I sindacati contro la rivoluzione

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( Articolo Condiviso )

Benjamin Péret
I. Gli antecedenti


Tutte le società che si sono avvicendate fino ai giorni nostri hanno conosciuto lotte intestine portate avanti dai ceti diseredati contro le classi o le caste che li mantenevano sotto il loro dominio. Queste lotte hanno potuto assumere una certa ampiezza solo a partire dal momento in cui gli oppressi, riconoscendo i loro comuni interessi, sono riusciti ad associarsi, sia con l’obiettivo di migliorare le loro condizioni d’esistenza, sia in vista della sovversione totale della società. Nel corso dei secoli passati i lavoratori si trovavano davanti le corporazioni, comprendenti padroni e operai d’uno stesso mestiere (dove i primi facevano il bello e il cattivo tempo con l’aperta protezione dei pubblici poteri), e le associazioni delle gilde di soli operai hanno rappresentato, tra l’altro, i primi organismi permanenti della lotta di classe.
Ancor prima, verso il X secolo, erano già esistite delle «confraternite». Erano dei raggruppamenti che dovevano trovarsi in lotta contro i ceti superiori della società, dato che delle sentenze hanno più volte ordinato la loro dissoluzione. Non conosciamo tuttavia alcuna documentazione che possa illuminarci sulla costituzione e sugli scopi perseguiti da queste confraternite.
L’obiettivo delle gilde non era, come testimoniato dalle numerose sentenze di tribunale che le condannavano sistematicamente dal XVI al XIX secolo, di arrivare ad una trasformazione della società, del resto inconcepibile per l’epoca, ma di migliorare il salario dei propri membri, le condizioni di assunzione e, da qui, di elevare il livello di vita dell’intera classe operaia.
La loro vitalità, malgrado tutte le persecuzioni di cui furono fatte incessantemente oggetto, la loro rinascita dopo i numerosi scioglimenti disposti dai tribunali, mostrano che esse corrispondevano ad una pressante esigenza dei lavoratori di allora. Allo stesso tempo, il fatto che la loro struttura non sembra aver subìto importanti modificazioni nel corso dei secoli, indica che la loro forma e i loro metodi di lotta corrispondevano concretamente alle possibilità del momento. Notiamo per inciso che i primi scioperi registrati dalla storia siano attribuibili a queste organizzazioni dal XVI secolo. In seguito fecero ricorso anche al boicottaggio.
Durante tutto questo periodo, che va dal XVI secolo, in cui le gilde appaiono storicamente già del tutto costituite (il che indica che dovevano esistere già da tempo), fino alla metà del XIX secolo (in cui la nascente grande industria fa sorgere i sindacati), le associazioni delle gilde contribuiscono potentemente a mantenere la coesione tra i lavoratori davanti ai loro sfruttatori. Si deve ad esse la formazione di una coscienza di classe ancora embrionale, ma destinata a svilupparsi pienamente nel periodo successivo, con gli organismi di lotta di classe che succederanno. Questi ultimi — i sindacati — hanno ereditato da esse le funzioni rivendicative, riducendo così le gilde ad un ruolo secondario che da allora non ha cessato di diminuire. Sarebbe vano tuttavia pensare che i sindacati avrebbero potuto esistere prima. Le associazioni delle gilde hanno corrisposto ad un’epoca di produzione strettamente artigianale precedente la Rivoluzione francese e prolungatasi fino ai primi venti o trenta anni del XIX secolo, i sindacati ne costituirono il prolungamento nell’epoca successiva (quella del capitalismo ascendente, in cui i lavoratori hanno ancora bisogno di unirsi in corpi di mestieri), furono organizzazioni di gilde spogliate del segreto che le circondava e orientate verso la sola rivendicazione economica, verso la difesa dei lavoratori, e gli altri obiettivi passarono in secondo piano e finirono per scomparire.
D’altro canto le gilde, a causa della società feudale che non accordava loro il diritto all’esistenza, avevano il carattere di società segrete, con tutto l’apparato di riti para-religiosi che ciò comportava, mentre l’epoca successiva — soprattutto dopo il 1830 — dove le associazioni operaie si vedono accordare un minimo di diritti, permette la comparsa alla luce del sole di gruppi di gilde e mette presto in evidenza la loro incapacità di condurre contro il padronato la lotta energica imposta dalle circostanze. Il loro carattere restrittivo (non potendo farvi parte che operai qualificati) non permette loro di riunire la totalità, e neanche la maggioranza dei lavoratori, scopi che si prefiggono i sindacati fin dalla loro nascita.
Tuttavia la classe operaia non passa direttamente dalle gilde ai sindacati, d’altronde vietati sotto qualunque forma durante i primi decenni del capitalismo moderno. Essa cerca intuitivamente la sua strada. Le società di mutuo soccorso, nate poco prima della Rivoluzione del 1789, segnano il primo passo sulla via dell’unificazione di tutti gli operai di uno stesso mestiere. Esse si proponevano di soccorrere i loro aderenti malati o disoccupati, ma quando lo sciopero s’imporrà come migliore metodo di lotta contro il padronato, le società mutualiste operaie daranno talvolta il loro aiuto agli scioperanti, abbandonando tutte le distinzioni tra la disoccupazione forzata e l’interruzione volontaria del lavoro.
Queste «società mutualistiche», poco numerose, non radunavano che operai specializzati, relativamente ben pagati, poiché la quota che esigevano dai propri membri era onerosa. Erano quindi inadeguate alle condizioni della grande industria nascente, che aveva chiamato nella fabbrica grandi masse di lavoratori non qualificati, emigrati dalle campagne. Questo proletariato in formazione si trovava in una situazione tragica che esigeva imperiosamente un sensibile miglioramento, anche affinché il capitalismo stesso potesse continuare a svilupparsi.

Le società di «resistenza», il cui nome indica chiaramente gli scopi cui miravano, presero alloro il posto delle società «mutualistiche». Sono già raggruppamenti di lotta, ma concepiti sul piano difensivo. Si propongono di preservare il livello di vita dei lavoratori opponendosi alle diminuzioni di salario che il padronato potrebbe tentare di imporre, e sono generalmente queste riduzioni di salario che li fanno nascere. Non c’è bisogno di dire che, dalla difesa, si passa presto all’attacco e la rivendicazione operaia viene alla luce. 
Tuttavia, sebbene dopo il 1840 grazie alla diffusione delle idee socialiste compaiono nella classe operaia le prime rivendicazioni politiche, le «società di resistenza» e le «associazioni operaie» conservano innanzitutto un carattere di organizzazioni di lotta sul piano economico. Esse non mirano che incidentalmente, e su impulso di elementi politicizzati, alla sovversione dell’ordine costituito. Di fatto, il loro scopo essenziale è di ordine puramente economico. Se allora il proletariato prende coscienza della sua forza, pensa solo ad impiegarla per la soddisfazione delle sue rivendicazioni immediate.
II. I sindacati e la lotta di classe
Il primo sindacato sorge solo nel 1864. Ogni idea di lotta di classe ne è assente giacché nasce, al contrario, proponendosi di conciliare gli interessi dei lavoratori e quelli dei padroni. Tolain stesso non gli riconosce altro scopo. Bisogna anche constatare che il movimento sindacale non sorge affatto dagli strati più sfruttati della classe operaia — dal nascente proletariato industriale — bensì dai lavoratori appartenenti alle professioni artigianali. Esso riflette quindi direttamente i bisogni specifici e le tendenze ideologiche di questi strati operai.
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entre i calzolai e i tipografi, artigiani per eccellenza, creano il loro sindacato rispettivamente nel 1864 e 1867, i minatori, che costituiscono il proletariato più duramente sfruttato, creano un proprio sindacato solo nel 1876, nella Loira (nel 1882 nel Nord e nel Pas-de-Calais) e i tessili, le cui condizioni di lavoro sono durissime, non sentono il bisogno d’un sindacato che nel 1877. Come mai, in quest’epoca di fermento, mentre le idee socialiste (e le idee anarchiche che si distingueranno dalle prime solo più tardi) si diffondono in tutta la classe operaia delle grandi città, i lavoratori più sfruttati respingono così esplicitamente l’organizzazione sindacale mentre quelli con il livello di vita più elevato la ricercano?
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isogna innanzitutto ricordare che i primi sindacati creati dagli operai di professioni artigianali sono solo organismi di conciliazione, e non di lotta di classe. Lo diventeranno solo in seguito. D’altro canto essi rappresentano la forma d’organizzazione che meglio conviene a professioni che riuniscono in molti laboratori un numero generalmente abbastanza esiguo di operai di uno stesso mestiere. Era il modo migliore per riunire operai di uno stesso mestiere disseminati nei laboratori di una città, di dare loro una coesione che le condizioni stesse del lavoro tendevano a distruggere.
Bisogna anche ricordare che il carattere artigianale di un mestiere ha spesso come conseguenza quella che padroni e operai lavorano fianco a fianco, conducendo lo stesso tipo di vita. Anche se la situazione economica del padrone è molto superiore a quella dell’operaio, il contatto umano che egli spesso mantiene con quest’ultimo impedisce che si crei il fossato che separa operai e padroni della grande industria.
 Tra padroni e operai dei mestieri artigianali permane un minimo di solidarietà di mestiere, totalmente assente e inconcepibile nella grande industria. Tutte queste ragioni concorrono il più delle volte a indurre alla conciliazione piuttosto che alla lotta.
L
a situazione degli operai tessili e dei minatori (per riprendere quest’esempio) era completamente diversa. Fra i minatori come fra i tessili, grandi masse di operai di professioni diverse erano raggruppate nelle fabbriche o nei pozzi, sottoposte a condizioni di lavoro inumane.
Se gli operai delle imprese artigianali sono i primi a organizzarsi per discutere dei propri interessi con i padroni, quelli delle grandi industrie, sottomessi alla più spietata pressione del capitale, sono i primi a percepire ciò che li oppone irriducibilmente al padronato, a ribellarsi contro la situazione che viene loro imposta, a praticare l’azione diretta, a reclamare il loro diritto alla vita, armi alla mano, per farla breve a orientarsi istintivamente verso la rivoluzione sociale. La rivolta dei setaioli lionesi del 1831, così come lo sciopero dei minatori del 1844, lo dimostrano a sufficienza. Mentre dal 1830 al 1845 i tipografi, per esempio, non figurano una sola volta su una lista di mestieri che sono incorsi nel più grande numero di condanne, i minatori vi appaiono tre volte (l’industria mineraria era allora in pieno sviluppo) e i lavoratori tessili quasi tutti gli anni.

La conclusione che si impone è che gli operai delle grandi industrie non avevano alcun interesse per una forma di organizzazione che si proponeva una conciliazione (che sentivano impossibile) fra le classi opposte. Essi non vi aderirono che più tardi e per così dire storcendo il naso, giacché erano spinti dalla loro condizione stessa verso forme di lotta aperta contro il padronato che il sindacato, almeno ai suoi esordi, non aveva considerato. Infatti, i lavoratori delle grandi industrie non giungeranno all’organizzazione sindacale che a partire dal momento in cui questo inserirà in cima ai suoi statuti il principio della lotta di classe. Sono questi operai del resto che, dal 1880 al 1914, condussero le più violente lotte sul piano rivendicativo. Mediante questa concessione alle loro aspirazioni, gli operai si rassegnarono ad aderire al sindacato per diverse ragioni. Innanzitutto perché nessun’altra forma d’organizzazione era concepibile in quell’epoca. Inoltre si prospettava una fase di lungo sviluppo progressivo del capitalismo, da qui la necessità di accrescere la coesione della classe operaia al fine di strappare al padronato condizioni di vita più soddisfacenti permettendo così una migliore preparazione dei lavoratori per l’assalto finale della società.
Fin dai suoi albori, il sindacato non si presenta dunque che come un ripiego per gli operai delle grandi industrie. Rimane tuttavia accettabile, per via delle sopravvivenze artigianali presenti nell’industria dell’epoca. Costituiva una soluzione positiva in quella fase di sviluppo continuo dell’economia capitalistica che si accompagnava ad un costante aumento della libertà e della cultura. Il riconoscimento del sindacato da parte dello Stato, e attraverso di esso il riconoscimento del diritto di riunione, d’associazione e di stampa, costituiva un’acquisizione considerevole.

Tuttavia, anche quando il sindacalismo adotta i principi della lotta di classe, non si propone in nessun momento, nella lotta quotidiana, il rovesciamento della società; esso si limita al contrario a radunare gli operai in vista della difesa dei loro interessi economici, nel seno della società capitalista. Questa difesa prende a volte un carattere di lotta accanita, ma non si propone mai, né implicitamente, né esplicitamente, la trasformazione della condizione operaia, la rivoluzione. Nessuna delle lotte di quell’epoca, anche le più violente, si propone questo scopo. Tutt’al più si pospone in un futuro indeterminato, che prende da questo momento il carattere della carota per l’asino, la soppressione del padronato e del lavoro salariato e, di conseguenza, della società capitalista che li produce. Ma nessuna azione sarà mai intrapresa a tal fine.
Il sindacato, nato da una tendenza riformista all’interno della classe operaia, è l’espressione più pura di questa tendenza. È impossibile parlare di degenerazione riformista del sindacato, esso è riformista dalla nascita. In nessun momento esso si oppone alla società capitalista ed al suo Stato per distruggere l’una e l’altro, ma unicamente con lo scopo di conquistarsi un posto in essi e installarvisi.
 Tutta la sua toria, dal 1864 al 1914, è quella dell’ascesa e della vittoria definitiva di questa tendenza integrazionista nello Stato capitalista, tant’è che allo scoppio della Prima Guerra Mondiale i dirigenti sindacali, nella loro grande maggioranza, si trovano naturalmente al fianco dei capitalisti ai quali sono uniti da interessi nuovi, sorti dalla funzione che i sindacati hanno finito per assumere nella società capitalista. Essi sono allora contro gli iscritti che volevano abbattere il sistema ed evitare la guerra, e lo resteranno ormai per sempre.
Nel periodo che precede la Prima Guerra Mondiale, i dirigenti sindacali non sono  stati affatto i rappresentanti legittimi della classe operaia se non nella misura in cui dovevano assumere tale ruolo per accrescere il proprio credito di fronte allo Stato capitalista. Al momento decisivo, allorché bisognò scegliere tra il rischio di compromettere una posizione acquisita (1) chiamando le masse a rifiutare la guerra e il regime che l’aveva generata, oppure rafforzare la propria posizione optando per il regime, essi scelsero la seconda alternativa e si posero al servizio del capitalismo. Non è stato solo il caso della Francia, poiché i dirigenti sindacali dei Paesi coinvolti nella guerra hanno adottato ovunque lo stesso comportamento. Se i dirigenti sindacali hanno tradito, non è forse perché la struttura stessa del sindacato e il suo posto nella società rendevano fin dall’inizio questo tradimento prima possibile, poi inevitabile nel 1914?
[…]
(

1) Jouhaux e la maggioranza confederale del 1914 hanno confessato esplicitamente che il timore della repressione li aveva spinti all’accettazione della guerra.
[Le Libertaire del 26 giugno e del 10 luglio 1952]
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Pubblicato il 25 settembre 2016, in Il raggio riflesso, informazione e cultura con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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