Il maestro filosofo

maschera

( Articolo Condiviso )

Donatien-Alphonse-François de Sade

Di tutte le scienze che si inculcano nella testa di un bambino, lavorando alla sua educazione, non v’è dubbio che i misteri del cristianesimo, benché siano una delle parti più sublimi di questo suo ammaestramento, non siano affatto tra quelli che si introducono con più facilità nella sua giovane mente. Persuadere un ragazzo di quattordici o quindici anni che Dio Padre e Dio Figlio sono la stessa persona, che il Figlio è consustanziale al Padre e che il Padre lo è al Figlio ecc., anche se tutto questo è necessario alla felicità della vita, è più difficile da far comprendere dell’algebra, e se ci si vuole riuscire, si è obbligati a utilizzare alcune forme fisiche, alcune spiegazioni materiali che, malgrado siano esagerate, facilitino al ragazzo la comprensione dell’oggetto misterioso.

Nessuno era così profondamente pervaso da questo metodo di Monsieur l’abate Du Parquet, precettore del giovane conte di Nerceuil, di circa quindici anni, la più bella presenza che si possa immaginare.

Ogni giorno il piccolo conte diceva al suo istitutore: «In verità, la consustanzialità va oltre le mie forze, mi è assolutamente impossibile comprendere come due persone possano farne una: svelatemi questo mistero, vi scongiuro, oppure rendetelo alla mia portata».

L’onesto abate, desideroso di riuscire nella sua educazione, contento di poter facilitare all’allievo tutto quello che un giorno lo avrebbe potuto rendere una bella persona, escogitò un modo piuttosto piacevole di appianare le difficoltà che imbarazzavano il conte, sicuro che questo mezzo preso dalla natura sarebbe necessariamente riuscito.

Fece venire a casa sua una ragazzina di tredici, quattordici anni e, dopo aver ben istruito la piccola, la congiunse al suo giovane allievo. «Bene, ora, amico mio, capite senza afflizione alcuna il mistero della consustanzialità, ora capite come due persone diventino una sola?».

«Oh, mio Dio, sì, signor abate» disse l’affascinante energumeno «ora comprendo con facilità sorprendente; non mi stupisco che questo mistero faccia, come si dice, la felicità tutta delle persone celesti, infatti è assai piacevole divertirsi in due diventando uno».

Qualche giorno dopo, il giovane conte pregò il suo istitutore di concedergli un’altra lezione. Diceva esserci ancora qualche cosa nel mistero che non aveva infatti compreso completamente, e che poteva avere una spiegazione solo celebrando il mistero una seconda volta. L’abate, il quale era divertito dalla scena quanto il suo allievo, fece ritornare la fanciulla e la lezione ricominciò, ma questa volta l’abate, particolarmente emozionato dalla deliziosa prospettiva che il piccolo grazioso conte di Nerceuil gli presentava consustanziandosi con la sua compagna, non poté che collocarsi come terzo nell’esplicazione della parabola evangelica, e la bellezza che doveva toccare per illustrare la parabola finì per eccitarlo totalmente.

«Mi sembra che si vada troppo veloce» disse Du Parquet avvinghiando i lombi del piccolo conte. «Troppa elasticità nei movimenti, da cui risulta che la congiunzione non essendo più così intima rappresenta meno bene l’immagine del mistero che si vuole dimostrare qui, se noi fissassimo, sì proprio in questa maniera» dice il malandrino rendendo al suo allievo quello che quest’ultimo sta offrendo alla giovane ragazza.

«Ah! Dio mio, mi fate male, signor abate» disse il giovane fanciullo «questa cerimonia mi sembra inutile, cosa mi svela in più del mistero?».

«Eh, Cristo» disse l’abate balbettando per il piacere «ma non vedi che ti sto insegnando tutto insieme? È la trinità, ragazzo mio… è la trinità che ti sto spiegando, ancora cinque o sei lezioni e sarai dottore alla Sorbona».

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Pubblicato il 30 ottobre 2016, in Il raggio riflesso, informazione e cultura con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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