Rifiuto della leggenda

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( Articolo Condiviso )

Louis Mercier
Costruita sugli uomini, la Rivoluzione spagnola non è né una costruzione perfetta né un castello leggendario. Il primo compito necessario al nostro equilibrio è quello di riesaminare la guerra civile sui documenti e sui fatti, e non di coltivarne la nostalgia con le nostre esaltazioni. Compito che non è mai stato condotto con consapevolezza e coraggio, perché avrebbe indotto a mettere a nudo non solo le debolezze e i tradimenti degli altri, ma anche le nostre illusioni ed incapacità, di noi libertari.
La mania di vantare i nostri atti d’eroismo e le nostre capacità d’improvvisazione è fatale, perché riduce al solo piano personale la ricerca di soluzioni sociali e cancella con un artificio della propaganda le situazioni a cui non fummo in grado di far fronte. La tendenza a magnificare i militanti della CNT e della FAI maschera la nostra incapacità di operare in modo efficace laddove ci troviamo, laddove lavoriamo e siamo in grado di intervenire. Troppo spesso è una evasione dal nostro tempo e dal nostro mondo. Senza contare che gli stessi militanti spagnoli si ritrovano sollevati dalle loro responsabilità, si vedono sospesi come immagini di santi che non sanno d’esserlo, e cristallizzati in atteggiamenti mentre occorre che agiscano con gli occhi aperti.
Non possiamo vivere nel disprezzo del presente per sostenere che ciò che è stato non sarà più, con l’orgoglio che copre la ritirata. La Spagna non fu solo offerta dal caso delle mute societarie; così come non è stato soltanto il crogiolo in cui andarono a fondersi i destini individuali. Evitiamo quindi le narrazioni che trasfigurano il passato e forniscono un alibi alla nostra fatica odierna. Quando rimangono solo santini, il tradimento di chi è sopravvissuto è acquisito.
Nel 1956 la speranza di un ritorno e di una rivincita assume, forse in maniera più chiara che nel 1936, la forma del lieto fine e non dell’impegno nella realtà. Per molti rivoluzionari accorsi nella Spagna di fuoco e di lotta, non era una speranza ma la fine della speranza, l’estremo sacrificio gustato come una sfida ad un mondo complicato e assurdo, come il tragico risultato di una società in cui la dignità umana viene ogni giorno calpestata. Completamente dediti alla realizzazione del loro destino individuale in una situazione che permettesse il dono totale, pochi di loro pensarono al domani.
È così che, nel segreto dei cuori, nell’isolamento che risponde al vomito e alle promiscuità della vita banale, si coltiva il ritorno al luglio 1936 come l’attesa di una grande festa barbara e religiosa. Guardiamoci da questa attesa, se non vogliamo finire nell’amarezza e nella delusione. La dinamite cerebrale della Spagna del 1936 era asciugata dal sole delle miserie e delle rivolte. Esplose e si perse troppo ai quattro orizzonti della penisola e del mondo, lasciando in piedi miseria e fabbriche in rivolta. Il coraggio non era seduto solo sul treppiedi della mitragliatrice. L’eroismo non fu riservato solo agli assalti. L’uno e l’altro scavavano nella roccia dell’esistenza di ogni giorno e fornivano un’armatura alle velleità episodiche delle masse. Ieri come oggi, esse dovevano affrontare l’assurdo provocato dalle equazioni economiche e dai clamori di folle mutevoli.
Questa consapevolezza delle situazioni sociali duramente pagata con un doloroso apprendimento non possiamo perderla, né in Spagna né altrove. La passione libertaria assume valore solo in funzione dei problemi da risolvere; non può perdersi nelle apocalissi di circostanza o consumarsi in cupe esaltazioni. Certo, trova alimento nell’esperienza del miliziano che stringe il suo fucile a garanzia della propria indipendenza, ma anche nello sforzo dell’operaio anonimo che stimola correnti lucide e prepara futuri meno desolanti.
Nello strano universo in cui viviamo, le false speranze che permettono di dimenticare i cento metodi che contribuiscono a fabbricare i totalitarismi non sono né coraggiose né eroiche. La volontà e l’audacia individuali possono intervenire anch’esse sugli schemi, le statistiche e i fatti. Tanto quanto l’azione della comunità volontarie può influenzare il destino del mondo, a condizione di prevedere e misurare.
Nelle buche scavate lungo le colline d’Aragona, gli uomini vissero fraternamente e pericolosamente, senza bisogno di speranza perché vivevano pienamente, consapevoli di essere ciò che avevano voluto essere. È un dialogo con loro, un dialogo con i morti che abbiamo tentato affinché della loro verità rimanga di che aiutare i sopravvissuti e i vivi.
Bianchi, il ladro che offrì il prodotto dei suoi furti per comprare armi.
Staradolz, il vagabondo bulgaro che morì da signore.
Bolchakov, il machnovista che, sebbene senza cavallo, perpetuò l’Ucraina ribelle.
Santin il bordolese, i cui tatuaggi rivelavano l’ossessione di una vita pura.
Giua, il giovane pensatore di Milano venuto a bruciarsi all’aria aperta.
Jimenez dai nomi multipli che dimostrò la potenza di un corpo debole.
Manolo, il cui coraggio ci fece misurare le nostre ridicole audacie.
Di tutti questi, e di mille altri, non rimangono che tracce chimiche, residui di corpi bruciati con la benzina, e il ricordo di una fratellanza. Ci è stata data prova di una vita collettiva possibile, senza dio né padrone, quindi con gli uomini così come sono e nelle condizioni di un mondo così come gli uomini lo fanno.
Perché questo esempio dovrebbe essere valido solo per ore di alta tensione? Perché il destino non si potrebbe forgiare tutti i giorni?
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Pubblicato il 21 luglio 2016, in Il raggio riflesso, informazione e cultura con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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