Dopo il vento, la tempesta

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Davanti all’evidenza dei fatti, erano i soli interrogativi possibili. Per la polizia degli Stati Uniti, così generosa a seminare morte tra i neri in tutto il territorio nazionale, quando e dove sarebbe cominciata la raccolta della tempesta? La risposta è infine arrivata, diventando la notizia del giorno: alle 20:58 di giovedì 7 luglio, a Dallas. Nella città del Texas una pacifica manifestazione di protesta contro i due recenti omicidi avvenuti in Louisiana e Minnesota ad opera degli uomini in uniforme, si è conclusa con un bilancio da capogiro: 5 poliziotti morti e 7 feriti, di cui 4 in modo grave.
Sia chiaro, leader comunitari e pastori vari ce l’avevano messa tutta pur di evitare eccessi, pur di circoscrivere la rabbia e farla sbollire nell’ennesima richiesta di giustizia e di rispetto per i diritti civili. Ma le loro parole non sono riuscite a convincere tutti. Qualcuno, forse per respirare un po’ d’aria salubre, anziché scendere nelle strade in pessima compagnia ha pensato bene di salire sui tetti da solo. Qui, fucile alla mano, si è dedicato con furore al tiro a segno sui poliziotti sottostanti. «Ambush! Agguato!», hanno strillato inorriditi questi ultimi nel vedere i loro colleghi cadere uno dopo l’altro come birilli. Bisogna capirli. Per loro già è seccante essere ripresi dalle immagini quando ammazzano il primo malcapitato che passa, ma poi… venire presi e seccati dalle pallottole! Eh no, non si fa così!
La caccia all’uomo-nero per ristabilire l’ordine si è conclusa con alcuni arresti, dicono («sono stati loro, è un gruppo organizzato di cecchini!»); con la scoperta di una bomba collocata da uno dei sospettati, dicono («ne hanno messe in tutta la città!»); e con un uomo asserragliato in un garage che alla fine si sarebbe ucciso, anzi no, è stato «neutralizzato», dicono. Quanto alle autorità, l’indomani il capo della polizia di Dallas ha dichiarato che «i sospettati si stavano piazzando in maniera di aprire un fuoco triangolare sugli agenti e progettavano di ferire e uccidere più poliziotti che potevano», il sindaco di Dallas ha definito questa sparatoria «l’incubo peggiore» per ogni servitore delle istituzioni, mentre il presidente degli Stati Uniti ha precisato che gli omicidi commessi dalle forze dell’ordine al suo servizio «non sono una questione solo nera e ispanica, ma una questione americana».
Ora, invece, pare proprio che ad avere agito sia stato un unico individuo, Micah Johnson, giovane ed incensurato. Zio Sam gli aveva insegnato a sparare e ad uccidere, poi lo aveva mandato a fare la guerra in Afghanistan. Ma lui, dentro di sé, era rimasto un nostalgico delle Pantere Nere e davanti al quotidiano massacro di neri compiuto dalla polizia statunitense aveva deciso di ruggire e sbranare. Di sbranare i suoi nemici sotto casa, nemici della sua libertà e della sua dignità, non quelli che l’inquilino della Casa Bianca gli indicava come tali dall’altra parte del pianeta. Circondato dalla polizia e senza più via di scampo, non si è arreso. Appena il «negoziatore» delle forze dell’ordine ha capito che lui non avrebbe mai negoziato, lo hanno ucciso facendolo saltare in aria attraverso un robot. Da una parte tutto il coraggio dell’individuo in rivolta, dall’altra tutta la pavidità dello Stato con le sue macchine da guerra.
E mentre la NBC News ha ricordato che si è trattato del più micidiale attacco contro la polizia avvenuto dopo l’11 settembre 2001, quando furono 72 le vittime fra gli agenti, noi non possiamo fare a meno di ricordare la data più triste per le forze dell’ordine statunitensi ben prima di quell’11 settembre.
Era il 24 novembre 1917 quando una bomba esplose nella stazione di polizia di Milwaukee, uccidendo 9 agenti (e una civile). Fu la mano di qualche anarchico italiano a costruirla, fu quella della Provvidenza a farla recapitare all’indirizzo giusto. Le parole scritte quello stesso giorno da Cronaca Sovversiva ci tornano in mente oggi, quasi un secolo dopo, non avendo perduto affatto di significato. Perché, che importa se a venire trucidati dai copsono gli anarchici italiani del passato o i neri del presente? Finite le lacrime, negli occhi può salire solo il sangue: «Le ragioni? Sono più vecchie della storia del mondo: l’abisso invoca l’abisso! […] l’agguato omicida è l’estrema risorsa dei preti e dei birri a soffocare la libertà di pensiero e di parola? E l’agguato omicida tornerà estrema risorsa degli araldi a rintuzzare, nel nome della libertà di pensiero, il sant’ufficio anelante all’assurda restaurazione; e chi alla incoercibile dinamite del pensiero chiude ottuso ogni varco, al rombo della dinamite deve fare l’orecchio e l’abitudine. Chi ha diritto di dolersene? […] Noi ce ne felicitiamo, e di gran cuore! E pei debiti che paga con tanta puntualità e pei crediti che apre con generosa fiducia. Punto e parola! […] e la sbirraglia che ha facile il piombo, il randello, le manette quando ha dinnanzi la progenie del Cireneo, si farà cauta ai mali passi: c’è nell’armento chi se la lega al dito e paga, paga senza indugi e senza spilorcerie: punto e parola!».
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Pubblicato il 11 luglio 2016, in Il raggio riflesso, informazione e cultura con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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