Lo Stato operaio

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Lo Stato è oggi l’espressione, l’organo delle classi dirigenti, è dunque lo Stato borghese, sia!
Se invece del caporalume clericale o di scaltriti legulei, lo Stato fosse nelle mani di uomini ispirati e penetrati dalle idee più radicali, più libertarie, più rivoluzionarie, se esso fosse insomma nelle mani stesse dei lavoratori, sarebbe perciò meno lo Stato, il governo? Non sarebbe sempre la dittatura?
E la dittatura, essendo operaia, sarebbe meglio disposta e più adatta a risolvere la questione sociale?
No! La dittatura, qualunque essa sia, non potrà mai rappresentare il popolo.
Essa rappresenta pure, può osservare qualcuno, le classi dirigenti.
Senza dubbio. Ma che cos’è la borghesia? Che cosa sono le classi dirigenti? Una oligarchia che ha interessi propri, interessi particolari in opposizione all’interesse generale. Si comprende quindi perfettamente che essa possa incarnarsi in una breve accolta di individui ed imporre leggi conformi alle sue cupidigie senza alcun rispetto al diritto altrui; che sotto l’egida di un governo il quale è espressione delle sue passioni e dei suoi appetiti, essa divida i buoni porti, i canonicati tra i suoi fedeli. Le oligarchie non possono sussistere che nella dittatura. Come volete dunque che la dittatura possa rappresentare il popolo, che è quanto dire l’universalità degli interessi armonizzati nella giustizia?
Se essa non può esercitarsi che da un ristretto numero di individui, non può sussistere che a condizione di concentrare, di riassumere nelle mani dei pochi tutte
le forze della società, tutti i mezzi d’azione. Essa non sarà dunque mai il governo diretto del popolo pel popolo, giacché il popolo è da essa spossessato.
Supponiamo che la dittatura sia esercitata da lavoratori in nome di pretesi interessi proletari e socialisti, a profitto di un sedicente socialismo.
Forse che qualche cosa sarà mutato?
Perché confidare le soluzione del problema — il trionfo dei vostri interessi — a qualcuno, sia pure dei vostri?! Forse che codesti delegati operai conosceranno meglio di voi, meglio che la classe stessa dei lavoratori, il problema sociale e sapranno meglio che non l’insieme dei loro colleghi risolvere le questioni pendenti e conoscere quanto possa convenire a tutti ed a ciascuno?
Per esser operaio o socialista, cesserà lo Stato di essere un ingranaggio al di sopra ed all’infuori di voi, una forza accentrata a danno della libertà e della sicurezza di tutti?
Quando avrete rassegnato tutti i vostri diritti, tutte le vostre volontà a questi operai, fratelli vostri, che hanno oggi con voi comunanza d’interessi sotto il giogo dell’oppressione comune, che cosa resterà a voi, la gran massa, per proteggervi contro i facili errori e contro la possibile defezione dei vostri delegati?
Chi vi garantisce che essi saranno domani quel che sono oggi, chi vi assicura che essi continueranno a vedere ed a sentire come oggi, quando invece di essere il
grano che la macina stritola, saranno domani la macina che stritola il grano?
E ammesso pure che questi proletari saliti al governo rimangano impeccabili, puri, devoti, che il potere non li inebri e che essi cerchino con immutata buona fede la soluzione, senza riserve, del problema sociale: ammesso ancora che la vostra scelta sia felice, che i vostri eletti siano i più intelligenti ad un tempo ed i più onesti, che essi vogliano come noi tutti la giustizia e l’eguaglianza sociale; poiché questa giustizia sociale si chiama per gli uni comunismo, per gli altri collettivismo, mutualismo, cooperazione, etc., quale soluzione adotterà lo Stato operaio?
Sarà per il Comunismo o per il Fourierismo, per Saint-Simon, per Proudhon, per Marx o per Bakunin?
Una cosa è certa, che lo Stato, la dittatura, non potrà realizzare tutte ad una volta le diverse tendenze, che non può ad un tempo organizzare il lavoro sulla base collettivista e comunista, né seguire Proudhon e Cabet, né legiferare in nome di Fourier e di Saint-Simon né fondare l’eguaglianza assoluta sull’equivalenza delle funzioni e stabilire allo stesso tempo il governo delle capacità.
Lo Stato è l’unità, la centralizzazione, deve dunque scegliere una soluzione escludendo tutte le altre, che la codifichi e la imponga.
In virtù di quale infallibilità?
Perché ove non venisse ad una scelta, che cosa sarebbe lo Stato ed a che cosa potrebbe servire?
Notiamo ancora: la sociologia è scienza ben lontana dalle sue ultime conclusioni,
essa è soltanto ai suoi primi vagiti. Ogni giorno che passa segna una nuova conquista dell’intelligenza umana, una nuova scoperta industriale, una vittoria nuova della scienza sull’ignoranza Bisogna dunque trovare un meccanismo nel quale i progressi sociali possano affermarsi e svolgersi ad ogni minuto e contemporaneamente su tutti i punti, senza ostacoli e senza scosse, per cui alla società umana sia consentito di svilupparsi come l’organismo umano, come la pianta, per assimilazione incessante e completa di tutti gli elementi di vita, di forza e di progresso. Questo meccanismo non può essere lo Stato, e neanche lo Stato operaio costretto a regolare con la sua autorità l’organizzazione del lavoro e la costituzione economica della società.
Questo meccanismo non può essere che l’autonomia la quale — lasciando ai lavoratori, agli interessati, ai gruppi spontanei ogni più ampia libertà d’azione — permetterà la soluzione di tutti i problemi sociali con la più grande soddisfazione degli interessi generali e particolari.
Lo Stato borghese è il vostro nemico, sta bene. Lo Stato operaio sarà impotente
 perché dittatura, perché governo, perché contrario quindi alla libertà che è il diritto, all’eguaglianza che è la giustizia.
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Pubblicato il 20 giugno 2016, in Il raggio riflesso, informazione e cultura con tag , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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