo che ha causato la scorsa notte notevoli danni alla Chiesa di San Marco alle Paludi, è stato piazzato da chi voleva rendere onore allo Spirito Santo.
Finita qui, dunque? Chissà. In fondo, la Chiesa ora è di sinistra, guarda in basso, e mancano ancora tutti i Santi a cui rendere onore, e poi ci sono i Beati, e poi…