Archivio mensile:ottobre 2016

Il maestro filosofo

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Donatien-Alphonse-François de Sade

Di tutte le scienze che si inculcano nella testa di un bambino, lavorando alla sua educazione, non v’è dubbio che i misteri del cristianesimo, benché siano una delle parti più sublimi di questo suo ammaestramento, non siano affatto tra quelli che si introducono con più facilità nella sua giovane mente. Persuadere un ragazzo di quattordici o quindici anni che Dio Padre e Dio Figlio sono la stessa persona, che il Figlio è consustanziale al Padre e che il Padre lo è al Figlio ecc., anche se tutto questo è necessario alla felicità della vita, è più difficile da far comprendere dell’algebra, e se ci si vuole riuscire, si è obbligati a utilizzare alcune forme fisiche, alcune spiegazioni materiali che, malgrado siano esagerate, facilitino al ragazzo la comprensione dell’oggetto misterioso.

Nessuno era così profondamente pervaso da questo metodo di Monsieur l’abate Du Parquet, precettore del giovane conte di Nerceuil, di circa quindici anni, la più bella presenza che si possa immaginare.

Ogni giorno il piccolo conte diceva al suo istitutore: «In verità, la consustanzialità va oltre le mie forze, mi è assolutamente impossibile comprendere come due persone possano farne una: svelatemi questo mistero, vi scongiuro, oppure rendetelo alla mia portata».

L’onesto abate, desideroso di riuscire nella sua educazione, contento di poter facilitare all’allievo tutto quello che un giorno lo avrebbe potuto rendere una bella persona, escogitò un modo piuttosto piacevole di appianare le difficoltà che imbarazzavano il conte, sicuro che questo mezzo preso dalla natura sarebbe necessariamente riuscito.

Fece venire a casa sua una ragazzina di tredici, quattordici anni e, dopo aver ben istruito la piccola, la congiunse al suo giovane allievo. «Bene, ora, amico mio, capite senza afflizione alcuna il mistero della consustanzialità, ora capite come due persone diventino una sola?».

«Oh, mio Dio, sì, signor abate» disse l’affascinante energumeno «ora comprendo con facilità sorprendente; non mi stupisco che questo mistero faccia, come si dice, la felicità tutta delle persone celesti, infatti è assai piacevole divertirsi in due diventando uno».

Qualche giorno dopo, il giovane conte pregò il suo istitutore di concedergli un’altra lezione. Diceva esserci ancora qualche cosa nel mistero che non aveva infatti compreso completamente, e che poteva avere una spiegazione solo celebrando il mistero una seconda volta. L’abate, il quale era divertito dalla scena quanto il suo allievo, fece ritornare la fanciulla e la lezione ricominciò, ma questa volta l’abate, particolarmente emozionato dalla deliziosa prospettiva che il piccolo grazioso conte di Nerceuil gli presentava consustanziandosi con la sua compagna, non poté che collocarsi come terzo nell’esplicazione della parabola evangelica, e la bellezza che doveva toccare per illustrare la parabola finì per eccitarlo totalmente.

«Mi sembra che si vada troppo veloce» disse Du Parquet avvinghiando i lombi del piccolo conte. «Troppa elasticità nei movimenti, da cui risulta che la congiunzione non essendo più così intima rappresenta meno bene l’immagine del mistero che si vuole dimostrare qui, se noi fissassimo, sì proprio in questa maniera» dice il malandrino rendendo al suo allievo quello che quest’ultimo sta offrendo alla giovane ragazza.

«Ah! Dio mio, mi fate male, signor abate» disse il giovane fanciullo «questa cerimonia mi sembra inutile, cosa mi svela in più del mistero?».

«Eh, Cristo» disse l’abate balbettando per il piacere «ma non vedi che ti sto insegnando tutto insieme? È la trinità, ragazzo mio… è la trinità che ti sto spiegando, ancora cinque o sei lezioni e sarai dottore alla Sorbona».

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Traffico — Benzina Zero

Long Term Parking, opera dello scultore francese Arman.

via Traffico — Benzina Zero

Come cambia l’articolo 78 della Costituzione

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Con il nuovo articolo 78 sarebbe solo la Camera a deliberare lo stato di guerra. Una Camera in mano al Presidente del Consiglio. In atto Matteo Renzi

Con Matteo Renzi capo del Governo, a comunicare gli interventi militari italiani sono stati i vertici USA e NATO. L’Ambasciatore americano e Barak Obama temono la vittoria del NO. Come cambia l’articolo 78 della Costituzione?

Il quadro di riferimento

L’«esercitazione in Lettonia»

Di pochi giorni fa l’intervista in cui Jens Stoltenberg – Segretario Generale della NATO – annunciava che l’Italia avrebbe inviato militari in Lettonia al confine con la Russia.

In Lettonia, al confine con la Russia in funzione “dissuasiva” contro il Cremlino. Inevitabilmente un forte inasprimento dei rapporti già tesi con la Russia che potranno sfociare chissà dove e come.

E lo ha annunciato il Segretario Generale della NATO, non il Capo dello Stato o il Presidente del Consiglio i Ministri.

E non è certo la prima volta.

L’intervento militare a Misurata

Intervento in Libia, via libera di Obama: «L’Italia guidi la missione militare» (“Il Messaggero” 1 Marzo 2016)

Ad annunciarlo il Segretario di Stato alla difesa americano John Carter.

Peccato che nessuno ne sapesse niente. Il Governo ha addirittura smentito fino ad agosto.

Nella scorsa primavera, però, l’esecutivo ai rumor oppose un fermo diniego persino in Aula. Con la stessa veemenza di qualche mese fa ieri l’opposizione ha protestato per l’accentramento di potere decisionale voluto dal premier (primo responsabile dei Servizi) e per essere stata tenuta all’oscuro delle operazioni. (“Il Giornale” 11 agosto 2016)

Il Governo riferirà in Parlamento solo in settembre, sostenendo di non avere avuto il tempo di farlo prima:

Per le anticipazioni apparse sui media riguardo alla missione, ha sottolineato Pinotti, “i primi ad esser dispiaciuti siamo noi, noi siamo venuti a riferire in Parlamento alla prima data utile”. (“rainews.it” 13 settembre 2016)

e che si tratta solo di una operazione per costruire un ospedale da campo per la popolazione di Misurata.

Ospedale?

Quindi i paracadutisti e gli incursori sono li per aiutare le suore a rifare i letti e a cambiare i cateteri?

Il governo italiano ha deciso di trasferire a Misurata un ospedale da campo, con 100 fra medici e infermieri e 200 paracadutisti della Folgore posti a protezione del nucleo. (“La Repubblica” 12/09/2016)

Si tratterebbe di qualche decina di unità dei commando del IX Reggimento «Col Moschin», del Gruppo operativo Incursori del Comsubin della Marina, del 17° Stormo dell’Aeronautica Militare e dei Gis dei Carabinieri. (“Il Giornale” 11 Agosto 2016)

Come non condividere la tesi dei Senatori del Movimento 5 Stelle?

“Appare evidente che dietro la dicitura ‘operazione umanitaria’ si nasconde, in realtà, un intervento militare dell’Italia in Libia mai autorizzato dal Parlamento e più volte negato dallo stesso Renzi. Come fa questo governo a parlare di missione umanitaria quando ha venduto armi a Paesi canaglia e concesso basi aeree per i caccia americani che sganciano bombe?”

Sono solo gli ultimi esempi di come funziona. USA e NATO ordinano e il nostro capo del Governo e la sua pletora di Ministri fantoccio eseguono.

I “SÌ” alla riforma costituzionale

Da articoli di stampa del 13 settembre (casualmente stessa data degli articoli relativi alla comunicazione in Parlamento della missione in Libia) l’Ambasciatore americano John R. Phillips dichiara:

la vittoria del Sì sarebbe una speranza per l’Italia, mentre se vincesse il No sarebbe un passo indietro

Di ieri la notizia che Barak Obama si interessa al referendum costituzionale

Il Sì al referendum aiuterà l’Italia. Matteo resti in politica (“ANSA” 20/10/2016).

Oltre ai vantaggi del TTIP, chi vorrebbe perdere un “fedele alleato”?

Uno tronfio, spaccone e arrogante, ma plastilina nelle mani del Presidente americano?

Certo, sul “fedele” siamo tutti d’accordo, quanto ad “alleato” ci sarebbe da ridire.

Dobbiamo comprendere di essere alleati e non sudditi. E dobbiamo farlo comprendere agli altri. Sigonella docet. E dobbiamo comprendere che Mosca è un’opportunità per la nostra economia e non un nemico mortale. Anche se lo zio Sam vorrebbe farci credere il contrario. (“Sputniknews.com” 17 ottobre 2016)

Come cambia la Costituzione: l’articolo 78

L’articolo 78 attuale è

Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari.

verrebbe sostituito con

La Camera dei deputati delibera a maggioranza assoluta lo stato di guerra e conferisce conferiscono al Governo i poteri necessari.

La dichiarazione di guerra, quindi, rimane nelle mani del Presidente del Consiglio (in atto Matteo Renzi) che, avendo la maggioranza assoluta della Camera, stabilisce a capriccio.

E questo a prescindere dall’Italicum. Qualsiasi legge elettorale maggioritaria metterebbe la Camera dei Deputati nelle mani del Presidente del Consiglio e quindi la dichiarazione dello stato di guerra.

Come scritto poco fa “uno tronfio, spaccone e arrogante, ma plastilina nelle mani del Presidente americano“.

Ovviamente chi vota SÌ al referendum sulla riforma costituzionale è ben conscio, immagino?

In atto la gara per la Casa Bianca è fra Trump e la Clinton.

Trump è peggio della Clinton, ma peggio di Trump c’è solo la Clinton e uno dei due sarà Presidente degli Stati Uniti.

Siete certi che #BASTAUNSÌ per dormire sonni tranquilli?

P.S.: I post sull’argomento sono raccolti nel tag riforma costituzionale

Il mio differente

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Ernest Coeurderoy

 

Lavoro come il seminatore. Egli mette dell’amor proprio nel suo lavoro che non gli parrebbe più buono se altri al suo posto lo toccassero.

L’uomo è fatto così. Si crede diverso da tutti quelli che lo avvicinano e tuttavia li chiama propri simili. Non c’è individuo che non si consideri superiore al proprio vicino in tutte le attribuzioni. Nessuno acconsentirebbe a scambiare la propria nuda persona con un’altra ugualmente sprovvista di titoli, prestigio, fortuna.

L’uomo è proprio fatto così. Questa buona opinione che ha di se stesso salvaguarda la sua propria libertà e mantiene l’armonia nel nostro piccolo mondo a mezzo della varietà.

Dal momento che ci scostiamo da questa nozione di diversità, arriviamo a quella di similitudine, dalla nozione di similitudine passiamo a quella di uguaglianza con un piccolissimo sofisma alla maniera di Babœuf, Condorcet, Jean-Jacques, Licurgo, Robespierre, Luigi XIV e Loyola, il livellatore di cadaveri!

E quando siamo a questo punto, addio libertà, addio diritti dell’uomo! Eccoci nella schiavitù, testa e piedi; l’intelligenza e la razza rantolanti per sempre sotto gli artigli del più forte. I governanti coricano le nostre rivendicazioni anarchiche in lenzuoli bellissimi di carta bianca che chiamano costituzioni. Le salve gioiose dei cannoni cullano, addormentano i popoli che sono stati derubati. Russate Te Deum! L’ordine regna nelle città trafelate!

Rassomigliarsi, riunirsi, essere somiglianti, essere riuniti, è sempre la stessa cosa. I simili, gli uguali, gli identici possono essere riuniti.

Ora, una riunione suppone un ordine, una classificazione, una testa, una coda, un giusto-mezzo, una direzione, un’obbedienza, una parola d’ordine, doveri, superiori, inferiori, ricchi e poveri.

Da ciò i re, i sudditi, i dittatori, le plebi, le aristocrazie, le democrazie, le autocrazie, le burocrazie, ecc., ecc. Da ciò le catene, le palle, i cannoni, gli scudi, i piedi pesanti dei despoti e degli usurai che opprimono e pelano la testa delle nazioni, marciano su di essa come sulla sabbia di un sentiero. Da ciò il Male, la Guerra, le Sommosse, i Colpi di Stato, la Miseria, gli annegamenti, i mitragliamenti, la San Bartolomeo, Nerone, Bonaparte, Erode, Pilato e Samson il carnefice!

Uomini! Velo dico, se i vostri diritti sono uguali, le vostre nature sono diverse. Quando parlate l’uno dell’altro non dite il mio simile, dite il mio differente. Avrete fatto molto per il Diritto fissando nettamente i termini relativi. La lingua dà la misura dei costumi, e fra la gente che si dice uguale, una minoranza è sovra-posta, mentre la maggior parte è sotto-posta. Se la tutela dei diritti di ciascuno è rimessa nelle mani di tutti, gli uomini diventano solidali nella schiavitù, nella soffernza, mai nella libertà, mai nella felicità.

L’uguaglianza delle persone è un agguato, una trappola sociale in cui si arrabattano ancora i Cosacchi e i partigiani di Cabet. Io pretendo di essere differente dagli altri, sono più giusto, più libero, e soprattutto meno ambizioso dei capi comunisti. – Principes sacerdotum!

E semino cantando!

Siamo tutti criminali di guerra

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Aleppo (foto tratta da friendsofsyria.wordpress.com)

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di Enrico Euli

Aleppo è stata in parte occupata dai fanatici di Al Nusra, Isis o qualcosa di simile. Per liberarla da loro, il governo siriano sta assediando e massacrando da mesi i suoi stessi cittadini, con il sostegno russo.
Nessuno può uscire da lì, vivo o morto che sia. La gente è alla fame, disperata, non si può neppure salvare negli ospedali, anch’essi oggetto di attacchi furibondi e continui, non casuali. Si spera così che i nemici decidano di lasciare il campo, di arrendersi, di ritirarsi. Ma così non è e non sarà, almeno sino a quando ci sarà qualche civile ancora vivo nella città.

Proteste internazionali, Onu che parla di crimini di guerra (tanto il vile coreano è a fine mandato), Obama che protesta (tanto anche lui è a fine mandato), negoziati, tentativi di tregua umanitaria non riusciti, ogni tanto poche ore di corridoi aperti per provare a salvare qualcuno dalla carneficina totale.

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Cosa possiamo fare per la Siria

Quelle bombe made in Italy sullo Yemen

Bene. Gli stessi che accusano Assad e Putin ora attaccano la metropoli irachena di Mosul. E fanno e faranno lo stesso a quella gente. Li ammazzeranno, per liberarli (definitivamente, direi) dall’Isis.

Ma come si può pensare di proseguire ad affrontare il terrorismo in questo modo, dopo trent’anni di guerra continua in Afghanistan, venti in Iraq, cinque in Siria e in Libia, e tre in Yemen? Stesso metodo, stessi risultati, è sicuro. Checché ne dica la solita propaganda: è l’attacco definitivo, è l’ora X, è l’Armageddon finale, la resa dei conti. E quando vinceremo la battaglia, sarà fatta. Tutte assurdità, già più volte dimostrate tali, già a partire dal patetico mission accomplished di Bush padre, ormai quasi due decenni fa.

Nessuno considera ormai alcuna alternativa. La guerra è l’unica lingua, qualunque siano i suoi risultati (che peraltro sarebbero stati già abbastanza chiari valutando quelli del XX secolo). I negoziati servono solo per limitare il disastro, o arrivano solo dopo i bombardieri (con un’efficacia, evidentemente ed ovviamente, nulla). D’altra parte, l’abbiamo già detto, l’unica base economica dei nostri regimi è attualmente proprio l’industria delle armi, e l’unica strada è quella della militarizzazione della vita civile. Noi ci siamo già, di fatto. Manca solo la continuità quotidiana delle stragi, le bombe dai cieli, gli assedi alle nostre case. Ma non tarderanno ancora molto, anche per noi.

 

 

Nuove merci per il capitalismo globale

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“Cambiare tutto per non cambiare nulla”, fa dire Tomasi di Lampedusa al protagonista de “Il Gattopardo”. E rimane sempre la parola d’ordine del potere e del dominio.

Negli anni Cinquanta i meridionali emigravano al nord. Dalla Sicilia, dalla Calabria e dalla Puglia salivano in Piemonte e in Lombardia, le regioni industrializzate del nostro paese, dove li aspettavano le grandi fabbriche siderurgiche, chimiche, manifatturiere. Giù c’erano la mafia, il latifondo, il caporalato; non c’erano scuole, trasporti pubblici, diritti.

Negli anni Sessanta i paesi del meridione italico si erano ormai svuotati di quasi tutti i giovani maschi, di una buona parte delle giovani donne e di gran parte dei maschi di mezza età. Restavano i vecchi, i bambini, una parte delle donne. Tutti, meridionali e settentrionali, quelli in grado di pensare, sapevamo che l’emigrazione era una condanna senza appello per il meridione, il bengodi per i padroni del nord.

Al sud restavano comunità inermi, svuotate delle loro forze migliori, nutrite come parassiti dalle rimesse degli emigrati. Nessuno più in grado di lottare, organizzarsi, rivendicare diritti, ribellarsi ai soprusi, prendere iniziative.

Al nord i milioni di giovani immigrati erano carne da macello per i “carovanieri”, riserve inesauribili di mano d’opera ricattabile per gli industriali.

Tutti, al sud come al nord, sapevamo che l’emigrazione era la conseguenza dell’ingiustizia sociale, dello sfruttamento senza regole e limiti; sapevamo anche, senza ombra di dubbio, che si trattava di un disastro sociale, in primo luogo per i paesi abbandonati dagli emigranti.

Se non fu un disastro anche per il nord, in quegli anni, si deve dire grazie alla forza di un sindacato di classe (che oggi non c’è più) e di un partito di classe (che oggi non c’è più). La CGIL e il PCI, in tempi di espansione capitalistica, crescita dell’industria e dei consumi, riuscirono a far crescere anche la coscienza politica di quei giovani meridionali, e con essa le lotte operaie e le conquiste dei lavoratori. Che ormai da decenni stiamo perdendo una ad una.

L’emigrazione di oggi, dai paesi africani, asiatici, latinoamericani, verso i paesi dominatori, ha le stesse cause più qualche altra causa difficile da individuare ma che si può cercare di immaginare: gli interessi mafiosi che si aggiungono ai “tradizionali” interessi capitalistici.

Come nell’Ottocento e nel secondo dopoguerra, il capitalismo industriale in crescita aveva bisogno di svuotare le campagne e riempire le fabbriche, così oggi il capitalismo globale al collasso ha bisogno di svuotare nazioni e continenti “difficili” per riempire l’Occidente di manodopera a bassissimo costo. Perché un’altra cosa che sapevamo, prima che l’era della (dis)informazione ci rendesse de-menti, è che, quando l’offerta di una merce è superiore alla domanda, il suo prezzo crolla.

E anche la forza-lavoro, cioè la manodopera, cioè uomini e donne in età e in forze per lavorare, nell’economia capitalistica sono merce.

Una merce oggi in offerta speciale, non solo perché troppo abbondante e del tutto disorganizzata ma anche perché, mentre negli anni cinquanta la produzione e i consumi si espandevano, oggi si stanno contraendo. E non poteva essere diversamente, visto che la loro espansione è stata abnorme, mentre la competizione sfrenata insita nell’economia capitalista procede inevitabilmente verso la distruzione dei “consumatori”. Che, prima di essere consumatori, devono essere lavoratori ben retribuiti. Cosa possono “consumare” altrimenti?

Tuttavia, di fronte alla contrazione del mercato, la competizione capitalistica per aumentare i profitti non si ferma, tutt’altro. L’immigrazione di massa nei paesi ricchi è la sua nuova frontiera. Dopo aver spostato la produzione nei paesi dominati, per sfruttare all’inverosimile una manodopera schiavizzata e composta anche di bambini, oggi il capitalismo globale tenta di trasferire direttamente la manodopera (da schiavizzare) nei paesi ricchi, quelli cioè dove si consumano le merci prodotte.

Gli stessi interessi che hanno trasferito all’estero la produzione, ora stanno trasferendo nelle loro aree gli schiavi. Senza neanche pagare le spese di viaggio, anzi guadagnando dal viaggio degli schiavi.

Il capitalismo evoluto del terzo millennio pensa che, avendo manodopera schiavizzata “in loco”, risparmierà anche sulle spese di trasporto delle merci, pensa di creare nuovi “consumatori” o, se non altro, nuovi pagatori di tasse che poi finiranno nelle sue tasche come finanziamenti di ogni tipo; pensa che così anche le merci e i servizi prodotti in Occidente potranno avere lo stesso costo del lavoro di quelle prodotte in Bangladesh o in Cina.

Questo è lo scopo principale per cui l’Europa “importa” quelli che chiama furbescamente “profughi” o “rifugiati”, dato che le parole “emigranti” e “immigrati” sarebbero troppo rivelatrici. Questo è il motivo per cui i governi europei parlano di “accoglienza”, l’ineffabile Obama li invita ad “accogliere”, i tiranni si travestono da benefattori in attesa del prossimo pasto. Ed è questo il motivo per cui, nei paesi da cui provengono gli emigranti, c’è chi si occupa di far credere loro che qui li aspetterà un buon lavoro sicuro: ci sono gli “ingaggiatori”, come c’erano nelle campagne e nelle montagne italiane nei primi del novecento.

Inoltre oggi gli ingaggiatori sono aiutati da una rete pubblicitaria palese e occulta, che vuole far credere le stesse cose.

Sugli interessi più vasti e convergenti del capitalismo globale (le sue guerre e le sue rapine dislocano milioni di persone, cacciandole dalle loro case e dalle loro terre e contribuendo così alla “produzione eccedente” di manodopera), si innestano poi felicemente quelli delle mafie locali e internazionali. Ogni emigrante rende di viaggio alcune migliaia di euri, senza contare il serbatoio di traffico di organi e pedopornografia su cui nessuno avrà interesse a indagare.

Effetto ultimo e gradito (dal capitalismo globale) dell’emigrazione di massa: come per il meridione degli anni sessanta, i paesi degli emigranti si svuotano delle loro forze umane migliori, quelle più giovani ed energiche, le uniche da cui poteva venire la lotta, l’organizzazione, il riscatto.

Gli emigranti sono dunque merce per l’osceno finale di un’epoca di dominio. Sono il progresso che avanza come un bulldozer su un’umanità inerme o inebetita.

Eppure siamo in molti a vedere con una certa dose di lucidità quello che sta succedendo, le cause e le conseguenze. Siamo in molti a lottare localmente per i giusti obiettivi. Quello che da tempo non ci riesce più è fare rete, unirci per lottare globalmente, per fare anche noi campagne mondiali coinvolgendo popoli e associazioni diverse e di diversi paesi, unendo il nord e del sud del mondo.

Dobbiamo ricucire quella rete dei popoli e degli scopi che ha fatto tanta paura ai potentati economici mondiali quando si è presentata sulla scena, alla fine del millennio passato.

 

 

Addio a voi e alla giovinezza che ho trascorso con voi

…Avete cantato per me nella solitudine, e con i vostri desideri

ho costruito una torre in cielo…

Se ancora una volta ci incontreremo nel crepuscolo

della memoria

parleremo nuovamente insieme, e intonerete per me

un canto ancora più profondo.

E se le nostre mani s’incontreranno in un altro sogno,

costruiremo un’altra torre nel cielo

(Khalil Gibran)

 

Il granello di sabbia — Testi pensanti

A un certo punto ho creduto di poter essere io il granello di sabbia nell’ingranaggio. Il ribelle nel ventre ancora fecondo della bestia […] i sessantottini hanno iniziato con la rivoluzione e sono passati alla pubblicità, io volevo fare il contrario. (Frédéric Beigbeder)

via Il granello di sabbia — Testi pensanti

Niente di tutto questo — Testi pensanti

Ci sono persone pagate per dare notizie, altre per tenerle nascoste, altre per falsarle. Io non sono pagato per far niente di tutto questo. (Rino Gaetano)

via Niente di tutto questo — Testi pensanti

Finzioni e realtà

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André Prudhommeaux

Uomini e cose

La scienza moderna e l’anarchia di Kropotkin incomincia con queste celebri parole: «L’anarchismo è l’interpretazione meccanica di tutti i fenomeni, ivi compresi i fenomeni naturali». Se questa affermazione ha un significato — ed io ne dubito — può darsi che esso voglia ammettere l’assimilazione dell’individuo-monade al corpuscolo-atomo: l’uno e l’altro sarebbero gli elementi di disgregazione massima di organismi (materiali o sociali) la cui struttura, molto più elevata nel suo complesso, sarebbe legata all’aspetto «vitale» dei fenomeni. Se invece quella non è altro che un confronto rettorico (ed il proverbio francese dice: comparaison n’est pas raison), l’espressione «atomizzare» non potrebbe applicarsi indistintamente alle cose ed alle collettività umane, dato che, nel primo caso, il residuo di quest’operazione è press’a poco un’astrazione morta, mentre nel secondo essa libera il soggetto vivente pensante ed agente da tutta l’astrazione mistificatrice.
Senza penetrare nell’ambito filosofico, e per attenersi alle semplici fondamenta della morale pratica, è ammesso generalmente che esiste una certa differenza tra un uomo ed una cosa, e questo mi pare giustificare il principio, profondamente anarchico, secondo il quale l’uomo non deve trattare il suo simile come una cosa. La differenza tra un uomo ed una cosa proviene dal fatto che essi appartengono ad una «specie» differente, oppure è legata al fatto che un essere umano è, più di ogni altro oggetto al mondo, una individualità? Per parte mia, ammetto che se si conviene di chiamare «anima» questa differenza irriducibile e misteriosa che separa l’essere dalla cosa, l’anima non appartiene alla specie, ma all’individuo.
Se l’anima appartiene alla specie come pretendono gli organicisti, significa che essa esiste al di sopra e al di fuori dei corpi, come qualcosa di trascendentale; significa che esistono in qualche maniera dei corpi senza anime e delle anime senza corpi, ciò che d’altra parte sembrerebbe monista e materialista. Ci sono tuttavia molti uomini che ragionano come se i fenomeni della vita umana, in particolar modo i loro aspetti vivi e spirituali, non fossero legati all’esistenza ben materiale e distinta d’un organismo umano — come se non avessero per sede e per soggetto-oggetto l’individualità vivente; questa unione intima della mente con il corpo che è scioglibile solo con la morte.
Qualche volta questa gente attribuisce (e cade nel feticismo) a delle cose inerti, a questi quadri puramente materiali, tanto il dinamismo quanto lacreazione di forme da cui deriva la nostra esistenza: in modo che l’attività del meccanico, per esempio, essi la spiegano con la presenza della macchina e non la presenza della machina con l’attività del meccanico. Nel loro linguaggio pare che l’utensile modelli lo scultore. In questo modo danno una vita a dei corpi senza anima, e si potrebbe quasi dire che prestano loro la propria anima, per non essere più che dei corpi. Altre volte ragionano su delle anime senza corpo, parlando del Partito o del Sindacato, della Nazione, della Società, dello Stato, del Popolo, del Proletariato, dell’Umanità — e d’altri fattori astratti della vita sociale ai quali il linguaggio accorda dei nomi — come se si trattasse di organismi esistenti e palpabili, che vivono, muoiono, pensano e vogliono come fanno Pietro, Paolo o Giacomo. È così che, prigionieri di questa curiosa mitologia, sostituiscono Dio, il Diavolo, Cristo, la Vergine ed i Santi con degli idoli collettivi altrettanto immaginari; ai quali essi attribuiscono tutto il bene e tutto il male che accade nell’universo. A queste «anime senza corpo» essi giungono a prestare docilmente il loro corpo, per non essere altro che anime in vacanza. E siccome il loro universo risulta così composto di corpi senza anime e di anime senza corpo, di materia da una parte e dall’altra di entità dialettiche o storiche, certuni tra essi chiamano la loro religione «materialismo storico» o «materialismo dialettico».
Ora questa concezione mistificatrice ha delle conseguenze reali; essa ha anche delle cause reali; perché è «vero» che il manovale specializzato è, in un certo senso, lo strumento della sua macchina mentre dovrebbe essere la macchina il suo strumento; che lo Stato si serve degli individui e li macina come se realmente lo Stato fosse un essere vivente e gli uomini della materia inerte. Ma, a parte che questo non è che un aspetto frammentario della realtà, è un aspetto che bisogna far scomparire e non perpetuare con una mistica. Da cui la necessità di criticare questa concezione, e di mostrare, per esempio, che il vero fattore responsabile nel caso dell’oppressione da parte della macchina, è l’operaio che accetta d’essere inchiodato alla macchina come se fosse una ruota di carne; che nel caso dell’oppressione dello Stato, la «servitù volontaria» degli individui che si sono lasciati assorbire da esso costituisce la grande causa umana dell’esistenza stessa dello Stato.
Allora la soluzione è chiara: che l’operaio si ribelli contro il lavoro indegno che lo abbassa al livello delle cose, che chi è soggetto ai poteri sociali assume egli stesso le proprie responsabilità, e la fatalità del sistema sarà rotta nel punto stesso dove può esserlo. Rotta essa lo è di già, dal momento che interviene la critica, con il risveglio delle coscienza addormentata, con l’analisi per mezzo della quale il lavoratore realista vede finalmente che è «il meccanico che fa la macchina» e che sono i «contribuenti, i soldati e i funzionari che fanno lo Stato».
Ritrovare le realtà viventi, e in seguito rimettere al loro posto le responsabilità, risvegliare le coscienze, riunificare e rivivificare le individualità malate (in preda ai corpi senza anima ed alle anime senza corpo d’un mondo di macchine e di fantasmi); rifare per conseguenza degli uomini; ecco un problema al quale il materialismo dialettico o storico non porta nessuna soluzione. Anzi esso continua nell’errore, dato che mistifica la macchina come il Dio o il Demonio del mondo sociale e la «dialettica delle classi» come il Dio o il Demonio del mondo politico o della storia. Il marxista non vede che la salvezza è nell’uomo che si separa dalla macchina disumanizzante; che riprende il suo bene allo Stato e alle entità sociali; che procede materialmente e spiritualmente alla grande analisi del mondo che qualcuno chiama «atomizzazione» e da cui esce, tuttavia, la sintesi dell’individuo ricostituito nella sua vivente unità.
I marxisti hanno marcato con la loro impronta il movimento operaio ed anche il movimento storico dell’anarchismo. Se ciò non fosse stato non sarebbe necessario di ripetere che solo l’individuo vive e muore, respira, impara, conosce, agisce, gioisce e soffre; che è la sede, il soggetto e l’oggetto reale di tutti i fenomeni sociali; che gli schemi delle sue relazioni con altri individui sono abitudini che egli forma o scioglie, delle obbligazioni che egli assume o revoca, delle simpatie o antipatie che egli prova intimamente e non dei legami organici o organicisti concreti, come quelli che esistono tra le membra di un uomo ed il suo stomaco, tra il motore d’un auto e gli ingranaggi del cambio, o come il collegamento degli atomi diversi di una molecola chimica.

Individualismo

Camus scrive: «Io mi rivolto, dunque noi siamo». È questo, mi pare, il vero grido dell’individualismo in rivolta. Il vecchio grido: «io solo» appartiene ad un secolo ormai tramontato, quello del romanticismo.
Io so che un’altra opinione persiste sull’individualismo.  Esso viene definito «un atteggiamento filosofico antisociale» che preso in senso assoluto ci obbliga «a rinunciare a tutti i contati con i nostri simili». Mi pare invece che l’individualismo sano sia un atteggiamento etico e non filosofico (cioè impegna la condotta e non a conoscenza) e, soprattutto, che la particolarità di quest’atteggiamento (che non ha niente di antisociale) è di cercare il contatto reale con gli individui, al di fuori delle finzioni sociali, come le entità collettive, masse e gerarchie, classi, leggi, pregiudizi, valore e funzioni convenzionali.
Il non-individualista (chi non lo è poco o tanto?) arrestandosi a queste finzioni, ignora gli individui. Socialmente i suoi soli rapporti sono dei rapporti d’alienazione e di subordinazione; per cui si nega come individuo a profitto della sua professione, della sua «situazione», della sua famiglia, della sua casta, della sua nazione, della sua chiesa, del suo Dio, o semplicemente del suo denaro o del suo potere. Impegnato nei suoi rapporti verticali, con i quali si identifica ad una finzione sociale (il suo rango, il suo grado, per esempio) egli trascura i rapporti orizzontali d’affinità o di simpatia che potrebbe avere con Pietro, Paolo, Giacomo, Maria o Margherita. Più precisamente, i suoi rapporti con gli individui si fanno solo attraverso entità sociali fittizie. Quando incontra uno «straniero» non è Giovanni di fronte ad Hans, ma l’Italia di fronte alla Germania. Rientrando nella propria casa non è Giovanni davanti a Teresa, ma lo sposo, l’amante convenzionale davanti alla sua amante, o l’«uomo» davanti alla «donna. All’ufficio egli è l’amministratore davanti al pubblico; è il superiore o l’inferiore di fronte alla dattilografa o al padrone. Se si pala di politica egli è il Partito, l’Organizzazione, lo Stato, davanti l’entità avversaria o davanti la massa.
Per un Romeo non-individualista, Giulietta è semplicemente una Montecchi; per una Giulietta non-individualista, Romeo è un Capuleti. Il solo contatto possibile è il disprezzo, il rifiuto di comprendere.
Per un non-individualista, la gente non è «interessante». Per l’individualista, sono le astrazioni che non sono interessanti. Con gli individui, e soprattutto con coloro che sono capaci di individualismo come lui, l’uomo senza pregiudizi trova facilmente il cammino della simpatia operante, o almeno di quella «immaginazione simpatica» che ci permette di metterci nei panni di un altro, anche quando c’è forse conflitto, rivalità o disaccordo. Il disprezzo non esiste più qualunque siano le differenze.
E se il disprezzo non esiste più, finisce per noi d’essere indifferente l’umiliare, il disturbare, lo stancare, il fare soffrire. Induriti da una lotta leale o inteneriti dall’abbandono, l’immaginazione simpatica ci fa sentire quello che sente l’altro, e partecipare alla sua vita. La solitudine è rotta, quella solitudine che invano cerchiamo di superare identificandoci ad un mediatore sociale, ad un padre spirituale comune, ecc. Ma se siamo liberati dai doveri religiosi verso gli idoli astratti che ci imponevano la loro morale, noi siamo, al contrario, resi responsabili davanti a noi stessi e moralmente coscienti delle nostre azioni e dei nostri gesti nei riguardi del prossimo.
C’è invece chi definisce l’individualista come se non avesse coscienza, senza morale, senza rimorsi per il male che fa agli altri. Mi sembra invece che sia il non-individualista che, nella sua riverenza superstiziosa per le finzioni stratte, colpisce gli esseri reali con indifferenza o disprezzo e resta insensibile alle loro disgrazie, alla loro rivolta o alle loro degradazioni.
Secondo me è individualista colui che pensa con Vigny: «amiamo quello che non vedremo mai due volte»; è individualista colui che con Voltaire risponde a Pascal: «bisogna amare molto teneramente le creature»; è individualista colui che sente come Rimbaud: «non amava Dio, ma gli uomini». E sono persuaso che gli altri individualisti ai quali ho accennato (malgrado le formule fredde in cui si rinchiudono come in una corazza, forse per eccesso di sensibilità) sono i primi individualisti alla nostra maniera.

Finale scontato

gufi

( Articolo Condiviso )

Il nostro male viene da più lontano

Alain Badiou

Einaudi, 2016

 

Ci sono libri che, prima di iniziare a leggerli, sai già dove andranno a parare, e quale sia lo scopo del loro autore. Questo libretto del filosofo francese è uno di quei casi. Non si tratta in realtà di un libro vero e proprio, bensì della trascrizione di un seminario tenuto in un teatro francese il 23 novembre 2015; a dieci, giorni, quindi, dai massacri parigini per mano degli islamisti. Ed è proprio questo lo spunto del seminario: analizzare l’ondata di violenza che ha appena scosso le coscienze francesi e mondiali, e cercare di comprenderne le radici profonde.

Non deve essere stato facile affrontare la questione a caldo, provando a dare una visione differente da quella scatenata dalla canea mediatica di quei giorni, ricordando che massacri del genere l’Occidente li compie, ogni giorno, in vari angoli del mondo. Badiou spiega quindi che gli attentati di Parigi, che hanno colpito degli occidentali, tendono a sollecitare un riconoscimento identitario che, a sua volta, porta a stringersi attorno allo Stato e questa«idea trasforma la giustizia in vendetta» tanto che «la polizia […] uccide gli assassini appena li trova». Il limite di questa affermazione, però, è nella idea dell’autore che associa la giustizia al “giusto” e la vendetta al “male”, ma non considera che l’idea di vendetta non per forza deve essere connaturata allo Stato e alle garanzie offerte dal suo diritto, cosa che permetterebbe di vedere del “giusto” proprio nella tanto vituperata vendetta. Del resto, come ben si capisce dal resto del suo discorso, il filosofo è un fedele amante dello Stato, di cui cambierebbe solo la forma…

Se l’analisi di base di Badiou è condivisibile quando indaga la struttura del mondo contemporaneo alla luce della vittoria del capitalismo mondiale, nella sua attuale forma che chiama «capitalismo globalizzato», smette di esserlo quando afferma che la radice dei mali che affliggono il pianeta sia frutto della scomparsa di un’altra idea, che per lui coincide esclusivamente con l’idea del comunismo. Il pensiero che possa  esistere un’altra idea di mondo, al di fuori e contro il controllo statale, non pare sfiorarlo minimamente; da buon marxista ortodosso, nutre infatti un odio viscerale nei confronti dell’anarchia; secondo lui, è proprio questa forma di non governo ad avere implementato i problemi e le crudeltà del mondo, in quanto in molte zone, dopo il dissolvimento degli Stati-nazione, all’interno di quella nuova forma che assumono i territori, che Badiou definisce col termine di«zonizzazione», «vigerà una sorta di semi-anarchia, di bande armate controllate o incontrollabili» che «non impedirà lo sviluppo degli affari, e anche meglio di prima», perché «in una zona in cui ogni vera potenza statale è scomparsa, l’intero microcosmo delle imprese opererà senza grandi controlli». Insomma, il problema è che l’ascesa al potere del capitale multinazionale e la progressiva estinzione dello Stato-nazione, hanno ridotto al lumicino controlli, garanzie e diritti.

Non a caso Badiou insiste più volte sul dato che, al mondo, due miliardi di essere umani siano esclusi da tutto, non essendoci lavoro per tutti, e non potendo così costoro essere produttori – quindi guadagnare – e di conseguenza consumatori – quindi poter acquistare quanto occorre per la sopravvivenza quotidiana. Non un parola di critica al lavoro in quanto sistema di sfruttamento, o al denaro, dalla cui disponibilità può dipendere la vita o la morte di molti.

Quanto alle motivazioni che spingono dei giovani occidentali a compiere massacri simili a quelli di Parigi, Badiou si addentra in un discorso psicoanalitico, attraverso il quale identifica delle «soggettività tipiche» e, all’interno di esse, una in particolare che definisce «soggettività del desiderio di Occidente». Sarebbe proprio questo desiderio, secondo lui, a portare alcuni giovani, immigrati di seconda o terza generazione, a trasformarsi in assassini, a causa della mancata realizzazione del desiderio stesso. Ma è proprio vero che sia questa frustrazione la causa? Che sia il mancato raggiungimento del benessere e dell’adeguamento ai valori occidentali a spingere dei giovani ad uccidere e farsi uccidere? E se invece fosse l’acquisizione di una consapevolezza, che gli permette di riconoscersi come colonizzati nelle terre d’origine, estranei, esclusi e rifiutati nella terra d’approdo, e quindi sempre messi al margine della società, a prescindere dal territorio in cui vivono, vivendo quindi nella carne la marginalizzazione a cui li sottopone quel capitalismo globalizzato? A quel punto, la mancata prospettiva di una vita degna ovunque, e l’assenza di etica, può spingere a riempire di esplosivo la propria rabbia, incanalandola nel modo peggiore; ma quella religiosa non può essere considerata solo una copertura di facciata, una forma ideologica di nascondimento, se si considera l’intrinseca violenza insita in ogni religione.

Interessante è la parte in cui si analizzano e si confrontano quelle che vengono definite civiltà e barbarie, dove – da questa parte del mondo – la prima è rappresentata dalla cultura occidentale, la seconda dall’oscurantismo islamista. Per il filosofo è fin troppo facile spiegare che, alla luce di tutti gli stermini causati quotidianamente dall’Occidente, questo non può certo vantarsi di essere civile, ma altrettanto barbaro di quei popoli barbari che vorrebbe combattere. L’errore di fondo, però, sta nel concetto stesso di barbarie: il messaggio che passa è che, ammazzando in maniera indiscriminata, che a farlo sia l’Isis o gli Stati occidentali, esso sia comunque un atto barbarico. Sarebbe forse più corretto affermare che, col progredire della civiltà, l’estremo sviluppo del suo pensiero fattosi mondo e della sua tecnica, i massacri e gli stermini di ogni tipo hanno toccato picchi di crudeltà forse mai raggiunti. Ma riflettere su ciò significa anche capire che tra civiltà e barbarie non necessariamente la prima è migliore della seconda, e questo crea sgomento, perché spinge a porci la domanda su dove stiamo andando e su che mondo abbiamo creato…

Infine, si arriva alla conclusione che si sapeva di trovare. Dalle parole del filosofo francese si nota un certo rammarico per il fatto che i poveri, gli esclusi da tutto, non incanalino la loro rabbia all’interno di una ideologia che si opponga al capitalismo, ovvero tendano al comunismo. Orfano di un mondo oramai scomparso, nutre la recondita speranza che questa umanità offesa possa trasformarsi nel nuovo soggetto rivoluzionario. Gente come lui non può farne a meno. Incapaci di immaginare un avvenire differente da tutto ciò che è Passato, tentano di riciclare un futuro ormai alle spalle.

Chissà che non avesse ragione Cioran quando affermava che “l’originalità dei filosofi si riduce ad inventare termini”.