Seditiones volant et manent

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( Articolo Condiviso )

Un nuovo consulente si aggira nei corridoi della Procura e della Questura di Torino. Più scheletrico di Fassino, più nauseabondo di Borghezio, più decrepito di Matusalemme, si aggira in quelle sale proprio come un fantasma. Anche perché è un fantasma. Quand’era in vita lo chiamavano Caio Tito ed officiava al Senato romano. Era lui, si vocifera, l’autore del detto «Verba volant scripta manent». Solo che — contrariamente a quanto si pensa — l’antico senatore non intendeva affatto consigliare di lasciare traccia di pensieri che altrimenti rischiano di svanire nel vento, tutt’altro! Il suo era piuttosto un invito alla cautela, alla prudenza, rivolto agli onorevoli colleghi di misfatti. Le parole pronunciate si possono sempre smentire, quelle impresse no.

C’è da domandarsi quale sia il senso attribuito alle sue celebri parole dalla sbirraglia savoiarda, la quale le ha appena riprese per battezzare l’operazione — Scripta Manent — che ha portato all’arresto di alcuni anarchici accusati di far parte della Federazione Anarchica Informale, responsabile nel corso degli ultimi anni di una serie di azioni dirette. Forse che il senso è proprio quello più moderno entrato nell’uso comune, come se fino ad oggi tutte le mega-inchieste contro anarchici ritenuti a vario titolo coinvolti nella Federazione Anarchica Informale si fossero dimostrate fallimentari perché basate su chiacchiere effimere, mentre questa volta la Procura torinese avrebbe in mano prove inconfutabili? Chissà, magari il riferimento è al significato che il motto latino ha posseduto per molti secoli: non un invito alla prudenza, né alla scrittura, bensì a parole alate in grado di andare lontano. Questo perché nell’antichità la scrittura era operazione lunga e faticosa, la cui attuazione e consultazione erano riservate a pochi eletti. Forse che le carte scritte dai magistrati, opera di anni ed anni di travaglio, sono riservate soltanto agli occhi di giornalisti e giudici, mentre sono soltanto le loro chiacchiere quelle che possano trovare un pubblico plaudente per le inchieste giudiziarie? Chissà, è un mistero.
Non è un mistero invece il fatto che a noi non interessa minimamente sapere se le parole e le carte della Procura di Torino siano più o meno attendibili. Così, di primo acchito, ci sembrano l’ennesima rimasticatura dei soliti vecchi teoremi finiti in un nulla di fatto (già formulati per l’operazione Cervantes nel 2004 o l’operazione Ardire nel 2012, segnate entrambe da alcuni arresti e decine di indagati), ritenuti presentabili solo perché conditi dalla Digos anziché ruttati dai Ros. La cosa non ci sorprende affatto, vista l’impossibilità congenita dei funzionari dello Stato di comprendere anche solo l’aria che si respira quando si è senza servi né padroni. Chi ha fatto dell’obbedienza una carriera non potrà mai capire chi ha fatto della libertà una vita. È condannato a vedere il mondo con gli stessi occhi con cui un pappone guarda l’amore. Per chi crede ancora nelle elucubrazioni dei magistrati, esse restano comunque tutte da dimostrare, fastidioso passaggio di cui gli uomini e le donne in toga farebbero volentieri a meno.
A fronte di quanto sta accadendo, diventano secondarie le eventuali differenze di prospettive, metodi ed obiettivi di lotta, perché non è questo ad essere in gioco. Oggi a venir presa di mira non è tanto una singola bandiera organizzativa con il suo colore particolare, quanto una possibile incarnazione di un’idea che è anche la nostra idea. Che è l’idea di ogni anarchismo orgoglioso di esserlo. Ovvero che la lotta contro lo Stato possa e debba essere condotta ovunque con furore, sempre e comunque, perché ovunque lo Stato impone il proprio ordine mortifero. Che passare alle vie di fatto contro i diretti responsabili dello sfruttamento e della alienazione della vita umana era significativo nel 1871, come nel 1919, come nel 1936, come nel 1945, come nel 1968, come nel 1977,… come lo è oggi nel 2016. Che lo Stato va abbattuto ad ogni longitudine e latitudine, sia a 3.400 chilometri di distanza che sotto casa, sia che tagli gole come quello islamico sia che prosciughi cervelli come quello democratico. Che l’attacco contro chi devasta e saccheggia non solo il pianeta ma la stessa esistenza umana è necessario e travalica ogni contesto sociale, essendo una urgenza che può essere sentita dai tanti come dai pochi.
È questa l’idea finita oggi nel mirino della repressione, un’idea che va difesa fino all’ultimo respiro.
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Pubblicato il 7 settembre 2016, in Il raggio riflesso, informazione e cultura con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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