Archivio mensile:febbraio 2017

La guerra e la «fatalità storica»

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( Dal Web )

Rudolf Rocker

Noi conosciamo gli argomenti con cui i sostenitori dell’attuale ordine di cose cercano di giustificare la necessità della guerra. Agli uni essa appare come l’espressione della collera di Dio, perché gli uomini si rendano conto dei propri peccati. Gli altri considerano la guerra come un portato della natura umano. Recentemente si è giunti a vedere nella guerra la manifestazione inevitabile delle differenze razziali. E siccome, secondo questa nuovissima teoria, razza è destino, la guerra è perciò una cosa del destino e non può essere soppressa nel mondo per mezzo di argomenti umanitari.
I socialisti di tutte le correnti non danno a tali affermazioni importanza alcuna, poiché esse non resistono ad nessuna critica seria. Però la maggioranza di loro non si accorgono che essi non fanno altro che sostituire il fatalismo dei loro avversari con un altro fatalismo, inculcando nei propri seguaci la convinzione che la guerra è unicamente un risultato del sistema capitalista mondiale, e solo scomparirà con questo. In che si differenzia questo fatalismo economico dal fatalismo razzista dei Gobineau, Chamberlain, Woltmann, Guenther, ecc.? Solo nella forma, e non negli effetti pratici. Anche in questo caso si tratta di una credenza cieca accettata tacitamente come verità.
Quando i capi delle truppe coloniali francesi, nelle loro crudeli e sanguinose lotte coi popoli asiatici, arrivarono fino a rubare ad essi le ossa dei loro padri nei campi di riso per costringerli alla sottomissione, non fecero che approfittare di un cieco fatalismo per raggiungere una più facile vittoria. Pure nessuna persona ragionevole sosterrà che ci fosse realmente in quelle ossa imputridite una forza determinante il destino, e che la loro perdita fosse effettivamente funesta agli indigeni tonchinesi. Tutti capiscono benissimo che funesta non fu quella supposta forza, bensì la credenza cieca degli indigeni nella sua esistenza. Più d’uno ride della scarsa intelligenza dei «barbari gialli», senza sospettare d’essere egli stesso vittima di una illusione consimile. Che cos’è, infatti, la credenza nella inevitabilità del divenire storico e di tutti i fenomeni sociali, se non una nuova teoria del destino, le conseguenze della quale paralizzano l’azione umana come qualsiasi altra credenza nel destino?
I difensori delle idee socialiste avrebbero dovuto capire per primi che le «necessità storiche» ed il «divenire ineluttabile» non hanno ragion d’essere se non finché gli uomini le accettano come fatti positivi e non oppongono loro alcuna resistenza. Invece cessano dall’essere necessità storiche dal momento in cui l’uomo si leva contro tali supposte necessità e tenta di dirigere in altro senso la sua vita. È vero ch’egli nelle sue aspirazioni è influenzato dall’ambiente che lo circonda, ma questa influenza è sempre legata al suo riconoscimento spirituale, e decresce man mano che il suo spirito penetra le cose e riesce a sottoporle alla propria volontà.
Considerando la guerra semplicemente come una ineluttabilità del sistema attuale, si appoggia coscientemente o incoscientemente questo sistema e i suoi difensori e si presta un servizio alla guerra e al militarismo. Un sistema sociale non è qualche cosa di assolutamente rigido, legato in tutte le forme della sua evoluzione a ferree necessità. La storia ci mostra, piuttosto, che alla lotta contro l’esistenza di un sistema determinato precede sempre una innumerevole serie di piccole e grandi lotte contro certe istituzioni di quello stesso sistema, che portano pure a modificazioni inevitabili.
Così, per esempio, l’attuale giurisprudenza si radica intimamente in tutto il sistema vigente; pure, malgrado tutto, certi metodi di tortura medioevale sono stati abbandonati, ed il ritorno ad essi produce una indignazione generale, come vedemmo a suo tempo quella contro gli inquisitori di Montjuich. Anche la guerra e li militarismo sono possibili soltanto in quanto sono accettati dalle masse come necessità ineludibili. Quando, invece, sparisca in esse la credenza in quelle supposte necessità, nessun ordine capitalista e nessun modo di produzione potranno esser capaci di forzare i popoli alla guerra.
Giustamente per questa ragione noi dovremmo conformare tutta la nostra propaganda contro la guerra, ponendo al primo piano dovunque la mostruosità e criminalità della strage umana organizzata e l’interpretazione del militarismo come la scuola dell’assassinio e dell’abbrutimento. Anzitutto bisogna creare la convinzione che la guerra potrebbe essere impedita oggi stesso e che i produttori, specialmente, tengono nelle loro mani i mezzi per riuscirvi. Quanto più riusciremo a stimolare il senso di giustizia delle masse contro l’assassinio organizzato dei popoli, tanto meglio potremo inculcare in loro il rispetto della libertà e della vita umana, e tanto più piene di promesse ci si presenteranno le lotte future.
Il fatalismo è sempre un risultato di ideologie autoritarie. E appunto perché abbiamo riconosciuto che il principio d’autorità trova la sua espressione più brutale e vergognosa nel militarismo, dobbiamo procurar sempre di minare il rispetto per l’autorità, che in realtà è il vero ostacolo che separa gli uomini dalla possibilità della loro liberazione.
A tal proposito, accenneremo anche a un metodo che può essere utile nella lotta contro la guerra e il militarismo.
Molti dei nostri si erano abituati, al tempo della guerra mondiale passata, a trascurare facilmente i sistemi e i fatti di violenza dei «vincitori», segnalando quelli dei «vinti», quando questi erano ancora un fattore della sanguinosa contesa. Tale atteggiamento poteva giustificare da solo il pensiero della rivincita nei secondi, e non corrisponde certo alle idee della libertà e del socialismo. I piani dei grandi industriali tedeschi durante la guerra mondiale non sono un salvacondotto per lo aspirazioni di Poincaré ed altri mandatari del “Comité des Forges”; l’invasione delle truppe tedesche nel Belgio, ecc. non è una giustificazione delle repressioni contro le popolazioni del Tirolo da parte dei carabinieri di Mussolini; l’esistenza in Germania del Hackenkreuzlern e dei Caschi d’acciaio non dà ragione al fascismo in Italia.
Siamo avversari di ogni sfruttamento e di ogni oppressione, tanto se realizzati da tedeschi o francesi, da inglesi o russi. Il militarismo che ha per suo rappresentante il generale Foch non è migliore del militarismo di Ludendorff e di Hindenburg. La guerra, il militarismo ed il nazionalismo sono flagelli dell’umanità, e debbono esser combattuti dovunque con la stessa energia. Lo sviluppo del militarismo in paesi come gli Stati Uniti ed il Canada, dove oggi invade tutte le scuole e le università, è la prova migliore che lo spirito militarista non è attributo speciale di alcuni popoli soltanto, ma che esso penetra in ogni luogo in cui non gli si opponga resistenza da parte del popolo medesimo.
Non si tratta qui di disposizioni nazionali speciali, bensì di una determinata tendenza dello spirito umano, che non può non produrre dovunque gli stessi terribili effetti. Combattere tale tendenza, provocare negli uomini la repulsione per le sue conseguenze, e aprire iI cammino alla libertà e alla giustizia — questa è la nostra missione in tutti i paesi. E non dobbiamo dimenticare che la nostra lotta contro la guerra e il militarismo è al tempo stesso una lotta anche contro ogni forma di sfruttamento economico e di oppressione statale.

Fasci di riflessi condizionati

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(  Dal Web )

Dwight Macdonald

Per quanto lasci perplessi, sembra che le cose stiano come scrive Hannah Arendt: «Invece sia in Russia che nella Germania nazista il terrore era aumentato in proporzione inversa all’esistenza di un’opposizione politica interna, come se questa fosse stata non il pretesto per l’impiego della violenza (come ritenevano gli accusatori liberali dei regimi), ma l’ultimo impedimento al suo infuriare».
Ovvero: i nazisti non hanno ucciso sei milioni di ebrei mentre combattevano per consolidare il proprio potere nel 1933-36, ma nel 1942-44, quando avevano da tempo distrutto ogni opposizione reale, quando gli ebrei non costituivano alcuna minaccia per loro, e quando il popolo tedesco era costretto a sostenerli in guerra per una questione di sopravvivenza nazionale. E cioè: il Terrore rosso di Lenin del 1918-20, quando l’opposizione interna era ancora forte e l’Armata Rossa stava combattendo per difendere il suolo russo da una mezza dozzina di eserciti invasori, fu minimo se paragonato al terrore che Stalin scatenò nel 1937-39 — anni dopo che i contadini venissero modellati dalla collettivizzazione forzata, gli operai dal primo Piano Quinquennale, e i vecchi bolscevichi dalle tattiche infra-partito di Stalin (i processi di Mosca furono solo la ratifica giuridica di un fatto da tempo compiuto).
In forme di società più normali o almeno familiari, persino in dittature come quella di Peron o di Mussolini, la repressione viene scatenata per sopprimere la resistenza. Nel mondo irrazionale del totalitarismo viene usata talvolta allo stesso modo (vedi l’aumento di esecuzioni dopo l’attentato a Hitler del 1944), ma in generale la repressione aumenta allorché l’opposizione si indebolisce, dato che la principale preoccupazione dei governanti non è solo quella di mantenere il proprio potere ma di portare avanti un laboratorio di sperimentazione per cambiare gli uomini in fasci di riflessi condizionati.

Il “bel” paese…

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( Dal Web )

Che paese, l’Italia. Non c’è opera che possa venire realizzata senza che si alzi qualche voce contraria; non passa giorno senza che si sappia di qualche movimento di protesta verso questo o quel progetto. Non c’è cantiere che possa iniziare senza che qualcuno contesti, o lavori che possano partire senza che nessuno si metta in mezzo ad intralciare. Ognuno ha un motivo per lamentarsi: lo scempio ambientale, il deturpamento del paesaggio, il depauperamento delle risorse, l’inquinamento della terra, dell’aria, del mare… E poi, come se non bastasse, tutti a lamentarsi – anche loro, i responsabili delle proteste – a lamentarsi, dicevamo, che il paese non cresce, il PIL neanche, la Borsa crolla, l’Unione Europea ci sanziona, lo spread sale e le tasse pure, mentre l’occupazione diminuisce…

Prendete il Salento, per esempio. Un  luogo del sud, retrogrado come tutto il sud, in cui lo Stato, d’accordo con dei galantuomini, ha deciso di portare finalmente lavoro, innovazione, sviluppo: in una parola, la civiltà! E senza neanche troppe conseguenze per i suoi abitanti, bensì mediante un piccolo, insignificante tubo d’acciaio attraverso cui dovrà passare del gas, peraltro naturale, il cui destinatario finale dovrebbe essere non solo l’italica nazione, ma parte dell’Unione Europea. E loro che fanno? Anziché essere contenti dell’opportunità riservatagli, non solo si lamentano e tentano di bloccare la realizzazione di questo tubo, ma addirittura hanno iniziato a far dispettucci a coloro che dovrebbero realizzarlo. E allora, dovremmo dire che hanno ragione a farlo? In fondo, come aveva affermato l’allora senatore PDL Giovanardi, sono “cinque persone” che vorrebbero “tornare alla civiltà agro-silvio-pastorale dove si campava 32-33 anni”.

Pensate che l’altro giorno qualcuno ha avuto la faccia tosta di lanciare due bottiglie incendiarie contro una struttura adibita a sede di TAP – Trans Adriatic Pipeline, così si chiama il consorzio di gentiluomini. Per fortuna solo una è esplosa, ed in fondo i danni sono stati irrilevanti: solo un muro un po’ annerito, ma il problema è un altro: che messaggio passa con un gesto del genere, nei confronti di tutte le ditte impegnate a portare progresso e sviluppo? Il Salento è conosciuto come terra d’accoglienza, tanto che anni fa qualcuno parlava di proporre al Nobel per la pace un prete che accoglieva gli immigrati, anch’esso peraltro fortemente contestato. Che sia l’ineffabile destino di tutti i benefattori?

Non si sa chi sia stato a compiere il vile gesto, e tutte le piste sembrano aperte. Si è parlato di atto vandalico o di criminalità organizzata, o magari è stato proprio uno di quegli arboricoli retrogradi che bene aveva individuato Giovanardi. Vandali, criminali, arboricoli… tutta gente lontana dal comprendere e saper stare correttamente al mondo, tutta gente condannata dalla maggioranza delle persone dabbene.

Dalla maggioranza, ma non proprio da tutti. Si, perché ad esempio noi non siamo riusciti a rammaricarci per quel gesto. Ci abbiamo provato, ci siamo anche sforzati.

Ma, davvero, non ci siamo riusciti…

L’invidia del penale

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( Dal Web )

P. M.

Di questo legiferare galoppante, di questa piaga giustizialista che investe l’epoca a tutta velocità, come è possibile che nessuno sia terrorizzato? Come è possibile che nessuno si preoccupi per questa smania di legge che cresce senza sosta? Ah! La Legge! La marcia implacabile delle nostre società al passo della Legge! Nessun essere vivente in questa fine di secolo è ritenuto in grado di ignorarla. Nulla di ciò che è legislativo ci deve essere estraneo. «C’è un vuoto giuridico!» — non è soltanto un grido accorato dagli schermi. Dalla pappa di tutti i dibattiti emerge solo una voce, un clamore: «Dobbiamo colmare il vuoto giuridico!». Sessanta milioni di ipnotizzati cadono in estasi tutte le sere. La natura umana contemporanea ha orrore del vuoto giuridico, vale a dire delle zone d’ombra dove rischia di infiltrarsi ancora un po’ di vita, quindi di disorganizzazione. Un giro di vite in più ogni giorno! Progetti! Commissioni! Gruppi di studio! Proposte! Decisioni! Elaborazione di decreti nei gabinetti! Bisogna colmare il vuoto giuridico! Tutto ciò che viene annoverato come associazione familiare applaude con le sue chele di granchio. Colmiamo! Colmiamo! Colmiamo ancora! Prendiamo misure! Legiferiamo!
Sante Leggi, pregate per noi! Insegnateci il salutare terrore del vuoto giuridico e l’invidia perenne del tappo! Tratteneteci, bloccateci sull’orlo del baratro dell’ignoto! Il minimo spazio che non controllate nel nome della neo-libertà giuridicamente garantita è diventato per noi un buco nero invivibile. Il nostro mondo è alla mercé di una lacuna nel Codice! I nostri pensieri più sordi, i nostri minimi gesti corrono il rischio di non essere stati previsti da qualche parte, in un paragrafo, protetti da una appendice, sorvegliati da una giurisprudenza. «Bisogna colmare il vuoto giuridico!». È il nuovo grido di battaglia del vecchio mondo ringiovanito grazie al transfert integrale dei suoi elementi nella spazzatura mediatica.
Ce ne son voluti di sforzi e di tempo, ce n’è voluta di tenacia, di abilità, di buoni sentimenti e di cause filantropiche per piantare bene in profondità, in tutte le menti, il chiodo del dispotismo legalitario. Ma adesso ci siamo, è fatta, tutti lo vogliono di loro sponte. La cronaca quotidiana è diventata, in buona parte, il romanzo autentico delle conquiste della Legge e degli entusiasmi che suscita. Nuovi capitoli della storia della Servitù volontaria si accumulano. L’orgia cavillosa non conosce più alcun limite…
Dura lex, sed lex! Ci sono serate in cui la televisione, per chi la guarda con la ripugnanza dovuta, assomiglia a una specie di fiera dei leoni. È il mercato dei regolamenti. Un lex-shop a cielo aperto. Ognuno arriva col suo progetto di decreto. Fare un qualsiasi dibattito significa scoprire un vuoto giuridico. La conclusione è presto detta. «C’è un vuoto giuridico!». Il sogno consiste ovviamente nel finire col proibire, poco alla volta e senza intoppi, tutto ciò che non è ancora del tutto morto. «Bisogna riempire il vuoto giuridico!»… A Bruxelles, sinistri sconosciuti preparano l’Europa delle normative. Tutte le repressioni vanno bene, dal divieto di fumo nei luoghi pubblici fino alla soppressione di certi piaceri definiti preistorici… Sarà definita preistorica qualsiasi occupazione che non trattiene o non riconduce il vivente, in un modo o nell’altro, al suo schermo televisivo: lo Spettacolo ha organizzato un numero sufficiente di distrazioni da poter finalmente decretare obbligatorie senza che tale decreto risulti scandaloso. Qualsiasi altro genere di divertimento è un irredentismo da cancellare, una perdita di tempo e di audimat…
«La più grande sventura degli uomini è di avere delle leggi e un governo», scriveva Chateaubriand. Non credo che si possa ancora parlare di sventura. I giochi circensi giustizialisti sono il nostro surrogato di erotismo. La nuova polizia pattuglia fra le acclamazioni, legittimando le sue ingerenze, coprendole con le parole «solidarietà», «giustizia», «redistribuzione». Tutte le propagande virtuose concorrono a ricreare un genere di cittadino ben devoto, ben abbrutito dall’ordine costituito, ben inebetito di ammirazione per la società così come viene imposta, ben deciso a non ricercare più altri godimenti che non siano quelli che gli vengono indicati.
Eccolo, l’eroe positivo del totalitarismo odierno, il modello ideale della nuova tirannia…

L’obiettore

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( Dal Web )

Roger Martin du Gard

La città era calma: di una calma tragica. Le nubi che da mezzogiorno s’andavano accavallando, formavano una scura coltre che immergeva la capitale in una specie di crepuscolo. I caffè, i negozi avevano acceso; e la luce che proiettavano attraversava di strisce livide le strade semi buie, dove la folla, privata dei mezzi di trasporto, si pigiava, inquieta e frettolosa. Gli ingressi della metropolitana traboccavano sino ai marciapiedi di gente in attesa sui gradini.
Rinunziando ad aspettare, Jacques e Jenny raggiunsero a piedi la riva destra.
Ad ogni cantonata, strilloni di giornali: le edizioni straordinarie venivano strappate di mano, scorse con avidità. Ognuno suo malgrado vi cercava ostinatamente la grande notizia: che tutto s’era aggiustato; che, rinsaviti, i governanti avevano di comune accordo trovato una soluzione pacifica; che l’assurdo incubo s’era finalmente dissipato.
All’Humanité, da che era stata decretata la mobilitazione, non si vedeva più nessuno; come, del resto, dappertutto. Ognuno, si sarebbe detto, trovava più solo il tempo di pensare ai casi propri. L’ingresso, le scale, deserti. Dall”unico usciere di servizio nel corridoio, Jacques seppe che Stefany non s’era ancora vista; e che Gallot, di turno al giornale, non riceveva nessuno, avendo da preparare il numero dell’indomani. Jacques non insistette.
«Andiamo al Progrés» disse a Jenny; ed uscì con la ragazza che, stanca morta, lo seguiva come la sua ombra.
A pianterreno, nessuno; neppure il proprietario; sola alla cassa, la moglie; aveva gli occhi rossi di pianto; non diede segno di vederli.
Salirono al mezzanino.
Un tavolo solo occupato: tutti giovani che Jacques non conosceva. Fatta sedere Jenny vicino all’ingresso, Jacques scese a prendersi una mezza bottiglia di birra: aveva sete.
«E che altro vuoi, imbecille? Aspettare che ti vengano a prendere i gendarmi? Farti mettere al muro come un cretino?». Chi parlava era un giovanotto sui venticinque, scuro di pelle, il berretto buttato sulla nuca. Il tono era aggressivo e lo sguardo, con cui andava da viso a viso, duro. «E poi vuoi che ti dica?» riprese con crescente irritazione. «Per noi, per quelli che come noi han seguito da vicino come sono andate le cose, un fatto è sicuro, che basta da solo: noi apparteniamo ad un paese che la guerra non la voleva e che non ha nulla da rimproverarsi!».
«Questo, sì, lo dicono tutti» ammise il più anziano della compagnia: un uomo sulla quarantina, che vestiva la divisa d’impiegato al metrò. «I tedeschi, questo, non lo possono dire! La pace dipendeva da loro. Dieci volte, in questi ultimi giorni, hanno avuto l’occasione di sbarrar la strada alla guerra!».
«Anche noi! avremmo potuto dire chiaro “merda” alla Russia!».
«Questo, non sarebbe servito a nulla! Vediamo bene, oggi in che sporco modo i tedeschi avevano montato il colpo! L’han voluta? Ebbene, la paghino! La Francia è attaccata: ha il dovere di difendersi! E la Francia sei tu, sono io, siamo tutti!».
Meno l’impiegato al metrò, tutti parevano consentire.
Jacques rivolse a Jenny un’occhiata piena di sconforto. Ricordava le parole di Studler, il suo sguardo che accattava comprensione: « lo ho bisogno di credere alla colpevolezza della Germania!». Già quel bisogno stava diventando generale.
Senza bere la birra che s’era versata, fece segno alla ragazza e s’alzò. Ma prima d’andarsene s’avvicinò al gruppo:
«La guerra difensiva, la guerra legittima, la guerra giusta!… Non vi accorgete dunque che è sempre la solita trappola? Anche voialtri ci cadete. Non sono tre ore che la mobilitazione è stata decretata, ed ecco a che punto di cecità siete già arrivati! Chi resisterà a questa ventata di pazzia, se voi socialisti siete tra i primi a mollare?».
Parlando, non si rivolgeva in particolare a nessuno; ma ad uno ad uno li guardava tutti; e le labbra gli tremavano. Il più giovane, un garzone di panettiere, da com’era infarinato, alzando il viso di Pierrot:
«lo la penso come Chataignier» disse, calmo. «Devo partire domani, io… Detesto la guerra; ma sono francese; il mio paese è attaccato. Mi chiamano, e io vado. Parto con la morte nell’anima, ma parto!».
E il suo vicino: «Anch’io la penso così. Il mio giorno è martedì. Sono di Bar-le-Duc… Non avrei alcun piacere che il paese dove son nato diventasse territorio tedesco».
Ascoltando, Jacques, tra sé: «Come questi, i nove decimi dei francesi! Unicamente preoccupati di assolvere il loro paese d’ogni colpa! E a questo non s’aggiungerà, in questa gioventù, una certa torbida compiacenza di sentirsi improvvisamente parte d’una comunità oltraggiata, di respirare l’aria ubriacante d’un rancore collettivo?». Nulla era mutato dal tempo in cui il cardinale Retz ardiva scrivere: « Il n’est rien de si grande conséquence dans les peuples, que de leur faire paroître, même quand l’on attaque, que l’on ne songe qu’à se défendre ».
«Pensateci bene!» riprese con voce sorda. «Se mollate domani sarà troppo tardi. Non capite che quel che accade qui, accade punto per punto anche in Germania? Le stesse esplosioni d’ira, la montatura di notizie false, di false accuse, gli stessi antagonismi… Non capite che tra noi e la Germania si sta ripetendo in grande la scena, né più né meno, cui tutti i giorni assistete per strada; dei due monelli che, con gli occhi fuori della testa, si buttano l’uno sull’altro per poi darsi a vicenda la colpa: “È stato lui a cominciare!”».
«Sia; ma allora, secondo te, che devo fare io, precettato?».
«Che devi fare? Se pensi che la violenza non può essere giustizia, che la vita umana è sacra, se pensi che di morali non ve ne possono essere due: una, in tempo di pace, che ti manda in galera se uccidi; l’altra, in tempo di guerra, che ti impone di uccidere, rifiutati di partire! Tieni fede a te stesso! All’Internazionale!».
Jenny, ch’era rimasta in disparte, vedendo che si accalorava, istintivamente lo raggiunse.
Il garzone panettiere s’era alzato e incrociando le braccia:
«Per farmi mettere al muro? No, ma di’, vieni fuori con delle belle!… Almeno, al fronte, ognuno corre il suo rischio; se non è proprio scalognato, può portar via la pelle!».
Jacques, alzando la voce:
« Ma non sentite che è da vili svestirsi della propria responsabilità per rimetterla nelle mani di chi è più forte? Voi dite: “Disapprovo, ma non ci posso far niente”. Obbedire, sottomettervi vi costa; ma tacitate con poca spesa la vostra coscienza col dirvi che la vostra sottomissione è penosa e meritoria… Non v’accorgete dunque di essere vittime d’un giochetto criminale? Vi siete scordati che i governi non ci sono per asservire i popoli e mandarli al macello; ma per servirli, proteggerli e renderli felici?».
Un moro, sui trenta, battendo il pugno sul tavolo:
«No e no! Non hai ragione… Dio sa se son mai andato d’accordo col governo. Sono socialista al pari di te. Ebbene, io son pronto a battermi per il governo, come ogni altro!».
Jacques fece per parlare, ma quello non lo lasciò:
«E questo non ha nulla da vedere con le mie convinzioni! Con i nazionalisti, con i capitalisti, con tutti i capoccioni, ci ritroveremo dopo! e regoleremo i conti, se te lo dico, puoi star certo. Ma in questo momento, non si tratta di pensarla in un modo o in un altro. Il primo conto da regolare è con i tedeschi! Sono stati quei porci lì, a volere la guerra! L’avranno! E ti dico: per quel che dipende da me, d’averla voluta s’avranno a pentire!».
A Jacques caddero le braccia. Fece spallucce e presa per il braccio Jenny si diresse alla scaletta.
«E con tutto questo, evviva la Sociale! » una voce alle loro spalle.
Procedettero per un tratto in silenzio. Sordi brontolii annunziavano imminente un temporale.
«Vede» disse Jacques. «Ho creduto, ripetuto tante volte, che le guerre non nascono da motivi sentimentali; che sono effetto unicamente di cause economiche. Ebbene, oggi, a vedere con che spontaneità la frenesia nazionalista si propaga in tutti i ceti indistintamente, arrivo quasi a chiedermi… se le guerre non sarebbero piuttosto il risultato d’un oscuro conflitto di irrefrenabili passioni, al quale il cozzo d’interesse servirebbe solo d’occasione, di pretesto…». E dopo una pausa, sempre come pensando ad alta voce: «E la peggiore derisione è la preoccupazione che essi hanno, non solo di giustificarsi, ma di proclamare ben alto che il loro consenso è ragionato e “libero”. Sì, libero! Tutti questi disgraziati, che ieri ancora lottavano accanitamente per tener lontana la guerra, oggi che vi si trovano dentro, a niente tengono quanto ad aver l’aria di agire di loro spontanea volontà!».
E dopo una pausa: «Tragico, poi, il fatto, che tanti uomini di buon fiuto, diffidenti, possono diventare da un momento all’altro creduli a tal punto, non appena si fa vibrare la corda patriottica! Forse dipende semplicemente da questo: che l’uomo medio s’identifica ingenuamente con la patria, con la nazione cui appartiene, con lo Stato… L’abitudine di dire “noi francesi…”, “noi tedeschi…”. E visto che ogni cittadino, preso a sé, desidera sinceramente la pace, gli è impossibile ammettere che lo Stato, che lo rappresenta, voglia la guerra. Dal che verrebbe di concludere: più il singolo è amante della pace, più è portato a discolpare il proprio paese; e più facile diventa convincerlo che la minaccia della guerra viene dall’esterno, che il governo non è responsabile, che lui fa parte d’una collettività iniquamente minacciata e che ha il dovere di difendersi con il difenderla…».
Goccioloni di pioggia lo interruppero. Attraversavano in quel momento place de la Bourse. «Corriamo, se no ci si infradicia…».
Fecero appena in tempo a ripararsi sotto i portici di rue des Colonnes. Il temporale, che tutto il giorno aveva pesato sulla città, scoppiava con inaudita violenza. I lampi si susseguivano senza respiro, sferzando i nervi; e il rullare incessante del tuono si ripercuoteva tra i palazzi con un fragore che ricordava i temporali in montagna.
« Andiamo a rifugiarci là» propose Jacques, indicando in fondo al portici una trattoria male illuminata e già invasa di gente.
«In attesa che passi, mangeremo un boccone».
                                                                                                                               I Thibault, Estate 1914