Archivio mensile:giugno 2017

Sui misfatti del lavoro

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( Dal Web )

Attila Toukkour

«Lavoro: una delle operazioni attraverso cui A accumula beni per B»
Ambrose Bierce, “Dizionario del Diavolo”
Contrariamente ad una idea diffusa ad arte dai centri di condizionamento dello spettacolo moderno, il lavoro non è una catastrofe naturale. È un male sociale, il cui falso rimedio, la disoccupazione, fa peggiorare il cattivo stato del paziente e talvolta lo finisce.
Consideriamo per prima cosa le origini del lavoro. Si sa che in tutte le lingue il termine deriva da strumenti di tortura o che è sinonimo di sofferenza, sforzo estenuante, pena ed afflizione. La Bibbia ne fa la punizione divina ed i miti universali parlano di una età dell’oro originale indenne dall’obbligo del lavoro.
È proprio ciò che hanno confermato le serie ricerche sulla preistoria condotte da Marshall Sahlins. Il cacciatore-raccoglitore, prima dell’invenzione dell’agricoltura, delle classi e dello Stato, non lavorava; si dedicava alle libere attività dell’essere umano, che consistevano nel cacciare e raccogliere, mangiare, dormire, godere e viaggiare.
Il lavoro inizia storicamente con il dominio di un uomo sul suo simile, di una classe su un’altra. Si tratta sempre di una classe improduttiva (preti e possidenti) che condanna al lavoro una classe produttrice e ne accaparra la produzione. Dominio e sfruttamento sono una sola ed unica cosa. Ciò che separa la libera attività dal massacrante lavoro consiste quindi nella accumulazione di frutti dell’attività di un individuo che si trova costretto a produrre per qualcuno estraneo alla sua produzione e che se ne appropria.  Il lavoro crea ricchezza, ma quella altrui. Sotto il segno del denaro, oggi non si lavora più per il re di Prussia, ma per il re del petrolio e quello del Texas!
Così il lavoro sanziona il passaggio della libertà originale alla schiavitù, che solo di recente ha fatto posto, per soddisfare le esigenze del commercio mondale (ormai chiamato globalizzazione), alla sua versione aggravata: il salario generalizzato. Già Nicolas Linguet, filosofo dei Lumi, vedeva nella schiavitù salariata un peggioramento dell’antica schiavitù.
Il lavoro non è solo l’insicurezza sociale; è soprattutto il supplizio quotidiano dell’uomo abbrutito dalla ripetizione di compiti insipidi e alienanti. Lavorare è una debolezza quando si può farne a meno e fare qualcosa di meglio: è quanto hanno sostenuto lungo tutta la storia le élite intellettuali che disprezzavano il lavoro. Le raffinate civiltà dell’India, della Cina e della Grecia antiche ponevano il lavoro al di sotto di tutto. Gli indigeni delle Antille preferivano, nel Rinascimento, cessare di riprodursi piuttosto che piegarsi al lavoro imposto dagli europei e ancora oggi nello Sri Lankais si mutilano più volentieri al fine di mendicare piuttosto che subire l’obbligo del lavoro.
Del resto, tutte le lingue possiedono dei detti che rimettono il lavoro al suo posto, l’ultimo: «Lavorano solo quelli che non sanno fare altro» dicono i portoghesi, mentre i russi assicurano che «lavorando si diventa più velocemente gobbi che ricchi»!
Ai  giorni nostri è la miseria generale generata dal mondo capitalista della produzione forsennata a curvare così sovranamente la schiena dello schiavo moderno sotto questo flagello laborioso. L’ozio rimane il sogno impossibile del proletario incatenato ad orari estenuanti, sventurato su cui incombe la precarietà. Il paese più «sviluppato», gli USA, ha compiuto un passo in più nell’abiezione creando una classe numerosa di working poor: la massa di coloro che devono sgobbare duro per non morire di fame senza poter sfuggire alla fame.
Infine, il lavoro è diventato la causa di tutti i mali che affliggono la società spacciata per moderna e che si trova ad essere la più degradante di tutte quelle che si sono susseguite dalla comparsa dell’uomo sulla terra. È al lavoro, ormai non solo inutile ma nocivo, che si deve l’inquinamento universale del globo terrestre ad opera dei prodotti industriali, chimici, farmaceutici, nucleari, eccetera. L’avvelenamento generalizzato dovuto al lavoro forsennato degenerato in epidemie che si credevano scomparse e le malattie da prioni sono alcuni tristi esempi. La folle logica del profitto conduce «in modo naturale» alla pazzia in massa delle mucche altrettanto funestamente che all’estinzione delle specie animali e vegetali. Sono anche le ricadute del lavorio alienato a rendere l’acqua imbevibile e l’aria irrespirabile.
In breve, non è l’ozio ad essere il padre di tutti i vizi, è il lavoro ad essere il padre di tutte le decadenze. Mens sana in corpore sano, l’antico adagio dei nostri avi che invocano uno spirito sano in un corpo sano non può concepirsi oggi senza fare appello alle virtù della pigrizia.
È l’ozio che ormai occorre riabilitare in maniera urgente, contro coloro che ci derubano del nostro tempo, contro i vampiri che ci assassinano poco alla volta nel nome del mercato e dello Stato. Bisogna considerare l’ozio come una attività creatrice, alla stregua della passione della distruzione cara a Bakunin. Per l’irrimediabile nemico di un mondo che ci conduce alla morte con la miseria del lavoro ed il lavoro della miseria, l’ozio serve nel vero senso della parola la qualità del tempo ritrovato, di un presente che mira a rivalorizzare i piaceri di una vita intensamente vissuta.
Morte al lavoro. Facciamola finita con la noia di un mondo laborioso!
Calcutta-Bombay, 10-13 aprile 2005

Dall’occultamento alla catastrofe

Copia di vaxxed_0

( Dal Web )

Il film che non vogliono tu veda

La libertà che non vogliono tu possieda

La nuova norma che decreta l’obbligo dei vaccini dimostra in modo inequivocabile quale sia la sola libertà apprezzata, concessa e tutelata dallo Stato: quella di obbedire.
Attraverso il ricatto di privare della patria potestà (i genitori) e di radiare dall’albo professionale (i medici), chiunque non veda di buon occhio l’indiscriminata vaccinazione di massa si ritrova con le spalle al muro.
Costretto ad accettare il fatto che i bambini, prima di essere figli o creature fragili bisognose di sviluppare un sistema immunitario naturale, devono essere cittadini sottoposti alle leggi delle istituzioni e devono essere consumatori delle merci dell’industria farmaceutica (la più ricca e potente del mondo, dopo quella degli armamenti).
La coscienza deve solo tacere, per timore o per ignoranza, davanti alla ragione politica e agli interessi dell’economia?
Davanti all’arroganza del potere è sempre più urgente ribellarsi, urlare il proprio «No!» a chi vuole soltanto udire «Signorsì!».
La visione di questo documentario, boicottato dai media e messo al bando dalle autorità per le rivelazioni che contiene, ce ne fornisce l’occasione.
Domenica 18 giugno ore 20,30
in P.zza delle Giravolte
Lecce

Formaldeide

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( Dal Web )

’77, e poi…
Oreste Scalzone
Mimesis, 2017
«Per ricordare la mia coccarda
mi sono dipinto il naso di rosso
e ho del prezzemolo nel naso
per la croce di guerra
Sono un vecchio combattente
guardate come sono bello»
Benjamin Péret
È la disgrazia degli anniversari. Incitano i reduci a salire sulla ribalta. Chi ha vissuto certe esperienze del passato ed è ancora vivo nei suoi desideriusa la memoria come arsenale per il presente ed il futuro. Non ha tempo né interesse per le pacche sulle (proprie) spalle, per le (auto)congratulazioni. I contratti con le case editrici, soprattutto se commerciali, lo ripugnano. Lo si vuole chiamare per questo un sopravvissuto solitario e sperduto? E sia. Ma ad ogni modo non va confuso con il reduce medagliettato, ovvero con chi è morto da tempo ed usa la memoria come strumento di imbalsamazione. Per i reduci lo scopo della memoria non è l’affinamento di ciò che si è e si può diventare, è la celebrazione di ciò che si è stati. E più quel passato è stato abbandonato e tradito, più ci si accanisce a farvi ritorno per pretendere onori postumi e onorari immediati.
Ecco perché si potrebbe liquidare questo libro di Oreste Scalzone con la formula d’uso: lasciamo che i morti seppelliscano i loro morti. Io infatti lascio che questo saltimbanco della contestazione se la canti e se la suoni, con o senza fisarmonica, per conto della Rizzoli o della Mimesis. Non intendo immergermi nella bava del suo super-io logorroico, che tracima da queste pagine annegando ogni cosa. Però siamo alle solite. Il silenzio di disprezzo davanti alla narrazione più fanfarona è più che comprensibile, ma è davvero sempre saggio? Me lo chiedo in continuazione.
Per capire questo libro bisogna capire il suo autore, e per riuscirvi bastano due piccoli aneddoti. Il primo è lui stesso a fornirlo quando riporta il testo di Rossana Rossanda in merito all’omicidio Custrà, testo che si apre così: «Nella immagine di Oreste Scalzone, che disperatamente grida al suo corteo, sabato sera a Milano, “Andiamo avanti, andiamo avanti, se no succede un casino” e non riesce a impedire che una ventina di ragazzi mascherati escano dalle sue file, rovescino l’autobus, e tirino una palla in fronte al disgraziato agente Custrà, sta la tragedia di Autonomia operaia”». Contrariamente a quanto pensava la rossa corista dell’immondo ritornello pasoliniano sugli sbirri-figli-del-popolo, in quella immagine magnifica sta solo e soltanto la risibile irrilevanza dei pettoruti leaderini rappresentanti di niente e di nessuno, la cui nomea è data dall’aria pompata da mass-media a perenne caccia di portavoce da intervistare. Sulla panca che gli è piovuta addosso all’università di Roma nel 68, scaraventandolo al tempo stesso in ospedale ed in prima pagina, Scalzone ci è poi salito sopra. Nei panni del tribuno cercato e fotografato si è trovato talmente bene da non volerli più abbandonare, nemmeno quando nessuno prestava più orecchio ai suoi deliranti sproloqui.
Il secondo aneddoto, invece, non lo troverete in questo libro. Nel rammentare il convegno di Bologna la sua «prodigiosa memoria a lungo termine» riporta solo i fischi a Boato, ma non ricorda le urla, gli insulti, i fischi e i panini che si abbatterono sulla sua testa qualche minuto dopo aver iniziato la propria affabulazione. «Chi è quello?», chiesi ai compagni che avevo accanto. «Oh, niente, è solo quel coglione di Scalzone», fu la risposta. Nonostante fino a quel periodo (prima di scoprire l’anarchismo) avessi frequentato l’area dell’Autonomia milanese, partecipando a manifestazioni, assemblee e quant’altro, e nonostante Senza tregua venisse stampata a Milano, non lo avevo mai incontrato in alcuna iniziativa. Ciò non significa che non fosse presente, significa solo che era anche lui una goccia nell’oceano. A Milano c’erano appuntamenti ogni giorno e tutti i fine settimana c’erano cortei a cui partecipavano migliaia e migliaia di persone. E la rabbia che esplodeva non aveva alcun pastore. Di leaderini ce n’erano, fin troppi, ma influenzavano solo chi stava loro accanto. I cani sciolti erano più di quelli al guinzaglio.
Quanto a Scalzone, il suo nome era noto ai più come «quello che parla sempre»; null’altro. Non per niente quando vede il microfono di un giornalista, Scalzone si eccita. In lui calcolo politico e vanità umana coincidono perfettamente, con risultati spesso tragicomici agli occhi dei suoi stessi… familiari. Già nel 1979, su un supplemento a Corrispondenza Internazionale, veniva criticata La realpolitik di Oreste Scalzone e si irrideva chi «ormai ha deciso di valorizzare l’uso “alternativo” dei mass-media borghesi come tribuna non-parlamentare». Assai meno divertita doveva essere invece la figlia di Guido Rossa quando confidava ad un sodale di Scalzone, Paolo Persichetti, che tutti gli sforzi compiuti nel corso degli anni in silenzio per ottenere un indulto a favore dei detenuti politici venivano puntualmente neutralizzati dal giornalista di turno, il quale andava a Parigi, raccoglieva la bava del super-io logorroico e la spargeva poi in prima pagina, turbando gli animi e congelando le mediazioni. Cosa alquanto ridicola in chi vanta una perizia da alto stratega.
È un errore assai diffuso, che andrebbe corretto, quello di confondere il ceto politico di un movimento con la sua base vivente. Il primo, ridotto e più o meno dotto, intriga e rappresenta; il secondo, esteso e più o meno grezzo, vive e si diverte. Nel 1977 il magma ribollente della cosiddetta Autonomia era assai più attratto dal godere proletario che dal potere operaio, le cui poche teste ideologizzanti ammorbavano l’aria più che depurarla. Gli innumerevoli compagni che allora scendevano per le strade e si battevano contro le forze dell’ordine non lo facevano perché davano ascolto ai vari Negri, Scalzone, Piperno… ma perché erano spinti dalla loro tensione vitale, dai loro sogni, dai loro desideri. Il ceto politico parassita il movimento, non lo fa diventare rigoglioso. Il ceto politico porta il movimento alla morte, non alla vittoria. Bisognoso di manovalanza malleabile alle sue strategie, pretende obbedienza. C’è chi lo fa apertamente, invocando la disciplina di un partito guidato dall’autorità di un Comitato Centrale, e c’è chi lo fa indirettamente, spronando lo spontaneismo di un movimento indirizzato dall’autorevolezza di un Comitato Invisibile. Ma nel primo come nel secondo caso, si sollecitano gli altri ad agitarsi senza pensare con la propria testa.
È il cruccio di tutti i politicanti: il potere. Quel potere che Scalzone ha sempre inseguito, poco importa se per conquistarlo o per consigliarlo. Dalla suascheda rossa a favore del PCI degli anni 60, alle sue liste Arcobaleno per le elezioni europee degli anni 80, fino ai suoi recenti rimbrotti al PD, è sempre lo stesso filo marrone-merdifico della politica che continua a dispiegare. Uno dei fondatori di Potere Operaio, nonché principale sostenitore della desistenza, pensa davvero di essere credibile oggi quando dice di collocarsi «nel variegato campo “comun’autonom’acratico”, “anarcocomunista”, “del comunismo radicale libertario”»? È perché ha scoperto il «pluriverso anarchico col relativo “immaginario”» che ha trasformato i suoi ricordi sul 1977 in merce editoriale venduta prima alla Rizzoli e poi alla Mimesis? O magari perché, come affermava, «bisogna abituarsi a convivere con il contraddittorio e l’ambiguo»?
Sarebbe questo il «funambolismo» mitopoietico apertamente teorizzato su questo libro? Da un lato Scalzone che se la tira a insurrezionalista libertario e dall’altro Casamassima che nel ricordare le difficoltà in cui si venne a trovare nel 77 l’ala più radicale del Movimento osserva che «Non gioca a suo favore il non essere dotata di un centro organizzativo, di una struttura gerarchica»? Ma queste sono cialtronerie opportuniste buone solo nei saloni radical-chic della sinistra, nei centri sociali di infamelli che pensano di essere untorelli, o al limite nelle sedi di anarlecchini che fanno da badanti alle mummie autoritarie nella speranza di ricavarne qualche lascito (speranza giustificata, considerata la carezza con cui si conclude questo libro). Solo in posti simili si possono trovare lettori capaci di apprezzare una simile opera, che finalmente ci svela chi sia stato ad aver fermato l’assalto al cielo avvenuto in Italia nel 1977: John Travolta! Infatti, scrive senza imbarazzo Casamassima, «È del 1977 La febbre del sabato sera, il film che trascina migliaia di giovani fuori dai Circoli del Proletariato rinchiudendoli nelle discoteche» (sic!).
In effetti ha una sua logica; agitarsi per agitarsi, per dar sfogo agli ormoni senza sprecare neuroni è meglio sgambettare seguendo il ritmo di una canzone che correre a gambe levate inseguiti dalla polizia. Massì, dopo il cattivo maestro Toni Negri, il buon maestro Tony Manero! Dalla banda Bellini ai Bee Gees!
Sarebbe questa la «memoria attiva»? Attiva in cosa, nello scalare le classifiche di vendita? Bah, è inutile prendersela. In fondo me lo avevano già detto quarant’anni fa: non è niente, solo quel coglione di Scalzone.