Archivio mensile:novembre 2016

Usi a reprimer terrorizzando

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Fedeli nei secoli, si fanno un vanto di essere usi ad obbedir tacendo. Il padrone che servono in modo incondizionato è lo Stato ed il loro lavoro consiste nel fare la guerra a chi turba l’ordine nelle strade e la pace nei mercati, il potere dei governanti e il profitto dei banchieri. Se il loro padrone ordina di bastonare, loro bastonano. Se ordina di torturare, loro torturano. Se ordina di ammazzare, loro ammazzano. Non importa chi (manifestanti o scalmanati), non importa dove (a Genova o a Kabul). Loro non si pongono domande e non sanno cosa siano gli scrupoli di coscienza. Non sono nemmeno poliziotti, sono soldati dell’esercito! E come ama ripetere ogni buon militare con l’intelligenza di un militare: gli ordini si eseguono, non si discutono. Se poi capita che qualcuno di loro si lasci prendere la mano nella foga del momento, nessun problema. Il loro padrone li capisce, li sostiene, li protegge. In guerra gli eccessi sono inevitabili, la battaglia fa salire il sangue alla testa. Che le anime pie se ne stiano chiuse in casa a pregare sottovoce.
E le anime non pie? Ecco, quelle talvolta si incazzano davanti a questi manovali del terrore di Stato. Quando ciò accade, le parti si invertono. Non è la repressione a bussare alla porta di chi si è preso qualche libertà, è chi si prende qualche libertà a bussare alla porta della repressione. I politici potranno anche chiamarlo «atto vile» — da non confondere con l’atto coraggioso di massacrare persone inermi godendo dell’impunità di Stato — ma che volete farci? Ci sarà sempre chi non si rassegna davanti alle minacce, all’arroganza e alle violenze dell’Arma tanto orgogliosa di reprimer terrorizzando. Non importa chi (sovversivi o teste calde), non importa dove (anni fa a Nassiriya, mesi fa a Firenze, la scorsa notte a Bologna,…).
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#IodicoEsticazzi?!

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Allora, vi siete decisi? Vi siete chiariti le idee? Dopo aver seguito per bene tutte le discussioni e le diatribe, dopo aver ascoltato il vostro leader(ino) preferito — quello che parla bene, quello che sa cosa dire, quello che è proprio una brava persona — avete fatto la vostra scelta in vista del prossimo referendum? Avete infine stabilito a chi andrà il vostro voto, se preferite crepare di peste reazionaria o di colera progressista?
Lo speriamo davvero, perché noi non sapremmo proprio come aiutarvi. Figuratevi che più veniamo sommersi dal chiacchiericcio referendario, e più ci viene in mente il dottor Goebbels. Personaggio ripugnante, già, ma non certo un cretino. Altrimenti non sarebbe mai riuscito a far fare il passo dell’oca e a far lanciare rutti di battaglia a milioni di persone, per altro abitanti di una nazione celebre per la filosofia e la poesia. Motivo per cui le sue considerazioni sulla propaganda, anziché liquidarle con una smorfia di disgusto, sarebbe bene conoscerle e tenerle sempre presente giacché non sono affatto morte e sepolte nel maggio del 1945.
Nel suo discorso tenuto a Norimberga nel 1934, ad esempio, egli sottolineava come «oggi in tutto il mondo la gente sta iniziando a vedere che uno Stato moderno, sia esso democratico o autoritario, non può resistere alle forze sotterranee dell’anarchia e del caos senza la propaganda», la quale era definita «un mezzo verso un fine. Il suo scopo è di condurre il popolo a una comprensione che gli permetterà di dedicarsi volentieri e senza resistenza interiore ai compiti e agli obiettivi di una dirigenza superiore». È quindi questa élite dirigente, quale che sia il suo colore, a decidere quali sono i compiti che tutti devono assolvere, gli obiettivi che tutti devono perseguire (ovvero la vita che tutti devono fare). Ma come è possibile che i molti si mettano al servizio dei pochi? L’ingegnere di anime nazista — laureato in filosofia e grande affabulatore — lo spiegava in maniera impeccabile: «Il popolo deve condividere le preoccupazioni e i successi del suo governo. Queste preoccupazioni e questi successi devono quindi venire presentati e martellati nel popolo di continuo in modo che esso consideri le preoccupazioni e i successi del suo governo come se fossero i propri. Solo un governo autoritario, legato fermamente al popolo, può farlo nel lungo periodo. La propaganda politica, l’arte di ancorare le cose dello Stato alle larghe masse in modo che l’intera nazione si sentirà parte di esse, non può quindi rimanere solo un mezzo per la conquista del potere. Deve diventare un mezzo per costruire e mantenere il potere».
Ecco, quando voi milioni di sfruttati, umiliati, bastonati, delusi, schedati, derubati, truffati, sfrattati, inquinati, avvelenati, sorvegliati, affamati, imprigionati, ammazzati dalle istituzioni venite invitati a decidere se approvare «il testo della legge costituzionale concernente disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del Titolo V della parte II della Costituzione»; quando, anziché dire ai vostri (e nostri) padroni dove possono infilarsi i loro inviti, vi date tanto da fare per vagliare le ragioni del sì e quelle del no; quando, anziché darvi alle passioni più singolari, vi mettete in fila davanti alle urne tutti impettiti ed orgogliosi di adempiere al vostro dovere civile — non state forse confermando le parole di herr Goebbels? «Volentieri e senza resistenza interiore», vi siete lasciati ancorare alle cose dello Stato. Vi preoccupate del successo dello Stato, ne condividete i problemi, vi affannate a risolverli per farlo funzionare. Avete introiettato lo Stato a tal punto da reputarlo parte di voi stessi, come se fosse un fatto del tutto naturale. In questa maniera vi siete così abituati al dolore e alla morte da aver scordato cosa siano il piacere e la vita.
E allora, cittadini democratici di un popolo sovrano, avete deciso cosa volete che il futuro vi riservi? Bubbone o diarrea?

Alcune buone ragioni per fare la guerra

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Georges Henein

Quaranta guerre in venti anni rappresentano un bilancio del tutto onorevole. Altre epoche hanno forse conosciuto di meglio, benché non avessero né l’ONU, né i caschi blu, né la colomba di Picasso, né le poesie di Neruda. Avendo tutti questi ingredienti di pace reso solo un modesto servizio, c’è da domandarsi se non esista una vocazione guerriera profondamente radicata (e spesso camuffata) nel profondo dell’essere umano. Davvero abbiamo sotto pelle dei galloni interni che aspettano soltanto l’occasione per emergere alla luce del sole delle battaglie? Questa ipotesi è verificabile solo a metà. Di fatto, la guerra non deve giustificarsi; giustifica troppe persone e troppe attività per avere essa stessa bisogno di un alibi.

Se escludiamo dal quadro le guerre di liberazione nazionale, restiamo in presenza di un numero alquanto impressionante di operazioni marziali che suggeriscono le seguenti riflessioni:
1) Le guerre minori sono un mezzo per smaltire a buon mercato la ferraglia dei grandi conflitti: carri armati fuori moda, aerei asmatici, cacciatorpediniere arrugginiti, ecc.
2) Nel contesto dell’attuale mondo politico, la guerra è al tempo stesso un terreno di promozione accelerata e una scuola di potere. La partita si gioca in due maniere: in caso di sconfitta, i militari annunciano di essere stati traditi dai governi equivoci o ignavi, il che consente loro di mandar via questi ultimi e di trasformare lo Stato in caserma privata; in caso di vittoria, reclamano la naturale ricompensa pattuita e che consiste nel farla finita col regime dei civili.
3) La guerra è la risorsa nazionale dei paesi poveri. Questi, scoraggiati dalle prospettive di uno sviluppo tanto lento quanto incerto, sono inclini a credere volentieri che se non facessero un po’ di guerra non potrebbero fare nient’altro. Il ragionamento può apparire specioso ma in qualche caso redditizio. Un piccolo paese che comincia una guerra fa conto che i grandi paesi gli offriranno del denaro per rinunciarvi. Con questo denaro, raddoppieranno la puntata, acquistando armi in vista di un secondo episodio più azzardato del primo. Non appena il cannone tuonerà di nuovo, prepareranno il conto da inviare agli Stati più fortunati affinché lo regolino sotto forma di crediti, finanziamenti di ogni genere, ecc.
4) In ultimo luogo, la guerra rivela un interesse educativo su cui raramente si pone l’accento: essa serve ad informare certe popolazioni rimaste ai margini del progresso che i loro paesi contengono, o potrebbero contenere, petrolio, magnesio, cobalto, uranio e tante altre cose indispensabili alla produzione industriale delle potenze davvero moderne. Queste rivelazioni non compensano forse l’emozione che può suscitare uno sbarco imprevisto su un tranquillo litorale o un lancio di paracadutisti su un orto?
Come si può pretendere che la guerra possa cessare quando esistono così tante buone ragioni perché si perpetui all’infinito?…

Noi stiamo zitti…

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Alcuni giorni fa il tribunale di Genova ha condannato a 14 mesi un anarchico di quella città reo di aver diffuso attraverso internet un testo critico nei confronti di chi, all’indomani della rivendicazione da parte della Federazione Anarchica Informale della gambizzazione di un tecnocrate, aveva messo i puntini sulle i delle parole idiozia, codardia, politica e dissociazione. Quattordici mesi di carcere per aver espresso un’idea. Decisamente nessuno potrà più vantarsi di vivere in un paese dove chiunque è libero di esprimere il proprio pensiero, quale esso sia, basta non passare ai fatti. No, certe idee sono pericolose perché incitano di per sé all’azione. Possono essere magari formulate sui libri che nessuno più distribuisce e nessuno più legge, ma non devono serpeggiare senza freni nella rete alla portata di tutti gli occhi. Lo Stato sta quindi cominciando a mettere bene in chiaro le cose: da ora in poi, davanti agli atti di rivolta, o il silenzio o la condanna. Altrimenti…

Va bene, non ci lasciano scelta. Di scomunicare ribelli non se ne parla nemmeno, ovviamente. E quindi noi stiamo zitti. Stiamo zitti, sì, perché l’abbiamo capita.
In mezzo ad una società paralizzata da uno sciopero generale, come quella francese del maggio 68, potrà essere solo qualche emulo del “Gruppo di liberazione surrealista” a lanciare appelli quali: «Disperati, morti di noia, cessate di agire contro voi stessi. Volgete la vostra collera contro i responsabili della sorte che vi viene riservata. Bruciate le chiese, le caserme, i commissariati! Saccheggiate i grandi magazzini! Dinamitate la Borsa! Abbattete i magistrati, i padroni, i potentati sindacali, i poliziotti, i capi zelanti! Vendicatevi alfine di quelli che si vendicano su di voi della loro impotenza e del loro servilismo». Ma noi no.
All’indomani di un tiro a segno sull’ingresso del Parlamento potrà essere solo uno scrittore e giornalista quale Gilbert Keith Chesterton a ricordare che: «dicevo giustamente l’altro giorno che ciò di cui la maggior parte della gente ha bisogno è di essere un po’ assassinata; soprattutto quelli che hanno una situazione di responsabilità politica». Ma noi no.
Di fronte ad un mondo sottomesso al potere e al denaro, dove lo scontro fra chi possiede tutto e chi non ha niente rischia di assumere i contorni della guerra civile, potrà essere solo un artista maledetto come Antonin Artaud ad osservare che «l’attuale stato sociale è iniquo e va distrutto. Se è compito del teatro preoccuparsene, lo è ancor più della mitragliatrice». Ma noi no.
Davanti al Partito delle Persone Oneste, a questa minoranza che comanda sempre in maniera sbraitante e democratica, a questa maggioranza che obbedisce sempre in maniera silenziosa e compiaciuta, a questa bella gente che vorrebbe farci trascorrere l’esistenza scodinzolando fra selfie e massacri, potrà essere solo un Guy Debord nella sua giovinezza lettrista a sostenere che «ciò che manca a questi signori, è il Terrore». Ma noi no.
Noi stiamo zitti perché l’abbiamo capita.

Bring zombies home!

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Talvolta mi domando se ostinarsi a disseppellire dotte riflessioni per dare un senso a quanto accade sotto i propri occhi non sia una perdita di tempo, facilmente evitabile ricorrendo a reazioni istintive più immediate. Prendete ad esempio l’eccitata esaltazione di un glorioso passato — di cui si è in piena consapevolezza non solo rimosso gli aspetti peggiori, ma anche tradito e rinnegato quelli migliori — pur di fare affari con questo miserabile presente. Ecco, davanti a simili patetici espedienti vale davvero la pena di scomodare le riflessioni di Nietzsche sulla cattiva coscienza («Considero la cattiva coscienza come quella grave malattia in balìa della quale doveva cadere l’uomo sotto la pressione della più radicale tra tutte le metamorfosi che egli abbia mai vissuto — quella metamorfosi in cui si venne a trovare definitivamente incapsulato nell’incantesimo della società e della pace»)? Non basterebbe sputare di passaggio sul paraculismo bottegaio? L’ennesima occasione per pormi questo interrogativo me l’ha fornita l’arrivo qui in Italia di Bill Ayers e della sua consorte Bernardine Dohrn.

Quando erano esseri umani, vivi, pieni di sogni e di desideri (seppur pesantemente infestati dall’ideologia più sinistra), erano due rivoluzionari assai celebri negli United States of America degli anni 70. Dal 1969 al 1981 parteciparono ai Weather Underground, ovvero la più famosa organizzazione armata di sinistra (composta da soli bianchi, essendo all’epoca i neri attratti per lo più verso il Partito delle Pantere Nere) attiva nella roccaforte del capitalismo, autori di alcune delle più notevoli azioni di guerra (di classe) contro lo Zio Sam. La loro vita finì nel momento in cui si arresero e si consegnarono all’FBI, nel 1981, ovvero quando — riuscendo ad evitare la prigione grazie allo smascheramento degli imbrogli degli agenti del governo — iniziarono la loro carriera all’interno di questa società. Il motivo della visita di questi due zombie è il lancio dell’edizione italiana dell’autobiografia di Ayers intitolata Fugitive Days, già pubblicata alcuni anni da Cox 18 ed ora ristampata da Derive & Approdi. Non ho letto il libro, che già sono allergico alle memorie dei reduci indigeni, ma ho purtroppo letto alcune delle recensioni che lo hanno osannato e…
Ecco, non so bene cosa dire. Fra l’autore, gli editori e i recensori, dovrei pensare anch’io all’«uomo che in mancanza di nemici esterni e di resistenze, rinserrato in una opprimente angustia e normalità di costumi, faceva impazientemente a brani se stesso, si perseguitava, si rodeva, si aizzava, si svillaneggiava, quest’animale che si vuole “ammansire” e dà di cozzo alle sbarre della sua cella fino a coprirsi di piaghe, questo essere che manca di qualcosa, che si strugge nella nostalgia del deserto e che deve far di se stesso un’avventura, una camera di supplizi, una selva insicura e perigliosa – questo giullare, questo desioso e disperato prigioniero divenne l’inventore della “cattiva coscienza”»? Oppure no, troppa inutile fatica, meglio lasciar perdere simili toccanti citazioni che in fondo interessano a ben pochi e limitarmi a sghignazzare senza ritegno davanti all’ultimo «evento» pompato ad arte da tutti questi veri e propri cazzari della memoria?
Quindi, un ex rivoluzionario di nome Bill Ayers ha scritto un libro sul suo trapassato remoto clandestino trascorso a combattere la società borghese, anche a rumor di bombe. Io non so se quanto da lui narrato sia vero o meno (c’è anche un’altra ex militante dei Weathermen che lo ha definito una «carnevalata»). Ciò che so è che Ayers lo ha scritto durante i suoi Accademic Days, cioè dopo che le marachelle giovanili hanno lasciato posto alle lezioni universitarie. Non piazza più cariche di dinamite negli uffici governativi, collabora con le autorità di Chicago con tale dedizione da venire eletto nel 1997 «uomo dell’anno» dall’amministrazione comunale! Dall’amore per Bob Dylan all’odio contro la guerra del Vietnam, e da Bring war home a Sweet home Chicago, insomma. Nemmeno sua moglie è rimasta una fuorilegge d’America, anzi, al contrario! Da molti anni la «pasionaria della sinistra fuori di testa» si è ravveduta, ed essendo rientrata nella sua testa da militante di sinistra si è messa a insegnare legge in una istituzione universitaria. I loro avversari repubblicani li danno per amici di un’altra coppia celebre, Barack&Michelle, mentre i loro amici democratici li danno per semplici vicini di casa e conoscenti? Mah, chissà se è vero. Resta il fatto che Ayers dei suoi giorni clandestini ha conservato solo la fedeltà alla meteorologia, infatti indossa sempre gli abiti indicati dal barometro: estremisti in tempi di burrasca, moderati in tempi di quiete.
Con una tale preistoria da rivoluzionario di cui vantarsi ed una simile storia da cattedratico con cui rassicurarsi, non c’è da stupirsi che Ayers abbia così tanti spasimanti fra la sinistra radical-chic e becero-shock, la quale va ghiotta per le mutazioni da estetizzare, commerciare e propagandare. Ma quanto è bella la lotta armata fatta una quarantina di anni fa? Si può anche fare a meno di chiederlo ai suoi editori, a chi voleva trasformare i centri sociali in imprese commerciali (e di tanto in tanto fa lo strillone elettorale per la sinistra) o a chi si compiace della rima fra dissociazione e rivoluzione, dato che lo spiegano fin troppo bene gli esaltati recensori di Fugitive Days. Sandro Moiso su Carmilla, in piena botta di mitopoiesi, definisce i Weathermen «un gruppo di giovani incoscienti e coraggiosi» partiti «sulle orme di Hukleberry Finn e di Ishmael, l’io narrante di Moby Dick». Ma certo che sì, cazzo! I loro maestri erano Mark Twain ed Herman Melville, mica Mao e Ho Chin Min! D’altra parte, è risaputo che Stalin era Robin Hood e Kamo il suo fido Little John, mentre Renato Curcio era Lancillotto e le Brigate Rosse niente meno che i Cavalieri della Tavola Rotonda. Tutta questa bella gente non lottava per conquistare il potere, naaaaa, bensì l’amore di Lady Marian e Ginevra! E la dittatura del proletariato altro non era che una ingenua e candida metafora per indicare il Sacro Graal (e Sergio Segio, ma quanto è stato bravo ad ispirare il bel tenebroso Scamarcio?). Valerio De Simone, su Alfabeta2, ci assicura che «il libro di Ayers interessa in particolar modo per lo spaccato di un’America in cui i giovani criticavano il sistema capitalistico, con accenti talora non distanti da quelli infuocati che usa oggi il candidato alla leadership democratica, il socialista Bernie Sanders». Ma è ovvio, come ho fatto a non pensarci? Chi voleva distruggere l’imperialismo americano non è talora distante da chi ambisce alla Casa Bianca… vai Bernie, fai saltare anche tu il Pentagono e il Campidoglio! Anzi, aprili dall’interno come una scatola di sardine! In fondo, è quasi la stessa cosa. Il docente di Scienze politiche Fabrizio Tonello, sfidando il senso del ridicolo, ci assicura che Guy Debord sarebbe «stato entusiasta di analizzare un gruppo che produceva manifesti politici di 80 pagine in perfetto gergo marxista-leninista ma al tempo stesso riscriveva i testi del musical West Side Story in chiave terzomondista». Altro che, tanto quanto avrebbe votato per Grillo e il Movimento 5 Stelle! E l’ex militante di Potere Operaio e portavoce di Rifondazione Comunista al Senato, Andrea Colombo, dalle pagine del quotidiano dei pompieri della rivolta Il Manifesto ci esorta anche lui a buttare sempre e comunque la rivoluzione in pura letteratura: «Ma per chi a un libro di questo genere chiede invece di restituire il senso, le emozioni e quasi le sensazioni fisiche di un’epoca, Fugitive Days è impareggiabile», essendo «anche scritto benissimo, tanto da poterlo leggere come un romanzo avvincente».
Davvero, davanti a questa apoteosi di ipocrisia è impossibile stupirsi se a Bologna il pensionato cattedratico americano sarà introdotto dal nonno dei recuperatori italioti, l’insulso Bifo. È il minimo che potesse capitare ad entrambi. Mah, sempre meglio che trascorrere la vita dietro alle sbarre come il suo ex compagno David Gilbert, quel povero fesso che non si è mai arreso e che è stato arrestato all’inizio degli anni 80 dopo una rapina (Bill & Bernardine ne hanno poi adottato il figlio appena nato, ma non chiamatela coscienza sporca…).
Ma perché rimuginarci sopra, mi domando… In fondo è lo stesso Ayers a ricordare che «Dall’inizio del 1969, fino alla primavera del 1970, negli USA ci furono più di 40 mila minacce o attentati e 5 mila esplosioni riuscite contro obiettivi governativi o imprenditoriali, una media di sei attentati al giorno. Salvo due o tre casi, l’intera orgia di esplosioni era rivolta contro le proprietà, non contro le persone […] Cinquemila esplosioni, circa sei attentati al giorno, e i Weather Underground ne avevano rivendicate sei, in tutto. Sono cifre che fanno riflettere». Già, sull’inutilità delle vedette della rivoluzione e sulla miseria degli interessati badanti della loro vecchiaia.

L’atto più autoritario

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Non molto tempo fa una persona mia amica ha definito l’omicidio «l’atto più autoritario». Certo, se uccidi qualcuno che non ha chiesto il tuo aiuto per porre fine alla sua vita, stai usando la forza contro quella persona per imporle la tua volontà… E se definisci l’autorità come l’uso della forza per imporre una volontà su altri, uccidere qualcuno contro la sua volontà può essere di fatto un atto autoritario. Ma «l’atto più autoritario»? Non penso.

Prima di proseguire, voglio chiarire che io non definisco l’autorità come l’uso della forza per imporre la propria volontà su un altro. L’autorità, per come l’intendo io, richiede un passo ulteriore. Ovvero l’istituzionalizzazione di questo uso della forza al fine di imporre una volontà. Tale istituzionalizzazione consente a un gruppo particolare di monopolizzare l’uso della forza in modo di mantenere una continua imposizione della propria volontà su altri. Senza la creazione di una struttura istituzionale, l’autorità non può coagularsi. Gli stronzi che si impongono possono avere la meglio finché gli altri non li battono, non li intruppano, o magari… non li uccidono… qualora sia il solo modo per fermare la loro stronzaggine.
Ma, anche allargando la definizione di autorità a qualsiasi uso della forza per imporre una volontà, non penso che l’omicidio sia l’atto più autoritario. Se uccidi un altro essere vivente che non ha chiesto il tuo aiuto per morire, stai di fatto prendendo la sua vita, togliendogliela contro la sua volontà. Ma stai anche togliendo la sua vita da te stesso. Una volta che è morto, non hai più potere su di lui. Non è rimasto più nulla su cui puoi esercitare l’autorità.
Tuttavia esiste un altro modo per togliere la vita a qualcuno. Mi riferisco alla schiavitù, cioè all’addomesticamento. Gli schiavi hanno perso la propria vita mentre sono ancora vivi. Colui che in un dato momento ne reclama il possesso, li usa per i propri scopi. Ma un simile rapporto può essere instaurato solo se viene istituzionalizzato in relazioni sociali basate su ruoli sociali e se tutte le persone coinvolte accettano questi ruoli e rapporti istituzionalizzati. Finché la schiavitù, l’addomesticamento, la sottrazione della vita degli altri mentre sono ancora vivi richiedono l’istituzionalizzazione della forza per sussistere, considero questo furto della vita del vivente come l’atto più autoritario, perché è l’atto attraverso cui l’autorità viene instaurata. E può durare solo finché coloro che vengono così derubati si rassegnano a questa rapina. In altre parole, l’autorità non può vivere senza obbedienza. Un ordine sociale autoritario è composto da padroni e da schiavi. Affinché un padrone eserciti l’autorità, ha bisogno di vittime viventi disposte a rinunciare alla propria vita per appartenere a un altro.
Ovviamente, chi possiede l’autorità spesso uccide e qualche volta (ad esempio, in guerra o in caso di genocidi) in massa*. Ma il più delle volte uccide chi non può controllare. Il genocidio delle popolazioni indigene dei continenti americani avvenne prima di tutto perché non intendevano essere schiave dei conquistatori europei e dei loro discendenti. Gli sbirri giustiziarono Jacques Mesrine per strada perché era incontrollabile. Se i nativi avessero voluto essere schiavi, se Jacques Mesrine avesse voluto avere un normale lavoro da schiavo, le autorità avrebbero potuto lasciarli vivere.
Uno schiavo può essere costretto ad uccidere per porre fine alla propria schiavitù. Una persona libera può dover uccidere per evitare la schiavitù. In entrambi i casi, l’omicida usa la forza per imporre la propria volontà (non essere schiavo), ma così facendo attacca l’autorità che si impone su di lui, distruggendone la capacità di imporre la propria volontà. No, uccidere non è affatto l’atto più autoritario. L’atto più autoritario è comandare, rivendicare il controllo sulla vita di un altro. Il secondo atto più autoritario è obbedire, perché un comando è inutile senza obbedienza.

* Sebbene sia un errore definire questo un omicidio indiscriminato, in quanto chi ha il potere in questi casi discrimina eccome, per ragioni ideologiche, per ragioni di propaganda, per manipolare ulteriormente le proprie pecore obbedienti…

Trump, liberaci dalla Nato

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DI MASSIMO FINI

ilfattoquotidiano.it

Uno dei passi più interessanti del discorso di Donald Trump è laddove il prossimo presidente americano prospetta la possibile dissoluzione della Nato se i Paesi europei che ne sono membri “non pagheranno molto di più per sostenerla”. Se i Paesi di quella che ormai un po’ anacronisticamente viene chiamata Europa Ovest avessero un minimo di coscienza di sé non prenderebbero l’affermazione di Trump come una minaccia (pagate di più) bensì come una formidabile opportunità (sciogliamo la Nato). Di questa Alleanza totalmente sperequata gli Stati Uniti sono infatti gli assoluti padroni, anche se, per salvare le apparenze, il segretario generale dell’Organizzazione è a rotazione (attualmente è il norvegese Jens Stoltenberg). In realtà la Nato, da quando esiste (il Patto fu firmato nel 1949), è stata lo strumento con cui gli americani hanno tenuto in stato di minorità l’Europa, militarmente, politicamente, economicamente e dai e ridai anche culturalmente. L’Alleanza ha avuto un senso per noi europei finché è esistita l’Unione Sovietica (non è un caso che il Patto sia stato siglato all’inizio della ‘guerra fredda’) perché gli Stati Uniti erano gli unici ad avere il deterrente atomico per dissuadere ‘l’orso russo’ dal tentare avventure militari in Europa Ovest. Ma dal crollo dell’Urss la situazione, con tutta evidenza, è profondamente cambiata. Non è che la Russia, soprattutto dopo l’avvento di Putin che l’ha riportata al rango di grande potenza, sia del tutto rassicurante e non approfitti della situazione per appropriarsi di alcuni territori europei peraltro a lei limitrofi e russofoni (Crimea e addentellati ucraini), ma è del tutto inimmaginabile che si metta a sganciare atomiche sui Paesi europei.

Inoltre, nel tempo, la Nato ha cambiato radicalmente la sua natura. Era nata, ex articolo 5 del Patto, come strumento difensivo: gli Stati membri si impegnavano a venire in soccorso di un altro membro dell’Alleanza qualora fosse stato aggredito o minacciato. E’ da più di un quarto di secolo che si è trasformata in uno strumento offensivo. Nel 1999 fu attaccata la Serbia di Milosevic che non costituiva alcuna minaccia per un qualsiasi membro della Nato. La Nato intervenne per risolvere, del tutto arbitrariamente, una questione interna di quello Stato. Lo stesso discorso si può fare sostanzialmente per l’Iraq di Saddam Hussein che non minacciava alcuno Stato membro della Nato, tantomeno la Turchia con cui aveva invece fatto un patto leonino in funzione anti curda. Idem per la Libia dell’ultimo Gheddafi che aveva da tempo rinunciato ai suoi terrorismi giovanili. L’unico intervento ex articolo 5, cioè difensivo, è stato quello contro l’Afghanistan perché, dopo l’attacco alle Torri Gemelle, si pensava, peraltro sbagliando bersaglio, che i Talebani ne fossero alle spalle. Ma dopo quattordici anni di guerra anche questo motivo è caduto e la permanenza della Nato in Afghanistan non ha più alcun senso perché quel Paese dell’Asia Centrale non è un pericolo per nessuno, tantomeno per gli Stati europei (noi italiani vi manteniamo soldati e mezzi e ci siamo impegnati con gli Stati Uniti a rimanervi ancora per anni con costi economici non indifferenti).

La dissoluzione della Nato, se Trump parla con lingua dritta, sarebbe per l’Europa l’occasione per riacquistare, almeno parzialmente, un’indipendenza perduta all’indomani della Seconda guerra mondiale. La mia formula per l’Europa, a partire dal 1990, è questa: un’Europa unita, neutrale, armata, nucleare e autarchica. Unita politicamente, cosa che oggi non è ma che dovrà necessariamente diventare perché nessun singolo paese può resistere, da solo, contro le grandi Potenze, sia quelle storiche, Stati Uniti e Russia, sia quelle cosiddette ‘emergenti’, Cina e India. Armata e nucleare non per aggredire nessuno, ma per poterci difendere autonomamente da eventuali minacce, senza dover ricorrere a pelose protezioni altrui. E in questo senso andrebbe tolto, a settant’anni dalla fine della guerra, l’anacronistico divieto alla Germania di essere una potenza nucleare laddove invece è possibile al Pakistan, all’India, a Israele, al Sud Africa e ad altri Stati minori. Neutrale per avere una giusta equidistanza fra Stati Uniti e Russia. Autarchica, attraverso un limitato protezionismo, per parare gli effetti più devastanti della globalizzazione.

Ritornando al discorso di Trump, sulla Nato e sul rapporto con gli altri Stati, mi pare che il prossimo inquilino della Casa Bianca abbia compreso che il ruolo centrale dell’America nella scacchiera del mondo è finito così come quello di ‘gendarme’ dell’ordine planetario. Questo a vantaggio certamente degli stessi Stati Uniti che non possono più permettersi certe spese e hanno bisogno di riequilibrare al proprio interno una situazione economica che da Bush padre fino a Obama, proprio per la pretesa di dominare l’universo mondo, è diventata disastrosa. Ma anche a vantaggio di tutti noi.

Questo è ciò che io spero dal magnate tanto maltrattato. Anche se, conoscendo i miei polli, so che almeno in Italia quasi tutti gli intellettuali e gli opinionisti che gli sono stati avversi, in poco tempo, sia con svolte plateali o più probabilmente con circonvoluzioni algoritmiche che lascino la porta aperta a rapidi ritorni, diventeranno ‘trumpisti’.

In ogni caso il successo di Trump cambia tutti i termini della geopolitica globale e, come ha detto Grillo, è una sorta di ‘vaffa’ mondiale, una ribellione delle genti contro le classi dirigenti, politiche, economiche, finanziarie che da decenni dominano la scena. Ed è anche una rivolta contro l’altezzoso senso di superiorità degli intellettuali che va di pari passo al loro eterno accodarsi ai poteri di turno. Ritengo, e in questo caso penso soprattutto all’Italia, che gli intellettuali siano più responsabili dei politici. Perché per il politico la menzogna, le mezze verità, l’ambiguità sono uno strumento del mestiere visto che, in democrazia, il suo primo obbiettivo è procacciarsi il consenso. L’intellettuale invece è libero di dire ciò che pensa. E quindi se si fa servo è doppiamente colpevole.

È mancata l’elettricità in centro città

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In effetti non abbiamo molto da dire sulla mancanza d’elettricità la sera del 4 settembre scorso nei distretti 1 e 4 [di Zurigo]. I media borghesi ne hanno parlato in modo assai dettagliato. Un isolatore bruciato su un palo della linea ad altissima tensione Samstagern-Zurigo ha provocato una reazione a catena che ha generato un piccolo black-out. «Tracce d’incendio erano visibili sull’isolatore difettoso. Ciò indicherebbe uno sbalzo di scintille e una causa esterna. È possibile che un fulmine abbia colpito l’isolatore». È possibile. L’interruttore automatico nella sottostazione Zeughaus ha registrato l’errore, e il trasformatore si è arrestato. Una o due ore più tardi è stato messo in funzione un trasformatore di riserva, senza che la causa dell’accidente fosse veramente identificata, quindi la storia si è ripetuta nell’identico modo l’indomani. Questo per quanto concerne l’aspetto tecnico.

Potremmo anche sottolineare che tali problemi potrebbero come è ovvio essere stati causati volontariamente. È divertente constatare che perfino il giornale Tagesanzeiger ce ne fornisce una buona ragione: «alcuni abitanti si ritrovano nella strada, l’atmosfera è gaia». Viene pure evocato l’aspetto romantico dell’illuminazione data dalle candele in una inconsueta oscurità. «È davvero bello così». Sì, questa sarebbe già una buona ragione per tagliare di tanto in tanto la corrente.
Ma si può considerare anche un altro aspetto: quando tutte le telecamere di sorveglianza, tutti i sistemi di sicurezza, le luci, le porte automatiche, ecc. non funzionano più, molte altre prospettive si aprono alla tentazione del lettore. Si può certamente cogliere il momento semplicemente per passare una serata piacevole, in una bella atmosfera, cenando a lume di candela. Ma ci si potrebbe anche divertire approfittando della perdita di controllo che la polizia ha normalmente nei confronti dei comportamenti più sovversivi.
«Le persone si sono comportate in maniera impeccabile», ha affermato la polizia municipale nei giorni seguenti. Dunque, le persone del luogo hanno apparentemente faticato ad uscire dai binari dell’abitudine. Ciò sarà dovuto al fatto che non ne provano il bisogno? Spero di no per loro… O forse il motivo è piuttosto che la capacità, anche solo di immaginare altro, è stata atrofizzata dalla stupidità della vita quotidiana e dai divertimenti abbrutenti. Motivo in più allora per togliere ogni energia a questo ordine che atrofizza la mente e il corpo, e impiegare la propria energia per superarlo.
Per questo, imparare a cogliere l’occasione non costituisce certo una cattiva base da cui partire.

Ubu a Washington

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«Ma se loro hanno tanto osato, voi avete tutto permesso.

Più l’oppressore è vile, più lo schiavo è infame»

Chauteaubriand

Ebbene sì, lo ammettiamo. La notizia della vittoria di Donald Trump nella corsa alla Casa Bianca ha scatenato in noi, che viviamo da anni al culmine della disperazione, un irrefrenabile eccesso di ilarità. Il cerchio si sta chiudendo. Distrutto il significato, devastata l’immaginazione, cancellata la memoria, calunniata la dignità, snobbata l’intelligenza, derisa la sensibilità, ecco l’idiocrazia trionfare, dilagare ed imperare fra l’attonito sbigottimento delle anime belle democratiche (parlamentari o extra-parlamentari che siano). Ubu — ovvero l’autorità più rozza, falsa, ignorante, pagliaccesca, volgare, piena di iperboliche declamazioni, vogliosa solo di omuncoli felici di ripetere in coro di essere «liberi, liberi, liberi di obbedire» — è oggi ovunque. Dirige le istituzioni, amministra l’economia, comanda la politica, anima la cultura, guida la protesta. Dal campo reazionario a quello sovversivo, passando per quello riformista, sono i figuri più infami ad emergere fra il consenso del loro pubblico di cortigiani.
Oggi che Ubu è entrato nella stanza dei bottoni della più grande superpotenza mondiale, smentendo i sondaggi che volevano gli Stati Uniti un paese composto per lo più da artisti fricchettoni californiani e da intellettuali radical-chic newyorkesi, tutti sono costretti a prendere atto di un’evidenza che sfonda gli occhi. Siamo nella merdre fin sopra al collo. Chissà, forse ci sarà anche qualche imbecille che, non potendo festeggiare la prima donna-in-quanto-donna a salire al vertice dei massacratori a stelle e strisce, si rallegrerà davanti tutto questo concime storicamente ineluttabile e dialetticamente funzionale alla distesa di fiorellini che viene. Noi no. Noi siamo sempre più vergognosi per l’infamia della nostra schiavitù e per l’impotenza della nostra rabbia. Al punto che avremmo quasi voglia di brindare al successo del miliardario yankee, il quale ci sembra abbia tutte le carte in regola per precipitare definitivamente questa umanità miserabile nell’abisso che merita, portandola all’estinzione assieme alle sue leggi che si devono rispettare e alle sue fiction che non si possono perdere, alle sue divinità celesti che si devono pregare e ai suoi idoli terreni che non si possono ignorare, ai suoi diritti che si devono rivendicare e alle sue serate a cui non si può mancare, alle sue merci che si devono consumare e ai suoi campionati di calcio che si devono vedere, ai suoi compromessi che non si devono criticare e ai suoi buffoni di corte che si devono applaudire.
Nessun’altra fine del mondo è possibile, nessuna, finché in testa e nel cuore e nelle mani non si radicherà (e non occasionalmente) l’esigenza e l’urgenza di un’inversione di tendenza, di uno scarto assoluto da tutto ciò che è Stato e autorità.

Lotte: un patrimonio occidentale?

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di Franco La Cecla

Alcune lotte di liberazione occidentali, non c’è dubbio, hanno influenzato altre lotte nel resto nel mondo. Ma è anche vero che negli ultimi decenni l’Occidente ha scoperto nel Sud del mondo movimenti che lottano senza mirare alla presa del potere e senza ricorrere alla resistenza armata, ma per svincolarsi dal dominio altrui. Oggi nuove forme di lotta sembrano emergere ovunque: lotte che, spiega Franco La Cecla, non si pongono più solo in chiave di militanza, “ma di condizione, di situazione effettiva”: un migrante, ad esempio, “è per sua stessa natura un agente di cambiamento e provoca intorno a sé dei cambiamenti…”

Seguendo il dibattito tra Amitav Ghosh e Dipesh Chakrabarty (si tratta di un serrato epistolario tra lo scrittore Amitav Ghosh e Dipesh Chakrabarty – docente all’Università di Chicago, autore di articoli e monografie sul postcolonialismo -, sulla relazione tra India e Occidente, ndr) si potrebbe aggiungere che forse uno dei contributi dell’Occidente a un mondo come quello indiano potrebbe essere l’idea che è possibile lottare e che lo si può fare organizzandosi. Gli scioperi, la Marcia del Sale, le varie manifestazioni di protesta organizzate dallo stesso Gandhi affondavano nella tradizione delle classi oppresse e delle classi operaie, nei movimenti contadini europei e nel sindacalismo inglese che il giovane Gandhi aveva conosciuto come avvocato in Inghilterra. E si potrebbe anche aggiungere che soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta e Settanta molti dei movimenti di liberazione nel mondo si sono ispirati alle idee cresciute in Europa e in America all’interno del movimento operaio e sindacale, e ai movimenti libertari. Il marxismo, con tutte le sue appendici di maoismo, sindacalismo e lotta di classe, è stato un colonialismo occidentale di un certo tipo, che ha contagiato molti paesi asiatici, nord-africani e latinoamericani. E che spesso ha mostrato la sua natura un po’ spuria, non attinente alle geografie e culture diverse in cui si innestava, con disastri, con regimi socialisti avventati e crudeli, con la devastazione di mondi indigeni in base a un presunto operaismo modernista, e con una violenza che ha spesso portato all’opposto di ciò che si sarebbe voluto ottenere.

Altrove è arrivata la tradizione dell’anarcosindacalismo e dei movimenti libertari che, come racconta James C. Scott in Elogio dell’anarchismo, sono stati in genere capaci di inserirsi in modo più conscio nelle logiche dei tessuti sociali e umani locali.

Ce lo ricorda sempre James C. Scott nel suo grande lavoro sulle forme di resistenza da parte di alcune culture tribali in una zona dell’Asia stretta tra India, Birmania e Cina [James C. Scott, The Art of Not Being Governed, An Anarchist History of Upland Southeast Asia, Yale University Press, New Haven, 2009]. Si tratta di ciò che Michel Foucault avrebbe chiamato «resistenze», forme di insubordinazione e di evitazione, una maniera di sfuggire al controllo statale e nazionale per mantenere un’autonomia. È la storia dei popoli caucasici nei confronti dello zarismo e del bolscevismo, è la storia di molte forme di resistenza indigena in America Latina, Oceania, Sud-est asiatico.

La lotta, in questo senso, non è un’invenzione occidentale, anche se la storia dei movimenti di lotta in Europa e in Occidente ha sicuramente influenzato molte forme di lotta nel resto del mondo. La differenza, che fino a poco tempo fa non veniva riconosciuta, è che nelle forme di resistenza non-occidentali ci sono strategie, tecniche, pratiche che noi definiamo non-violente solo perché ci sembra che sfuggano all’idea di presa del potere, tipica di un discorso di avanguardia ispirato al marxismo. In realtà, l’obiettivo di molte forme di lotta tribali, indigene, ma anche di movimenti di massa come quelli che hanno avuto luogo in India prima e dopo Gandhi, è quello di affermare il proprio diritto all’autonomia, a essere lasciati in pace. Sono forme «acefale» che mirano non alla presa del potere, ma a svincolarsi dal controllo e dal potere altrui. In un certo senso è proprio l’Occidente ad aver scoperto, dopo la caduta delle ideologie, forme di lotta che vengono da altrove e che non si basano su un’idea elitaria della lotta, pacifica o armata che sia.

L’idea che ci siano pratiche di resistenza molto più efficaci delle pratiche di attacco è giunta in Occidente solo dopo anni in cui lo scontro, il conflitto, avevano rappresentato un orizzonte unico, ma anche una prospettiva di spaccatura della società. E oggi gli eredi di questo approccio (da avanguardia marxista rivoluzionaria), che lo ammettano o meno, sono proprio i fondamentalismi religiosi, che del settarismo delle avanguardie e della loro violenza si sono appropriate.

Rimane aperta la questione se un certo tipo di «internazionalismo» non mantenga tuttora un suo valore, come quando lancia appelli affinché gli interessi degli oppressi siano trans-nazionali. È quello che accade alla parte più viva dell’internazionalismo ambientalista, ad  esempio. È probabile invece che il vecchio internazionalismo sia stato ormai soppiantato da una condizione più generale, quella ad esempio di emigranti, di appartenenti a diaspore, di rifugiati, che ha rimpiazzato le catresisegorie legate al lavoro e alle risorse con categorie molto più ampie riguardanti le identità sospese e la costruzione di nuove appartenenze. La questione della lotta oggi non si pone in chiave di militanza, ma di condizione, di situazione effettiva: un emigrante è per sua stessa natura un agente di cambiamento e provoca intorno a sé dei cambiamenti.

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