Archivio mensile:giugno 2016

Convulsioni

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( Articolo Condiviso)

Sono giorni di passione, quelli che stiamo attraversando, per il futuro della politica nazionale ed internazionale…
Le disposizioni in vigore in molti obitori stabiliscono che ogni cadavere debba essere collegato a un campanello elettrico infilandogli al dito un anello legato a una corda. In questo modo, se il cadavere dovesse svegliarsi, potrà attivare l’allarme tirando la corda. Anche se è poco probabile che una salma si sieda e suoni il campanello, non bisogna stupirsi se il cadavere comincia a muoversi. Due settimane dopo il decesso, infatti, l’addome, lo scroto, il seno, gli occhi e la lingua si gonfiano facendo oscillare il cadavere avanti e indietro.
… risultato storico nelle ultime elezioni amministrative: il trionfo del Movimento 5 Stelle…
A volte può sembrare che un cadavere stia cercando di comunicare. L’acidità presente nel sangue determina la contrazione dei muscoli della gola e la conseguente emissione di gorgoglii. Quando sono i muscoli della laringe a contrarsi, il cadavere può addirittura lanciare un grido.
… con Fassino sparisce l’ultima cariatide del vecchio Partito Comunista Italiano…
Gli occhi di un cadavere possono lacrimare per diverse ore dopo il decesso. La presenza di fluido secreto dal bulbo oculare (un fenomeno comune se il defunto era stato sottoposto a chemioterapia) fa sì che il cadavere dia l’impressione di piangere.
… barcollanti per la batosta, Matteo Renzi e il PD puntano tutto sul prossimo referendum costituzionale…
Durante la sua vita, un essere umano ha inspirato ed espirato 500 milioni di volte. Anche se sembra che stia respirando, ciò non significa che sia ancora vivo: a cinque giorni dalla morte, i batteri intestinali, che aiutano l’organismo a digerire il cibo, cominciano a divorare le viscere. I gas intestinali gonfiano e sgonfiano l’addome, creando così l’illusione che il cadavere stia respirando o sospirando.
… inoltre la Gran Bretagna è uscita dall’Unione Europea, le Borse crollano, ma nel palazzo di vetro di Bruxelles ostentano sicurezza…
Il cuore si ferma una frazione di secondo dopo ogni battito. Dopo un arresto cardiaco, questo muscolo può cessare di battere per ben sei minuti. Anche se la circolazione del sangue si ferma, la respirazione si blocca e non c’è alcun segno di vita, è ancora possibile rianimare il paziente.
*
La Tanatomimesi o Tanatosi (simulazione della morte) è un’arte molto praticata. Forse la pazienza è il modo più sicuro per scoprire se una persona è veramente morta. Nelle Filippine, le tribù isneg e apayo aspettano che i cadaveri si decompongano completamente prima di seppellirli. In questo modo non rimane neppure l’ombra del dubbio.
Nell’attesa continuiamo pure ad esercitarci in un’altra arte, tipicamente occidentale, ma praticata a livello mondiale: la simulazione della vita.
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Attraverso Utopia

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( Articolo Condiviso )

Maria Luisa Berneri
La nostra è un’epoca di compromessi, di mezze misure, di male minore. I visionari vengon derisi o disprezzati e «gli uomini pratici» governano la nostra vita. Non cerchiamo più soluzioni radicali ai mali della società, ma miglioramenti; non cerchiamo più di abolire la guerra, ma di evitarla per un periodo di qualche anno; non cerchiamo di abolire il crimine, ma ci accontentiamo di riforme penali; non tentiamo di abolire la fame, ma fondiamo organizzazioni mondiali di carità. In un’epoca in cui l’uomo è tanto attirato da ciò che è realizzabile e suscettibile di immediata realizzazione, potrebbe essere salutare esercizio rivolgerci agli uomini che han sognato Utopie, che hanno respinto tutto ciò che non corrispondeva al loro ideale di perfezione.
Spesso ci sentiamo umili quando leggiamo di questi Stati e di queste città ideali, perché comprendiamo la modestia delle nostre rivendicazioni e la limitatezza della nostra fantasia. Zenone predicava l’internazionalismo, Platone riconosceva l’uguaglianza tra uomini e donne, Tommaso Moro percepiva chiaramente il rapporto tra povertà e crimine che viene negato persino ai giorni nostri. All’inizio del XVII secolo, Campanella auspicava la giornata lavorativa di quattro ore e il predicatore tedesco Andreä parlava di lavoro gradevole e proponeva un sistema di educazione che potrebbe servire da modello ancora oggi.
Troveremo la condanna della proprietà privata, il denaro ed il salario considerati immorali o irrazionali, la solidarietà umana accettata come cosa ovvia. Tutte queste idee che potrebbero essere ritenute temerarie oggi, vennero avanzate allora con una sicurezza che dimostra come, nonostante non venissero in genere accettate, nondimeno fossero immediatamente comprese. Alla fine del XVII e nel XVIII secolo, ritroviamo idee ancor più sorprendenti e audaci riguardo alla religione, ai rapporti sessuali, alla natura del governo e della legge. Siamo talmente abituati a pensare che i movimenti progressisti abbiano avuto inizio col XIX secolo, che ci stupiamo di vedere che la degenerazione del pensiero utopico comincia proprio allora. Le utopie, in genere, diventano timorose; la proprietà privata e il denaro vengono spesso giudicati necessari; gli uomini devono considerarsi felici a lavorare otto ore al giorno e non c’è nemmeno da pensare alla possibilità che il loro lavoro sia attraente. Le donne son sottoposte alla tutela dei loro mariti e i figli a quella del padre. Ma prima che le utopie venissero contaminate dallo spirito «realista» del nostro tempo, esse fiorirono con una varietà ed una ricchezza che ci fanno dubitare nella validità della nostra pretesa di aver ottenuto qualche avanzamento nel progresso sociale.
Ciò non significa che tutte le utopie siano state rivoluzionarie e progressiste: la maggior parte di esse hanno avuto queste due qualità, ma poche sono state completamente rivoluzionarie. Gli scrittori utopistici furono rivoluzionari quando auspicavano una comunità di beni al tempo in cui la proprietà privata era ritenuta sacra, il diritto per ogni individuo di sfamarsi quando i mendicanti venivano impiccati, la parità delle donne quando queste erano considerate poco più che schiave, la dignità del lavoro manuale quando esso veniva ritenuto ed era reso un’occupazione degradante, il diritto di ogni bambino ad una infanzia felice e ad una buona istruzione quando questo era riservato ai figli dei nobili e dei ricchi. Tutto ciò ha contribuito a rendere la parola «Utopia» sinonimo di una forma felice e desiderabile di società. Utopia, a questo riguardo, rappresenta il bisogno degli uomini alla felicità, il loro segreto desiderio dell’Età dell’Oro, o, come altri l’immaginavano, del Paradiso perduto.
Ma quel sogno aveva spesso i suoi lati oscuri. C’erano schiavi nella Repubblica di Platone e nell’Utopia di Moro; c’erano omicidi di massa di iloti nella Sparta di Licurgo; e guerre, esecuzioni, disciplina ferrea, intolleranza religiosa si ritrovano spesso a fianco delle istituzioni più illuminate. Questi aspetti, che spesso sono stati ignorati dagli ammiratori di utopie, discendono dalla concezione autoritaria su cui molte utopie vennero edificate e sono assenti da quelle che tendono al raggiungimento della completa libertà.
Due orientamenti principali si manifestano nel pensiero utopistico attraverso il tempo. Uno tende alla felicità dell’umanità attraverso il benessere materiale, l’annullamento dell’individualità dell’uomo nel gruppo e nella grandezza dello Stato. L’altro, mentre richiede un certo livello di agiatezza materiale, ritiene che la felicità sia la conseguenza della libera espressione della personalità dell’uomo e non debba essere sacrificata ad un arbitrario codice morale o agli interessi dello Stato. Questi due orientamenti corrispondono a differenti concezioni del progresso. Per gli utopisti anti-autoritari, il progresso viene valutato, secondo le parole di Herbert Read: «dal grado di differenziazione all’interno di una società. Se l’individuo è un’unità in una massa compatta, la sua vita non è solamente piatta e breve, ma triste e meccanica. Se l’individuo è un’unità a sé, con spazio e potenzialità per l’attività separata, allora può essere maggiormente soggetto al caso o alla sorte, ma almeno può espandersi e esprimersi. Egli può sviluppare (sviluppare nell’unico vero significato della parola) se stesso in consapevolezza di forza, vitalità e gioia».
Ma, come nota sempre Herbert Read, non è sempre stata questa la definizione di progresso:
«Molte persone cercano sicurezza nelle cifre, felicità nell’anonimato e dignità nella routine. Non chiedono niente di meglio che di essere pecore guidate dal pastore, soldati sotto un capitano, schiavi sotto un tiranno. I pochi che si differenziano diventano i pastori, i capitani e i tiranni di questi seguaci volontari.»
Le utopie autoritarie miravano a fornire pastori, capitani e tiranni alla gente, che fossero sotto il nome di guardiani, filarchi o samurai.
Tali utopie erano progressiste in quanto desideravano abolire le diseguaglianze economiche, ma sostituivano la vecchia schiavitù economica con una nuova: gli uomini non erano più gli schiavi dei loro padroni o imprenditori, per diventare gli schiavi della Nazione e dello Stato. Il potere dello Stato è a volte basato sul potere morale e militare, come nella Repubblica di Platone, sulla religione, come in Christianopolis di Andreä, o sulla proprietà dei mezzi di produzione e di distribuzione come nella maggior parte delle utopie del XIX sec. Ma il risultato è sempre lo stesso: l’individuo è costretto a seguire un codice di comportamento morale artificialmente creato per lui.
Le contraddizioni inerenti alla maggior parte delle utopie son dovute a questa concezione autoritaria. Gli artefici di utopie volevano dare libertà alla gente, ma la libertà che vien concessa non è più libertà. Diderot fu uno degli scrittori utopistici che si negò persino il diritto di decretare che «ognuno dovrebbe fare come vuole»; ma i creatori di utopie, nella loro maggioranza, son decisi a rimanere i padroni delle loro immaginarie comunità. Mentre pretendono di dare la libertà, emanano un dettagliato codice che dev’essere seguito minuziosamente. Ci sono legislatori, re, magistrati, preti, presidenti di assemblee nazionali nelle loro utopie; e tuttavia, dopo aver decretato, codificato, ordinato matrimoni, imprigionamenti ed esecuzioni, pretendono ancora che la gente sia libera di fare quel che desidera. È fin troppo evidente che Campanella immaginò di essere il Grande Metafisico nella sua Città del Sole, Bacone un padre della sua Casa di Salomone e Cabet il legislatore della sua Icaria. Se avessero avuto lo spirito di Tommaso Moro avrebbero potuto esprimere il loro segreto desiderio con molto umorismo: «Non puoi credere quanto io sia inebriato», egli scrisse al suo amico Erasmo, «quanto sia cresciuto in statura e stia a testa alta; mi figuro continuamente nella parte di sovrano di Utopia; in effetti mi vedo passeggiare colla corona di spighe di grano in testa, indossando un saio francescano e tenendo come scettro un mazzo di spighe, seguìto da una gran moltitudine di gente di Amauroto». A volte altri devono far rilevare le incoerenze del loro sogno, come quando Gonzalez in La Tempesta parla ai suoi compagni dell’ideale comunità che gli piacerebbe creare sulla sua isola:
«Gonzalez: Nella comunità organizzerei tutto al contrario; poiché non permetterei alcun tipo di commercio; nessuna carica di magistrato; le lettere rimarrebbero ignote; niente ricchi, né povertà, né servizi; nessun contratto, atto di successione, confine di terra, di coltivazione, di vigneto; niente metallo, grano o vino o olio; nessuna occupazione, tutti gli uomini oziosi, tutti; e anche le donne, ma innocenti e pure; nessuna sovranità…
Sebastian: Però lui vorrebbe farvi il re.
Antonio: La fine ultima della sua comunità dimentica l’inizio».
Un’altra contraddizione delle utopie autoritarie sta nella affermazione che le loro leggi seguono l’ordine di natura mentre in realtà il loro codice è stato costituito arbitrariamente. Gli scrittori utopistici, invece di tentare di scoprire le leggi di natura, preferivano inventarsele, o trovarle negli «archivi dell’antica avvedutezza». Per alcuni di loro, come Mably o Morelly, il codice di natura era quello di Sparta e invece di fondare le loro utopie su comunità viventi e su uomini che essi avessero conosciuto, le basavano su concezioni astratte. A ciò si deve l’atmosfera artificiosa prevalente in moltissime utopie: gli utopisti sono creature uniformi con identici bisogni e reazioni e privi di emozioni e di passioni, giacché queste sarebbero espressione di individualità. Questa uniformità si riflette in ogni aspetto della vita utopistica, dagli abiti all’orario, dal comportamento morale agli interessi intellettuali. Come ha osservato H.G. Wells: «In quasi ogni Utopia (ad eccezione, forse di Notizie da nessun luogo di Morris) ci sono edifici belli ma anonimi, coltivazioni simmetriche e perfette e una gran massa di gente sana, felice, vestita magnificamente, ma senza alcun tratto personale. Troppo spesso il quadro assomiglia alla chiave di uno di quei grandi quadri di incoronazioni, matrimoni reali, parlamenti, convegni e riunioni dei tempi vittoriani, in cui, invece di un volto, ogni figura ha il suo ovale con il numero di riferimento ben chiaro.»
Anche la messa in opera dell’utopia è artificiale. Alla nazione uniformata deve corrispondere una campagna o una città uniforme. Lo amore autoritario per la simmetria induce gli utopisti a sopprimere montagne o fiumi e persino ad immaginare isole perfettamente circolari e fiumi perfettamente rettilinei.
«Nell’utopia dello Stato Nazionale – scrive Lewis Mumford – non ci sono regioni naturali; e il concentramento altrettanto naturale della popolazione in città, villaggi e paesi, che, come osserva Aristotele, è forse il principale punto di differenziazione tra l’uomo e gli altri animali, è tollerato unicamente a condizione che lo Stato consegni a questi gruppi una parte della sua onnipotente autorità, o “sovranità” come vien chiamata, e permetta loro un’esistenza collettiva. Purtroppo per questo meraviglioso sogno, che generazioni di giuristi e di statisti si sono arrovellate a progettare, le città nacquero ben prima degli Stati (esisteva una Roma sul Tevere molto prima di un Impero Romano) e la graziosa concessione dello Stato è semplicemente un’approvazione a malincuore del fatto compiuto…
«Invece di accettare le regioni naturali ed i gruppi naturali di popolazione, l’utopia del nazionalismo stabilisce con la riga del topografo una certa zona chiamata territorio nazionale e rende tutti gli abitanti di questo territorio membri di un unico, indivisibile gruppo, la nazione, che si pensa precedente come volontà e superiore come potere a tutti gli altri gruppi. Questa è l’unica formazione sociale che sia ufficialmente riconosciuta all’interno dell’utopia nazionale. Ciò che è comune a tutti gli abitanti di questo territorio si crede sia di ben maggiore importanza rispetto a qualunque cosa che unisca insieme gli uomini in particolari agglomerati civili o industriali.»
Questa uniformità è mantenuta da un forte Stato nazionale. La proprietà privata viene abolita a Utopia, non semplicemente per istituire l’uguaglianza tra i cittadini o a causa della sua influenza corruttrice, ma perché presenta un pericolo per l’unità dello Stato. Anche l’atteggiamento nei riguardi della famiglia viene determinato dal desiderio di mantenere uno Stato unito. Molte utopie rimangono nella tradizione platonica ed aboliscono la famiglia insieme al matrimonio monogamico, mentre altre seguono Tommaso Moro e sostengono la famiglia patriarcale, il matrimonio monogamico e l’educazione dei bambini all’interno dell’ovile della famiglia. Un terzo orientamento realizza un compromesso conservando le istituzioni familiari ma affidando allo Stato l’educazione dei bambini.
Quando le utopie vogliono abolire la famiglia è per le medesime ragioni per cui vogliono abolire la proprietà. La famiglia viene considerata come un istituto che incoraggia gli istinti egoistici e pertanto come responsabile di un’influenza disintegratrice sulla comunità. D’altra parte, i sostenitori della famiglia vedono in essa la base di uno Stato stabile, il nucleo indispensabile, il campo di addestramento per le virtù dell’obbedienza e della fedeltà richieste dallo Stato. Essi ritengono, a ragion veduta, che la famiglia autoritaria, lungi dal rappresentare un pericolo inculcando tendenze individualistiche nei bambini, li abitui anzi a rispettare l’autorità del padre; essi più tardi obbediranno altrettanto ciecamente agli ordini dello Stato.
Uno Stato forte necessita di una classe o di una casta dominante che detenga il potere sul resto della popolazione e, mentre i progettatori di comunità ideali misero gran cura nell’assicurarsi che la proprietà non corrompesse né disunisse questa classe dirigente, non s’accorsero, di solito, del pericolo che la brama di potere potesse corrompere e dividere i dominatori e opprimere il popolo. Platone fu il principale colpevole a questo riguardo. I suoi guardiani avevano tutto il potere nella città, mentre Plutarco era consapevole degli abusi che sarebbero stati compiuti dagli spartani, ma non propose rimedi. Tommaso Moro suggerì una nuova concezione: quella di uno Stato rappresentante tutti i cittadini, ad eccezione di un piccolo numero di schiavi. Il suo regime era quello che noi chiameremmo democratico; ossia il potere veniva esercitato dai rappresentanti del popolo. Ma questi rappresentanti avevano il potere di amministrare le leggi piuttosto che quello di progettarle, poiché le leggi principali erano state date al Paese da un legislatore. Lo Stato pertanto amministrava un codice di leggi che la comunità non aveva fatto. Di più, per il carattere centralizzato di quello Stato, le leggi erano le stesse per ogni cittadino e per ogni sezione della comunità e non tenevano conto della trasformazione di fattori personali. Per questo motivo, alcuni scrittori utopistici, come Gerrard Winstanley, erano contrari alla delega, da parte della comunità, del suo potere ad un corpo centrale, temendo che in effetti essa perdesse la sua libertà e vollero che mantenesse il suo governo autonomo. Gabriel de Foigny e Diderot andarono ancor più oltre abolendo del tutto qualsiasi governo.
L’esistenza dello Stato necessita anche di due codici di comportamento morale, poiché lo Stato non solo divide la popolazione in classi ma divide anche l’umanità in nazioni. La fedeltà allo Stato esige un certo codice di comportamento per i rapporti tra i cittadini della comunità e un altro per i rapporti tra i cittadini e gli schiavi o i «barbari». Tutto ciò che è proibito nei rapporti tra eguali è permesso nei riguardi di coloro che son considerati esseri inferiori. Il cittadino utopiano è gentile e cortese verso i suoi pari ma crudele con i suoi schiavi; ama la pace in casa ma conduce le guerre più violente all’esterno. Tutte le utopie che seguono le orme di Platone ammettono questo dualismo nell’uomo. Che questo dualismo esista nella società così come noi la conosciamo è abbastanza vero, ma può parere curioso che non sia stato eliminato in una «società perfetta». L’ideale universalista di Zenone che, nella sua Repubblica, proclamò la fratellanza degli uomini di tutte le nazioni, non è mai stato adottato dagli scrittori utopistici. La maggioranza delle utopie ammette le guerre come parte inevitabile del loro sistema, come in verità dev’essere, in quanto l’esistenza di uno Stato nazionale dà sempre luogo a guerre.
Lo Stato utopistico autoritario non ammette alcuna personalità tanto forte ed indipendente da concepire la trasformazione o la rivolta. Dacché le istituzioni utopistiche sono considerate perfette, è superfluo dire che non possono essere suscettibili di miglioramento. Lo Stato utopistico è essenzialmente statico e non permette ai suoi cittadini di lottare o anche di sognare un’utopia migliore.
Questo schiacciamento della personalità dell’uomo spesso comporta un carattere assolutamente totalitario. È il legislatore del Governo che decide la pianificazione delle città e delle case; questi piani vengono preparati secondo i più razionali princìpi e le migliori conoscenze tecniche, ma non sono l’espressione organica della comunità. Una casa, come una città può esser fatta di materiali inanimati, ma dovrebbe includere lo spirito di coloro che la costruiscono. Allo stesso modo, le uniformi utopistiche posson essere più comode e attraenti dei normali abiti, ma non permettono all’individualità personale di esprimersi.
Lo Stato utopistico è ancor più feroce nella repressione della libertà dell’artista. Il poeta, il pittore, lo scultore devono tutti diventare servitori ed agenti di propaganda dello Stato. A loro è proibita l’espressione individuale nella estetica o nella morale, ma il vero scopo è di soffocare qualsiasi manifestazione di libertà. Moltissime utopie fallirebbero il «test dell’arte» suggerito da Herbert Read: «Platone, che viene ricordato troppo spesso e troppo compiacentemente, bandì i poeti dalla sua Repubblica. Ma quella Repubblica era un ingannevole modello di perfezione. Poteva essere realizzata da un dittatore, ma poteva funzionare unicamente come funziona una macchina: meccanicamente. E le macchine funzionano meccanicamente solo perché son fatte di materiali inanimati ed inorganici. Se si vuole esprimere la differenza tra una società progressista organica e un regime statico totalitario, lo si può fare con una sola parola: la parola arte. Solo a condizione che l’artista sia lasciato libero di agire la società può includere quegli ideali di libertà e di sviluppo intellettuale che a moltissimi tra noi paiono le sole garanzie degne della vita».
Le Utopie che superano questo test sono quelle che si oppongono alla concezione dello Stato centralizzato, quelle di una federazione di libere collettività, in cui l’individuo possa esprimere la sua personalità senza essere sottoposto alla censura di un codice artificiale, in cui libertà non sia una parola astratta ma si manifesti concretamente nel lavoro, che sia quello del pittore o quello del muratore. Queste utopie non sono coinvolte nella struttura morta dell’organizzazione della società, ma negli ideali su cui può essere edificata una società migliore. Le Utopie anti-autoritarie sono meno numerose ed esercitano una minore influenza che le altre, perché non presentano un piano preconfezionato, bensì idee audaci, non ortodosse; perché esigono da ognuno di noi di essere «unico» e non uno tra gli altri.
Quando l’utopia punta ad una vita ideale senza diventare un progetto, cioè una macchina senza vita applicata alla materia vivente, diventa realmente la realizzazione del progresso.

 

Lo Stato operaio

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( Articolo Condiviso )

Lo Stato è oggi l’espressione, l’organo delle classi dirigenti, è dunque lo Stato borghese, sia!
Se invece del caporalume clericale o di scaltriti legulei, lo Stato fosse nelle mani di uomini ispirati e penetrati dalle idee più radicali, più libertarie, più rivoluzionarie, se esso fosse insomma nelle mani stesse dei lavoratori, sarebbe perciò meno lo Stato, il governo? Non sarebbe sempre la dittatura?
E la dittatura, essendo operaia, sarebbe meglio disposta e più adatta a risolvere la questione sociale?
No! La dittatura, qualunque essa sia, non potrà mai rappresentare il popolo.
Essa rappresenta pure, può osservare qualcuno, le classi dirigenti.
Senza dubbio. Ma che cos’è la borghesia? Che cosa sono le classi dirigenti? Una oligarchia che ha interessi propri, interessi particolari in opposizione all’interesse generale. Si comprende quindi perfettamente che essa possa incarnarsi in una breve accolta di individui ed imporre leggi conformi alle sue cupidigie senza alcun rispetto al diritto altrui; che sotto l’egida di un governo il quale è espressione delle sue passioni e dei suoi appetiti, essa divida i buoni porti, i canonicati tra i suoi fedeli. Le oligarchie non possono sussistere che nella dittatura. Come volete dunque che la dittatura possa rappresentare il popolo, che è quanto dire l’universalità degli interessi armonizzati nella giustizia?
Se essa non può esercitarsi che da un ristretto numero di individui, non può sussistere che a condizione di concentrare, di riassumere nelle mani dei pochi tutte
le forze della società, tutti i mezzi d’azione. Essa non sarà dunque mai il governo diretto del popolo pel popolo, giacché il popolo è da essa spossessato.
Supponiamo che la dittatura sia esercitata da lavoratori in nome di pretesi interessi proletari e socialisti, a profitto di un sedicente socialismo.
Forse che qualche cosa sarà mutato?
Perché confidare le soluzione del problema — il trionfo dei vostri interessi — a qualcuno, sia pure dei vostri?! Forse che codesti delegati operai conosceranno meglio di voi, meglio che la classe stessa dei lavoratori, il problema sociale e sapranno meglio che non l’insieme dei loro colleghi risolvere le questioni pendenti e conoscere quanto possa convenire a tutti ed a ciascuno?
Per esser operaio o socialista, cesserà lo Stato di essere un ingranaggio al di sopra ed all’infuori di voi, una forza accentrata a danno della libertà e della sicurezza di tutti?
Quando avrete rassegnato tutti i vostri diritti, tutte le vostre volontà a questi operai, fratelli vostri, che hanno oggi con voi comunanza d’interessi sotto il giogo dell’oppressione comune, che cosa resterà a voi, la gran massa, per proteggervi contro i facili errori e contro la possibile defezione dei vostri delegati?
Chi vi garantisce che essi saranno domani quel che sono oggi, chi vi assicura che essi continueranno a vedere ed a sentire come oggi, quando invece di essere il
grano che la macina stritola, saranno domani la macina che stritola il grano?
E ammesso pure che questi proletari saliti al governo rimangano impeccabili, puri, devoti, che il potere non li inebri e che essi cerchino con immutata buona fede la soluzione, senza riserve, del problema sociale: ammesso ancora che la vostra scelta sia felice, che i vostri eletti siano i più intelligenti ad un tempo ed i più onesti, che essi vogliano come noi tutti la giustizia e l’eguaglianza sociale; poiché questa giustizia sociale si chiama per gli uni comunismo, per gli altri collettivismo, mutualismo, cooperazione, etc., quale soluzione adotterà lo Stato operaio?
Sarà per il Comunismo o per il Fourierismo, per Saint-Simon, per Proudhon, per Marx o per Bakunin?
Una cosa è certa, che lo Stato, la dittatura, non potrà realizzare tutte ad una volta le diverse tendenze, che non può ad un tempo organizzare il lavoro sulla base collettivista e comunista, né seguire Proudhon e Cabet, né legiferare in nome di Fourier e di Saint-Simon né fondare l’eguaglianza assoluta sull’equivalenza delle funzioni e stabilire allo stesso tempo il governo delle capacità.
Lo Stato è l’unità, la centralizzazione, deve dunque scegliere una soluzione escludendo tutte le altre, che la codifichi e la imponga.
In virtù di quale infallibilità?
Perché ove non venisse ad una scelta, che cosa sarebbe lo Stato ed a che cosa potrebbe servire?
Notiamo ancora: la sociologia è scienza ben lontana dalle sue ultime conclusioni,
essa è soltanto ai suoi primi vagiti. Ogni giorno che passa segna una nuova conquista dell’intelligenza umana, una nuova scoperta industriale, una vittoria nuova della scienza sull’ignoranza Bisogna dunque trovare un meccanismo nel quale i progressi sociali possano affermarsi e svolgersi ad ogni minuto e contemporaneamente su tutti i punti, senza ostacoli e senza scosse, per cui alla società umana sia consentito di svilupparsi come l’organismo umano, come la pianta, per assimilazione incessante e completa di tutti gli elementi di vita, di forza e di progresso. Questo meccanismo non può essere lo Stato, e neanche lo Stato operaio costretto a regolare con la sua autorità l’organizzazione del lavoro e la costituzione economica della società.
Questo meccanismo non può essere che l’autonomia la quale — lasciando ai lavoratori, agli interessati, ai gruppi spontanei ogni più ampia libertà d’azione — permetterà la soluzione di tutti i problemi sociali con la più grande soddisfazione degli interessi generali e particolari.
Lo Stato borghese è il vostro nemico, sta bene. Lo Stato operaio sarà impotente
 perché dittatura, perché governo, perché contrario quindi alla libertà che è il diritto, all’eguaglianza che è la giustizia.

Evviva i luoghi comuni

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( Articolo Condiviso )

Jacques Ellul
E tu, uomo tout court, uomo qualsiasi, che vivi in una società assurda, che non hai più fede in Gesù Cristo, che sei in preda a potenze sfrenate, che non sai se continuerà ad esistere un domani, che sei colto dall’angoscia per la tua condizione e scopri che la tua vita non ha senso, sei fortunato, hai una grande occasione: lavori, lavori molto, lavori sempre di più, e allora, ecco, vedi, tutto è a posto, sei un uomo libero. […]
Il lavoro è libertà. È la formula ideale di questo luogo comune. Occorre che ci tenga comunque alla libertà, il brav’uomo, per formulare delle così palesi contro-verità, per ingoiare delle così perfette assurdità. Occorre che non ci siano profondi filosofi per spiegarlo «fenomenologicamente» e che ci siano immensi politici per applicarlo giuridicamente! Ma certo, è esattamente nella misura in cui il brav’uomo è arruolato in blocchi, legato alla macchina, rinchiuso nei regolamenti amministrativi, sommerso dai documenti ufficiali, tenuto sotto l’occhio vigile delle polizie, messo a nudo dalla perspicacia degli psicologi, triturato dagli implacabili tentacoli dei mass-media, fissato nel fascio luminoso dei microscopi sociali e politici, espropriato di se stesso per tutta la vita che gli viene preparata per suo sommo piacere, comfort, igiene, salute, longevità, è nella stessa misura in cui il lavoro è il suo destino più implacabile, che bisogna (che bisogna proprio, altrimenti ciò sarebbe intollerabile e porterebbe immediatamente al suicidio), che si deve sul serio credere in questo luogo comune, appropriarsene con rabbia, seppellirlo nel profondo del cuore, e credo quia absurdum, trasformarlo in una ragione di vita. Esattamente quello che speravano i guardiani custodi. […]
L’esperienza concreta dell’uomo nel mondo tecnicizzato è quella della necessità, di una costrizione che non è solo quella del lavoro, ma di ogni rapporto e di ogni momento. Ma bisogna salvare le apparenze. Bisogna convincere quest’uomo che è più libero che mai, e che la necessità in cui si trova è la virtù stessa; il bene in sé, che mai l’umanità è stata così felice, così pacifica, così equilibrata, così virtuosa, così intelligente; che la tecnica che la costringe, è esattamente ciò che la libera! […]
Riconosco bene che si segua il bisogno. Con la corda al collo e il piede nel culo. Non potete fare altrimenti. Ovvero: è la semplice condizione umana, e la prima autentica esperienza è quella dell’ostacolo contro cui mi scontro, il limite della mia forza e della mia resistenza, il sonno invincibile, la paura del domani o del poliziotto. Sono costretto dallo Stato e dal lavoro; sono condizionato dal mio corpo e dal corpo sociale: questo è il mio punto debole, questa è la mia viltà. Non c’è da farne dei drammi o dei complessi: ci sono comuni. Ma ciò che diventa inaccettabile in questa situazione è lanciare un canto glorioso: guardate come ho vinto e guardate come sono libero! Oppure fare l’occhiolino alla ronda: guardate come sono furbo e come ho giocato questa necessità! Perché qui inizia il regno del Mentitore. […]
Non basta loro avere il futuro per sé, e solo per sé, che la partita sia vinta e che l’unico futuro prevedibile sia «più tecnica, sempre più tecnica; più potere ai tecnici, sempre più potere ai tecnici» […] Occorre loro ancora una cosa: la palma del martirio e la consacrazione della virtù trionfante sul drago onnipotente e velenoso. Vediamo, non lo sapevate? […] Ci sono sempre sciocchi filosofi che pretendono di mettere i bastoni tra le ruote del progresso con declamazioni da sofisti e con argomentazioni viziate ed inesatte, in virtù di una concezione dell’uomo radicalmente superata. […]
Nel 1920 occorreva «essere positivi». Questa espressione così netta aveva un significato molto semplice: «Si tratta innanzitutto di guadagnare quattrini». Ciò che non «fruttava» non era positivo. L’uomo positivo era l’affarista, il colonialista, colui che «faceva strada». Non mi dilungherò su questi nobili pensieri: Léon Bloy ha fatto giustizia in anticipo di questo luogo comune.
Ai giorni nostri, abbiamo approfondito la questione e l’abbiamo portata al livello di «valori». Si tratta di considerare le cose con occhio favorevole, di mantenere il cuore e la mente spalancati a quanto sta accadendo, di avere giudizi ottimisti su quanto accade e sulle persone, di assumere un atteggiamento attivo e di partecipare a tutto ciò che si trova a portata di mano. L’uomo, gli uomini, i nostri vicini, ma quanto sono buoni! La tecnica, ma è meravigliosa! La politica, il più bello dei mestieri! Eccetera. Naturalmente, non ci si ferma solo all’anglosassone oh, nice!, si dimostra, si prova. E nel frattempo si svergogna quell’insopportabile che non è mai contento. Tutti sanno oggi che qualsiasi proposta deve essere formulata in maniera positiva (e mai negativa), che lo spirito critico è uno spirito da poco — che il pessimista è tale solo perché  sta male di fegato… che la negatività è solo la prova che l’uomo non è mai uscito dalla sua adolescenza e che non è ancora adulto. Se, nel nostro mondo, non sei il ragazzo sempre sorridente, estroverso, sportivo (magari non proprio paracadutista) che accoglie il progresso ed è soddisfatto del pensiero contemporaneo, allora vieni subito sospettato delle peggiori nefandezze. Non è la società ad essere criticabile né il tuo vicino sgradevole, sei tu. Tu, il Negatore. Tu che rendi cattive le cose e le persone col tuo atteggiamento critico. E questo deriva dagli spaventosi complessi di cui non sei riuscito a liberarti. «Non sarai forse un incestuoso borderline? Eh? La tua diffidenza verso il progresso esprime certamente qualcosa del genere». È chiaro come il sole. Diffidenza verso il progresso = attaccamento al passato = volontà di tornare alla prima infanzia = attrazione per l’utero materno = incesto. Come volevasi dimostrare. Oggi tutti gli psicologi ti incoraggiano ad avere un atteggiamento positivo verso la vita. Sembra che sia questo l’atteggiamento virile. Tutti i sociologi oggi ti dimostrano che non c’è altra via d’uscita se non la partecipazione. È solamente grazie alla partecipazione positiva al gruppo, alle sue opere e alla sua unanimità che l’uomo si realizza e si completa. Nessuna salvezza al di fuori del gruppo! Colui che assume un atteggiamento negativo rispetto al gruppo, non solo non troverà mai né la felicità né l’equilibrio, ma neanche coltiverà la sua vocazione, che è quella di aiutare gli altri a sbocciare, il che non può accadere se non all’interno di una vita di gruppo armoniosa, dove le buone relazioni sono la panacea psicosociale. Così accediamo al dominio della morale. Il Bene, oggi, è essere una persona aperta alle realtà positive di questa epoca, è esorcizzare i demoni della negatività, del rifiuto, della passività. Il Bene è accordarsi sugli obiettivi da compiere collettivamente. Il Bene è fornire, laddove si incontrano ostacoli e problemi, soluzioni positive, attive e ottimiste. Trascinati da un così bel flusso collettore, è poi necessario che i teologi ci mettano del proprio secondo la loro buona abitudine. Ci chiedono dunque, in nome della Rivelazione cristiana, di avere un atteggiamento positivo verso lo Stato, verso l’uomo, verso la tecnica. Non si tratta più di portare giudizi desueti in funzione di teologie superate: si deve solo annunciare il Grande Sì di Dio, la Grande Approvazione di tutte le opere umane. Bisogna ricordarsi che la Creazione è buona. Che la Caduta non esiste. […]
È comunque assai curioso constatare che è proprio nel momento in cui le filosofie esistenziali ci rivelano la nefandezza dell’uomo e l’assurdità del mondo — nel momento in cui gli psicanalisti, sollevando il sacro pavimento del conscio, fanno venire alla luce le idre, i rospi, i lemuri e le larve che abitano nel fondo all’uomo, che costituiscono la realtà profonda dell’uomo — è proprio a questo punto che ci vengono a dire che bisogna assumere un atteggiamento ottimista e positivo perché tutto, in fin dei conti, va molto bene. E senza dubbio già avere l’impressione che c’è qualche contraddizione significa seguire questa dannata abitudine critica e pessimista. Ma forse, al contrario, qui raggiungiamo uno dei sensi profondi del luogo comune, non unicamente di questo, ma di tutti. Nella loro grottesca assurdità, nella loro complessiva contraddizione rispetto al reale e nell’attaccamento fanatico degli officianti di questi luoghi comuni bisogna vedere decisivamente un’operazione di magia e di esorcismo. È proprio perché la realtà non è ciò che si vorrebbe che occorre gridare il suo contrario per annullare il suo potere su di noi, per evocare l’apparizione del contrario desiderabile, per rendere già presente il contrario del reale, attualizzato dalla parola e dalla credenza. Il luogo comune è la formula incantatoria dei nostri giorni fondata su una falsa evidenza, ma grazie alla quale pretendiamo di sfuggire a quanto ci inquieta, ci turba e ci minaccia. È una formula incantatoria perché non ha alcun senso, perché colui che lo ripete non gli attribuisce alcun contenuto effettivo — giacché il luogo comune, pur fondato sull’evidenza, fa parte di un codice collettivo e ottiene la sua forza e il suo senso dall’innumerevole ripetizione per bocca di «legioni». È una formula magica, perché ha lo scopo di agire e di modificare attraverso un processo misterioso il reale, che pretende d’altronde di esprimere. Il luogo comune contiene sempre un imperativo all’azione, un’indicazione di atteggiamento, e di conseguenza modifica anche veramente qualcosa — una semplice cosa che si chiama uomo.

Quadro macroeconomico Islanda

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epa05244050 A man holds a sign which reads ‘#Panama Leaks, People, Racketeering, it’s enough’ as demonstrators gather for a general assembly sit-in as part of the ‘La Nuit Debout’ (The Night Up) movement which has reached its fourth night, on Place de la Republique, to protest against the labor law reform bill in Paris, France, 04 April 2016. French students and labor unions have taken to the streets throughout the month of March to protest against a draft of a labor reform law led by French Labor Minister Myriam El Khomri. EPA/IAN LANGSDON

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A quasi sette anni di distanza dalla crisi del sistema finanziario islandese che porto’ al collasso delle 3 principali banche del Paese e ad una grave recessione economica (riduzione del PIL reale nel 2009 e 2010 rispettivamente del 6,7% e del 4,0%), l’Islanda ha compiuto importanti progressi nel suo difficile percorso di risanamento economico-finanziario. Tale miglioramento ha accentuato la pressione sull’Esecutivo affinché si proceda in tempi brevi alla rimozione dei vincoli ai movimenti in uscita di capitali, decisa dalle Autorità islandesi nel 2008 nel pieno della crisi.
Nonostante il successo delle misure volte a ridurre gli squilibri valutari generati dal default delle banche Landsbaki, Glitnir e Kaupthing, una rimozione prematura delle restrizioni potrebbe nuovamente porre a serio rischio la ritrovata stabilità del Paese, sia sul piano dei fondamentali economici, sia con riferimento alla tenuta del sistema finanziario. L’ammontare di capitali che potrebbero fuoriuscire una volta rimossi i vincoli è infatti ancora considerevole. Anche per tale ragione, l’Esecutivo per il momento non ha preso una decisione definitiva in merito.
Il Comitato Esecutivo di sei esperti incaricato dal Ministro delle Finanze di studiare le misure necessarie alla liberalizzazione completa dei flussi finanziari non ha fissato una data entro la quale tale processo dovrà essere completato. Il 2015 sarà un anno fondamentale per futuri sviluppi su questo fronte.
Nell’ultimo quadriennio il PIL islandese è cresciuto in termini reali mediamente del +2,2% all’anno. Molto positive le previsioni sull’andamento dell’economia nel prossimo futuro: crescita reale del Prodotto Interno Lordo del +3,5% nel 2015, con connesso ritorno del PIL ai valori pre-crisi, e del +3% nel biennio 2016-2017. Le esportazioni, soprattutto di prodotti ittici e metallurgici, sono state alla base della ripresa economica del Paese che ha avuto inizio nel secondo semestre del 2010. Il forte deprezzamento del tasso di cambio della corona islandese rispetto all’euro e al dollaro è infatti coinciso con un miglioramento delle ragioni di scambio dell’Islanda, determinato dal favorevole andamento dei prezzi internazionali di suddetti prodotti. Entrambi  fattori hanno rafforzato la competitività delle aziende locali operanti in questi settori  tradizionali, e rilanciato il turismo, che è diventato oggi la terza componente dell’export islandese (favorito anche dall’ampliamento di rotte da e per l’Islanda deciso negli anni dal vettore aereo Icelandair).
Nel triennio 2015-2017  consumi e turismo guideranno la crescita, sulla quale peserà meno rispetto al passato l’esportazione di prodotti tradizionali (settore ittico e metallurgico). Secondo gli esperti del Fondo Monetario Internazinoale, è necessario che l’Esecutivo islandese proceda ad una rimodulazione della spesa riducendo il welfare state a favore di investimenti nel campo delle infrastrutture (in particolare nel settore trasporti), in modo da riequilibrare il rapporto tra consumi (aumentati a seguito della crisi) ed investimenti nel comparto pubblico. Un ulteriore ambito di manovra dell’Esecutivo è rappresentato da quelle politiche tese ad incentivare l’ammodernamento delle strutture ricettive, e più in generale l’incremento della produttività dell’industria non tradizionale.
Il tema della competitività assume un’importanza cruciale per le prospettive di crescita del Paese. La ripresa dell’attività economica ha ridotto il tasso di disoccupazione (dal 7% del 2011 al 5% del 2014), stimolando l’innalzamento del livello generale dei salari (+3,5% in termini reali nel 2014). Nel 2015 il rapporto disoccupati/popolazione attiva dovrebbe scendere al 4%. In presenza di un tasso di inflazione molto basso (1%), la Banca Centrale islandese ha in più occasioni espresso forte preoccupazione per ulteriori incrementi dei salari (oggi stimati intorno al +5,8%) non proporzionali all’effettivo aumento di produttività della forza lavoro.

In Islanda la rivoluzione è tornata!

http://www.italiachecambia.org/2016/04/islanda-rivoluzione-e-tornata/

Sirventese della responsabilità

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Anne Archet
Chi è da biasimare
Quando una prigioniera si suicida?
Sapendo che le condizioni carcerarie
Sono orribili e disumane
Sapendo che le prigioni sono create
Per punire e far soffrire
Per causare ansia isolamento
Solitudine e disperazione.
Chi è responsabile della sua morte?
È la prigioniera stessa
Sfinita, svuotata d’ogni sostanza,
Incapace d’immaginare
E ancor meno di sopportare
Di viver un altro istante in quell’abisso
Senza uscita in cui è sprofondata?
Sono i secondini
Assoldati e pagati
Per isolare e torturare
Umiliare e disumanizzare
Perché questi sono gli ordini
Perché c’è da guadagnar la pagnotta?
Sono gli architetti e gli ingegneri
Che hanno concepito e costruito quel mostro
In cui ogni muro e ogni grata
Ogni spazio è stato pensato
In funzione della sua capacità
Di squartare gli individui?
Sono i politici
Che finanziano e mantengono quell’inferno
E che varano leggi paranoiche
Applicate senza remore da un giudice
Che ruba la vita a una condannata
Prima che lei se la tolga da sé?
È la classe sociale
Che ha creato la proprietà
Il governo i tribunali
La polizia e le prigioni
E se ne serve per i propri interessi
Schiacciando ogni cosa al suo passaggio?
Siete voi — sì, voi che leggete
Troppo contenti che esista la prigione
Che siano puniti i cattivi
Folli devianti perversi ladri
Che siano allontanati dalla vostra vista
E che giustizia — che è solo apparenza — sia fatta?
Oppure sono io, semplicemente
Che vivo in questo mondo-prigione
E che ogni mattina mi accontento
Di trascinare a terra le mie catene
Nella chimerica speranza
Che l’usura le spezzerà?
L’ urlo della rabbia

La grande sfida

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Nulla sembra sfuggire alla riproduzione sociale, nulla sembra essere in grado di opporsi all’eterno ritorno della più letale fra le abitudini: il potere.

Nulla sembra sfuggire alla riproduzione sociale, nulla sembra essere in grado di opporsi all’eterno ritorno della più letale fra le abitudini: il potere. Scioperi selvaggi che terminano dopo la concessione di qualche briciola civile, proteste popolari cui manca solo la soddisfazione di una pacata rivendicazione per tramutarsi in consensi di massa, astensionismo politico che si precipita all’appello di nuovi politici, rivoluzioni sociali trionfanti se ottengono il cambio della guardia… «L’abitudine deve aver avuto fauci voraci se oggi ci troviamo ancora a questo punto!», diceva un surrealista.
È come se ogni rivolta contro l’insopportabile condizione umana venisse triturata dalle fauci voraci del vecchio mondo, come se tutta la sua rabbia e la sua energia fossero risucchiate all’interno dell’orbita istituzionale. Quasi a confermare le tristi osservazioni di un noto antropologo libertario francese, secondo cui nel corso della storia il passaggio dalla libertà all’autorità ha sempre proceduto in un unico senso, senza eccezioni. Non sono possibili alternanze e non si torna indietro. Lo Stato, una volta instaurato, è destinato a durare in eterno. Quindi, il solo compito della rivolta consisterebbe nello stimolare il riformismo, aprendo la strada al governo del male minore.
Va da sé che chi non è disposto ad accettare questa erudita rassegnazione non può fare a meno di interrogarsi su come spezzare questo circolo vizioso, su come interrompere quel malencontre di cui parlava l’antropologo. Interrogativo enorme, forse irrisolvibile, composto da innumerevoli sfaccettature. Uno degli elementi da considerare, a nostro avviso, è la mancanza di… di un nostro… francamente, non sappiamo bene quale sia la definizione migliore. Qualcuno forse lo definirebbe spirito del tempo, inteso come tendenza culturale diffusa in una determinata epoca. Qualcun altro probabilmente lo chiamerebbe immaginario collettivo, insieme di simboli, immagini ed idee che formano il sostrato della vita mentale. Ma noi, che non apprezziamo affatto la fede implicita in queste due definizioni, preferiamo di gran lunga sostenere la necessità di un proprio mondo, nel senso diuniverso mentale autonomo. Siamo persuasi che i momenti di rottura con l’ordine dominante non riescano a durare non solo per via di tutte le difficoltà operative che si vengono a creare in simili circostanze, ma anche perché — nella testa, nella bocca, nel cuore e nelle viscere degli insorti — esiste solo il mondo dello Stato, l’unico di cui tutti quanti abbiano avuto esperienza diretta, concreta, quotidiana, il quale, messo da parte per un breve periodo nell’impeto della rivolta, prima o poi fa ritorno.
L’autorità e l’obbedienza hanno per l’appunto plasmato lo spirito del tempo, hanno colonizzato l’immaginario collettivo, rappresentano i poli magnetici di ciò che solitamente si chiama cultura, riuscendo a bandire ogni dubbio sul fatto che questo mondo — ovvero quello in cui viviamo, in cui siamo costretti — sia il solo possibile. Bisogna credere in esso, punto e basta. Si tratta di un risultato che non ha nulla di naturale, ma è stato ottenuto solo in tempi recenti al termine di un lungo processo di addomesticamento sociale. A differenza di un passato travagliato da eresie, utopie e classi pericolose, oggi a margine dell’ordine civile non incombe nessuna giungla rigogliosa. Al limite incalza il deserto. Come se fuori dallo Stato e dalla sua vita sull’attenti non potesse esistere tutt’altro, ma solo nient’altro. Il nulla più desolante. E poiché nessuno ama vivere nel deserto, tranne forse qualche eremita più o meno dignitoso o più o meno rancoroso, va da sé che questo mondo di parlamenti e di banche, di fabbriche e di uffici, di tribunali e di prigioni, di supermercati e di autostrade… ha finito col diventare l’unico mondo e l’unico modello a disposizione dell’essere umano. Sia materialmente che idealmente, esso viene percepito come punto di riferimento imprescindibile e totalizzante, suscettibile al massimo di una diversa configurazione dei suoi elementi già dati. Ecco, noi pensiamo che se le barricate cessano di fare da valvola di sfogo per trasformarsi in trampolino verso uno scranno, se gli insorti si ritrovano ad esigere merci senza logo, grandi opere utili alla collettività, rispetto dei diritti e via intristendo, ciò sia dovuto soprattutto alla mancanza di immaginazione.
Ovviamente ciò non costituisce affatto un problema per chi ritiene che l’autorità sia in grado di concedere e garantire la libertà (nulla di che, la quasi totalità della specie umana). Per costoro — al di là che impartiscano o eseguano ordini — il vero problema è azzeccare la configurazione appropriata. No, questo problema può essere sentito e sollevato, discusso e affrontato, soltanto da chi pensa che qualsiasi Stato, qualsiasi governo, qualsiasi autorità, siano mortali per la libertà umana. In altre parole sono solo gli anarchici, con o senza etichetta doc, a potersene e doversene (pre)occupare. Ma a molti di loro non interessa. Lo ritengono un falso problema, una perdita di tempo. Inutile affliggere i già poco entusiasmanti giorni su questa terra ponendosi rompicapo insolubili, soprattutto quando ci si può affidare alla comodità del determinismo o all’auto-sufficienza del nichilismo.
Cos’è che crea mondi? Il linguaggio. Le parole formano idee e concetti che non si applicano sulla realtà dei fatti, ma la costruiscono. La realtà odierna viene costruita dalla lingua di legno del potere, che fa esistere solo ciò che rientra nelle regole della sua grammatica. In un certo senso quindi si può dire che la realtà non sia data solo dagli oggetti solidi che si toccano, dai fatti concreti che avvengono, ma anche dai nomi e dai simboli che li definiscono e che contribuiscono a determinare i rapporti sociali. La realtà è anche linguaggio. Ciò non significa affatto che sia del tutto univoca, in quanto è composta da molteplici e diverse interpretazioni dipendenti dai vari vocabolari. Significa solo che l’esistente è sostanzialmente dato da ciò che il potere permette di pensare e quindi di nominare, di nominare e quindi di pensare; tutto il resto, ciò che è senza nome e senza concetto in grado di definirlo, è come se non esistesse. Se per la stragrande maggioranza delle persone organizzazione sociale è sinonimo di Stato, proprio comeattività umana è sinonimo di lavoro, è perché il dizionario autoritario riempie tutta la loro bocca, invade tutto il loro cervello.
Nonostante le apparenze, ciò ha ben poco a che vedere con le grandi teorie, semmai con gli slogan e le frasi fatte. Ciò che si definisce immaginario collettivo, ad esempio, si diffonde di mente in mente non attraverso la lettura di poderosi saggi o l’ascolto di dotte conferenze, bensì attraverso le chiacchiere da bar o le trasmissioni televisive. I mutamenti di clima mentale e morale si manifestano non tanto nei discorsi politici, quanto nelle battute da strada; non tanto negli editoriali dei mass-media, quanto nei dialoghi delle soap opera. È una complessa interazione di forze a spingere l’essere umano verso una forma di cultura che ama farsi chiamare Sapere o Intelligenza Collettiva, laddove non è altro che Pensiero Unico. E l’apporto principale di questa cultura di massa è la partecipazione al presente del mondo. Non la sua sfida, non la sua messa in discussione, ma la sua accettazione.
Per sovvertire il mondo del potere è quindi necessario sovvertire anche il suo linguaggio. Bonificare la nostra lingua dalle parole che lavorano, dai concetti che obbediscono, dai simboli che marciano. Abbandonare i suoi luoghi comuni. Buttare fuori lo Stato dalle nostre vene come dai nostri sogni. Buttarlo fuori anche dalla nostra storia, non per sostituirlo con l’ignoranza ma con un’altra conoscenza. Se a scuola vengono insegnate solo le gesta di re e di papi, di principi e di imperatori, è proprio perché la Storia deve identificarsi con quella del dominio. Padroni e servitori vengono innalzati al rango di modelli di riferimento, mentre ai fuorilegge viene riservata una fugace menzione quando non l’oblio più totale. Irrilevanti e trascurabili.
Come riuscire a scalzare l’ereditarietà autoritaria? Ecco la difficoltà. L’universo autoritario ci è stato tramandato e ci accomuna tutti quanti. Ci siamo nati e cresciuti. Liberarsene, non ci condannerà alla solitudine e all’isolamento? E poi, con cosa sostituirlo? L’universo è pieno di pianeti e di stelle. Per trovare altre fonti di luce rispetto a quelle che illuminano la nostra esistenza, bisogna armarsi di pazienza, di curiosità e mettersi a rovistare tra gli scarti del pensiero e della storia, laddove giacciono costellazioni ignorate per via della loro irregolarità.
Tutti sanno chi erano Luigi XVI o Robespierre, quasi nessuno sa chi era Varlet; tutti sanno chi erano Hegel o Marx, quasi nessuno sa chi era Stirner (dite che è anche lui noto? va bene, allora Bahnsen); tutti sanno chi erano D’Annunzio o Marinetti, quasi nessuno sa chi era Flores. Esattamente come tutti sanno chi erano Voltaire o Rousseau, ma quasi nessuno sa chi era La Boétie; come tutti sanno chi erano Freud o Jung, ma quasi nessuno sa chi era Gross; come tutti sanno chi erano Checov o Dostoevskij, ma quasi nessuno sa chi era Krucenych. Le stelle che conosciamo e che guidano il nostro cammino sono soltanto quelle che — volenti o dolenti — ci hanno permesso di conoscere. Ma ce ne sono molte altre, tenute in ombra perché giudicate scomode in quanto potrebbero farci deviare rotta. Non sarebbe ora di iniziare ad offuscare gli astri graditi al potere, accendendo i soli neri della libertà? È possibile farlo in tutti gli ambiti, nessuno escluso, dalla storia alla filosofia, dalla antropologia all’arte, dalla scienza alla letteratura. (Stando però bene attenti a mantenere viva la loro carica sovversiva, ovvero il loro esempio di un altro modo di vita incompatibile con quello attuale, senza passare tutti — ribelli visionari e poeti violenti, criminali romantici e filosofi teppisti — nel frullatore del recupero che li risputerebbe sotto forma di ibride innovazioni all’ordine costituito). Si tratta di una grande opera che non ha bisogno né di maestri né di alunni, ma solo di appassionati esploratori, ognuno libero di scegliere il proprio terreno dove far fiorire idee pericolose, immagini fantastiche, simboli sacrileghi. Per ribaltare la tradizione, per rovesciare la storia, per scardinare il presente.
Ma è una grande opera che richiede impegno, sforzo, dedizione, memoria. Gli autoritari sono legioni, fra di essi non mancano mai gli esploratori in uniforme. Ne hanno le capacità, ne hanno gli strumenti. E non si vergognano del loro mondo, loro. Lo sostengono, lo fanno conoscere, lo ampliano attraverso innumerevoli iniziative, avendo alle spalle un grande patrimonio da cui attingere. A sinistra non provano nessun imbarazzo nel citare Marx, o nel pretendere di «sanzionare le banche», o nel diffondere concetti quali il materialismo dialettico. Costruiscono il loro mondo. A destra non si fanno alcuno scrupolo nel citare Evola, o nel pretendere di «nazionalizzare le imprese», o nel diffondere concetti quali l’amore per la patria. Costruiscono il loro mondo.
No, la vergogna, l’imbarazzo, lo scrupolo regnano solo fra i nemici dello Stato. In quanto bizzarra eccezione alla regola — una regola percepita comunemente come naturale, non artificiale — si sentono in difetto, snobbati, messi all’indice. Arrossiscono nel citare Bakunin, chiedono scusa nel pretendere di «distruggere l’esistente», si intimidiscono nel diffondere concetti quali la libertà individuale. In pochi e privi di mezzi, cosa possono fare? Sopperire alla mancanza di quantità con un eccesso di qualità? Macché! di amare le proprie idee, di curarle, di alimentarle, di difenderle, di arricchirle, non ci pensano proprio. Troppa fatica. È molto più facile trovare una buona ragione per non creare il proprio mondo. È molto più facile unirsi al coro; è molto più facile tacere.
Funziona così. Il determinismo insegna che la storia è mossa da un meccanismo oggettivo che va al di là delle intenzioni individuali. Non importa chi siamo e cosa facciamo, il libero arbitrio esiste poco e niente. I fatti avvengono per forza di necessità superiore, seguendo un proprio ordine progressivo. Questa beata nonché beota convinzione rende del tutto relativa e indifferenziata ogni idea espressa, ogni fatto compiuto.
Nel corso del tempo la vecchia metafora determinista del seme sotto la neve è stata sostituita da quella, assai più deleteria, del letame da cui nascono i fiori. Nel primo caso il seme della libertà dà i suoi frutti nonostante l’inverno del potere, nel secondo il fiore della libertà nasce proprio grazieal letame del potere. Ciò significa non solo che «da cosa nasce cosa», ma addirittura che da cosa autoritaria nasce cosa libertaria. Sulla scia dei pontefici del socialismo scientifico, talmente idioti da giurare che è lo sviluppo del capitalismo a rendere possibile il comunismo, anche gli anarchici si sono dedicati alla cortigianeria verso il mondo autoritario, facendola passare per abile deturnamento. In un certo senso, si tratta di una tara storica. Alla fine dell’Ottocento, molti di loro riprendevano pari pari gran parte delle idee di Marx pensando che bastasse cambiarne le conclusioni per renderle digeribili. Non è stato un anarchico, Emilio Covelli, il primo a nominare in Italia il filosofo di Treviri? E non è stato ancora un anarchico, Carlo Cafiero, il primo a divulgarne qui il pensiero attraverso il Compendio del Capitale? E nel corso della rivoluzione più anarchica del 900, quella spagnola, gli anarchici non sono entrati nel governo? Come se bastassero le buone intenzioni per far andare l’autorità verso l’anarchia, in teoria come nella pratica.
Oggi non è cambiato granché. Indisponibili, per pigrizia o per inettitudine o per l’esigenza di coltivare rapporti redditizi, a creare un proprio mondo (con un proprio linguaggio, dei propri valori, dei propri concetti), ma consapevoli della necessità di possederne uno, molti anarchici si attivano per smerciare quello altrui. Poiché quando devono prendere la parola non viene loro in mente nulla — e come potrebbe essere diversamente? — nei loro appuntamenti pubblici non manca mai un intellettuale marxista «lucido», o un esperto accademico «onesto», chiamato a portare un po’ di luce nella zucca annebbiata dei bifolchi senza Stato. Di recente, ultimo esempio di una serie infinita, abbiamo letto di una serie di iniziative antimilitariste anarchiche sulla Grande Guerra dove si annunciava la riesumazione di un libro scritto da un consigliere comunale socialista, già professore di Gramsci, pubblicato nel 1921 dal Partito Comunista d’Italia. Ottima proposta. In effetti rispolverare su tale argomento il libro di Galleani Contro la guerra, contro la pace, per la rivoluzione sociale! sarebbe stato fuori luogo. Qualcuno, prima, avrebbe dovuto come minimo leggerlo e rifletterci sopra («Presi male, raga, troppo sbatti!»). Inoltre, quando non si vuole apparire ideologici, è più proficuo ed educativo innaffiare l’ideologia dei vicini che notoriamente è sempre più verde.
Negli anni 50, invece, molti anarchici non volevano sembrare censori. All’epoca alcuni provocatori individualisti fecero notare l’assurdità che si era venuta a creare: quando un anarchico chiedeva la parola nel corso di una iniziativa organizzata da autoritari, gli veniva puntualmente negata. Quando era un autoritario a chiedere la parola nel corso di iniziative organizzate da anarchici, non solo gli veniva accordata ma — per gettargli in faccia la superiorità etica libertaria — gli veniva lasciata a suo piacimento. Ovviamente la cortesia non veniva mai ricambiata, ovviamente la cortesia veniva sempre rinnovata, ovviamente il risultato era che in casa autoritaria si parlava sempre a favore del potere proletario, mentre in casa libertaria si parlava spesso a favore del potere proletario. Ebbene, quando ad esistere è solo l’orizzonte istituzionale, da dove dovrebbero saltare fuori le teorie e le pratiche anti-autoritarie? Dai referendum e dalle petizioni? Ah, già, dal letame nascono i fior…
Viceversa, chi non intende né fare da megafono alle aspirazioni autoritarie, né darsi una prospettiva autonoma, finisce in braccio ad un certo nichilismo. Esiste solo questo mondo, e fa talmente schifo che è meglio il nulla. In questo mondo esistiamo solo noi — noi, quelli come noi, quelli che sono d’accordo con noi — tutti gli altri si fottano. Chiuso il discorso, il resto sono chiacchiere. Quindi, che senso ha costruire un altro universo mentale in opposizione a quello dello Stato? Ai cosiddetti nichilisti basta e avanza lo specchio di Narciso.
Infatti, grazie all’assolutismo del niente, ogni sforzo diventa non solo vano, ma sospetto, quasi reazionario. Non va quindi semplicemente evitato in quanto poco consono alle proprie attitudini, va criticato in quanto nocivo. Approfondire le conoscenze teoriche in tutti i rami? Giammai, sarebbe una forma di intellettualismo! Diffondere il più possibile le idee anarchiche? Giammai, sarebbe fare proselitismo! Depurare il linguaggio delle sue parole d’ordine? Giammai, sarebbe pedanteria! Curare la forma delle proprie espressioni? Giammai, sarebbe cadere nell’estetismo! Ricordare la storia delle passate rivolte e rivoluzioni? Giammai, sarebbe fare i professorini! Intraprendere lotte sociali? Giammai, sarebbe cercare consenso politico! Impegnarsi in maniera continuata contro obiettivi precisi? Giammai, sarebbe lanciare campagne attiviste!… È un giochetto divertente, funziona sempre e può andare avanti all’infinito… Lavarsi e cambiarsi? Giammai, sarebbe vezzo borghese! Vivere in case belle? Giammai, sarebbe cedere al lusso! Mangiare cibi squisiti? Giammai, sarebbe godere di un privilegio!
Gran bella logica, che sfocia dritta dritta nell’apologia dell’oscurantismo e dell’ignoranza. Credere a nulla in effetti è un’ottima premessa per dire nulla, per conoscere nulla, per pensare nulla, per sognare nulla. Quanto al fare, da fieri anarchici di tanto in tanto ci si può prendere la libertà di qualche atto distruttivo (da sbandierare poi per mostrare di essere vivi). Tutto ciò è dignitoso e coerente, se si vuole. Ma soprattutto tetro e noioso. Come il deserto, appunto.
No, per quanto ci riguarda il solo nulla da amare è quello creativo, è la tabula rasa che permette altro. E questo altro diventa risibile se si limita ad essere uno zerbino in mezzo alla merda, o un cespuglio in mezzo alla sabbia. Sarà mica questo il mondo senza Stato, senza autorità, senza denaro, che sta crescendo nei nostri cuori?
Noi vogliamo di più, molto di più.
«L’uomo può costruire fuori di sé solo quello che ha innanzitutto concepito dentro di sé», ammoniva uno studioso. Per costruire un mondo senza autorità, bisogna prima concepirlo. Non programmarlo, schematizzarlo o misurarlo. No, solo concepirlo, nel suo duplice significato: pensarlo è fecondarlo. Ma per concepire un mondo che non sia un mero riflesso di quello circostante, occorre che la conoscenza corra sfrenata a saccheggiare gli arsenali della memoria e dell’immaginazione. La scoperta delle trasgressioni del passato dà spunti e suggerimenti indispensabili per riuscire ad immaginare e far immaginare una vita priva di rapporti di potere nel futuro. E viceversa. Allora, le esperienze del passato e le possibilità del futuro prendono appuntamento sul campo di battaglia del presente. Ed è qui che si incontrano il mito e l’utopia.
Per quanto entrambi si muovano sul filo dell’immaginazione, mito e utopia si collocano su versanti diametralmente opposti. Il mito è uno sguardo rivolto all’indietro, allude a una felicità perduta, è una narrazione di fatti mai avvenuti la cui funzione è quella di inventare un passato leggendario al fine di giustificare gli elementi fondamentali di un gruppo (spesso altrimenti insostenibili). L’utopia è uno sguardo rivolto in avanti, intravede una felicità potenziale, è un luogo che non esiste la cui funzione è quella di evocare un futuro appassionante al fine di affermare teorie e pratiche conseguenti (spesso altrimenti insostenibili). Per quanto possa apparire verosimile, il mito ha la consapevolezza di sguazzare nella finzione. Invece, per quanto possa apparire inverosimile, l’utopia ha la determinazione di bagnarsi nella verità. Sia il mito che l’utopia possono essere apprezzati o criticati. Il primo per il suo fascino o per il suo artificio, la seconda per la sua innovazione o per la sua illusione.
Sebbene entrambi nascano come negazione (della mediocrità) del presente, sia il mito che l’utopia non se ne estraniano mai del tutto. Il mito offre racconti del passato che permettono di comprendere il mondo qui ed ora; è «la perennemente rinnovata rivelazione di una realtà che permea l’individuo fino al punto da costringerlo a conformarvi il proprio comportamento» (Leenhardt). L’utopia descrive un mondo futuro che sollecita l’azione qui ed ora; è «quel tipo di orientamento che trascende la realtà e insieme spezza i legami dell’ordine esistente» (Mannheim).
Laddove non arriva la storia, nasce il mito. Ciò è ovvio, non ha senso criticarlo. Ma la bellezza e la forza dei miti non deve far cadere nella tentazione di crearli ed usarli a scopi politici. Perché non è certo un caso se il mito viene usato da forze reazionarie, mentre l’utopia ha fatto breccia in quelle rivoluzionarie. Stimolatori dell’immaginazione dall’effetto agente, il loro modo di intervenire sulla storia è di segno del tutto diverso. La caratteristica del mito è quella di fondarsi solo sul sentimento, in contrasto con la ragione, e in tal senso è un potente mezzo di controllo sociale. Perché viene trasmesso per tradizione, opera per suggestione, è al di là di ogni critica e discussione. Un mito lo si subisce, proprio come la religione. Ecco perché corrisponde così bene alle esigenze totalitarie.
È quanto non aveva capito Sorel, ad esempio, il quale sosteneva il mito contro l’utopia a fini rivoluzionari. Ai suoi occhi la potenza indiscussa del mito costituiva una scorciatoia perfetta per accelerare la trasformazione sociale, senza farle perdere tempo con teorie tutte da dimostrare. In quanto progetto, l’utopia può essere ponderata, criticata, modificata e confutata, mentre il mito non si può rifiutare essendo l’oscura volontà delle masse («è l’insieme del mito che conta… non è quindi di alcuna utilità ragionare»). Egli definiva il mito politico «un’organizzazione di immagini capaci di evocare istintivamente tutti i sentimenti che corrispondono alle diverse manifestazioni della guerra intrapresa». I miti quindi «non sono descrizioni di cose vere», ma esprimono «la volontà d’un gruppo che si prepara alla lotta». Non hanno nulla a che fare con la verità dei pensieri, solo con la forza degli istinti.
Queste sue parole, redatte nel 1906, non aiutarono a provocare uno sciopero generale, scintilla della rivoluzione sociale. In compenso, verranno assai bene messe in pratica dai regimi totalitari. Questo perché il sentimento, quando viene staccato da ogni consapevolezza e lasciato in pasto ai soli istinti, diventa facilmente manipolabile. Come osservava Jung: «Con lo spirito del tempo non è lecito scherzare: esso è una religione, o meglio ancora una confessione, un credo, a carattere completamente irrazionale, ma con l’ingrata proprietà di volersi affermare quale criterio assoluto di verità, e pretende di avere per sé tutta la razionalità. Lo spirito del tempo si sottrae alle categorie della ragione umana. Esso è un’inclinazione, una tendenza di origine e natura sentimentali, che agisce su basi inconsce esercitando una suggestione preponderante sugli spiriti più deboli e trascinandoli con sé».
Quando Mussolini si vantava: «noi abbiamo creato un nostro mito. Il mito è una fede, è una passione. Non è necessario che sia una realtà. È una realtà nel fatto che è un pungolo, che è una speranza, che è fede, che è coraggio»; quando Goebbels precisava: «noi non parliamo per dire qualcosa, ma per ottenere un certo effetto»; quando i fascisti esaltavano la politica come «audacia, come tentativo, come impresa, come insoddisfazione della realtà, come avventura, come celebrazione del rito dell’azione»; si stavano tutti rivolgendo a quanti erano disponibili a scattare in preda alle narrazioni, perché refrattari ad agire sulla spinta delle riflessioni. Alla massa, al popolo, alla collettività: ad una manovalanza di abbrutiti.
Come in molti hanno fatto notare, è proprio quando la cosiddetta crisi sociale è forte (e i nemici sono alle porte) che il mito politico si fa preponderante rispetto alla razionalità. E quale ragione, quale coscienza possono sussistere oggi, in un’epoca di perdita del linguaggio e di erosione del significato, di tracolli economici e di esodi di massa? Senza considerare l’indigenza materiale e intellettuale, il frenetico sviluppo tecnologico, con la sua velocità e pervasività, impedisce all’individuo di interiorizzare ed elaborare una propria visione del mondo, non permettendogli una scelta critica autonoma e facendolo soccombere all’ipertrofia di una realtà circostante diventata troppa.
Ciò spiega perché oggi la narrazione mitopoietica abbia preso il posto del vecchio determinismo. Entrambi sollevano l’individuo dal gravoso compito di conoscere e di riflettere, lasciandolo in balìa del sentire l’imperativo di un destino sovrastante. Ma la mitopoiesi moderna ha fatto un salto terrificante rispetto a quella antica. Non si accontenta di inventare leggende sul passato remoto, laddove è impossibile stabilire la verità storica. No, trasforma in mito anche i fatti più recenti, facendo quindi della finzione una virtù e della verità un vizio. Dai palcoscenici del potere ci sono venuti a raccontare, per esempio, che Sacco e Vanzetti non sono stati mandati sulla sedia elettrica per via delle loro idee anarchiche, bensì per le loro origini italiane. In questa maniera è l’orgoglio nazionale a venire stimolato, il patriottismo, non certo l’ostilità verso lo Stato. Allo stesso modo dalle latrine del movimento ci sono venuti a raccontare, per esempio, che negli anni 70 non c’erano organizzazioni politico-militari composte da militanti marxisti-leninisti, bensì bande di allegri avventurieri. In questa maniera nei confronti di chi ha ambizioni autoritarie viene sollecitata l’ammirazione, non certo il disprezzo o la distanza.
Ma la narrazione mitologica in cosa si differenzia dal revisionismo storiografico? Quest’ultimo non è forse una «narrazione storica capace di divenire momento di suggestione o di coagulo, di spinta o di risultato, per una lettura e visione del passato facilmente spendibile e utilizzabile sul terreno politico o comunque nell’arena pubblica»? Se si giustifica il ricorso all’adulterazione, allora perché scandalizzarsi di fronte alla narrazione fascista sulle foibe? Evidentemente non perché essa sia sostanzialmente falsa, ma solo perché l’uso strategico della menzogna viene qui messo al servizio dell’estrema destra anziché dell’estrema sinistra.
Certo, è impossibile negare che un qualche aspetto mitologico sia pressoché inevitabile in ogni rievocazione del passato, per quanto rigorosa ed accurata sia. La memoria, così come la ricerca storica, sono pur sempre di parte, esercitate da individui in carne e ossa con le proprie passioni e convinzioni. Perciò sono selettive e tendono a correggere i fatti, a dilungarsi sui meriti che più stanno a cuore e a liquidare i demeriti che più causano imbarazzo, ingigantendo i primi e sminuendo i secondi. Ma se lievi esagerazioni, in eccesso come in difetto, possono essere comprensibili e giustificabili, non per questo è da apprezzare e teorizzare una loro proliferazione.
Leggere i molti testi autobiografici di chi ha combattuto sulle barricate può essere esaltante, nessuno lo nega. Ma assai più istruttivi sono quei pochi libri che hanno cercato di esaminare gli errori commessi durante le rivoluzioni. Le emozionanti memorie di comunardi hanno conosciuto molte più traduzioni e ristampe del «manuale pratico degli errori» scritto da Jules Andrieu (delegato ai Servizi pubblici della Comune, nonché amico di Varlin e di Verlaine) come contributo alla comprensione di quanto accaduto. Il mito della Comune non ne perpetua solo l’entusiasmo, ma anche i limiti. Come premessa ad una futura riscossa ci vuole ben altro; non la suggestione, ma la riflessione. Ovvero una Comune senza mito.
Allo stesso modo la lettura di un libro come quello di Vernon Richards sugli insegnamenti della rivoluzione spagnola è in un certo senso più necessaria di quella delle varie biografie di anarchici pistoleri e dinamitardi. Nel 1956, ventesimo anniversario della rivoluzione spagnola ed anno dell’insurrezione ungherese, Louis Mercier raccomandava di evitare «le narrazioni che trasfigurano il passato e forniscono un alibi alla nostra fatica odierna. Quando rimangono solo santini, il tradimento di chi è sopravvissuto è acquisito». Nel suo rifiuto della leggenda egli affermava che «il primo compito necessario al nostro equilibrio è quello di riesaminare la guerra civile sui documenti e sui fatti, e non di coltivarne la nostalgia con le nostre esaltazioni. Compito che non è mai stato condotto con consapevolezza e coraggio, perché avrebbe indotto a mettere a nudo non solo le debolezze e i tradimenti degli altri, ma anche le nostre illusioni ed incapacità, di noi libertari».
Oggi le narrazioni leggendarie non infestano soltanto quanto accaduto un secolo fa, o quarant’anni fa, ma anche ciò che è accaduto ieri o l’altro ieri. La fantasia al servizio della menzogna, come balsamo per la banalità contemporanea con le sue illusioni ed incapacità. Negare la realtà dei fatti fagocitandola in una comoda ed elastica fede che non ammette discussioni, ma solo quotidiane preghiere. A chi giova tutto ciò? Dai leader democratici (che al tempo stesso non sono mai stati eletti) ai leaderini rivoluzionari (che al tempo stesso sono indicatori di polizia), giù fino ai loro rispettivi portaborse e portazainetti, c’è tutta una immane schiera di cazzari in preda al bisogno di raccontar(se)la e di evitare ogni critica. Basta promuovere leggi qualsiasi per cinguettare che la ripresa c’è (e abbasso i «gufi»); basta organizzare iniziative qualsiasi per comunicare che la lotta c’è (e abbasso i «criticoni»). Solo così il susseguirsi di bassezze e di ambiguità, di intrighi e di aberrazioni, di vanità e di ipocrisie può apparire come una linea favolosa da seguire.
Una sfida alla miseria del presente, non una sua affabulatoria edulcorazione. Un pensiero per sollevare i deboli e minacciare i potenti, non una suggestione per trascinare i primi e licenziare i secondi. L’utopia è l’esatto contrario del mito. Formula un progetto, è l’espressione di una volontà cosciente e ponderata, tende a una prova dei fatti, si sottopone alla critica e al dibattito. Non mistifica la verità, la cerca. L’ebbrezza della sua seduzione accompagna la fondatezza della sua ragione, non la sostituisce.
Una volta creata nella propria mente, l’utopia inizia a vagliare i pensieri e le azioni. Diventa etica. Non si accontenta della rilassatezza della verosimiglianza, esige la tensione della coscienza. Perché l’utopia non cade dal cielo o prorompe dalla terra, già bella e pronta. E non è il destino inevitabile che ci aspetta. La si costruisce. Per realizzarla nella storia bisogna incarnarla nella propria vita. Non si arriva all’utopia attraverso il realismo, non si arriva alla libertà attraverso l’autorità. Con un mito costruito con parole e diffuso attraverso la stampa e la radio, un pugno di ingegneri di anime ha fatto fare in passato il passo dell’oca alle popolazioni di mezza Europa. Oggi, con un mito costituito soprattutto da immagini e diffuso attraverso la stampa, la radio, la televisione ed internet, battaglioni di ingegneri di anime possono far fare lo struscio del verme all’intera umanità. Contro il mito, l’utopia necessita che tutti siano consapevoli. Consapevoli dei fini da raggiungere quanto dei mezzi da impiegare — dai flauti ideali ai martelli materiali. Tutto ciò, oltre a non essere realistico, non è di certo attuale. Ma l’attualità è qualcosa che solo il pubblico segue. Fuori dal pubblico, la si crea.

«L’abitudine deve aver avuto fauci voraci se oggi ci troviamo ancora a questo punto!», diceva un surrealista.

È come se ogni rivolta contro l’insopportabile condizione umana venisse triturata dalle fauci voraci del vecchio mondo, come se tutta la sua rabbia e la sua energia fossero risucchiate all’interno dell’orbita istituzionale. Quasi a confermare le tristi osservazioni di un noto antropologo libertario francese, secondo cui nel corso della storia il passaggio dalla libertà all’autorità ha sempre proceduto in un unico senso, senza eccezioni. Non sono possibili alternanze e non si torna indietro. Lo Stato, una volta instaurato, è destinato a durare in eterno. Quindi, il solo compito della rivolta consisterebbe nello stimolare il riformismo, aprendo la strada al governo del male minore.
Va da sé che chi non è disposto ad accettare questa erudita rassegnazione non può fare a meno di interrogarsi su come spezzare questo circolo vizioso, su come interrompere quel malencontre di cui parlava l’antropologo. Interrogativo enorme, forse irrisolvibile, composto da innumerevoli sfaccettature. Uno degli elementi da considerare, a nostro avviso, è la mancanza di… di un nostro… francamente, non sappiamo bene quale sia la definizione migliore. Qualcuno forse lo definirebbe spirito del tempo, inteso come tendenza culturale diffusa in una determinata epoca. Qualcun altro probabilmente lo chiamerebbe immaginario collettivo, insieme di simboli, immagini ed idee che formano il sostrato della vita mentale. Ma noi, che non apprezziamo affatto la fede implicita in queste due definizioni, preferiamo di gran lunga sostenere la necessità di un proprio mondo, nel senso diuniverso mentale autonomo. Siamo persuasi che i momenti di rottura con l’ordine dominante non riescano a durare non solo per via di tutte le difficoltà operative che si vengono a creare in simili circostanze, ma anche perché — nella testa, nella bocca, nel cuore e nelle viscere degli insorti — esiste solo il mondo dello Stato, l’unico di cui tutti quanti abbiano avuto esperienza diretta, concreta, quotidiana, il quale, messo da parte per un breve periodo nell’impeto della rivolta, prima o poi fa ritorno.
L’autorità e l’obbedienza hanno per l’appunto plasmato lo spirito del tempo, hanno colonizzato l’immaginario collettivo, rappresentano i poli magnetici di ciò che solitamente si chiama cultura, riuscendo a bandire ogni dubbio sul fatto che questo mondo — ovvero quello in cui viviamo, in cui siamo costretti — sia il solo possibile. Bisogna credere in esso, punto e basta. Si tratta di un risultato che non ha nulla di naturale, ma è stato ottenuto solo in tempi recenti al termine di un lungo processo di addomesticamento sociale. A differenza di un passato travagliato da eresie, utopie e classi pericolose, oggi a margine dell’ordine civile non incombe nessuna giungla rigogliosa. Al limite incalza il deserto. Come se fuori dallo Stato e dalla sua vita sull’attenti non potesse esistere tutt’altro, ma solo nient’altro. Il nulla più desolante. E poiché nessuno ama vivere nel deserto, tranne forse qualche eremita più o meno dignitoso o più o meno rancoroso, va da sé che questo mondo di parlamenti e di banche, di fabbriche e di uffici, di tribunali e di prigioni, di supermercati e di autostrade… ha finito col diventare l’unico mondo e l’unico modello a disposizione dell’essere umano. Sia materialmente che idealmente, esso viene percepito come punto di riferimento imprescindibile e totalizzante, suscettibile al massimo di una diversa configurazione dei suoi elementi già dati. Ecco, noi pensiamo che se le barricate cessano di fare da valvola di sfogo per trasformarsi in trampolino verso uno scranno, se gli insorti si ritrovano ad esigere merci senza logo, grandi opere utili alla collettività, rispetto dei diritti e via intristendo, ciò sia dovuto soprattutto alla mancanza di immaginazione.
Ovviamente ciò non costituisce affatto un problema per chi ritiene che l’autorità sia in grado di concedere e garantire la libertà (nulla di che, la quasi totalità della specie umana). Per costoro — al di là che impartiscano o eseguano ordini — il vero problema è azzeccare la configurazione appropriata. No, questo problema può essere sentito e sollevato, discusso e affrontato, soltanto da chi pensa che qualsiasi Stato, qualsiasi governo, qualsiasi autorità, siano mortali per la libertà umana. In altre parole sono solo gli anarchici, con o senza etichetta doc, a potersene e doversene (pre)occupare. Ma a molti di loro non interessa. Lo ritengono un falso problema, una perdita di tempo. Inutile affliggere i già poco entusiasmanti giorni su questa terra ponendosi rompicapo insolubili, soprattutto quando ci si può affidare alla comodità del determinismo o all’auto-sufficienza del nichilismo.
Cos’è che crea mondi? Il linguaggio. Le parole formano idee e concetti che non si applicano sulla realtà dei fatti, ma la costruiscono. La realtà odierna viene costruita dalla lingua di legno del potere, che fa esistere solo ciò che rientra nelle regole della sua grammatica. In un certo senso quindi si può dire che la realtà non sia data solo dagli oggetti solidi che si toccano, dai fatti concreti che avvengono, ma anche dai nomi e dai simboli che li definiscono e che contribuiscono a determinare i rapporti sociali. La realtà è anche linguaggio. Ciò non significa affatto che sia del tutto univoca, in quanto è composta da molteplici e diverse interpretazioni dipendenti dai vari vocabolari. Significa solo che l’esistente è sostanzialmente dato da ciò che il potere permette di pensare e quindi di nominare, di nominare e quindi di pensare; tutto il resto, ciò che è senza nome e senza concetto in grado di definirlo, è come se non esistesse. Se per la stragrande maggioranza delle persone organizzazione sociale è sinonimo di Stato, proprio comeattività umana è sinonimo di lavoro, è perché il dizionario autoritario riempie tutta la loro bocca, invade tutto il loro cervello.
Nonostante le apparenze, ciò ha ben poco a che vedere con le grandi teorie, semmai con gli slogan e le frasi fatte. Ciò che si definisce immaginario collettivo, ad esempio, si diffonde di mente in mente non attraverso la lettura di poderosi saggi o l’ascolto di dotte conferenze, bensì attraverso le chiacchiere da bar o le trasmissioni televisive. I mutamenti di clima mentale e morale si manifestano non tanto nei discorsi politici, quanto nelle battute da strada; non tanto negli editoriali dei mass-media, quanto nei dialoghi delle soap opera. È una complessa interazione di forze a spingere l’essere umano verso una forma di cultura che ama farsi chiamare Sapere o Intelligenza Collettiva, laddove non è altro che Pensiero Unico. E l’apporto principale di questa cultura di massa è la partecipazione al presente del mondo. Non la sua sfida, non la sua messa in discussione, ma la sua accettazione.
Per sovvertire il mondo del potere è quindi necessario sovvertire anche il suo linguaggio. Bonificare la nostra lingua dalle parole che lavorano, dai concetti che obbediscono, dai simboli che marciano. Abbandonare i suoi luoghi comuni. Buttare fuori lo Stato dalle nostre vene come dai nostri sogni. Buttarlo fuori anche dalla nostra storia, non per sostituirlo con l’ignoranza ma con un’altra conoscenza. Se a scuola vengono insegnate solo le gesta di re e di papi, di principi e di imperatori, è proprio perché la Storia deve identificarsi con quella del dominio. Padroni e servitori vengono innalzati al rango di modelli di riferimento, mentre ai fuorilegge viene riservata una fugace menzione quando non l’oblio più totale. Irrilevanti e trascurabili.
Come riuscire a scalzare l’ereditarietà autoritaria? Ecco la difficoltà. L’universo autoritario ci è stato tramandato e ci accomuna tutti quanti. Ci siamo nati e cresciuti. Liberarsene, non ci condannerà alla solitudine e all’isolamento? E poi, con cosa sostituirlo? L’universo è pieno di pianeti e di stelle. Per trovare altre fonti di luce rispetto a quelle che illuminano la nostra esistenza, bisogna armarsi di pazienza, di curiosità e mettersi a rovistare tra gli scarti del pensiero e della storia, laddove giacciono costellazioni ignorate per via della loro irregolarità.
Tutti sanno chi erano Luigi XVI o Robespierre, quasi nessuno sa chi era Varlet; tutti sanno chi erano Hegel o Marx, quasi nessuno sa chi era Stirner (dite che è anche lui noto? va bene, allora Bahnsen); tutti sanno chi erano D’Annunzio o Marinetti, quasi nessuno sa chi era Flores. Esattamente come tutti sanno chi erano Voltaire o Rousseau, ma quasi nessuno sa chi era La Boétie; come tutti sanno chi erano Freud o Jung, ma quasi nessuno sa chi era Gross; come tutti sanno chi erano Checov o Dostoevskij, ma quasi nessuno sa chi era Krucenych. Le stelle che conosciamo e che guidano il nostro cammino sono soltanto quelle che — volenti o dolenti — ci hanno permesso di conoscere. Ma ce ne sono molte altre, tenute in ombra perché giudicate scomode in quanto potrebbero farci deviare rotta. Non sarebbe ora di iniziare ad offuscare gli astri graditi al potere, accendendo i soli neri della libertà? È possibile farlo in tutti gli ambiti, nessuno escluso, dalla storia alla filosofia, dalla antropologia all’arte, dalla scienza alla letteratura. (Stando però bene attenti a mantenere viva la loro carica sovversiva, ovvero il loro esempio di un altro modo di vita incompatibile con quello attuale, senza passare tutti — ribelli visionari e poeti violenti, criminali romantici e filosofi teppisti — nel frullatore del recupero che li risputerebbe sotto forma di ibride innovazioni all’ordine costituito). Si tratta di una grande opera che non ha bisogno né di maestri né di alunni, ma solo di appassionati esploratori, ognuno libero di scegliere il proprio terreno dove far fiorire idee pericolose, immagini fantastiche, simboli sacrileghi. Per ribaltare la tradizione, per rovesciare la storia, per scardinare il presente.
Ma è una grande opera che richiede impegno, sforzo, dedizione, memoria. Gli autoritari sono legioni, fra di essi non mancano mai gli esploratori in uniforme. Ne hanno le capacità, ne hanno gli strumenti. E non si vergognano del loro mondo, loro. Lo sostengono, lo fanno conoscere, lo ampliano attraverso innumerevoli iniziative, avendo alle spalle un grande patrimonio da cui attingere. A sinistra non provano nessun imbarazzo nel citare Marx, o nel pretendere di «sanzionare le banche», o nel diffondere concetti quali il materialismo dialettico. Costruiscono il loro mondo. A destra non si fanno alcuno scrupolo nel citare Evola, o nel pretendere di «nazionalizzare le imprese», o nel diffondere concetti quali l’amore per la patria. Costruiscono il loro mondo.
No, la vergogna, l’imbarazzo, lo scrupolo regnano solo fra i nemici dello Stato. In quanto bizzarra eccezione alla regola — una regola percepita comunemente come naturale, non artificiale — si sentono in difetto, snobbati, messi all’indice. Arrossiscono nel citare Bakunin, chiedono scusa nel pretendere di «distruggere l’esistente», si intimidiscono nel diffondere concetti quali la libertà individuale. In pochi e privi di mezzi, cosa possono fare? Sopperire alla mancanza di quantità con un eccesso di qualità? Macché! di amare le proprie idee, di curarle, di alimentarle, di difenderle, di arricchirle, non ci pensano proprio. Troppa fatica. È molto più facile trovare una buona ragione per non creare il proprio mondo. È molto più facile unirsi al coro; è molto più facile tacere.
Funziona così. Il determinismo insegna che la storia è mossa da un meccanismo oggettivo che va al di là delle intenzioni individuali. Non importa chi siamo e cosa facciamo, il libero arbitrio esiste poco e niente. I fatti avvengono per forza di necessità superiore, seguendo un proprio ordine progressivo. Questa beata nonché beota convinzione rende del tutto relativa e indifferenziata ogni idea espressa, ogni fatto compiuto.
Nel corso del tempo la vecchia metafora determinista del seme sotto la neve è stata sostituita da quella, assai più deleteria, del letame da cui nascono i fiori. Nel primo caso il seme della libertà dà i suoi frutti nonostante l’inverno del potere, nel secondo il fiore della libertà nasce proprio grazieal letame del potere. Ciò significa non solo che «da cosa nasce cosa», ma addirittura che da cosa autoritaria nasce cosa libertaria. Sulla scia dei pontefici del socialismo scientifico, talmente idioti da giurare che è lo sviluppo del capitalismo a rendere possibile il comunismo, anche gli anarchici si sono dedicati alla cortigianeria verso il mondo autoritario, facendola passare per abile deturnamento. In un certo senso, si tratta di una tara storica. Alla fine dell’Ottocento, molti di loro riprendevano pari pari gran parte delle idee di Marx pensando che bastasse cambiarne le conclusioni per renderle digeribili. Non è stato un anarchico, Emilio Covelli, il primo a nominare in Italia il filosofo di Treviri? E non è stato ancora un anarchico, Carlo Cafiero, il primo a divulgarne qui il pensiero attraverso il Compendio del Capitale? E nel corso della rivoluzione più anarchica del 900, quella spagnola, gli anarchici non sono entrati nel governo? Come se bastassero le buone intenzioni per far andare l’autorità verso l’anarchia, in teoria come nella pratica.
Oggi non è cambiato granché. Indisponibili, per pigrizia o per inettitudine o per l’esigenza di coltivare rapporti redditizi, a creare un proprio mondo (con un proprio linguaggio, dei propri valori, dei propri concetti), ma consapevoli della necessità di possederne uno, molti anarchici si attivano per smerciare quello altrui. Poiché quando devono prendere la parola non viene loro in mente nulla — e come potrebbe essere diversamente? — nei loro appuntamenti pubblici non manca mai un intellettuale marxista «lucido», o un esperto accademico «onesto», chiamato a portare un po’ di luce nella zucca annebbiata dei bifolchi senza Stato. Di recente, ultimo esempio di una serie infinita, abbiamo letto di una serie di iniziative antimilitariste anarchiche sulla Grande Guerra dove si annunciava la riesumazione di un libro scritto da un consigliere comunale socialista, già professore di Gramsci, pubblicato nel 1921 dal Partito Comunista d’Italia. Ottima proposta. In effetti rispolverare su tale argomento il libro di Galleani Contro la guerra, contro la pace, per la rivoluzione sociale! sarebbe stato fuori luogo. Qualcuno, prima, avrebbe dovuto come minimo leggerlo e rifletterci sopra («Presi male, raga, troppo sbatti!»). Inoltre, quando non si vuole apparire ideologici, è più proficuo ed educativo innaffiare l’ideologia dei vicini che notoriamente è sempre più verde.
Negli anni 50, invece, molti anarchici non volevano sembrare censori. All’epoca alcuni provocatori individualisti fecero notare l’assurdità che si era venuta a creare: quando un anarchico chiedeva la parola nel corso di una iniziativa organizzata da autoritari, gli veniva puntualmente negata. Quando era un autoritario a chiedere la parola nel corso di iniziative organizzate da anarchici, non solo gli veniva accordata ma — per gettargli in faccia la superiorità etica libertaria — gli veniva lasciata a suo piacimento. Ovviamente la cortesia non veniva mai ricambiata, ovviamente la cortesia veniva sempre rinnovata, ovviamente il risultato era che in casa autoritaria si parlava sempre a favore del potere proletario, mentre in casa libertaria si parlava spesso a favore del potere proletario. Ebbene, quando ad esistere è solo l’orizzonte istituzionale, da dove dovrebbero saltare fuori le teorie e le pratiche anti-autoritarie? Dai referendum e dalle petizioni? Ah, già, dal letame nascono i fior…
Viceversa, chi non intende né fare da megafono alle aspirazioni autoritarie, né darsi una prospettiva autonoma, finisce in braccio ad un certo nichilismo. Esiste solo questo mondo, e fa talmente schifo che è meglio il nulla. In questo mondo esistiamo solo noi — noi, quelli come noi, quelli che sono d’accordo con noi — tutti gli altri si fottano. Chiuso il discorso, il resto sono chiacchiere. Quindi, che senso ha costruire un altro universo mentale in opposizione a quello dello Stato? Ai cosiddetti nichilisti basta e avanza lo specchio di Narciso.
Infatti, grazie all’assolutismo del niente, ogni sforzo diventa non solo vano, ma sospetto, quasi reazionario. Non va quindi semplicemente evitato in quanto poco consono alle proprie attitudini, va criticato in quanto nocivo. Approfondire le conoscenze teoriche in tutti i rami? Giammai, sarebbe una forma di intellettualismo! Diffondere il più possibile le idee anarchiche? Giammai, sarebbe fare proselitismo! Depurare il linguaggio delle sue parole d’ordine? Giammai, sarebbe pedanteria! Curare la forma delle proprie espressioni? Giammai, sarebbe cadere nell’estetismo! Ricordare la storia delle passate rivolte e rivoluzioni? Giammai, sarebbe fare i professorini! Intraprendere lotte sociali? Giammai, sarebbe cercare consenso politico! Impegnarsi in maniera continuata contro obiettivi precisi? Giammai, sarebbe lanciare campagne attiviste!… È un giochetto divertente, funziona sempre e può andare avanti all’infinito… Lavarsi e cambiarsi? Giammai, sarebbe vezzo borghese! Vivere in case belle? Giammai, sarebbe cedere al lusso! Mangiare cibi squisiti? Giammai, sarebbe godere di un privilegio!
Gran bella logica, che sfocia dritta dritta nell’apologia dell’oscurantismo e dell’ignoranza. Credere a nulla in effetti è un’ottima premessa per dire nulla, per conoscere nulla, per pensare nulla, per sognare nulla. Quanto al fare, da fieri anarchici di tanto in tanto ci si può prendere la libertà di qualche atto distruttivo (da sbandierare poi per mostrare di essere vivi). Tutto ciò è dignitoso e coerente, se si vuole. Ma soprattutto tetro e noioso. Come il deserto, appunto.
No, per quanto ci riguarda il solo nulla da amare è quello creativo, è la tabula rasa che permette altro. E questo altro diventa risibile se si limita ad essere uno zerbino in mezzo alla merda, o un cespuglio in mezzo alla sabbia. Sarà mica questo il mondo senza Stato, senza autorità, senza denaro, che sta crescendo nei nostri cuori?
Noi vogliamo di più, molto di più.
«L’uomo può costruire fuori di sé solo quello che ha innanzitutto concepito dentro di sé», ammoniva uno studioso. Per costruire un mondo senza autorità, bisogna prima concepirlo. Non programmarlo, schematizzarlo o misurarlo. No, solo concepirlo, nel suo duplice significato: pensarlo è fecondarlo. Ma per concepire un mondo che non sia un mero riflesso di quello circostante, occorre che la conoscenza corra sfrenata a saccheggiare gli arsenali della memoria e dell’immaginazione. La scoperta delle trasgressioni del passato dà spunti e suggerimenti indispensabili per riuscire ad immaginare e far immaginare una vita priva di rapporti di potere nel futuro. E viceversa. Allora, le esperienze del passato e le possibilità del futuro prendono appuntamento sul campo di battaglia del presente. Ed è qui che si incontrano il mito e l’utopia.
Per quanto entrambi si muovano sul filo dell’immaginazione, mito e utopia si collocano su versanti diametralmente opposti. Il mito è uno sguardo rivolto all’indietro, allude a una felicità perduta, è una narrazione di fatti mai avvenuti la cui funzione è quella di inventare un passato leggendario al fine di giustificare gli elementi fondamentali di un gruppo (spesso altrimenti insostenibili). L’utopia è uno sguardo rivolto in avanti, intravede una felicità potenziale, è un luogo che non esiste la cui funzione è quella di evocare un futuro appassionante al fine di affermare teorie e pratiche conseguenti (spesso altrimenti insostenibili). Per quanto possa apparire verosimile, il mito ha la consapevolezza di sguazzare nella finzione. Invece, per quanto possa apparire inverosimile, l’utopia ha la determinazione di bagnarsi nella verità. Sia il mito che l’utopia possono essere apprezzati o criticati. Il primo per il suo fascino o per il suo artificio, la seconda per la sua innovazione o per la sua illusione.
Sebbene entrambi nascano come negazione (della mediocrità) del presente, sia il mito che l’utopia non se ne estraniano mai del tutto. Il mito offre racconti del passato che permettono di comprendere il mondo qui ed ora; è «la perennemente rinnovata rivelazione di una realtà che permea l’individuo fino al punto da costringerlo a conformarvi il proprio comportamento» (Leenhardt). L’utopia descrive un mondo futuro che sollecita l’azione qui ed ora; è «quel tipo di orientamento che trascende la realtà e insieme spezza i legami dell’ordine esistente» (Mannheim).
Laddove non arriva la storia, nasce il mito. Ciò è ovvio, non ha senso criticarlo. Ma la bellezza e la forza dei miti non deve far cadere nella tentazione di crearli ed usarli a scopi politici. Perché non è certo un caso se il mito viene usato da forze reazionarie, mentre l’utopia ha fatto breccia in quelle rivoluzionarie. Stimolatori dell’immaginazione dall’effetto agente, il loro modo di intervenire sulla storia è di segno del tutto diverso. La caratteristica del mito è quella di fondarsi solo sul sentimento, in contrasto con la ragione, e in tal senso è un potente mezzo di controllo sociale. Perché viene trasmesso per tradizione, opera per suggestione, è al di là di ogni critica e discussione. Un mito lo si subisce, proprio come la religione. Ecco perché corrisponde così bene alle esigenze totalitarie.
È quanto non aveva capito Sorel, ad esempio, il quale sosteneva il mito contro l’utopia a fini rivoluzionari. Ai suoi occhi la potenza indiscussa del mito costituiva una scorciatoia perfetta per accelerare la trasformazione sociale, senza farle perdere tempo con teorie tutte da dimostrare. In quanto progetto, l’utopia può essere ponderata, criticata, modificata e confutata, mentre il mito non si può rifiutare essendo l’oscura volontà delle masse («è l’insieme del mito che conta… non è quindi di alcuna utilità ragionare»). Egli definiva il mito politico «un’organizzazione di immagini capaci di evocare istintivamente tutti i sentimenti che corrispondono alle diverse manifestazioni della guerra intrapresa». I miti quindi «non sono descrizioni di cose vere», ma esprimono «la volontà d’un gruppo che si prepara alla lotta». Non hanno nulla a che fare con la verità dei pensieri, solo con la forza degli istinti.
Queste sue parole, redatte nel 1906, non aiutarono a provocare uno sciopero generale, scintilla della rivoluzione sociale. In compenso, verranno assai bene messe in pratica dai regimi totalitari. Questo perché il sentimento, quando viene staccato da ogni consapevolezza e lasciato in pasto ai soli istinti, diventa facilmente manipolabile. Come osservava Jung: «Con lo spirito del tempo non è lecito scherzare: esso è una religione, o meglio ancora una confessione, un credo, a carattere completamente irrazionale, ma con l’ingrata proprietà di volersi affermare quale criterio assoluto di verità, e pretende di avere per sé tutta la razionalità. Lo spirito del tempo si sottrae alle categorie della ragione umana. Esso è un’inclinazione, una tendenza di origine e natura sentimentali, che agisce su basi inconsce esercitando una suggestione preponderante sugli spiriti più deboli e trascinandoli con sé».
Quando Mussolini si vantava: «noi abbiamo creato un nostro mito. Il mito è una fede, è una passione. Non è necessario che sia una realtà. È una realtà nel fatto che è un pungolo, che è una speranza, che è fede, che è coraggio»; quando Goebbels precisava: «noi non parliamo per dire qualcosa, ma per ottenere un certo effetto»; quando i fascisti esaltavano la politica come «audacia, come tentativo, come impresa, come insoddisfazione della realtà, come avventura, come celebrazione del rito dell’azione»; si stavano tutti rivolgendo a quanti erano disponibili a scattare in preda alle narrazioni, perché refrattari ad agire sulla spinta delle riflessioni. Alla massa, al popolo, alla collettività: ad una manovalanza di abbrutiti.
Come in molti hanno fatto notare, è proprio quando la cosiddetta crisi sociale è forte (e i nemici sono alle porte) che il mito politico si fa preponderante rispetto alla razionalità. E quale ragione, quale coscienza possono sussistere oggi, in un’epoca di perdita del linguaggio e di erosione del significato, di tracolli economici e di esodi di massa? Senza considerare l’indigenza materiale e intellettuale, il frenetico sviluppo tecnologico, con la sua velocità e pervasività, impedisce all’individuo di interiorizzare ed elaborare una propria visione del mondo, non permettendogli una scelta critica autonoma e facendolo soccombere all’ipertrofia di una realtà circostante diventata troppa.
Ciò spiega perché oggi la narrazione mitopoietica abbia preso il posto del vecchio determinismo. Entrambi sollevano l’individuo dal gravoso compito di conoscere e di riflettere, lasciandolo in balìa del sentire l’imperativo di un destino sovrastante. Ma la mitopoiesi moderna ha fatto un salto terrificante rispetto a quella antica. Non si accontenta di inventare leggende sul passato remoto, laddove è impossibile stabilire la verità storica. No, trasforma in mito anche i fatti più recenti, facendo quindi della finzione una virtù e della verità un vizio. Dai palcoscenici del potere ci sono venuti a raccontare, per esempio, che Sacco e Vanzetti non sono stati mandati sulla sedia elettrica per via delle loro idee anarchiche, bensì per le loro origini italiane. In questa maniera è l’orgoglio nazionale a venire stimolato, il patriottismo, non certo l’ostilità verso lo Stato. Allo stesso modo dalle latrine del movimento ci sono venuti a raccontare, per esempio, che negli anni 70 non c’erano organizzazioni politico-militari composte da militanti marxisti-leninisti, bensì bande di allegri avventurieri. In questa maniera nei confronti di chi ha ambizioni autoritarie viene sollecitata l’ammirazione, non certo il disprezzo o la distanza.
Ma la narrazione mitologica in cosa si differenzia dal revisionismo storiografico? Quest’ultimo non è forse una «narrazione storica capace di divenire momento di suggestione o di coagulo, di spinta o di risultato, per una lettura e visione del passato facilmente spendibile e utilizzabile sul terreno politico o comunque nell’arena pubblica»? Se si giustifica il ricorso all’adulterazione, allora perché scandalizzarsi di fronte alla narrazione fascista sulle foibe? Evidentemente non perché essa sia sostanzialmente falsa, ma solo perché l’uso strategico della menzogna viene qui messo al servizio dell’estrema destra anziché dell’estrema sinistra.
Certo, è impossibile negare che un qualche aspetto mitologico sia pressoché inevitabile in ogni rievocazione del passato, per quanto rigorosa ed accurata sia. La memoria, così come la ricerca storica, sono pur sempre di parte, esercitate da individui in carne e ossa con le proprie passioni e convinzioni. Perciò sono selettive e tendono a correggere i fatti, a dilungarsi sui meriti che più stanno a cuore e a liquidare i demeriti che più causano imbarazzo, ingigantendo i primi e sminuendo i secondi. Ma se lievi esagerazioni, in eccesso come in difetto, possono essere comprensibili e giustificabili, non per questo è da apprezzare e teorizzare una loro proliferazione.
Leggere i molti testi autobiografici di chi ha combattuto sulle barricate può essere esaltante, nessuno lo nega. Ma assai più istruttivi sono quei pochi libri che hanno cercato di esaminare gli errori commessi durante le rivoluzioni. Le emozionanti memorie di comunardi hanno conosciuto molte più traduzioni e ristampe del «manuale pratico degli errori» scritto da Jules Andrieu (delegato ai Servizi pubblici della Comune, nonché amico di Varlin e di Verlaine) come contributo alla comprensione di quanto accaduto. Il mito della Comune non ne perpetua solo l’entusiasmo, ma anche i limiti. Come premessa ad una futura riscossa ci vuole ben altro; non la suggestione, ma la riflessione. Ovvero una Comune senza mito.
Allo stesso modo la lettura di un libro come quello di Vernon Richards sugli insegnamenti della rivoluzione spagnola è in un certo senso più necessaria di quella delle varie biografie di anarchici pistoleri e dinamitardi. Nel 1956, ventesimo anniversario della rivoluzione spagnola ed anno dell’insurrezione ungherese, Louis Mercier raccomandava di evitare «le narrazioni che trasfigurano il passato e forniscono un alibi alla nostra fatica odierna. Quando rimangono solo santini, il tradimento di chi è sopravvissuto è acquisito». Nel suo rifiuto della leggenda egli affermava che «il primo compito necessario al nostro equilibrio è quello di riesaminare la guerra civile sui documenti e sui fatti, e non di coltivarne la nostalgia con le nostre esaltazioni. Compito che non è mai stato condotto con consapevolezza e coraggio, perché avrebbe indotto a mettere a nudo non solo le debolezze e i tradimenti degli altri, ma anche le nostre illusioni ed incapacità, di noi libertari».
Oggi le narrazioni leggendarie non infestano soltanto quanto accaduto un secolo fa, o quarant’anni fa, ma anche ciò che è accaduto ieri o l’altro ieri. La fantasia al servizio della menzogna, come balsamo per la banalità contemporanea con le sue illusioni ed incapacità. Negare la realtà dei fatti fagocitandola in una comoda ed elastica fede che non ammette discussioni, ma solo quotidiane preghiere. A chi giova tutto ciò? Dai leader democratici (che al tempo stesso non sono mai stati eletti) ai leaderini rivoluzionari (che al tempo stesso sono indicatori di polizia), giù fino ai loro rispettivi portaborse e portazainetti, c’è tutta una immane schiera di cazzari in preda al bisogno di raccontar(se)la e di evitare ogni critica. Basta promuovere leggi qualsiasi per cinguettare che la ripresa c’è (e abbasso i «gufi»); basta organizzare iniziative qualsiasi per comunicare che la lotta c’è (e abbasso i «criticoni»). Solo così il susseguirsi di bassezze e di ambiguità, di intrighi e di aberrazioni, di vanità e di ipocrisie può apparire come una linea favolosa da seguire.
Una sfida alla miseria del presente, non una sua affabulatoria edulcorazione. Un pensiero per sollevare i deboli e minacciare i potenti, non una suggestione per trascinare i primi e licenziare i secondi. L’utopia è l’esatto contrario del mito. Formula un progetto, è l’espressione di una volontà cosciente e ponderata, tende a una prova dei fatti, si sottopone alla critica e al dibattito. Non mistifica la verità, la cerca. L’ebbrezza della sua seduzione accompagna la fondatezza della sua ragione, non la sostituisce.
Una volta creata nella propria mente, l’utopia inizia a vagliare i pensieri e le azioni. Diventa etica. Non si accontenta della rilassatezza della verosimiglianza, esige la tensione della coscienza. Perché l’utopia non cade dal cielo o prorompe dalla terra, già bella e pronta. E non è il destino inevitabile che ci aspetta. La si costruisce. Per realizzarla nella storia bisogna incarnarla nella propria vita. Non si arriva all’utopia attraverso il realismo, non si arriva alla libertà attraverso l’autorità. Con un mito costruito con parole e diffuso attraverso la stampa e la radio, un pugno di ingegneri di anime ha fatto fare in passato il passo dell’oca alle popolazioni di mezza Europa. Oggi, con un mito costituito soprattutto da immagini e diffuso attraverso la stampa, la radio, la televisione ed internet, battaglioni di ingegneri di anime possono far fare lo struscio del verme all’intera umanità. Contro il mito, l’utopia necessita che tutti siano consapevoli. Consapevoli dei fini da raggiungere quanto dei mezzi da impiegare — dai flauti ideali ai martelli materiali. Tutto ciò, oltre a non essere realistico, non è di certo attuale. Ma l’attualità è qualcosa che solo il pubblico segue. Fuori dal pubblico, la si crea.