Dialogo fra un Ottimista e un Criticone

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( Articolo Condiviso )

Karl Kraus
Ottimista – Lei non può negare che la guerra, a parte l’effetto positivo esercitato su coloro che debbono guardare continuamente la morte in faccia, abbia portato con sé anche una rinascita spirituale.
Criticone – Non invidio alla morte questo fatto di doversi far guardare in faccia da tanti poveri diavoli, sbalzati sul piano metafisico dal semplice obbligo universale della forca, a parte il fatto che nella maggior parte dei casi la cosa non riesce.
O. – I buoni diventano migliori e i cattivi diventano buoni. La guerra purifica.
C. – Ai buoni toglie la fede, se non la vita, e i cattivi li rende peggiori. I contrasti del tempo di pace erano già abbastanza grandi.
O. – Ma come, non è sensibile al clima di rinascita spirituale dell’interno?
C. – Quanto alla rinascita spirituale dell’interno, finora mi ha fatto lo stesso effetto della polvere per le strade, che si alza sotto il rullo della nettezza urbana, per tornare a posarsi a terra subito dopo.
O. – Quindi non cambia nulla?
C. – Come no, la polvere diventa fango, perché dietro viene anche l’annaffiatrice.
O. – Lei dunque non crede che dai primi d’agosto, quando sono partiti, sia migliorato qualcosa?
C. – I primi di agosto! Si, era il termine di disdetta, quando l’umanità dovette sloggiare dall’onore. Avrebbe dovuto impugnarlo, questo termine, davanti al tribunale del mondo.
O. – Vuole forse contestare l’entusiasmo con cui i nostri prodi soldati vanno al fronte, e l’orgoglio con cui quelli che rimangono li seguono con lo sguardo?
C. – No, certo; voglio dire soltanto che i prodi soldati farebbero a cambio con gli orgogliosi rimasti più volentieri di quanto gli orgogliosi rimasti non farebbero a cambio con i prodi soldati.
O. – Vuole contestare la grande solidarietà che la guerra ha creato con un colpo di bacchetta magica?
C. – La solidarietà sarebbe ancora maggiore se nessuno dovesse partire per il fronte e tutti potessero starsene orgogliosi a guardare.
O. – Il Kaiser tedesco ha detto: non ci sono più partiti, ci sono solo tedeschi.
C. – Già dalla nazionalità si capisce che negli altri paesi non sono tedeschi.
O. – Chi meglio di lei ha visto l’umanità marcire in tempo di pace?
C. – Ma il suo marciume se lo porta in guerra, ne infetta la guerra, lascia che la guerra ne crepi e se lo riporta intatto e accresciuto in tempo di pace. Prima che il medico guarisca la peste, questa ha ammazzato il medico insieme all’ammalato.
O. – Va bene, ma per un’umanità siffatta la guerra non è meglio della pace?
C. – Quand’anche fosse, dopo viene la pace.
O. – Io direi che la guerra pone termine al male.
C. – No, lo continua.
O. – La guerra in quanto tale?
C. – La guerra tale e quale. La guerra opera in base alle condizioni del disfacimento di un’epoca, le sue bombe sono piene dei suoi stessi bacilli.
O. – Ma almeno esiste di nuovo un ideale. In questo modo non viene eliminato il male?
C. – Sotto il velo dell’ideale il male prospera come non mai.
O. – Ma gli esempi di abnegazione esercitano certamente il loro influsso ben al di là della guerra.
C. – Il male opera tramite la guerra e al di là di essa, e si nutre delle sue vittime.
O. – Lei sottovaluta le energie morali che la guerra sprigiona.
C. – Dio me ne guardi. Molti, che oggi debbono morire, possono anche uccidere, questo è vero, ma sono comunque privati della possibilità di fare imbrogli. Solo che per questa perdita possono ripagarsi gli altri, quelli che stanno orgogliosi a guardarli. Quelli là sono i peccatori inveterati, questi qua subentrano come nuove reclute.
O. – Lei confonde un fenomeno superficiale qual è offerto dalla metropoli corrotta col nucleo che è sano.
C. – È destino del nucleo sano diventare fenomeno superficiale. La tendenza della civiltà è orientata verso il mondo come metropoli. In un attimo lei può trasformare un contadino della Vestfalia in un trafficone berlinese – ma non il contrario, e neppure può tornare indietro.
O. – Ma l’idea per la quale si combatte, proprio per il fatto che esiste di nuovo un idea e che per essa si può perfino morire, rappresenta la possibilità di un risanamento.
C. – Si può perfino morire per essa, senza per questo ritornare sani. Perché si muore non per l’idea ma dell’idea. E, che si viva o che si muoia per essa, in guerra o in pace, dell’idea si muore perché dell’idea si vive.
O. – Questo è un gioco di parole. Che idea intende?
C. – L’idea per la quale il popolo muore senza averla, senza trarne nulla, e della quale muore senza saperlo. L’idea della distruzione capitalistica, e quindi giudaico-cristiana del mondo, l’idea che ha il suo luogo nella coscienza di coloro che non combattono ma vivono per e dell’idea di coloro che, se non sono immortali, muoiono di obesità o di diabete.
O. – Allora, se si combattesse soltanto per un’idea simile, chi sarebbe il vincitore?
C. – Auguriamoci che non sia quella civiltà che più docilmente si è affidata a quell’idea la qui affermazione dipende proprio da quell’organizzazione del potere era poi l’unica di cui quell’idea fosse capace.
O. – Capisco. Allora gli altri, i nemici, combatterebbero per un idea diversa?
C. – Speriamo. Cioè per un idea. E precisamente quella di liberare la civiltà europea dall’oppressione di quell’altra idea. Liberare se stessi, tornare indietro su quella strada dove si è avvertito il pericolo.
O. – E lei crede che di ciò siano coscienti i governati delle potenze nemiche, che difendono apertamente interessi commerciali, e che davanti alla storia passano per il partito dell’invidia bottegaia?
C. – La storia da noi fa un paio di apparizioni al giorno, troppo spesso quindi per procurarsi l’indispensabile autorità presso l’Intesa. No, i governanti non sono mai consapevoli di un idea, la quale vive invece nell’istinto dei popoli fino a quando un bel giorno non si manifesta in un atto di governo che allora assume un aspetto e un motivo del tutto differenti. Dovremmo abituarci gradualmente a considerare ciò che chiamiamo invidia britannica, revanscismo francese, banditismo russo, come semplice avversione per il sudaticcio passo dell’oca dei tedeschi.
O. – Lei dunque non crede che si tratti semplicemente di un aggressione premeditata?
C. – Ma certo.
O. – E allora?
C. – Di regola un aggressione si effettua contro l’aggredito, più di rado contro l’aggressore. Oppure chiamiamola un’aggressione che per l’aggressore è giunta piuttosto di sorpresa, e un attimo di legittima difesa che ha colto l’aggressore un po’ in contropiede.
O. – Lei ama scherzare.
C. – Seriamente, io considero questa coalizione europea contro l’Europa centrale come l’ultima elementare azione di cui fosse ancora capace la civiltà cristiana.
O. – Lei allora ovviamente è dell’avviso che non l’Europa centrale, ma l’Intesa abbia agito in stato di legittima difesa. Ma se poi, come appare, non è in grado di difendersi con successo da questa aggressione?
C. – Vorrà dire che questa guerra di bottegai verrà provvisoriamente risolta in favore di coloro che avevano meno religione, per trasformarsi di qui a cent’anni in una guerra di religione aperta.
[…]
O. – L’evoluzione delle armi non può restare indietro rispetto alle conquiste tecniche dell’età moderna.
C. – No, ma la fantasia dell’età moderna è rimasta indietro rispetto alle conquiste tecniche dell’umanità.
O. – Ma forse che le guerre si combattono con la fantasia?
C. – No, perché se si avesse questa, non si farebbero più quelle.
O. – Perché no?
C. – Perché in tal caso le suggestioni di una fraseologia che è il residuo di un ideale tramontato non avrebbero la possibilità di annebbiare i cervelli; perché si potrebbero immaginare anche gli orrori più inimmaginabili e si saprebbe in partenza come si fa presto a passare dalla bella frase luminosa e da tutte le bandiere dell’entusiasmo al dolore in uniforme; perché la prospettiva di morire di dissenteria o di farsi congelare i piedi per la patria non mobiliterebbe più alcuna retorica; perché quanto meno si partirebbe con la certezza di pigliarsi i pidocchi per la patria. E perché si saprebbe che l’uomo ha inventato la macchina per esserne dominato e non si supererebbe la follia di averla inventata con l’altra peggiore di farsi ammazzare da essa; perché l’uomo sentirebbe di doversi difendere da un nemico di cui non vede altro che il fumo che sale, e intuirebbe che il fatto di rappresentare la propria fabbrica d’armi non offre sufficiente garanzia contro la merce offerta dalla fabbrica d’armi nemica. Perciò, se si avesse fantasia, si saprebbe che è un delitto esporre la vita al caso, che è peccato svilire la morte al livello della casualità, che è follia fabbricar corazzate quando si costruiscono torpediniere per affondarle, costruire mortai quando per difendersi si scavano trincee dove è perduto soltanto chi mette fuori la testa per primo, e cacciare in topaie uomini in fuga davanti alle proprie armi, e poi lasciarli in pace soltanto sottoterra. Se al posto dei giornali si avesse la fantasia, la tecnica non sarebbe un mezzo per complicare la vita e la scienza non mirerebbe a distruggerla. Ahimè, la morte eroica aleggia in una nuvola di gas, e la nostra vita vien messa agli atti nel bollettino! Quarantamila cadaveri russi irrigiditi nello spasimo sui reticolati sono serviti soltanto a un’edizione straordinaria che una soubrette ha letto in un intervallo di fronte alla feccia dell’umanità per far chiamare alla ribalta un librettista che ha trasformato il motto eroico «Oro scambiai per ferro» in una ignominiosa operetta. La quantità che si autodivora consente ormai il sentimento soltanto per ciò che tocca noi stessi o chi ci è fisicamente più vicino, per ciò che si può immediatamente vedere, comprendere, toccare. E infatti, non è facile vedere come ciascuno, col suo destino singolo, se la svigni da questa compagnia, dove in mancanza di un eroe tutti lo diventano? Non si è mai visto, a tanta ostentazione, corrispondere così poca comunanza. Il formato del mondo non è mai stato di così gigantesca piccolezza. La realtà ha le dimensioni del bollettino, che si sforza di raggiungerla con ansimante chiarezza. Il messaggero che insieme al fatto reca anche la fantasia si è piazzato davanti al fatto e l’ha reso inimmaginabile. E così arcanamente sinistro è l’effetto di tale sostituzione, che in ciascuna di queste miserevoli figure che ora ci assillano col loro inevitabile grido di «Edizione straordinaria!», il grido che affliggerà per sempre l’orecchio dell’umanità, mi piacerebbe cogliere il responsabile di questa catastrofe mondiale. E poi, il messaggero non è nello stesso tempo il colpevole? La parola stampata ha indotto un’umanità svuotata a perpetrare orrori che non è più in grado di immaginare, e il terribile flagello della riproduzione li riconsegna alla parola, che fatalmente crea un male che a sua volta si rigenera. Tutto quel che accade, accade solo per chi lo descrive e per chi non lo vive. Una spia condotta al patibolo deve fare un lungo percorso perché la gente nei cinema possa distrarsi, e deve guardare ancora una volta la macchina da presa perché quelli nei cinema siano soddisfatti dell’espressione. Non mi faccia proseguire questo filo di pensieri fino al patibolo dell’umanità – eppure debbo farlo, perché io sono la sua spia in punto di morte, e il sentimento che mi stringe il cuore è l’horror di quel vacuum che questa inaudita pienezza di eventi trova negli animi, nelle macchine!
[Gli ultimi giorni dell’umanità, 1922]
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Pubblicato il 25 maggio 2016, in Il raggio riflesso, informazione e cultura con tag . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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