Usi a reprimer terrorizzando

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Fedeli nei secoli, si fanno un vanto di essere usi ad obbedir tacendo. Il padrone che servono in modo incondizionato è lo Stato ed il loro lavoro consiste nel fare la guerra a chi turba l’ordine nelle strade e la pace nei mercati, il potere dei governanti e il profitto dei banchieri. Se il loro padrone ordina di bastonare, loro bastonano. Se ordina di torturare, loro torturano. Se ordina di ammazzare, loro ammazzano. Non importa chi (manifestanti o scalmanati), non importa dove (a Genova o a Kabul). Loro non si pongono domande e non sanno cosa siano gli scrupoli di coscienza. Non sono nemmeno poliziotti, sono soldati dell’esercito! E come ama ripetere ogni buon militare con l’intelligenza di un militare: gli ordini si eseguono, non si discutono. Se poi capita che qualcuno di loro si lasci prendere la mano nella foga del momento, nessun problema. Il loro padrone li capisce, li sostiene, li protegge. In guerra gli eccessi sono inevitabili, la battaglia fa salire il sangue alla testa. Che le anime pie se ne stiano chiuse in casa a pregare sottovoce.
E le anime non pie? Ecco, quelle talvolta si incazzano davanti a questi manovali del terrore di Stato. Quando ciò accade, le parti si invertono. Non è la repressione a bussare alla porta di chi si è preso qualche libertà, è chi si prende qualche libertà a bussare alla porta della repressione. I politici potranno anche chiamarlo «atto vile» — da non confondere con l’atto coraggioso di massacrare persone inermi godendo dell’impunità di Stato — ma che volete farci? Ci sarà sempre chi non si rassegna davanti alle minacce, all’arroganza e alle violenze dell’Arma tanto orgogliosa di reprimer terrorizzando. Non importa chi (sovversivi o teste calde), non importa dove (anni fa a Nassiriya, mesi fa a Firenze, la scorsa notte a Bologna,…).
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Pubblicato il 28 novembre 2016, in Il raggio riflesso, informazione e cultura con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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