La rivoluzione anarchica

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Renato Souvarine
«È stata spesso ripetuta la frase: La rivoluzione sarà anarchica, o non sarà. L’affermazione può sembrare molto “rivoluzionaria”, molto “anarchica”, ma in realtà è una sciocchezza, quando non è un mezzo peggiore dello stesso riformismo per paralizzare le buone volontà ed indurre la gente a star tranquilla, a sopportare in pace il presente, aspettando il paradiso futuro».
Così E. Malatesta su Umanità Nova del 14 ottobre 1922.
Noi siamo di quelli che, durante l’emballement, l’infatuazione e il delirio dittatoriale di cui erano invasati non pochi anarchici partitisti, abbiamo insistito più che tutti gli altri, con ostinazione e convinzione, sulla Rivoluzione Anarchica, perché siamo convinti che missione degli anarchici, specialmente nei periodi rivoluzionari, è di predicare l’idea dell’Anarchia; e non, in attesa che le masse diventino anarchiche, allearsi coi partiti autoritari di governo per fare una rivoluzione purchessia, che, nel caso concreto, non essendo anarchica, sarà governativa. Ciò significa rinunziare alla nostra specifica funzione di anarchici: significa suicidarsi, tout court.
È gran tempo di apprendere dall’esperienza che i partiti autoritari non sono, per loro natura e definizione, rivoluzionari. Essi non vogliono la rivoluzione. Essi tendono alle rivoluzioni politiche, alla successione dei poteri. Ogni contatto o accordo con essi, per una rivoluzione purchessia, è una abdicazione dell’Anarchismo, a vantaggio dell’Autorità.
«Ma è impossibile realizzare l’Anarchia direttamente e immediatamente, perché le masse non sono anarchiche!», ci si obietta.
Ragione per cui gli anarchici devono far da anarchici fino alla realizzazione dell’Anarchia, dichiarandosi in rivoluzione in permanenza. Tale è il loro compito.
Il fallimento, o il riassorbimento di tutte le rivoluzioni da parte dell’Autorità, ci prova appunto che «all’infuori dell’Anarchia non c’è Rivoluzione»; ma cambiamento di basto e di padrone.
E le società umane hanno espresso appunto dal loro seno, attraverso queste terribili esperienza sanguinose, gli anarchici, perché convincano le grandi masse a cercar il pane e la libertà nell’Anarchia.
Solo gli anarchici sono rivoluzionari.
«Poiché la rivoluzione — scrive il filosofo Bovio — per compiere il suo ciclo destinato, si presenta come sociale, il partito rivoluzionario, per eccellenza, dev’essere anarchico. Si deve presentare non come avverso a questa o quella forma di Stato; ma a tutto lo Stato…».
Ecco in qual senso la Rivoluzione è Anarchica. Essa deve tendere a liberare le società umane dalle sovrastrutture statali.
«Noi intendiamo per rivoluzione — scrive P. Kropotkin — non già un cambiamento di governi; ma la presa di possesso di tutta la ricchezza e l’abolizione di tutti i poteri…».
E fu lui a proclamare altamente che «all’infuori dell’Anarchia, non v’è Rivoluzione».
Anche per Michele Bakunin la «rivoluzione è l’espropriazione del capitale sociale e la distruzione dello Stato».
E convinto che i partiti autoritari volevano una «rivoluzione di governo» per diventare a loro volta «classi dominanti e sfruttanti» non esitò a provocare una scissione cinquant’anni or sono a Saint-Imier. Perché mai dovremmo noi oggi riallearci ai partiti autoritari per far insieme una rivoluzionepurchessia — certamente governativa — la quale potrebbe segnare, date le infatuazione dittatoriali, anche un regresso sullo stesso regime borghese? Forse perché, non essendo le masse ancora anarchiche, non potremo realizzare l’Anarchia immediatamente all’indomani della rivoluzione?
Noi crediamo che i nostri compagni siano vittime del concetto contingentista immediatista ch’essi hanno dell’indomani della rivoluzione... Essi sono vittime dei fantasmi che si sono creati da loro stessi. Essi si sono buttati alla conquista delle masse. V’è del gregge anche anarchico. Furono fatte delle promesse. Si parlò loro di realizzazioni, di costruzioni immediate all’indomani della rivoluzione. E qualcosa bisogna ora ben dare. E siccome l’Anarchia non si può realizzare sic et simpliciter, così è necessario allearsi coi partiti autoritari per fare una rivoluzione purchessia, e per realizzare quel quantumch’è compatibile all’ombra del loro Stato operaio.
Noi abbiamo delle idee eterodosse sul ciclo della rivoluzione; sull’indomani della rivoluzione e sul compito specifico degli anarchici nel ciclo della rivoluzione.
Diciamo subito che il vasto e profondo processo di distruzione e di ricostruzione che usiamo chiamare «rivoluzione sociale» durerà tutta un’epoca storica, la quale, probabilmente, comprenderà dei secoli.
Il compito degli anarchici durante questo vasto ciclo storico è stato definito con efficacia, chiarezza e precisione da Eliseo Reclus: «Finché durerà l’iniquità, noi anarchici resteremo in rivoluzione in permanenza».
Convinti di questa profonda verità, noi andiamo scrivendo da parecchio che «siamo in rivoluzione in permanenza». e vi resteremo, finché non sarà scomparso l’ultimo vestigio di autorità statale e padronale.
Non solo; ma noi siamo pure convinti che siamo da molti anni in «periodo rivoluzionario» e crediamo quindi che la frase all’«indomani della rivoluzione» sia una frase molto lata ed elastica.
Che vuol dire «l’indomani della rivoluzione»? «L’indomani» può durare anche un secolo o alcuni secoli. E l’Anarchia trionferà non attraverso una, ma probabilmente attraverso una serie di rivoluzioni… E finché non trionferà l’Anarchia, i popoli non cambieranno che di basto e di padrone. Purtroppo, è battendo col naso nei «governi», cioè sanguinando, rimanendo delusi e amareggiati che le parti più intelligenti: le minoranze delle popolazioni, diventeranno anarchiche e s’uniranno agli anarchici per distruggere ogni governo.
Ma «è premessa salda e incrollabile dell’anarchismo, che una minoranza armata di audacia, di coraggio e di fede possa trascinare alle battaglie più cruente e più vaste il grosso dell’esercito proletario.
Perché la grande massa degli operai si persuaderà di tutta la grandezza della rivoluzione soltanto quando avrà potuto godere i benefici che essa ne apporterà» — ammoniva un noto compagno.
«E siccome una rivoluzione — precisava il mite Pietro Gori — sì vasta e profonda non si svolge e trionfa in un giorno, in un mese, od in un anno, ma riempie di sé tutta un’epoca, e sviluppa quasi in ogni istante della vita quotidiana i suoi singolari ed eloquenti fenomeni — così possiamo ben dire di esser già in piena rivoluzione sociale…».
E Luigi Galleani precisava bene e meglio ancora:
«Se oggi l’Anarchia non è, gli è evidentemente perché mancano le condizioni in cui possa stabilirsi e germogliare, donde la necessità della rivoluzione. Dalla quale non bisogna avere il criterio infantile che sia un lampo, una meteora. Se inseguendo il suffragio universale noi siamo sempre nel ciclo rivoluzionario della dichiarazione dei diritti, se è occorso cioè oltre un secolo perché si realizzassero i postulati della rivoluzione esclusivamente politica del 1789, bisognerà ritenere che il ciclo rinnovatore che sarà inaugurato dalla rivoluzione sociale duri anche più, e che durante questo lungo, attivo, incessante esperimento di forme e di rapporti l’umanità nuova troverà i mezzi di realizzare il sogno di libertà, di uguaglianza, di pace enunciato dall’aspirazione della rivoluzione anarchica».
Perché la questione è tutta qui: Noi sappiamo che, non essendo le popolazioni ancora anarchiche, non si potrà realizzare immediatamente, dopo una, due, tre, ecc. rivoluzioni nei differente paesi l’Anarchia. Noi sappiamo, purtroppo, che le rivoluzioni saranno riassorbite dalle Autorità, cioè dai partiti autoritari di governo. Ma è forse compito degli anarchici allearsi coi suddetti partiti autoritari e dar loro una mano a riassorbire la rivoluzione coll’illusione di realizzare… che cosa? O non è forse missione degli anarchici di «restar in rivoluzione in permanenza», di tendere l’arco di tutte le forze per mantenere il ciclo della rivoluzione il più lungamente aperto che sia possibile, e, soprattutto, denunziare subito ai lavoratori il «governo» come il distruttore della rivoluzione, perché essi, battendoci dentro col naso, imparino che la «rivoluzione è anarchica, o non è rivoluzione; ma cambiamento di governo e di governanti»?
Predicando poi la «rivoluzione anarchica» non è vero che «si fa il gioco della borghesia» perché si rinunzia alla… rivoluzione purchessia, fatta d’accordo coi grandi… rivoluzionari D’Aragona e Serrati. Nella fattispecie, cioè nel passato periodo rivoluzionario, noi abbiamo compiuto tutta la nostra parte. Ciò dovrebbe esser noto a U.N., ci pare.
Ma i nostri compagni ci pare che da quando hanno costruito un Partito rispettabile sian vittime del miraggio della ricostruzione! Essi, pur di ricostruire, si alleerebbero col diavolo per una rivoluzione purchessia. E sono tanto invasati da questa diabolica e grande illusione ricostruttoria di denunciare urbi et orbi che noi predichiamo la rivoluzione anarchica, perché non vogliamo neanche un tozzo di rivoluzione ottenibile con degli accordi coi Confederalisti e coi socialisti. Come se noi avessimo la potenza taumaturgica di evitare e scongiurare le rivoluzioni con questo cencio di carta! Hanno un bel e profondo concetto delle necessità storiche, davvero!
Ma giust’appunto perché le masse non sono anarchiche; perché sarà impossibile realizzare l’Anarchia subito all’indomani; noi domandiamo a codesti egregi compagni, se è già sorpassato il periodo demolitore e se siamo entrati nel periodo ricostruttore. E dovrebbero dirci che cosa precisamente vogliono e possono ricostruire d’accordo coi partiti autoritari colla loro rivoluzione purchessia, che non sia un governo con la relativa forca e lo sterminio degli anarchici!
Le rivoluzioni avvengono — bene e meglio — senza gli accordi coi socialisti di governo. E compito degli anarchici in esse è distruggere nella psicologia delle folle l’«idea» del governo e impedirne il «fatto»…
Alla vigilia del Congresso Anarchico di Bologna, luglio 1920, Luigi Galleani così ammoniva gli anarchici «ricostruttori» intenti a costruire i «piani di riorganizzazione» per l’imminente rivoluzione. Scriveva dunque Luigi Galleani:
«La prossima rivoluzione che dovrà sovvertire dalle fondamenta, nelle sue basi economiche, nei basistici privilegi di classe l’infame ordine sociale, non durerà dunque che dal sabato al lunedì, in cui i consigli di fabbrica accorreranno per adagiare sulle vecchie fondamenta la casa nuova che avranno arbitrariamente costruita pei redenti cittadini dell’ordine novo?
Non ci fate piangere!
La rivoluzione del 1789, la quale non investì che l’opera morta, che l’involucro esteriore dell’antico regime, non ha dopo centotrent’anni realizzato fino ad ora i postulati della Dichiarazione dei Diritti: i nostri buoni “cittadini” sono sempre a comizio per reclamare il suffragio universale.
Interpretata dai filosofi, da Gianbattista Vico o da Giuseppe Ferrari, la storia affida a ciascuna generazione la sua parte del compito rinnovatore. La generazione critica è superata? Ed è la volta allora della generazione che del vecchio, dell’irrazionale, dell’iniquo, deve iniziare la demolizione. È la nostra. Non vorrà, speriamo, eluderlo ipotecando la funzione ricostruttiva dei nipoti.
Distruggere deve! Scavare la fossa al passato, abbattere nell’ordine borghese ogni vestigia, sgombrare il terreno ai figli che, liberi, potranno soli riedificare la libera città dell’uguaglianza e della pace, della giustizia e dell’amore che è il nostro sogno, che sarà il loro orgoglio e la loro gloria».
Ed alcuni anni prima così precisava egli la missione degli anarchici nel periodo attuale:
«Non è dinnanzi a voi che una forma ed un patto di ricostruzione: distruggere! demolire, liberare il terreno dalle scorie e dai detriti del vecchio ordine;distruggere! senza scrupoli, senza pietà, senza riposo, senza paure: distruggere!
Penseranno i venturi, i figli ed i nipoti ad edificare la città nuova e felice, in cui tutti gli aneliti di libertà troveranno la consacrazione, il pensiero libero, il lavoro libero, l’amore libero, la libera integrale educazione dei figli ad ugual presidio della vita e della civiltà.
Distruggere!
Mano alla scure ed al piccone e menate sodo: non c’è altro rimedio!».
Allearsi coi partiti autoritari per aiutarli con una rivoluzione purchessia a rizzare la forca per gli… alleati anarchici è rinunziare al nostro compito di anarchici, è abdicare, è suicidarsi.
Bisogna rimanere in rivoluzione in permanenza sino alla distruzione dell’ultimo vestigio dell’Autorità, sino all’avvento dell’Anarchia. Perché l’Anarchia hanno da realizzarla gli anarchici. I governi fondarli gli autoritari. Nessun compromesso è possibile o utile, per nessuna ragione, tra libertari e autoritari.
Noi dobbiamo restare accampati perennemente contro i Governi, le Autorità e i partiti di autorità che sono gli embrioni di governo. Noi dobbiamo tendere con tute le energie alla Rivoluzione Anarchica, perché «all’infuori dell’Anarchia non v’è Rivoluzione». Non v’è che cambiamento di governo e di governanti.
«All’anarchia — intesa come società di liberi e d’uguali — non si passerà così, di punto in bianco. Avrà un’applicazione universale, per dir così, soltanto quando l’umanità tutta si sentirà capace di vivere senza le odierne forme di coercizione. E le rovescerà pel fatto stesso che non le ritiene necessarie, ma dannose. Però se l’anarchia potremo viverla in un lontano domani e la saluteranno certo le generazioni ora nascenti, l’anarchismo noi possiamo e dobbiamo viverlo oggi.
Perché l’anarchismo si propone di determinare la lotta che già esiste oggi latente nel seno della società in senso proficuo agli interessi di tutti, di svegliare lo spirito di ribellione innato nel popolo e spingerlo alla rivolta contro le classi dominanti.
Attraverso una serie di insurrezioni e di rivoluzioni, il proletariato giungerà alla sua integrale emancipazione dal triplice servaggio economico, politico e morale».
Gli anarchici devono lavorare per la rivoluzione anarchica.
[L’Avvenire Anarchico, 1922]
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Pubblicato il 30 agosto 2016, in Il raggio riflesso, informazione e cultura con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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