Archivio mensile:luglio 2016

Antipolitica

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Volin
Esiste un’idea che non è stata uccisa nella rivoluzione russa: ed è la circostanza della sopravvivenza di quell’idea che noi consideriamo come la causa fondamentale dello scacco subito dalla rivoluzione. Questa è l’idea della «politica». La sua essenza è che la politica — il partito politico; la lotta politica; il metodo politico (la conquista del potere); l’organizzazione politica (stato, governo); e così via — possa anzi debba essere la leva principale della rivoluzione sociale. Fu questa l’idea fondamentale che guidò la rivoluzione russa. E questa idea uccise la rivoluzione.
Perché? Che cos’è la politica?
Noi pensiamo che politica è l’agire entro un sistema d’istituzioni e di attività che dà agli uni (minoranza) il diritto formale e la facoltà materiale di sfruttare gli altri (maggioranza).
Se «la proprietà è un furto», la politica è la sanzione del furto.E se una rivoluzione si mette per la via della politica, se essa affida all’una o all’altra minoranza (qualunque sia la sua denominazione) il diritto e la facoltà di agire politicamente, essa permette con ciò a codesta minoranza di restaurare il sistema del furto (dello sfruttamento), di sanzionare nuovamente questo sistema. E allora la rivoluzione sociale è radiata dalla realtà.
Inevitabilmente, la politica riconduce la rivoluzione, socialmente parlando, al suo punto di partenza: alla ricostruzione, con nuovi personaggi e sotto nuovi nomi, della sostanza stessa del vecchio ordine di cose. È ciò che è avvenuto per la rivoluzione russa.
Questo risultato è chiaro per qualcuno fin da ora, alla fine dei primi dieci anni. Esso diverrà chiaro agli occhi di molti un po’ più tardi. Sarà una verità acquisita per tutti in un avvenire abbastanza vicino.
Allora i lavoratori comprenderanno che sola potrà «scuotere il mondo» una rivoluzione che elimini ogni politica, ed agisca esclusivamente con altri metodi, metodi di libertà, economici e sociali.
Allora soltanto diverrà possibile una rivoluzione che effettivamente rimuoverà il mondo.
[La Lotta Umana, 3/12/1927]
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Una religione di merda e morte

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Sadegh Hedayat
Noi che non eravamo abituati a seppellire vive le nostre figlie neonate! Noi che un tempo avevamo la nostra cultura, il nostro benessere e la nostra libertà. Li abbiamo visti arrivare, e sono venuti per toglierci tutto ciò. In cambio ci hanno fatto dono di povertà, penitenza, culto dei morti, lamenti, mendicità, rimpianti ed obbedienza a un Dio perfido e sanguinario, oltre alle istruzioni su come pulirci il culo e come andare al cesso. Tutto ciò che fanno è pieno di sporcizia, o macchiato di bassezza, avarizia, morte e miseria.
Perché hanno sempre la faccia triste e l’aria sorniona? Perché le loro canzoni assomigliano a gemiti? Perché sono di natura frignona, vivono con il rimorso e non fanno che adorare i morti.
A causa di quest’arabo mangia-lucertole, che secoli fa si è fatto ammazzare mentre cercava di essere Califfo, gli esseri viventi devono cospargersi il capo di letame e piangere. Quando andate alla moschea la prima cosa che vi colpisce è la puzza di cesso, come se fosse per diffondere la fede e convertire gli infedeli affinché vengano a gustare i fondamenti di questa religione. Poi si lavano mani e piedi sporchi nella fetida bacinella e, al ritmo delle urla del Muezzin, s’inchinano su luridi tappeti davanti al loro Dio assetato di sangue borbottando incantesimi.
La loro cerimonia del sacrificio è dedicata al massacro e alla tortura di animali, in mezzo al terrore e alla sporcizia, per compiacere il loro Dio misericordioso e clemente. Il loro Dio ebreo è oppressore, geloso e vendicativo: ordina stragi e saccheggi e, prima che finisca l’Universo, manderà il suo Imam occulto a guidare l’Umma in una tale carneficina che il sangue raggiungerà le ginocchia del suo cavallo.
Dopo tutto il vero credente è colui che mette da parte tutte le passioni terrene, lascia il piacere lascivo per il mondo futuro e trascorre la sua vita in povertà, facendo felici i sacerdoti della sua religione con donazioni. Costoro vivono sotto il dominio dei morti. Le persone di oggi sono costrette a seguire le sinistre regole di migliaia di anni fa, cosa che nemmeno gli animali più infimi farebbero.
Invece di dedicarsi alle cose dello spirito e alla filosofia e all’arte, le loro preoccupazioni quotidiane consistono nel discutere da mane a sera dei loro dubbi in merito al numero di volte che bisogna immergersi in acqua dopo un orgasmo.
La legge islamica è stata creata per le parti basse del corpo. Sembra che prima dell’Islam nessuno si riproducesse e che Dio abbia mandato il suo ultimo messaggero per chiarire tutto ciò! Tutto l’Islam si basa su ciò che è Haram [proibito] e cosa è Halal [lecito]. Se togliessimo gli organi sessuali del corpo e il culo, allora non rimarrebbe nulla di questa Religione. I sacerdoti sarebbero costretti a farfugliare per tutto il giorno qualche frase o strofa assurda in arabo per ingannare le masse.
Ovunque arrivi la loro conquista, essi trascinano le persone nella miseria e nella disgrazia, rendendole vittime sventurate di ignoranza, pregiudizio, povertà, delazione, ipocrisia, pronte al furto e al servilismo… peggio, a leccare il culo ai mullah. Hanno trasformato le terre occupate in terreni incolti e deserti.
Ma, come il bastone di Mosé che si è trasformato in drago facendolo indietreggiare, anche questo mostro a sette teste sta divorando il mondo intero. La pratica di prostrarsi cinque volte al giorno davanti al dio onnipotente, il cui nome è obbligatorio pronunciare in arabo, basta a rendere le persone servili, patetiche e ignobili.
Cosa ci hanno portato i musulmani? Solo un disgustoso miscuglio di precetti e di opinioni contraddittorie prese a prestito da antiche sette, religioni e superstizioni, un miscuglio fatto in fretta senza alcun senso, ostile ad ogni ingegnosità di spirito e contrario ad ogni sorta di progresso e illuminazione umana, cacciato a forza in gola alla gente con la spada! L’Islam significa solo una cosa: la spada o l’accattonaggio. O pagate qualche tributo agli islamici oppure dovrete affrontare la vostra distruzione definitiva. Essi portano via tutto il vostro benessere, alimentano il fuoco con i vostri libri, e buttano in acqua e distruggono tutta la vostra arte. E se voi glielo permettete, loro continueranno a farlo, non smetteranno finché tutto ciò che esiste degli esseri umani civilizzati non sarà distrutto. Ovunque sono andati, hanno fatto lo stesso!
 (1948)

Distruzione

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Louise Michel
In altri tempi, la massa popolare che crede nei possibili aggiustamenti delle vecchie leggi gridava arrabbiata: Revisione! Revisione! Avevamo un bel dire che, pur cambiando i vestiti usati con altri alla moda, non sarebbe cambiato il manichino, e che la vecchia cara Costituzione sarebbe rimasta la stessa, bardata da Cornelia — eravamo troppo nel vero per essere creduti, e chi stava al governo si era fatto carico di procedere a vele spiegate.
Già da domani più nulla sarà possibile se non la Rivoluzione — Tutte le riforme ruminate affinché diventino opportunamente possibili; tutte le cose mostruosamente rivestite di bava di rettile perché si possano inghiottire — fanno orrore; ciò che reclamano tutte le miserie, tutte le indignazioni, è la Distruzione!
Non vi è nulla da conservare delle maledette leggi che permettono di imbottire di mitraglia il ventre dei lavoratori, e di biglietti di banca le casse degli illustri truffatori che legiferano.
Che esseri umani in questa società capitalista! Vi brulicano con agio le larve più immonde!
Ma anche in questo letamaio germinano per futuri raccolti i forti semi innaffiati perennemente dalla rossa rugiada del sangue.
Distruzione! per tutte le infamie. Rivoluzione! se l’umanità vuole vivere.
Ci si rammarica per i neri d’Africa mancanti della lebbra della nostra civiltà.
Aspettiamo a portar loro i nostri costumi che varrebbero più dei loro!
Sarà la Rivoluzione a passare sul mondo, seminando la libertà, la giustizia, la vita; è la Distruzione che occorre alla società attuale.Le passeggiate alla ghigliottina e al potere, le coalizioni di sovrani ed affamatori, le fucilate sugli scioperanti, è questo che sarà riabilitato di nuovo con una revisione!
Fuoco alle leggi che ci fanno ciò che siamo, largo a una fase umana o alla morte!

Rifiuto della leggenda

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Louis Mercier
Costruita sugli uomini, la Rivoluzione spagnola non è né una costruzione perfetta né un castello leggendario. Il primo compito necessario al nostro equilibrio è quello di riesaminare la guerra civile sui documenti e sui fatti, e non di coltivarne la nostalgia con le nostre esaltazioni. Compito che non è mai stato condotto con consapevolezza e coraggio, perché avrebbe indotto a mettere a nudo non solo le debolezze e i tradimenti degli altri, ma anche le nostre illusioni ed incapacità, di noi libertari.
La mania di vantare i nostri atti d’eroismo e le nostre capacità d’improvvisazione è fatale, perché riduce al solo piano personale la ricerca di soluzioni sociali e cancella con un artificio della propaganda le situazioni a cui non fummo in grado di far fronte. La tendenza a magnificare i militanti della CNT e della FAI maschera la nostra incapacità di operare in modo efficace laddove ci troviamo, laddove lavoriamo e siamo in grado di intervenire. Troppo spesso è una evasione dal nostro tempo e dal nostro mondo. Senza contare che gli stessi militanti spagnoli si ritrovano sollevati dalle loro responsabilità, si vedono sospesi come immagini di santi che non sanno d’esserlo, e cristallizzati in atteggiamenti mentre occorre che agiscano con gli occhi aperti.
Non possiamo vivere nel disprezzo del presente per sostenere che ciò che è stato non sarà più, con l’orgoglio che copre la ritirata. La Spagna non fu solo offerta dal caso delle mute societarie; così come non è stato soltanto il crogiolo in cui andarono a fondersi i destini individuali. Evitiamo quindi le narrazioni che trasfigurano il passato e forniscono un alibi alla nostra fatica odierna. Quando rimangono solo santini, il tradimento di chi è sopravvissuto è acquisito.
Nel 1956 la speranza di un ritorno e di una rivincita assume, forse in maniera più chiara che nel 1936, la forma del lieto fine e non dell’impegno nella realtà. Per molti rivoluzionari accorsi nella Spagna di fuoco e di lotta, non era una speranza ma la fine della speranza, l’estremo sacrificio gustato come una sfida ad un mondo complicato e assurdo, come il tragico risultato di una società in cui la dignità umana viene ogni giorno calpestata. Completamente dediti alla realizzazione del loro destino individuale in una situazione che permettesse il dono totale, pochi di loro pensarono al domani.
È così che, nel segreto dei cuori, nell’isolamento che risponde al vomito e alle promiscuità della vita banale, si coltiva il ritorno al luglio 1936 come l’attesa di una grande festa barbara e religiosa. Guardiamoci da questa attesa, se non vogliamo finire nell’amarezza e nella delusione. La dinamite cerebrale della Spagna del 1936 era asciugata dal sole delle miserie e delle rivolte. Esplose e si perse troppo ai quattro orizzonti della penisola e del mondo, lasciando in piedi miseria e fabbriche in rivolta. Il coraggio non era seduto solo sul treppiedi della mitragliatrice. L’eroismo non fu riservato solo agli assalti. L’uno e l’altro scavavano nella roccia dell’esistenza di ogni giorno e fornivano un’armatura alle velleità episodiche delle masse. Ieri come oggi, esse dovevano affrontare l’assurdo provocato dalle equazioni economiche e dai clamori di folle mutevoli.
Questa consapevolezza delle situazioni sociali duramente pagata con un doloroso apprendimento non possiamo perderla, né in Spagna né altrove. La passione libertaria assume valore solo in funzione dei problemi da risolvere; non può perdersi nelle apocalissi di circostanza o consumarsi in cupe esaltazioni. Certo, trova alimento nell’esperienza del miliziano che stringe il suo fucile a garanzia della propria indipendenza, ma anche nello sforzo dell’operaio anonimo che stimola correnti lucide e prepara futuri meno desolanti.
Nello strano universo in cui viviamo, le false speranze che permettono di dimenticare i cento metodi che contribuiscono a fabbricare i totalitarismi non sono né coraggiose né eroiche. La volontà e l’audacia individuali possono intervenire anch’esse sugli schemi, le statistiche e i fatti. Tanto quanto l’azione della comunità volontarie può influenzare il destino del mondo, a condizione di prevedere e misurare.
Nelle buche scavate lungo le colline d’Aragona, gli uomini vissero fraternamente e pericolosamente, senza bisogno di speranza perché vivevano pienamente, consapevoli di essere ciò che avevano voluto essere. È un dialogo con loro, un dialogo con i morti che abbiamo tentato affinché della loro verità rimanga di che aiutare i sopravvissuti e i vivi.
Bianchi, il ladro che offrì il prodotto dei suoi furti per comprare armi.
Staradolz, il vagabondo bulgaro che morì da signore.
Bolchakov, il machnovista che, sebbene senza cavallo, perpetuò l’Ucraina ribelle.
Santin il bordolese, i cui tatuaggi rivelavano l’ossessione di una vita pura.
Giua, il giovane pensatore di Milano venuto a bruciarsi all’aria aperta.
Jimenez dai nomi multipli che dimostrò la potenza di un corpo debole.
Manolo, il cui coraggio ci fece misurare le nostre ridicole audacie.
Di tutti questi, e di mille altri, non rimangono che tracce chimiche, residui di corpi bruciati con la benzina, e il ricordo di una fratellanza. Ci è stata data prova di una vita collettiva possibile, senza dio né padrone, quindi con gli uomini così come sono e nelle condizioni di un mondo così come gli uomini lo fanno.
Perché questo esempio dovrebbe essere valido solo per ore di alta tensione? Perché il destino non si potrebbe forgiare tutti i giorni?

Quel che è stato, è Stato

Come diceva Pasolini “i diritti civili sono i diritti degli altri”, quelli difficili da comprendere ma che però esistono e chi si definisce persona civile deve tenere in considerazione …

Sorgente: Quel che è stato, è Stato

La Clinton: “Io presidente, attaccherò l’Iran”

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Foto: Mad Magazine

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La candidata Hillary Clinton l’ha detto in una riunione selezionata al Dartmouth  College per raccogliere fondi. Chiaramente, i selezionati ascoltatori erano della nota lobby,  senza il favore e i soldi della quale  nessun candidato ha la minima speranza di vincere le elezioni  in Usa.  La  nota lobby è ovviamente contrarissima (come Netanyahu)  all’accordo sul nucleare iraniano che Obama cerca di firmare prima della sua scadenza.

Hillary dunque ha assicurato i selezionatissimi pagatori: “Anche se un tal accordo si produce, noi avremo sempre dei problemi maggiori con l’Iran. Sono gli sponsor in capo del terrorismo mondiale…una minaccia esistenziale all’esistenza di Israele”.

Poi,  alzando la voce e scandendo le parole:

Voglio che gli Iraniani sappiamo che, io presidente, attaccheremo l’Iran. Nei prossimi 10 anni durante i quali potrebbero stupidamente considerare di lanciare un attacco contro Israele, noi saremo capaci di obliterarli totalmente”.

Gilad Atzmon ha diagnosticato come “Sindrome di Stress pre-Traumatico” (PreTS) la classica affezione mentale giudaica che consiste nel farsi  stressare  da un evento  traumatico “prima”  che accada,  che probabilmente non si verificherà,  e spesso del tutto immaginario, onde giustificare  l’aggressione preventiva del nemico immaginario fino alla sua totale obliterazione – allo scopo d placare la Pre-TS), ossia lo stress immaginato provocato da un nemico esistente nella fantasia ebraica.  Hillary Clinton ha vellicato al massimo tale sindrome della nota lobby, promettendo che se  essa le dà i quattrini per farla presidenta, farà  la guerra a Teheran.

Perché, ha giurato, “gli Stati Uniti sono al fianco di Israele oggi e per sempre. Abbiamo interessi comuni. Idee comuni. Valori comuni”.  Poi, quasi temendo che potessero non crederle: “Io ho una volontà di ferro per mantenere la sicurezza di Israele.  Le nostre due nazioni lottano contro una minaccia comune, la minaccia dell’estremismo islamico. Io sostengo fermamente Israele e il suo diritto all’auto- difesa  e penso che l’America dovrebbe aiutare questa difesa.  Io sono coinvolta ad assicurare che Israele mantenga un vantaggio militare per far fronte a queste minacce (immaginarie, ndr.).  Io sono profondamente  preoccupata della minaccia crescente che rappresenta Gaza e la campagna di terrore condotta da Hamas”.

E’ il triste destino d i chi è colpito da  Stress pre-Traumatico: più Israele distrugge Gaza, dove la gente vive ancora fra le macerie dell’ultimo bombardamento di anni fa, e  più sente che “la minaccia di Gaza cresce”. Per questo bisognerà eliminare ogni singolo abitante di Gaza, altrimenti non ci si s ente tranquilli..

Immagino  che Hillary sia poi passata col cappello fra gli astanti. Che gliel’avranno riempito generosamente di fondi. Anche se la competizione in ebraismo degli altri candidati è scatenata, con questo Do di petto la signora sembra aver superato in diapason gli strilli della concorrenza: fatemi presidente, e io vi annichilisco l’Iran.  Così, tanto per piacervi.

http://www.globalresearch.ca/hillary-clinton-if-im-president-we-will-attack-iran/5460484

Un solo dubbio: non sarà un po’ troppa carne al fuoco? Proprio adesso la celebre Brooking’s Institution ha messo a punto un piano per l’invasione americana della Siria; invasione proprio diretta –  non più per interposto ISIS  –  come Washington ardeva di fare dal 2011, e  in cui fu frustrata dalla mossa di Putin; e  il Pentagono con la NATO sta intensificando i preparativi per la tanto sospirata guerra alla  Russia.  Guerra preventiva,  e guerranucleare, per difendere l’Ucraina e i baltici minacciati (lo sanno tutti) d’invasione da Mosca.

Se non ci credete, ecco qui sopra la copertina dell’accurato studio della Brooking’s.

 

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Il piano è geniale: siccome il governo Assad, dopo tutti  questi anni, ancora non cade e la popolazione lo sostiene, bisogna  per forza mettere  gli scarponi Usa sul terreno. Lo si faccia, prescrive il think-tank,  creando “zone di sicurezza”  che  le truppe speciali  americane terranno con le armi; zone ripulite  per i ribelli moderati dove i terroristi democratici potranno esercitare la democrazia. “Se Assad fosse così’ scemo da minacciare queste zone –  recita letteralmente il Progetto – perderebbe senza dubbio la sua forza aerea nel corso dei bombardamenti di rappresaglia che seguirebbero, condotti dalle stesse forze (speciali), ciò che priverebbe i suoi militari del solo vantaggio  di cui godono in rapporto all’ISIS”.  Così confermando che il motivo del Progetto d’invasione  Usa  è proprio aiutare l’ISIS, che da solo non ce la fa’.

http://journal-neo.org/2015/06/26/us-to-begin-invasion-of-syria/

Quanto alla nobile volontà di incenerire la Russia con bombardamenti nucleari preventivi,   il progetto ha una copertina ancora più bella:

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Sottotitolo: a competitive strategies approach to defining US nuclear strategy and posture, 2025-2050.  Lo ha elaborato il CSIS, Center for Strategic and International Studies, un altro pensatoio pieno di idee vulcaniche che è alquanto infarcito di gente del Pentagono e della Cia. Ma non fatevi ingannare dalle date, alquanto lontane, da 2025 in poi: già adesso, nelle potenti ed incessanti  esercitazioni militari in corso  da settimane  fra Ucraina, Polonia e Germania  per intimorire Putin, le bombe atomiche sono integrate  nelle grandi manovre. Lo ha rivelato il Guardian.

Aggiungiamo che Ashton Carter, il nuovo ministro del Pentagono, è un entusiasta dell’idea di colpire la Russia con armi nucleari tattiche, per punirla di aver – secondo loro – violato i i trattati  sulle armi atomiche a medio raggio. In realtà, c’è una gran voglia di   sperimentare   dal vivo i gioiellini nuovi  che ha trovato al Pentagono:   come dice il CSIS, “ bombe atomiche  più utilizzabili,   meno potenti ma precise e con effetti spoeciali  (ah, gli effetti specjiali!, ndr.) con meno effetti collaterali, con una più grande radiattività, e capacità di penetrare nel sottosuolo, con pulsazioni elettromagnetiche ed altre capacità a misura della tecnologia che progredisce”.   Nella certezza  che Mosca non possa rispondere con armi di pari efficacia, c’è  la gran tentazione di rischiare l’attacco preventivo; tanto, se si sbaglia, la guerra atomica avverrà in Europa, mica in America.

Si aggiunga che hanno un paio di rivoluzioni colorate in corso (in Armenia e in Macedonia) nell’intento di replicare una Maidan anche là; che l’Ucraina  va armata fino ai denti  per lanciarla alla riconquista della Crimea; che è in corso la militarizzazione di tutti i paesi dell’Est confinanti con la Russia   carri d’assalto, veicoli vari e munizionamenti posizionati in modo permanente  (ha detto Carter), una forza d’intervento rapido di 40 mila uomini  – e tutto qui, in Europa – uno  ha voglia di sollevare lo sguardo da questo gelido vento di  demenza che spira da Washington…e guardare alla terra della civiltà, della cultura  e del buon senso.

L’Europa.  Che farà l’Europa?

Mogherini contro la Russia

L’Europa farà una tv e delle radio in lingua russa per “la propagazione dei valori europei” nei paesi dell’Est  e nella R ussia stessa.  “Il progetto di una catena tv in lingua russa è sostenuto da Polonia, Svezia, Danimarca Germania, Paesi Bassi e Inghilterra”, ha scritto il Time, e ha spiegato perchè: “I diplomatici si rendono conto che stanno perdendo la guerra d’informazione contro la Russia”.

“Contro” la Russia, si prega notare.  L’Unione Europea   partecipa alla guerra contro  la R ussia. Il progetto è stato affidato alla Alta Rappresentante eccetera eccetera, ebbene sì, proprio lei: Federica Mogherini. Entusiasta del compito, aveva dichiarato già a gennaio: “Lavoriamo (ormai usa il plurale majestatis, ndr.) a  mettere in atto una strategia di comunicazione per fare fronte alla propaganda in lingua russa!”.  Aspettiamo a piè fermo, qualcuno ci avverta quando la Mogherini Network comincia a bombardare le menti e i cuori dell’Est coi nostri valori.

Quel che conta è la volontà: siamo contro la Russia anche noi, nel nostro piccolo.

E Berlino raddoppia in NorthStream con Putin

Perché altri, nel loro grande, fanno di meglio. Quando il segretario alla difesa Ashton Carter è atterrato a Berlino  per  mettere a punto i preparativi  per la guerra, era già stato preceduto dalla seguente notizia: Gazprom e i tedeschi hanno firmato l’accordo che raddoppierà la portata del North Stream, il gasdotto che passa sotto il Baltico.  “Con l’aiuto della Russia, la Germania diverrà lo hub energetico dell’Europa”, si allarma la rivista americana del settore energetico, Trumpet: “quantità crescenti di gas fluiscono dalla Germania  e sono distribuite ad Olanda, Belgio, Francia e Gran  Bretagna. In tal modo la Germania aumenta il potere della Russia, e l’Europa Occidentale diventa dipendente dalla Ger,ania anche per le forniture energetiche”.

Ma ma ma…Ma non sono   in corso le dure sanzioni contro la Russia, come ci era stato ordinato dall’America?  Le dure sanzioni comprendono per noi la rununcia a vendere il grana padano,  la mozzarella e tutto il resto…e la Germania non partecipa al sacrificio?

No, spiega Trumpet: “Non lasciate  che la nube dell’attuale conflitto in Ucraina oscuri quel che sta accadendo. Germania e Russia hanno una storia di cooperazione segreta  – anche se i titoli di prima pagina fanno credere il contrario…..Una volta che la (raddoppiata) pipeline sarà finita, quasi tutto l’Est  Europa sarà tagliato fuori dall’affare del gas. Non ci sarà bisogno di far transitare il gas attraverso Ucraina, Polonia, Romania, Bielorussia, Ungheria e Slovacchia”.

(Gazprom’s Dangerous New Nord Stream Gas Pipeline to Germany, The Trumpet)

Che ne dite? A me, quasi quasi, la notizia rallegra. Mostra che  tutti sono sedotti e contagiati dal vento gelido della demenza che tira da Washington.  Come nella orwelliana Fattoria degli Animali, “dove tutti sono uguali ma i maiali sono più uguali degli altri”, i maiali stanno  infischiandosene delle sanzioni e fanno affaroni strategici con il Nemico.  La guerra la fanno fare a noi, bravi soldatini agli ordini.  Ma almeno è consolante vedere che  noi italiani, i soci fondatori dell’Europa, obbedienti soldatini alla guerra del Parmigiano, non siamo colti da demenza tragica americanoide;  sulla scena mondiale siamo il solito Cretino Collettivo che si fa’ infinocchiare dalle potenze, grato per il privilegio di essere  degnato  da loro di pagare i  cattivi investimenti fatti dalle banche tedesche in Grecia.   Noi, il socio fondatore.

Se non usciamo subito  dalla NATO,   finirà che saremo noi i soli ad entrare in guerra con la Russia.  Magari insieme a Tallin e Varsavia, sai che godimento.

Dopo il vento, la tempesta

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Davanti all’evidenza dei fatti, erano i soli interrogativi possibili. Per la polizia degli Stati Uniti, così generosa a seminare morte tra i neri in tutto il territorio nazionale, quando e dove sarebbe cominciata la raccolta della tempesta? La risposta è infine arrivata, diventando la notizia del giorno: alle 20:58 di giovedì 7 luglio, a Dallas. Nella città del Texas una pacifica manifestazione di protesta contro i due recenti omicidi avvenuti in Louisiana e Minnesota ad opera degli uomini in uniforme, si è conclusa con un bilancio da capogiro: 5 poliziotti morti e 7 feriti, di cui 4 in modo grave.
Sia chiaro, leader comunitari e pastori vari ce l’avevano messa tutta pur di evitare eccessi, pur di circoscrivere la rabbia e farla sbollire nell’ennesima richiesta di giustizia e di rispetto per i diritti civili. Ma le loro parole non sono riuscite a convincere tutti. Qualcuno, forse per respirare un po’ d’aria salubre, anziché scendere nelle strade in pessima compagnia ha pensato bene di salire sui tetti da solo. Qui, fucile alla mano, si è dedicato con furore al tiro a segno sui poliziotti sottostanti. «Ambush! Agguato!», hanno strillato inorriditi questi ultimi nel vedere i loro colleghi cadere uno dopo l’altro come birilli. Bisogna capirli. Per loro già è seccante essere ripresi dalle immagini quando ammazzano il primo malcapitato che passa, ma poi… venire presi e seccati dalle pallottole! Eh no, non si fa così!
La caccia all’uomo-nero per ristabilire l’ordine si è conclusa con alcuni arresti, dicono («sono stati loro, è un gruppo organizzato di cecchini!»); con la scoperta di una bomba collocata da uno dei sospettati, dicono («ne hanno messe in tutta la città!»); e con un uomo asserragliato in un garage che alla fine si sarebbe ucciso, anzi no, è stato «neutralizzato», dicono. Quanto alle autorità, l’indomani il capo della polizia di Dallas ha dichiarato che «i sospettati si stavano piazzando in maniera di aprire un fuoco triangolare sugli agenti e progettavano di ferire e uccidere più poliziotti che potevano», il sindaco di Dallas ha definito questa sparatoria «l’incubo peggiore» per ogni servitore delle istituzioni, mentre il presidente degli Stati Uniti ha precisato che gli omicidi commessi dalle forze dell’ordine al suo servizio «non sono una questione solo nera e ispanica, ma una questione americana».
Ora, invece, pare proprio che ad avere agito sia stato un unico individuo, Micah Johnson, giovane ed incensurato. Zio Sam gli aveva insegnato a sparare e ad uccidere, poi lo aveva mandato a fare la guerra in Afghanistan. Ma lui, dentro di sé, era rimasto un nostalgico delle Pantere Nere e davanti al quotidiano massacro di neri compiuto dalla polizia statunitense aveva deciso di ruggire e sbranare. Di sbranare i suoi nemici sotto casa, nemici della sua libertà e della sua dignità, non quelli che l’inquilino della Casa Bianca gli indicava come tali dall’altra parte del pianeta. Circondato dalla polizia e senza più via di scampo, non si è arreso. Appena il «negoziatore» delle forze dell’ordine ha capito che lui non avrebbe mai negoziato, lo hanno ucciso facendolo saltare in aria attraverso un robot. Da una parte tutto il coraggio dell’individuo in rivolta, dall’altra tutta la pavidità dello Stato con le sue macchine da guerra.
E mentre la NBC News ha ricordato che si è trattato del più micidiale attacco contro la polizia avvenuto dopo l’11 settembre 2001, quando furono 72 le vittime fra gli agenti, noi non possiamo fare a meno di ricordare la data più triste per le forze dell’ordine statunitensi ben prima di quell’11 settembre.
Era il 24 novembre 1917 quando una bomba esplose nella stazione di polizia di Milwaukee, uccidendo 9 agenti (e una civile). Fu la mano di qualche anarchico italiano a costruirla, fu quella della Provvidenza a farla recapitare all’indirizzo giusto. Le parole scritte quello stesso giorno da Cronaca Sovversiva ci tornano in mente oggi, quasi un secolo dopo, non avendo perduto affatto di significato. Perché, che importa se a venire trucidati dai copsono gli anarchici italiani del passato o i neri del presente? Finite le lacrime, negli occhi può salire solo il sangue: «Le ragioni? Sono più vecchie della storia del mondo: l’abisso invoca l’abisso! […] l’agguato omicida è l’estrema risorsa dei preti e dei birri a soffocare la libertà di pensiero e di parola? E l’agguato omicida tornerà estrema risorsa degli araldi a rintuzzare, nel nome della libertà di pensiero, il sant’ufficio anelante all’assurda restaurazione; e chi alla incoercibile dinamite del pensiero chiude ottuso ogni varco, al rombo della dinamite deve fare l’orecchio e l’abitudine. Chi ha diritto di dolersene? […] Noi ce ne felicitiamo, e di gran cuore! E pei debiti che paga con tanta puntualità e pei crediti che apre con generosa fiducia. Punto e parola! […] e la sbirraglia che ha facile il piombo, il randello, le manette quando ha dinnanzi la progenie del Cireneo, si farà cauta ai mali passi: c’è nell’armento chi se la lega al dito e paga, paga senza indugi e senza spilorcerie: punto e parola!».

Omnibus & filosofia

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Folgorite [Sante Ferrini]
Dal fatto di prender posto in un omnibus, anche a degli intervalli più o meno lunghi, l’uomo che sa viaggiare può trarvi le più diverse lezioni (e le più alte) di saggezza, di eguaglianza, e delle più squisite virtù. L’autobus è alla volta un mezzo di trasporto ed un ammirevole strumento di bella e sana morale.
I. L’attesa, l’eguaglianza e l’obbedienza alle leggi
Siamo a Lione… Un gruppo compatto di esseri di tutte le condizioni, di tutti i costumi e di tutte le età, aspetta sull’orlo del marciapiede d’un quai del Rodano, in un luogo esposto alla pioggia, al sole, alla fanghiglia, l’arrivo del tram o dell’autobus desiderato.
Il quarto d’ora del generale nippone Nogi! Saper tenere, sapere attendere!…
Che bella lezione ha avuto così la popolazione lionese durante tutto il tempo del «grande macello» leggendario!
Per distinguersi gli uni dagli altri, questa gente che aspetta deve avere e tenere in mano un pezzetto di carta. Questi pezzetti di carta sono numerati da 1 all’infinito in ticket staccati da un apparecchio speciale. La macchina, qui, come altrove, rimpiazza l’uomo (ahimé! Dove andremo a finire con queste macchine!…).
Sia essa giovane, bella, bisbetica, adorabile, indesiderabile, vecchia, grassa, magra, sfiancata, la donna aspetta; impiegato, operaio, commendatore, ladro, spia, aviatore, truffaldino, prete, bagarino, lenone, capo di ufficio e per conseguenza decorato, amato, ingannato, l’uomo aspetta.
Quindi? Eguaglianza dei sessi, soppressione dell’ineguaglianza di condizioni. Soppressione anche dell’ineguaglianza delle attitudini; e là, sta il fatto più rimarchevole.
Riformato definitivo, inadatto temporario, servizio armato o servizio ausiliario o civile, qualunque sia il vostro valore professionale, qualunque siano i vostri diplomi, le gite a domicilio coatto, gli inviti a Corte, la vostra superiorità intellettuale, la vostra esperienza della vita, l’ingegnosità negli scrocchi e truffe giornalieri, l’onestà, il candore, le imbecillagini che avete fatto e che sperate di fare ancora, le vostre condanne, le vostre relazioni politiche; voi passerete nel tram, quando chiameremo il numero impresso sul vostro ticket. Non avanti!
— Collaborazione della folla e dell’elite, diciamo noi — forza del numero o del numero debole, rispetto delle leggi e, quantunque sia molto bene di giammai confessare, potete ben farlo nel dirci che non v’è spettacolo più riconfortante, più nobile e più economico come quello ci presenta la moltitudine nell’attesa di un tram.
II. L’arrivo o la lotta del bene e del male — L’Indulgenza
Ma, delle volte, l’ineguaglianza dei caratteri si manifesta, ahimé! irresistibilmente e più presto del tempo che metterebbe un deputato socialista a dire una menzogna nei suoi discorsi in Parlamento.
È all’arrivo dell’autobus che quelli che non sanno attendere, gli impazienti, gli irosi, gli invidiosi, le donnette che abbiamo fatto bene di non sposare o prendere per amanti, le persone equivoche, i nuovi poveri, i nuovi ricchi, tutta la poltiglia scatenata da questi lunghi anni di mattatoio smascherano in poche riflessioni la loro bruttezza morale.
Questo spettacolo, visto dalla piattaforma dell’autobus dove siete installato da qualche tempo, vi dà un piccolo riassunto della struggle for life di Darwin, o la lotta per un posto di deputato o di spazzaturaio al Parlamento.
In piccolo sotto i vostri occhi e sotto le suole delle vostre scarpe, sta tutta la vita sociale riunita in questo gruppo da 15 a 200 persone che si stringono, si schiacciano, si insultano onde far prevalere il loro «numero», delle volte prima degli altri, contro l’evidenza del numero stesso.
Qui si combattono le passioni lillipuziane, minuscole, immagini delle grandi, mastodontiche passioni della vita.
Orgoglio, vanità, entusiasmo, odio, altruismo, interesse, tutto è lotta in basso, sul marciapiede, sul predellino, nella pioggia, nella neve, nel fango. Voi, sul tram, siete l’uomo «arrivato», che ha il suo posto e la sua sicurezza nella società, come un capitalista qualunque. Che piova o che tiri vento, voi siete al coperto, voi avete l’anima serena ed indulgente come il papa; voi giudicate meschini i sentimenti di quelli che cercano di arrabattarsi per giungere sino a voi e che sono nella folla, nella polvere, nel fango, in basso del tram. Voi giudicate utopico il desiderio di questa gente che cerca di montare sul tram, come il desiderio di un arruffone che mira a adagiarsi nella società borghese e danarosa, dove gli impieghi, anche infami, sono sicuri e rimunerativi.
Questo padre di famiglia con i suoi due marmocchi sulle braccia e sua moglie accanto a lui che ne ha altri due sono letteralmente schiacciati dalla folla dei pretendenti al tram. Essi lottano contro il soffocamento, come lo si fa in grande con la vita. E, siccome sono sei, e non scenderanno mai più di tre o quattro persone alla volta, essi non monteranno giammai insieme. Questo esempio vi ricorda il problema del Malthusianismo e la bellezza di crearsi una numerosa prole nella «Società Corda e Sapone». Se qualche onorevole deputato vorrà interessarsi del problema della popolazione e spopolazione, approfitti dell’esempio di cui sopra; lo studio è facile e… rimunerativo.
— Un solo posto in prima classe!
Rauca, armoniosa, deliziosa, imperativa o seducente, la voce che s’incanala nel vostro orecchio, disillusiona, scoraggia e disorienta gli umili, i pezzenti, i bombardati dalla miseria. Essi, i poveri paria, non monteranno in quel carrozzone che il buon De Amicis ci descrisse sì bene; essi aspetteranno, forse non partiranno mai, se ci sono soltanto dei posti in prima classe. La vita è cara! Avreste il coraggio di pagarvi un lusso eguale in questi tempi di restrizioni? Un solo posto in prima classe: come c’è un solo posto di direttore nella Banca d’Italia:
— Un posto solo in seconda classe!
— Monta, Geltrude, andrò a piedi.
— No, Clodomiro, vai tu: aspetterò l’altro tram.
Qui, la mia attenzione si porta sulla solidità delle virtù coniugali. E a parte queste virtù, non vi sembra di vedere i due candidati dello stesso collegio che, ispirati dal Governo e da qualche biglietto da mille, si cedono il posto a vicenda? (Pel bene della «patria», s’intende!)
Intanto nel tram il posto vuoto è preso da quegli che è solo, sparigliato, vedovo, celibe o prete. Infamia! è l’egoismo che trionfa, che arriva prima degli altri come un neo-consigliere municipale o segretario di una confederazione del lavoro qualsiasi.
Come le spese occulte ed accessorie di palazzo Braschi, ecco l’uomo che ha tramato nell’ombra… Egli monta sul tram quando questo riprende il suo percorso, grazie ad una tenue mancia elargita di nascosto. Arrivista! va, corri, tu abusi del triste potere del denaro come un volgare ministro!
La signora che ha il numero 606 ha potuto montare sull’autobus perché il giovincello del numero 527 le ha ceduto il posto. Essa si installa. In questo momento arriva l’uomo dal numero 523 e dovrebbe occupare appunto il posto della signora 606. Egli non insiste. È il perfetto rappresentante dei timidi, di quella categoria che non osa e che non arriverà mai a farsi una prebenda come il vescovo di Napoli. Fissate questo timido: vi accorgerete subito che esso non è nato per truffare, per arrabattarsi, per arrivare, per giocherellare il levati tu che mi ci metto io! come tutta quella gentaglia di cui è inutile intrattenerci.
III. Lezione di rassegnazione e di speranza — Conclusione
Il tram è partito. Non bisogna credere che i buoni se ne vanno e che i cattivi restano. L’uomo che ha il numero 790 sussurra al suo vicino: «Io non invidio quelli che sono partiti; partire, è morire a metà». Ma quelli che sono partiti sono pieni di speranza! Però, come le persone già al posto, essi hanno le loro ineguaglianze ed i loro incubi. Il loro posto è instabile come un impiego losco; essi sono soggetti agli urti, alle spinte, alle schegge di vetri fracassati che sono gli scandali. I più esposti agli accidenti, che comporta il tram o la vita, sono delle volte quelli che pagano più avanti, più vicino alla luce od al motore. Un ladro che ha scorto una spia, trae dalla tasca un giornale cattolico, lo spiega in tutti i sensi che si può immaginare, ci si nasconde e legge senza leggere…
— Piazza del Cimitero! La corsa è finita.
Sic itur ad astra. Ed è qui, come nella vita, che bisogna rinunciare alle migliori cose, ai più belli e deliziosi miraggi, agli impieghi più sicuri, prendere la pensione (se ne avete diritto), finir sempre o, se non siete arrivato all’ora finale, rimettervi a vivere od a vegetare quando non ci pensavate più, o partire per delle nuove strade o verso degli scopi, che non sono nuovi…