Archivio mensile:gennaio 2017

Che cos’è l’anarchismo?

primomaggio

Dal Web

L’anarchismo è una teoria politica, con l’obiettivo di creare l’anarchia:

“l’assenza di un padrone, di un sovrano”              

(Pierre-Joseph Proudhon – 1969, P.264) 

In altre parole, l’anarchismo è una teoria politica che cerca di creare una società di cui ogni individuo collabora liberamente con i suoi simili.

Per questo, l’anarchismo indica tutte le forme di controllo gerarchico, che sia controllo statale o capitalista, come non necessarie e dannose all’individuo e alla sua individualità:

mentre la conoscenza popolare dell’anarchismo è di un violento movimento antistatale, l’anarchismo è molto più sottile, con varie sfumature, che un semplice oppositore di potenza governativa. 

Gli anarchici oppongono l’idea che il potere e la dominazione siano necessari per una società, ed invece chiedono più cooperazione, e forme d’organizzazioni sociali politici ed economici non gerarchici”. 

(Susan Brown – 1993, p.106)

Ma l’anarchismo e l’anarchia sono indubbiamente le idee peggio rappresentate tra le numerose teorie politiche.

Generalmente, le parole sono usate per significare “caos” o “disordine”, e cosi per implicazione, gli anarchici desiderano disordine sociale con un ritorno alla “legge della giungla”.

Il processo di travisamento non è senza paralleli storici.

Per esempio, in nazioni dove esistono governi di una persona (monarchia), le parole “repubblica” o “democrazia” sono state usate precisamente come “anarchia” per indicare disordine e confusione.

Quelli che desiderano mantenere lo stato attuale, ovviamente useranno quest’opposizione, ad una nuova proposta di società, indicando come questa porterà solo caos:

“siccome fu pensato che un governo era necessario e che senza governo ci sarebbe solo disordine e confusione, era naturale e logico che l’anarchia, che vuol dire assenza di governo, suonasse come assenza d’ordine.”    

(Errico Malatesta – 1974, p.12)

Bisognerebbe cambiare questa “idea comune” dell’anarchia, allorché la gente possa vedere che un governo ed altre strutture gerarchiche non sono necessari, e che l’anarchia non significa “caos”.

La mia speranza per questo scritto è dimostrare logicamente quanto sono ridicole le frasi buttate al vento sull’anarchia.

Non sto cercando di “creare” anarchici con questo scritto, ma voglio soltanto aprire qualche porta a chi non conosce ed a chi parla di sproposito:

“cambia opinione, convinci il pubblico che il governo, non solo non è necessario, ma estremamente dannoso, e poi la parola anarchia, proprio perché significa assenza di governo, diventerà per tutti: ordine naturale, unione di bisogni ed interesse di tutti, completa libertà dentro completa solidarietà.”              

   (Errico Malatesta – 1974, p.12-13)

Questa prima domanda fa parte del processo di cambiamento, delle idee comuni, che riguardano l’anarchismo ed il significato dell’anarchia.

 

 

 

 

Che  cosa  significa “Anarchia”?

 

La parola “anarchia” viene dal greco. An significa “non”, “assenza di” o “mancanza di”, più archos che significa “un regnante”, “direttore”, “capo”, “persona al comando” o “autorità”.

“anarchia viene dalle parole greche significando

contrari all’autorità”.

(Petr Kropotkin – 1970, p.284)

Mentre le parole greche, Anarchos ed anarchia sono spesso prese come “non avere nessun governo” o “essere senza governo”, come possiamo vedere, il significato originale dell’anarchismo non era semplicemente “non governo”.

“An-archia” significa “senza regnante” o più generalmente “senza autorità”, ed è in questo senso che gli anarchici hanno sempre usato la parola. Per esempio, Kropotkin sosteneva che l’anarchismo:

“non solo attacca il capitale, ma anche le maggiori fonti della potenza capitalistica: legge, autorità e stato”.

(Petr Kropotkin-1970, p.150)

L’anarchia significa,

“non necessariamente assenza d’ordine, com’è

generalmente presunto, ma assenza di governo”.

(Benjamin Tucker – 1969, p.13)

Dunque, l’eccellente sommario di David Weick:

“l’anarchismo può essere capito come un’idea generica sociale e politica, che esprime negazione per ogni potere, sovranità, dominazione e divisione gerarchica, e una volontà di dissoluzione…l’anarchismo è quindi più che contro lo stato…anche se lo stato…è giustamente, il fulcro centrale della critica anarchica.”

(David Weick – 1978, p.139)

Per questo motivo, piuttosto che essere solamente contro lo stato o governo, l’anarchismo è prima di tutto un movimento contro la gerarchia.

Perché? Perché la gerarchia è la struttura organizzativa che incarna l’autorità. Siccome lo stato è la forma più “alta” di gerarchia, gli anarchici sono, per definizione, contro lo stato, ma questo non è una spiegazione sufficiente dell’anarchismo.

Significa che l’anarchismo si oppone a tutte le forme d’organizzazione gerarchica, non soltanto allo stato:

“il termine anarchia viene dal greco, ed essenzialmente significa, “nessun padrone”.

Gli anarchici sono persone che rifiutano tutte le forme di governo o d’autorità coercitiva, tutte le forme di gerarchia e dominazione.

Sono dunque contrari a quello che l’anarchico messicano, Flores Magon, chiamò “l’oscura trinità”-lo stato, il capitale e la chiesa.

Gli anarchici sono dunque oppositori del capitalismo e dello stato, oltre che di tutte le forme d’autorità religiosa.

Ma gli anarchici desiderano anche stabilire o fare sì che avvenga, con vari metodi, una condizione d’anarchia, che è, un decentramento della società senza istituzioni coercitive, una società organizzata tramite una federazione d’associazioni volontarie.”

(Brian Morris citato da Max Anger -1997, p.38)

Il riferimento alla “gerarchia” in quest’ambiente è uno sviluppo abbastanza recente.

Gli anarchici “classici” come Proudhon, Bakunin e Kropotkin usavano la parola raramente (preferivano usare la parola “autorità”).

In ogni caso, è chiaro dai loro scritti che la loro è una filosofia contro la gerarchia, contro ogni disuguaglianza di potere o privilegio tra individui. Bakunin parlò di questo quando attaccò “l’autorità ufficiale”, ma difese “l’influenza naturale”. Poi disse,

“vuoi rendere impossibile per chiunque opprimere un suo simile? Allora, assicurati che nessuno possa possedere il potere.”

(Michail Bakunin – 1953, p272)

Quest’opposizione alla gerarchia non si può limitare allo stato o al governo. Include tutte le relazioni autoritarie, economiche e sociali, oltre a quelle politiche, particolarmente quelle associate alla proprietà capitalista ed al lavoro stipendiato.

Questo si può vedere dall’argomentazione di Proudhon:

“il capitale nel capo politico è analogo al governo. L’idea economico del capitalismo e la politica del governo o dell’autorità sono identici e collegate in vari modi. Quello che il capitale fa al lavoro, lo stato fa alla libertà.”

(citato da Max Nettlau – 1996 p.43-44)

Cosi troviamo Emma Goldman opporsi al capitalismo, perché questo sistema obbliga la gente a vendere il proprio lavoro e cosi assicurava che:

“l’inclinazione e giudizio del lavoratore sono

subordinate al volere del padrone.”

(Emma Goldman – 1979, p.36)

Quarant’anni prima, Bakunin evidenziò il solito punto quando affermava che con il sistema attuale:

“il lavoratore vende se stesso e la sua libertà per un tempo definito al capitalista in cambio di uno stipendio.”

(Michail Bakunin – 1953, p.187)

Dunque, “anarchia” significa più che solo “assenza di governo”.

Significa opposizione a tutte le forme d’organizzazione autoritarie e gerarchiche. Come disse Kropotkin:

“l’origine del principio anarchico della società, sta nella critica delle organizzazioni gerarchiche e della concezione autoritaria della società, e nelle analisi delle tendenze annotate nei movimenti progressivi dell’umanità.”

(Petr Kropotkin – 1970, p158)

Dunque, il tentativo di affermare che l’anarchia è puramente contro lo stato, è una sbagliata rappresentazione della parola:

“quando si esamina gli scritti degli anarchici, oltre al carattere del movimento anarchico, è evidente che non hanno mai avuto una visione limitati ad essere solo contro lo stato.

Hanno sempre contrastato tutte le forme d’autorità e sfruttamento, e sono critici del capitalismo e della religione tanto quanto allo stato.”

(Brian Morris citato da Max Anger -1997, p40)

Solo per citare l’ovvio, l’anarchia non vuol dire caos, e nemmeno vuol affermare che gli anarchici vogliono creare caos e disordine.

Invece, desiderano una società basta sulla libertà individuale e sulla collaborazione volontaria.

In altre parole, una società “dal basso in alto”, e non imposta “dall’alto in basso” dalle autorità.

 

 

 

Che cosa significa “anarchismo”?

 

Citando Petr Kropotkin, l’anarchismo è:

“il sistema non-governativo del socialismo.”

(Petr Kropotkin – 1970, p.46)

In altre parole:

“l’abolizione dello sfruttamento dell’oppressione dell’uomo sull’uomo, vale a dire l’abolizione della proprietà privata e dello stato.” 

(Malatesta citato da M.Graham -1974, p.75)

L’anarchismo, dunque, è una teoria politica con l’obiettivo di creare una società con l’assenza di gerarchie politiche, economiche e sociali.

Ritengo che l’anarchia sia una forma vitale di sistema sociale e bisogna lavorare per incrementare la libertà individuale e l’uguaglianza sociale.

Vedo l’obiettivo della libertà ed uguaglianza come fattori di sostegno reciproco.

Oppure come disse la famosa massima di Bakunin:

“siamo convinti che la libertà senza il socialismo sia privilegio ed ingiustizia, che socialismo senza la libertà sia schiavitù e brutalità.”       

(Michail Bakunin – 1953, p269)

La storia dell’umanità dimostra un principio.

La libertà senza uguaglianza è soltanto libertà per i potenti, ed uguaglianza senza libertà è impossibile, una giustificazione per la schiavitù.

Mentre ci sono molti tipi d’anarchismo, ci sono sempre state due posizioni comuni, opposizione allo stato ed opposizione al capitalismo. Nelle parole dell’anarchico individualista, Benjamin Tucker, l’anarchismo insiste per:

“l’abolizione dello stato e l’abolizione dell’usura; nessun governo dell’uomo sull’uomo e nessun sfruttamento dell’uomo sull’uomo.”    

 (Citato da Eunice Schuster – 1970, p.140)

Gli anarchici vedono profitti, interessi ed affitto come usura e sfruttamento, e cosi si oppongono alle condizioni che li creano, tanto quanto allo stato.

Generalmente, nelle parole di Susan Brown, l’anello unificantetra le forme d’anarchismo:

“è la condanna universale della gerarchia e della dominazione, e la volontà di lottare per la libertà individuale.”                      

(Susan Brown – 1993, p.108)

Una persona non può essere libera, se è soggetta allo stato o all’autorità capitalista.

La teoria dell’anarchismo sostiene la creazione dell’anarchia, una società basata sulla massima “nessun dominatore.”  

Per ottenere questo:

in comune con tutti i socialisti, gli anarchici sostengono che la proprietà privata della terra, del capitale e dei macchinari è sorpassata; che è condannata a sparire: e che tutti i requisiti di produzione devono diventare proprietà comune della società, gestita in comune dai produttori del benessere. 

E sostengono che l’ideale di un’organizzazione politica della società, è una condizione dove le funzioni del governo sono ridotte al minimo, e che l’obiettivo definitivo della società è la riduzione delle funzioni del governo al nulla, in pratica, alla società senza governo; all’anarchia.

(Petr Kropotkin – 1970, p.46)

Cosi, l’anarchismo è negativo e positivo. Analizza e critica la società attuale, mentre al solito momento offre una visione della nuova società potenziale, una società che rende al massimo certi bisogni umani, che il sistema attuale non offre.

Questi bisogni, molto semplici, sono la libertà, l’uguaglianza e la solidarietà.

L’anarchismo unisce l’analisi critica con la speranza, perché, come indicò Bakunin, lo stimolo di distruzione è uno stimolo creativo.”  

Uno non può costruire una società migliore senza capire cos’è sbagliato in quella presente.

 

 

 

 

Da  dove  deriva l’anarchismo? 

 

Non posso fare meglio che citare “The Organisational Platform of the Libertarian Communists” prodotto dai partecipanti del movimento makhonovista durante la rivoluzione russa:

“la lotta di classe, creata dalla schiavitù dei lavoratori e le loro aspirazioni di libertà partorì, durante l’oppressione, le idee dell’anarchismo: l’idea della negazione totale del sistema sociale basato sui principi di classe e dello stato, e rimpiazzarli con una società libera non-statale di lavoratori autogestiti. 

Cosi, l’anarchismo non deriva da riflessioni astratti di qualche intellettuale o filosofo, ma dalla lotta diretta dei lavoratori contro il capitalismo, dai bisogni e necessità dei lavoratori, dalle aspirazioni di libertà ed

uguaglianza, aspirazioni che diventarono particolarmente vive nel miglior momento della vita e lotto delle masse lavoratrici. 

I grandi pensatori anarchici, Bakunin, Kropotkin ed altri, non inventarono l’idea dell’anarchismo, ma, avendolo scoperto nelle masse, semplicemente aiutarono, con la forza dei loro pensieri e sapienza, per specificarla e divulgarla.”                                 

(Nestor Makhno – 1989, p.15-16)

Come il movimento anarchico in generale, i makhnovisti erano un movimento di massa della classe operaia, che resisteva alle forze dell’autorità, vale a dire, quelle rosse comuniste e quelle bianche zariste/capitaliste nell’Ucraina dal 1917 al 1921.

Come annotò Peter Marshall:

“l’anarchismo trovò tradizionalmente i suoi sostenitori principali tra lavoratori e contadini.”

(Peter Marshall – 1993, p.652)

L’anarchismo fu creato dalla lotta degli operai per la libertà (certi “anarchici” dovrebbero ricordarsi da dove deriva!!).

Deriva dalla lotta liberatrice e dai desideri di vivere una completa vita umana.

Non fu creato da poche persone distanti dalla vita comune, in qualche torre d’avorio, che vedeva la società in un modo staccato e distante, per poi decidere cos’è giusto e cos’è sbagliato.

In altre parole, l’anarchismo è l’espressione della lotta contro l’oppressione e lo sfruttamento, un’analisi delle esperienze della gente, di cosa non funziona nel sistema attuale, e un’espressione di come potrebbe essere un prossimo avvenire migliore.

Il socialismo di stato, il comunismo autoritario ed il liberalismo parlano di un’umanità astratta, che nulla ha a che fare con gli individui reali e concreti.

Credendo di aver compreso per via filosofica la natura dell’uomo, si ritengono poi di conseguenza legittimate a prescrivere un codice morale, un’etica di comportamento che implica doveri e diritti per tutti gli uomini.

 

 

Che cosa rappresental’anarchismo?  

 

Le parole di Percy Bysshe Shelley danno un’idea di cosa l’anarchismo rappresenta in pratica e quali ideali lo spingono:

 

L’uomo

D’anima virtuosa non comanda, né obbedisce:

Potere, come una pestilenza desolante,

Inquina tutto ciò che tocca, e l’obbedienza,

 Rovina d’ogni genio, virtù, libertà, verità,

Rende schiavo gli uomini, e della struttura umana

Un automa meccanizzato

 

Come suggerisce Shelley, una priorità alta va concessa alla libertà, per se stessi e per gli altri.

Io considero l’individualità l’aspetto più importante dell’umanità.

Riconosco però, che l’individualità non può esistere in un vuoto, ma è un fenomeno sociale.

Fuori della società, l’individualità è impossibile, in quanto, lo sviluppo e la crescita avvengono attraverso il confronto.

Inoltre, tra lo sviluppo individuale e quello sociale, c’è un effetto reciproco: le individualità crescono interiormente e sono formate dall’ambiente della società, e contemporaneamente, l’individuo aiuta a formare e a cambiare aspetti della società tramite azioni e pensieri.

Una società non basata su individui liberi, su i loro sogni, le loro speranze e le loro idee, sarà vuota e morta:

la crescita di un essere umano è un processo collettivo, un processo nella quale partecipano sia la comunità sia l’individuo.”     

(Murray Bookchin – 1986, p.79)

Di conseguenza, qualunque teoria politica basata solamente sulla scienza o puramente sull’individuo, è una falsità.

Per lo sviluppo dell’individuo al massimo delle sue potenzialità, è essenziale creare una società basata su tre principi: libertà, uguaglianza e solidarietà, che sono dipendenti l’uno dall’altro.

La libertà è essenziale per la massima espansione possibile dell’intelligenza, creatività e dignità dell’uomo.

Essere dominato da un altro, vuol dire essere privato della possibilità di pensare ed agire per se stesso, che è l’unica strada che conduce alla crescita e sviluppo dell’individualità.

La dominazione blocca anche l’innovazione e responsabilità personale, creando il conformismo e la mediocrità.

La società deve necessariamente essere basata sull’associazione volontaria, e non sulla coercizione o l’autorità, per elevare la crescita dell’individualismo al massimo livello.

Citando Proudhon, tutti associati e tutti liberi.”

Oppure, come disse Luigi Galleani, l’anarchismo è:

 “l’autonomia dell’individuo dentro la libertà

d’associazione.”

  (Luigi Galleani – 1982, p.35)

Se la libertà è essenziale per uno sviluppo maggiore dell’individualità, allora, è fondamentale l’uguaglianza per l’esistenza di libertà genuina.

Non ci può essere libertà vera in una società gerarchica, dove esistono diversi tipi di classe, e pieno di divergenze di potere, ricchezza e privilegio.

In una tale società, soltanto pochi, alti nella scala gerarchica, sono relativamente liberi, mentre gli altri no.

Senza l’uguaglianza, la libertà è solo una derisione, dove al limite siamo “liberi” di scegliere il nostro padrone.

Anche l’èlite, in queste condizioni, non è veramente libera, perché deve vivere in una società resa brutta e sterile dalla tirannia e dall’alienazione della maggioranza.

Siccome l’individuo si sviluppa al suo massimo soltanto con il più ampio contatto con altri individui liberi, i membri dell’èlite sono ristretti nelle loro possibilità di sviluppo, data la scarsità di liberi individui con la quale possono interagire.

Per ultimo, la solidarietà significa mutuo appoggio: lavorare volontariamente ed in collaborazione con altri che condividono gli stessi obiettivi ed interessi.

Ma senza la libertà e l’uguaglianza, la società diventa una piramide di classe in competizione.

In una società tale, come per altro la nostra, esiste il “dominare o essere dominato” e “ognuno per se”. Cosi, “l’individualismo brutale” è promosso alle spese del “sentimento della comunità”.

In queste condizioni, non può esistere solidarietà sociale, ma soltanto una forma di solidarietà tra classi con interessi opposti, o forme di carità, indebolendo la società stessa.

La solidarietà non vuol dire sacrifici personali o auto-negazione, perché le ricchezze vere sono i nostri simili ed il nostro pianeta.

L’individualità e le idee crescono e si sviluppano dentro la società, rispondendo ad interazioni materiali ed intellettuali, ed esperienze analizzate ed interpretate dall’uomo.

L’anarchismo, dunque, è una teoria materialista, che si sviluppa e cresce fra interazioni sociali ed attività mentali individuali.

L’anarchismo è un’aspirazione, la cui urgenza è storica e politica, ma non scientifica.

Come tale, assume una valenza universale che va oltre ogni contingenza storica, e perciò nessuna teoria scientifica può influenzarla.

Questo significa che una società anarchica sarebbe una creazione d’esseri umani, non qualche principio divino oppure qualche condizione dell’evoluzione:

“nulla si sistema da solo, tantomeno le relazioni umane.

Sono gli uomini che organizzano, e lo fanno secondo le loro attitudini e conoscenza delle cose.”

(Alexander Berkman – 1977, p.42) 

L’anarchismo si basa sul potere delle idee e l’abilità degli uomini di agire e trasformare le loro esistenze, basandosi su ciò che loro considerano giusto per un miglioramento.

In altre parole, libertà, uguaglianza e solidarietà.

Un’illusione: il dominio senza nessuno

tumblr_ofpface1sr1vve3r6o1_500

( Articolo Condiviso )

Cosa significa dire qualcosa? Cosa significa esprimere le proprie idee? Quali sono le conseguenze, per noi stessi, per il nostro agire?
Facciamo un esempio: su un palco una donna politica di destra si pronuncia a favore dell’ordine di fare fuoco alle frontiere esterne. Indignazione, furia, scandalo. Ovviamente si vuole fermare il flusso di rifugiati, ma non certo così. Un’altra politica, avvantaggiata dal prestigio di ricoprire una più alta carica, famosa per le sue decisioni prosaiche e da esperta, firma un trattato che mira all’internamento, all’espulsione e alla ripartizione di migliaia di migranti. Qualche tempo dopo si viene a sapere che alcuni militari hanno sparato su persone che tentavano di passare la frontiera del paese con cui è stato concluso questo trattato. Una notizia a margine — che è anche la conseguenza diretta di una decisione politica. Una politica che pone il fatto di sparare in legame diretto con la sua politica è una provocazione; ma per quell’angelica innocente sparare non è che un danno collaterale mortale appena percepibile.
Quando un politico prende delle decisioni, queste vengono applicate — da altri. Quando un soldato spara, lo fa su ordine di qualcuno. Tuttavia responsabile della pallottola, della morte, è chi preme il grilletto. Una cosa è ciò che si dice e un’altra è ciò che si fa, ecco cosa ci viene ripetuto. Una linea di condivisione è tracciata fra l’atto e i pensieri che l’hanno preceduto. Nell’ambito delle opinioni è possibile sostenere qualsiasi punto di vista, è consentito dare il proprio parere. Sì, grazie alla possibilità offerta a tutti di esprimersi, ovvero confrontarsi — o fare una tavola rotonda — con posizioni «estreme», la politica mostra il funzionamento della democrazia. Le parole sono astrazioni e vengono tollerate in quanto tali. Ma quando implicano la possibilità dell’azione diretta, non sono più opinioni, allora diventano idee e portano in sé lo slancio verso la loro realizzazione. Chiunque agisca direttamente e metta in atto le proprie idee senza aver bisogno dell’accordo né del permesso, commette un crimine contro la democrazia. Contro la politica della maggioranza desiderosa di negoziare, di intrigare, di trovare compromessi. Contro la politica della separazione e della gerarchia, in cui solo gli specialisti e chi riceve ordini sono autorizzati ad agire. Un crimine contro la legge che permette solo di parlare di idee, non di metterle in pratica.
Coloro che non hanno legge si assumono la responsabilità delle proprie idee e le mettono in atto con dei complici e con i mezzi necessari. Superano la separazione fra la politica e la realtà perché possono parlare e discutere senza dover trovare parole erudite, senza dover convincere la maggioranza con norme da esperti o con petizioni. Per passare all’azione non hanno bisogno di eserciti docili, di lacchè e servitori, no, li disprezzano tanto quanto la loro sottomissione di gregge che affida costantemente l’onere di pensare ad altri. Essi mettono assieme le parole e l’azione. Non solo nel proprio pensiero e nel proprio agire, ma anche nella ricerca e nel fatto di collegare elementi e responsabilità che a prima vista non li riguardano.
Noi non abbiamo solo la responsabilità di ciò che pensiamo, facciamo e ordiniamo, ma anche di ciò che omettiamo, ciò che non facciamo e ciò che taciamo. Il giornalista per cui il salvataggio di un relitto con centinaia di cadaveri di migranti non merita che un trafiletto assume una posizione chiara, una posizione che ha come conseguenza il rifiuto di voler agire. L’esperto che afferma che il numero di rifugiati è diminuito sa che le statistiche non tengono conto di quanti migranti dell’Africa nera sono rinchiusi e perseguitati senza motivo nell’Africa del nord. Ciò denota un calcolo politico di cui si rende responsabile. Quanto ai cittadini degli Stati Uniti che nel corso degli ultimi anni sono venuti a sapere per 2640 volte dell’omicidio di neri da parte della polizia senza la minima reazione, essi sono responsabili anche del fatto che l’omicidio del 2641° nero appaia come del tutto normale e abituale. Una normalità che ci dà l’illusione di non avere la responsabilità di agire, che ci abitua ad essere degli incapaci, buoni solo a ricevere ogni giorno su un piatto d’argento il loro boccone di realtà ben premasticato con l’elenco di ciò che bisogna fare e il relativo conto.
Possiamo spezzare l’illusione secondo cui il dominio sarebbe mantenuto dal semplice corso delle cose, da un qualche Dio o dalle quotazioni in borsa, ovvero un dominio impersonale, assumendoci la responsabilità di sabotare permanentemente gli affari dei responsabili del suo funzionamento. Sia che la loro responsabilità consista nel dare l’ordine di sparare, nel giustificarlo, nel non parlarne, nel dissimularlo, o nel ricavarne profitto con la produzione o l’elaborazione di armi. Per non parlare della responsabilità di chi fa la guerra come l’esercito tedesco che, con la sua propaganda, tenta di soffocare ogni legame fra la realtà e le parole che la descrivono, spiegando per esempio sui loro manifesti pubblicitari in color mimetica di battersi per la libertà e contro dei folli in guerra. La responsabilità risiede nel fatto di mostrare, con la forza distruttrice delle parole e delle azioni, che la libertà può esistere solo qualora si tratti da nemico chi fa la guerra, sia essa di Dio o dello Stato. E nell’immediato, come risultato persistente di intense relazioni, la libertà può esistere solo laddove nessuno attende che altri si incarichino al proprio posto di mettere i suoi pensieri in atto per attaccare senza tregua chi fa la guerra, nel nome di Dio o dello Stato.

Il prezzo della nostra indifferenza

de0c3c9a31ad39571da21b319484eec9c8d1778d_m

( Articolo Condiviso )

Jean Bloch-Michel

A partire dal momento in cui ci si trova in un paese conquistato, come lo erano i tedeschi in Francia o i francesi in Indocina, la regola vuole che non conti nulla quanto viene fatto in suo favore, ma che qualsiasi ingiustizia venga addebitata senza indulgenza e senza perdono possibili.
A questo genere di argomentazioni, la risposta degli uomini sinceri, se non cinici, è che il nostro impero è condizione della nostra prosperità. Io sono convinto che ciò sia falso… E qualora la nostra prosperità fosse a questo prezzo, so che non sarei l’unico a preferirle una povertà più onorevole.
Ma ciò che mi sembra più grave in tutto ciò è che abbiamo così ben tollerato il fatto di essere trascinati in una guerra di cui non ammettiamo né le ragioni né il fine.
Infatti, siccome non era ovvio che questa guerra costituisse un pericolo anche per coloro che non la facevano, ne abbiamo appreso l’inizio e ne abbiamo seguito le vicissitudini con assoluta indifferenza.
È stato lo stesso, del resto, per la guerra in Corea.
Perché se ci capitasse, a seconda del campo che abbiamo scelto, di tremare allorché uno dei due avversari si ritirasse e di gioire se avanzasse, nessuno penserebbe veramente di mettere in ridicolo tutti i giorni in memoria dei coreani, per i quali la fortuna era la stessa: sempre cattiva.
Bisogna quindi ammetterlo, abbiamo acconsentito che venissero compiuti in nostro nome ciò che molti di noi considerano crimini.
Lo abbiamo accettato o abbiamo voluto ignorarlo.
In breve, siamo stati indifferenti. Ecco qual è il segno della nostra epoca, e noi ne siamo segnati non meno degli altri.
Eppure dovremmo conoscere il prezzo della nostra indifferenza. Non è poi lontano il tempo in cui veniva incoraggiata, dicendoci che essa sola poteva assicurare la nostra sicurezza.
E, sebbene il ricordo si cancelli nella nostra memoria ingombra di immagini più recenti e per noi più violente, ricordiamoci l’epoca in cui il popolo spagnolo combatteva per la propria libertà. Tutti i problemi che abbiamo dovuto poi risolvere per noi stessi, si posero allora.
La guerra di Spagna ha diviso gli uomini in collaboratori opportunisti e resistenti.
Poco numerosi sono coloro che in seguito hanno avuto il desiderio o l’opportunità di cambiare campo. Per la prima volta anche noi abbiamo capito come sia difficile, una volta presa la decisione, accecarci con forza sufficiente per continuare l’azione intrapresa.
Era facile, fin dai primi giorni — soprattutto i primi giorni — riconoscere dove si trovasse la giustizia e dove l’oppressione.
Non penso che riusciremo mai ad incontrare una causa più pura e più intatta di quella della Repubblica spagnola all’inizio della guerra civile. Eppure, a partire da quel momento, abbiamo dovuto scegliere tra la guerra e la pace. Ci è stato detto che intervenire per i repubblicani avrebbe catapultato l’Europa nella guerra. Dal momento che Mussolini e Hitler non avevano aspettato per aiutare Franco, ci doveva pur essere qualcosa di logico in questo monito.
Il non-intervento fu quindi una di quelle ipocrisie che il pacifismo più sincero talvolta ispira alla politica.
Perché, una volta assunta tale posizione, la si poteva sostenere solo non vedendone le conseguenze e la menzogna che era diventata.
Allo stesso tempo, il campo che avevamo scelto perdeva la sua purezza, la repressione contro gli anarchici e le procedure adottate dal Partito Comunista nelle file dei repubblicani instauravano una tirannide tra i difensori della libertà.
Giustificare certe misure era facile: in tempo di guerra, la necessità di un ordine politico è tale che a volte occorre sacrificare le ragioni stesse per cui ci si batte.
Ciò dimostra soltanto che la libertà non può nascere dalla guerra. Ma la lotta era mutata, diventando quella di un popolo usato, volente o nolente, per i bisogni di un sistema e di un partito.
La causa del popolo spagnolo vi manteneva la sua purezza. Essa resta ancora oggi la medesima del primo giorno. Ma non era più solo il popolo spagnolo e la libertà, ad essere in discussione.
Perché gli uomini furono presto traditi e noi potemmo assistere a questo spettacolo, che ci è consueto, di una rivoluzione i cui primi eroi sono le prime vittime.
Gli anarchici furono sacrificati ai bisogni dell’ordine, così come alle esigenze di un partito la cui sola forza, per lo meno in Spagna, era quella di rappresentare un ordine.
La cosa più grave è che la Spagna è stata tradita due volte da noi, quando abbiamo rifiutato di fornire un aiuto ai partigiani della libertà che i suoi nemici avevano cominciato a schiavizzare, e quando, una volta questi sconfitti, abbiamo acconsentito che la Spagna rimanesse sola sotto l’oppressione.
E ora, su di essa è calato il silenzio. A pochi passi da noi, un ridicolo dittatore fucila ancora ogni giorno degli uomini che, per la maggior parte, alcuni anni fa erano venuti in Francia ad aiutarci a sconfiggere i nostri nemici comuni. Tutto questo avviene in mezzo al silenzio, come è accaduto per i massacri fatti in nostro nome in Madagascar, in Marocco o in Tunisia.
Questo silenzio organizzato dai nostri padroni esiste tuttavia solo grazie al nostro consenso. È utile alla nostra tranquillità e ne conosciamo da molto tempo la pratica e le virtù. E non siamo i soli.
Non abbiamo creduto ai tedeschi quando ci dicevano che ignoravano l’esistenza dei campi di concentramento. Sono sicuro che, per lo più, fossero sinceri.
In Francia chi era a conoscenza di cosa accadeva nel bagno penale della Cayenna, quando ancora esisteva?
A volte un uomo onesto, fuorviato in mezzo ai secondini, si indignava allo spettacolo di quell’opera di assassinio.
Tornava, scriveva un libro o degli articoli. Era l’occasione di qualche agitazione, poi il paese ricadeva nel suo torpore e veniva a sapere, senza rabbrividire, che un nuovo convoglio era stato imbarcato alla île de Ré.
E allora, tutti i tedeschi avrebbero dovuto esserne consapevoli perché i campi erano più vicini tra loro?
Perché il grido dei martiri non raggiungesse le loro orecchie bastava, come facciamo noi, essere ben decisi a non sentire nulla.
Come i tedeschi avevano fatto il silenzio su Auschwitz, Dachau e Buchenwald, come noi l’abbiamo fatto sulla Cayenna, lo facciamo sulla Spagna, e ancor più sul Madagascar e Capo Bon.
Nulla è ancora perduto, tuttavia, poiché ho ancora il diritto oggi di disturbare tale silenzio. Ma non bisogna farsi illusioni. Se continueremo a stare zitti, come rimasero zitti prima di noi i tedeschi, accadrà un giorno a noi quello che è accaduto a loro: verremo strappati al nostro silenzio, ma per farci urlare, a tono e a comando.
Journal du désordre, 1955

Delega e responsabilità

1_1

( Articolo Condiviso )

Non c’è un aspetto della vita quotidiana che non sia stato infantilizzato e, col passare degli anni, non lo sia sempre di più. È difficile immaginare che qualcuno si soffermi a pensarci, ma la delega è alla base della vita dell’individuo contemporaneo. Che ciò avvenga sotto la spinta di poteri forti con un disegno preciso o perché l’alto tasso tecnologico e la scarsità di tempo a disposizione rendono impossibile la conoscenza e la pratica necessarie o magari semplicemente per comodità, fatto sta che sempre più attività divengono esclusive dei cosiddetti esperti. Hai lavorato per 5 anni in una ditta di riscaldamenti e vuoi ripararti la caldaia da solo? Non hai la certificazione.

Hai tutte le conoscenze per un semplice intervento sulla linea elettrica? Non puoi, non sei un elettricista accreditato. Vuoi fare un orto nel tuo giardino e per avere più luce devi abbattere un albero? Ci vuole il permesso del comune. Non credi in un vaccino e vuoi seguire pratiche mediche alternative? Come osi? Hai più conoscenze di tutti gli insegnanti messi insieme della scuola elementare vicino casa, ma non ti sognerai mica di dare da te l’istruzione che ritieni necessaria ai tuoi figli? Hai subito un torto da qualcuno, ma non ti azzardare a vedertela da solo, non sei nessuno!

Gli esempi potrebbero continuare per alcune pagine, ma la sostanza non cambierebbe: che si tratti della burocrazia, della tecnologia o di associazioni, ci sarà sempre qualcuno a dirti come devi svolgere quella data attività. Il problema principale è che questa condizione di sudditanza permanente non la avvertiamo proprio. È così introiettata in noi da non poterla vedere, così come non possiamo vedere il nostro stomaco. Questo ci ha portato ad aspettarci che ci sia sempre qualcuno a cui affidarsi, anche quando nasce un problema nuovo.

Nonostante la pacificazione sociale dilagante in Italia, capita ancora che quando lo Stato e/o la multinazionale di turno decide di farla un po’ troppo grossa, nascano dei movimenti spontanei di protesta di persone arrivate al limite dell’immensa sopportazione avuta fino a quel momento e, quasi contemporaneamente, sorgano dei comitati di lotta. Questi, composti da persone in buona fede che vogliono coordinare le varie “anime” per una protesta più efficace, finiscono per assurgere presto al ruolo di gruppi di esperti della protesta.  Proprio come negli altri campi, le persone iniziano a delegare la propria voce a loro con firme e consensi telematici, aspettandosi direttive più che coordinamento e, per contraccolpo, questi esperti finiscono col sentirsi responsabili per conto di tutti quelli che vogliono partecipare alla protesta.

Con buona pace del termine “orizzontalità”, sempre più infangato, questi coordinatori di movimenti “dal basso” si sentono in obbligo di dar conto delle azioni compiute da terzi, proprio come un ufficiale nei confronti del subordinato. Se un pilota lanciasse un missile senza l’ordine del diretto superiore, si presume che una delle prime domande che gli verrebbero rivolte sarebbe: «Adesso chi se la prende la responsabilità?».

In questo clima di incoscienza generale, dove tutto è scontato e manca il tempo per la riflessione, ci si auspica che almeno le persone che in buona fede vogliano condurre lotte orizzontali, si fermino a riflettere sulle proprie azioni e parole per cercare di evitare di assumere ruoli specifici che con l’orizzontalità non hanno nulla a che fare, altrimenti dal basso finisce per restare un aggettivo fisico.

 

L’ idea di anarchia

anarchia-cuore-liberta

( Articolo Condiviso )

L’idea di anarchia prevede, A LIVELLO SOCIALE, che individui e collettività scelgano per relazionarsi fra loro un insieme di rapporti non-gerarchici e non-autoritari.
Anarchia è anche la ricerca e sperimentazione di una organizzazione sociale orizzontale.

Una società anarchica è una società che vuole basarsi sul libero accordo, sulla solidarietà, sulle libere associazioni, sulle unioni, sul rispetto per la singola individualità che non volesse farne parte, secondo il principio che le decisioni valgono solo per chi le accetta.
In una società anarchica si rifiutano quindi leggi, comandi, imposizioni, principi fondati sul volere della maggioranza, rappresentanze, discriminazioni, guerre come metodo per risolvere contrasti, realizzando la gestione ed il superamento dei conflitti attraverso chiarimenti ed accordi tra i diretti interessati.
È importante, in quanto contrario al pregiudizio diffuso, notare che nessuna teoria anarchica ha mai teorizzato l’assenza di regole e di interazioni sociali, in quanto l’anarchismo non lascia nulla al caso-caos, ma propone un nuovo modo di concepire la società, costruito intorno a norme e/o principi etici egualitari, condivisi e non imposti dall’alto.
Gli anarchici vogliono perciò l’abolizione dello Stato, che dev’essere sostituito dalle organizzazioni e dalle associazioni popolari; anche il potere economico è consegnato nelle mani del popolo, che controlla i mezzi di produzione (quasi tutte le correnti anarchiche, infatti, si dicono socialiste).
Secondo gli anarchici, i problemi sociali come il crimine, l’ignoranza e l’apatia delle masse sono un prodotto della stessa società autoritaria: secondo gli anarchici, mantenere gli individui perennemente sotto un’autorità superiore fa sì che questi non siano più capaci di comportarsi autonomamente, senza un capo che gli comandi cosa fare; inoltre qualsiasi capo cercherà sempre di mantenere il proprio potere, e quindi cercherà il più possibile di rendere i sottoposti non autonomi, e di creare bisogni negli stessi sottoposti (come la necessità di protezione dal crimine dal terrorismo e dalla guerra ma anche dalla fame costringendo l’individuo che ormai è ”carcerato” nella società attuale ad implorare un lavoro dove verrà schiavizzato in quanto sul pianeta terra con una piccola percentuale delle spese militari, si potrebbe donare una casa ad ogni essere umano, senza pensare a l’automazione delle macchine che ci dovrebbe aver già liberato dal lavoro..basterebbero tre ore al giorno se TUTTI lavorassimo e per un bene comune ); secondo la prospettiva libertaria quindi lo Stato non ha alcun reale interesse a risolvere i problemi sociali, perché altrimenti verrebbe meno il bisogno del potere.
Mentre il liberalismo, ideologia alla base del pensiero democratico, propone la difesa del diritto individuale di parola, religione ecc, l’anarchismo sprona l’individuo anche a liberarsi di quelle particolari forme sociali che, secondo una visione anarchica, impediscono l’espressione libera della personalità dell’individuo, per esempio i rapporti sociali capitalistici e la religione; riguardo a quest’ultima, mentre la teoria ufficiale e la maggioranza degli anarchici si proclamano atei, vedendo la religione come “l’oppio dei popoli” marxiano, di fatto già con Camillo Berneri si introduce un antidogmatismo che permette all’individuo, che deve essere libero in tutti gli aspetti, di professare individualmente una religione, se di sua scelta e non imposta dall’infanzia; tutti gli anarchici, però sono per l’abolizione delle organizzazioni clericali di ogni tipo, basate non sulla libera predisposizione e scelta razionale ma sull’indottrinamento.
L’idea di una società anarchica fa quindi ripensare la stessa socialità umana, ovvero il rapporto fra persone, e quindi mostra che è artificiosa la distinzione fra persona e società.
Una società anarchica è fondata sulla persona concreta e sulla sua capacità di creare forme sociali; si evita quindi di stabilire con un processo di astrazione dei valori morali assoluti e di creare strutture funzionali ad essi anche a discapito delle persone.
Secondo il pensiero anarchico le necessità di pace, giustizia e benessere non possono quindi giustificare strutture di potere pubbliche quali Stato, Chiesa e esercito. Più nel privato, vanno ripensati anche famiglia, scuola, e lavoro come sono comunemente intesi.
L’idea di ciò che è buono e desiderabile è infatti soggettiva, multiforme, mutevole, e non si può rappresentare come sovrumana, né si deve adorare in quanto entità astratta, e tanto meno in forma coercitiva.
La società voluta dagli anarchici rifiuta che dei VALORI UMANI vengano mitizzati e considerati come superiori a UOMINI E DONNE concreti.

fonte :Anarchici

E noi ridiamo

dba19c1dc1997c1521e56d5ba5312e1986724dd4_m

( Articolo Condiviso )

Alla fine dell’Ottocento lo scrittore De Amicis, giornalista-militare che aveva a cuore solo gli scatti sull’attenti davanti all’autorità, definiva «malvagio» il piccolo Franti che rideva alla notizia della morte del Re. Oggi i suoi degni eredi arrivano ad accusare chiunque non si metta al servizio dello Stato di essere un «terrorista». Per la gente dabbene, per i fautori del Partito dell’Ordine, il rispetto e l’obbedienza alle leggi è un fatto talmente scontato da apparire ai loro occhi come del tutto naturale. A loro avviso, le istituzioni vanno amate con la stessa spontaneità con cui si aprono gli occhi quando ci si sveglia al mattino. Chi si sottrae a questa ridicola credenza civica non è qualcuno che la pensa diversamente, è molto peggio. Finché la sua alterità rimane circoscritta al proprio ambito domestico, può anche essere considerato un eccentrico da evitare o un malato da curare. Ma guai a manifestarla pubblicamente. Perché nel Pensiero Unico chiamato per eufemismo Opinione Pubblica non è ammessa nessuna idea divergente. Chi non si indigna davanti ad un atto di ostilità rivolto contro il potere è losco e sospetto. Ma chi addirittura osa gioire per un lampo nelle tenebre della servitù volontaria è per forza di cose coinvolto nell’atto stesso: ne è l’autore, o come minimo il complice. Altrimenti non oserebbe mai esprimersi così avventatamente, altrimenti si limiterebbe a rimanere in silenzio oppure a riportare sull’accaduto le veline dei mass-media (triste scappatoia a cui molti sovversivi fanno spesso ricorso).

I totalitarismi (e la democrazia non fa eccezione) non possono tollerare la libertà di pensiero, non possono accettare che qualcuno si esprima pubblicamente in maniera contraria a quanto decretato dal loro Pensiero Unico. Perché una voce stonata rompe il coro del consenso, dando il cattivo esempio. Ciò fa capire bene, al di là delle dichiarazioni altisonanti, quale sia la sola libertà protetta dallo Stato: quella di obbedire. Siamo liberi di rispettare le leggi, siamo liberi di comprare merci, siamo liberi di farci sfruttare sul lavoro. Siamo liberi di respirare un’aria inquinata e di mangiare cibi avvelenati. Siamo liberi di vedere il mondo passare davanti ad uno schermo. Siamo liberi di stare in riga, controllati e sorvegliati dal primo vagito all’ultimo rantolo. Null’altro è consentito.
Ma il modo migliore per difendere la libertà è quello di esercitarla. Il modo migliore per difendere la libertà di pensiero e di parola è quello di pensare e parlare senza sottostare a costrizioni e ricatti, senza farsi condizionare dagli indici di gradimento o dagli articoli del codice penale. Capiamo che nei laboratori della Ragione di Stato si vorrebbe rendere indicibile — quindi impensabile — ogni espressione favorevole alla rivolta. Non è certo un caso se oggi gli eroi immaginari dei bambini cresciuti davanti alla TV sono i commissari o i marescialli; nessuno fantastica più sulle avventure di un Robin Hood. Perché fin dalla più tenera età si viene spinti ad immedesimarsi in uno sbirro, non in un fuori-legge. Dileggiare il potere è cosa ormai riservata a pochi artisti, certificati buffoni di corte che tuttavia devono stare bene attenti a non eccedere. Ecco perché non ci stupiamo affatto che un giornalista definisca «rivendicazione» un testo che saluta un gesto di aperta ostilità contro il potere, o che un presidente di Regione dichiari che «chi mette bombe non fa politica, ma compie un atto di terrorismo», fingendo di non sapere chi sia a costruire e vendere bombe da sganciare su intere popolazioni. Sono solo alcuni piccoli esempi concreti del confusionismo che viene alimentato per mettere la museruola ad ogni bocca ribelle, nella parola come nel morso. Decisamente non è facile capire qui dove finisca l’idiozia e dove cominci la malafede. Ma che i funzionari di propaganda e di partito si rassegnino: la libertà avrà sempre i suoi amanti, l’autorità avrà sempre i suoi nemici. Ed è interesse di questi ultimi riprendere ad immaginare e ad esprimere apertamente tutte le ragioni e le passioni di una rivolta contro il potere, contro ogni potere.
Quanto a Finimondo, continuerà a ridere alla notizia della morte del Re. E pazienza se un qualche procuratore definirà apologia di terrorismo ciò che noi chiamiamo libertà di pensiero.

Chi ben comincia…

shining1

( Articolo Condiviso )

È la fine dell’anno vecchio, è l’inizio dell’anno nuovo. Si festeggia, lanciandosi nei bagordi: cibo a sazietà, bevande a fiumi, musica ad alto volume, danze scatenate, baci appassionati e razzi pirotecnici. L’imperativo è divertirsi, o quanto meno mostrare di farlo. È la parodia del caos primordiale da cui scaturirà la nuova vita. Addio al passato, benvenuto avvenire! Ciò spiega la tradizione, diffusa in tutto il mondo, dei fuochi d’artificio. Un rito magico per allontanare, bruciare, distruggere tutto il male che si è accumulato nel periodo precedente, minacciando così il corso del futuro. Una esplosione di vita, di allegria, di gioia, contro la morte.

Certo, i moderni festeggiamenti per fine anno sono solo il pallido riflesso di quelli dell’antichità, che mangiare una fetta di panettone e bere un bicchiere di spumante mentre si guarda un concerto in piazza organizzato dal signor sindaco mette solo tristezza. Ma basta un po’ di fantasia per trasformare la noia in eccitazione. A Firenze, ad esempio, c’è chi ha pensato di salutare il 2017 lasciando davanti alla libreria Il Bargello, legata ai fascisti del terzo millennio di Casa Pound, un pacco regalo. Si trattava di un… un… potente botto di capodanno? Non stiamo a sottilizzare, ci siamo capiti. Una pattuglia della Digos, i soliti guastafeste, lo ha notato ed ha avvertito la Questura che ha mandato sul posto i suoi esperti per disinnescarlo. E qui si è verificato il primo incidente sul lavoro del 2017 nel capoluogo toscano. L’ordigno — o il botto, a seconda dei punti di vista — è infatti esploso proprio mentre veniva esaminato, ferendo gravemente l’artificiere che lo stava maneggiando.
Così ora, mentre i camerati di Gianluca Casseri (l’assassino degli ambulanti senegalesi, uccisi a Firenze nel dicembre 2011) devono prendere atto che il tempo passa ma la memoria resta, e gli inquirenti hanno aperto la caccia agli originali festaioli, c’è qualcuno in giro che magari se la starà ridendo, incredulo di aver preso i classici due piccioni – la reazione e l’autorità – con una fava.