Archivio mensile:luglio 2017

Puzza di marcio

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( Dal Web )

C’è qualcosa di marcio nel regno della Democrazia. Un odore fetido, penetrante, si spande nei corridoi della prigione a cielo aperto che è diventata la società sotto il regno dello Stato e del capitalismo. Il velo cade. Dopo decenni di tolleranza repressiva, di un discorso che predica l’inclusione dei dannati della terra all’interno della società dei consumi, di rispetto dei diritti dell’uomo, ci ritroviamo oggi a vivere sul territorio di uno Stato che ha nuovamente dispiegato i militari nelle sue strade, che riprende a bombardare popolazioni altrove, che è quanto meno corresponsabile dell’ecatombe di sventurati che crepano durante i viaggi della disperazione attraverso il Mediterraneo, che legalizza un nuovo totalitarismo per controllare la sua popolazione col pretesto della «minaccia». Questa minaccia è malleabile in funzione degli interessi del dominio: ieri era la minaccia dei rivoluzionari che volevano distruggere la società delle merci, oggi sono gli jihadisti, che rispondono ai massacri perpetrati nel mondo intero dagli Stati con altri massacri, domani sarà la catastrofe ecologica, nascondendo che le sue origini si trovano nel modello stesso della società industriale attuale con la sua produzione di nocività, di tossicità, di cancro.
Ma il naso dei nostri contemporanei è stato ben tappato affinché non possano più sentire che c’è qualcosa di marcio. La loro capacità di parlarsi, di riflettere autonomamente, è stata gravemente compromessa dalla propaganda del migliore dei mondi e dall’onnipresenza di apparecchi tecnologici, dotati di propri valori, interposti come passaggi obbligati fra individui. Le idee critiche sono quasi scomparse dalla scena, restano solo i discorsi vuoti degli Stati, si chiamino essi democratici o islamici, repubblicani o nazionalisti. Il totalitarismo è implicito nel discorso politico o religioso, ma la realtà viene già resa ogni giorno più totalitaria con l’avanzata delle tecnologie, che sottomettono il mondo, i rapporti fra le persone, le sensibilità, l’immaginario, i sogni, alle macchine e agli algoritmi. Laggiù si demolisce un sito archeologico millenario per rendere lo spazio compatibile con l’ideologia; altrove si demoliscono montagne per costruire miniere di rame, di oro e di cobalto al fine di accrescere la produzione di oggetti tanto nocivi quanto dannosi. Laggiù si mutila e si massacra affinché l’Altro non esista più; altrove si massacra perché nient’Altro possa esistere accanto al capitalismo. Laggiù gli abiti venduti qui nei negozi vengono prodotti da milioni di schiavi; qui si rinchiudono sempre più indesiderabili in prigioni, in campi di ogni genere, oppure li si tiene sotto controllo tramite le catene tecnologiche.
D’altronde, non è «l’informazione» che manca. I fatti sono sotto gli occhi di ciascuna e ciascuno. A difettare è la capacità di comprensione. È una situazione paradossale: più veniamo bombardati di informazioni, meno ci capiamo qualcosa — nel senso in cui comprendere è una delle anticamere dell’azione. Politici corrotti che si arricchiscono con fondi destinati ai senza-tetto, poliziotti che fanno regnare la legge del manganello e del pestaggio in cella, dirigenti di banche che le lasciano con paracaduti dorati dopo aver distrutto la vita di chi aveva comprato una casa ipotecata, imprenditori che se ne fregano sovranamente di avvelenare il mondo intero con le loro produzioni, capi sindacalisti che preferiscono — è quella la loro vera funzione — amabili cene coi padroni al vociare dei rivoltosi per le strade… l’elenco è lungo. Ma il problema è che per essere realmente indignati, bisogna possedere già una dignità — ovvero un carattere proprio, con qualche convinzione che non sia mercanteggiabile o adattabile in funzione del contesto e dell’interesse. È questa dignità umana, o coscienza se si vuole, ad aver subito attacchi feroci da parte del dominio, accostandoci sempre di più alla sorte di semplici ingranaggi. Siamo come detenuti in una prigione a cielo aperto che non sanno più nemmeno distinguere il filo spinato che trattiene il loro corpo, fra mura che impediscono di vedere l’orizzonte e guardiani che li controllano. E così, quando questa prigione deve essere ristrutturata per diventare più redditizia, come avviene oggi con l’economia capitalista mondiale, c’è chi si adopera in ogni modo per far balenare ai prigionieri false opposizioni, impedendo efficacemente l’ammutinamento generale che potrebbe radere al suolo la prigione stessa. È esattamente ciò che è successo, su vasta scala, in Siria. Minacciato da un sollevamento generale e popolare, il regime (in accordo con i suoi alleati e tutti gli altri Stati) ha preferito favorire l’emergere di un nemico abietto; un ruolo che ha ben svolto lo Stato Islamico. Allo stesso modo, le democrazie occidentali preferiscono di gran lunga un pugno di jihadisti che ripetono alla rinfusa quattro sure su youtube piuttosto che un movimento di rivoltosi che si appropriano della facoltà di pensare da sé, liberamente, fuori dall’ombra di una qualsiasi chiesa religiosa, politica o tecnologica. Questa situazione genera una confusione incredibile che non farà che favorire l’avanzata del totalitarismo. La degenerazione di una lotta contro lo Stato in lotta tra clan etnici come in Libia, le guerriglie anti-imperialiste che accettano il sostegno degli Stati Uniti come nei territori a maggioranza curda nel nord della Siria, i movimenti di collera contro questo o quel progetto dello Stato che si richiamano a quella «democrazia» che hanno comunque davanti agli occhi, gli oppositori all’ingiustizia che invocano più tecnologie per «liberarci»… È su questo guazzabuglio di tutto e di qualsiasi cosa, della menzogna abbigliata di verità, dell’abbandono di ogni idea veramente critica, che fiorisce il totalitarismo, ovvero il culto del potere.
E l’odore fetido proviene da là. C’è decisamente qualcosa di marcio in questo mondo: è il potere, in tutte le sue forme.

GLI INCENDI BOSCHIVI: LO STUDIO E LE SOLUZIONI.

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( Dal Web )

                                                                                           Il fattore predisponente

Negli ultimi anni il problema degli incendi boschivi ha assunto dimensioni a dir poco drammatiche, tanto da destare un grido di preoccupato allarme a tutti i livelli.

Nel decennio passato in Italia si sono perduti, per detta causa, piu’ di 500 mila ettari di bosco, ne’ I’azione di rimboschimento e di ricostituzione boschiva sono riusciti a rimediare alle recenti devastazioni.

Ogni anno, quasi a scadenze prestabilite, si ripete questo gravissimo problema, con ingentissimi danni, sia direttamente economici che ecologici, e solo I’azione di prevenzione e di spegnimento fa si che lo stesso, possa essere contenuto e limitato.

E’ bene ricordare che la gravita’ del fenomeno investe il bosco in tutte le sue molteplici funzioni, procurando danni diretti ed indiretti.

I primi, facilmente valutabili, sono rappresentati dal valore della massa legnosa; i secondi, piu’ difficilmente stimabili, sono connessi alle funzioni “senza prezzo”, quali : la difesa idrogeologica, la produzione d’ossigeno, la conservazione naturalistica, il richiamo turistico, le possibilita’ di lavoro per numerose categorie.

L’incendio del bosco e’ un processo rapidissimo di decomposizione, che avviene solo in presenza del combustibile, qual e’ il materiale vegetale, dell’ossigeno e di una piccola quantita’ di calore ad alto potenziale, che determina lo sviluppo a catena del processo stesso.

Lo scoppio d’un incendio ha quindi una causa scatenante, la scintilla, ed una situazione predisponente il fenomeno, rappresentata dall’aridita’ piu’ o meno accentuata del suolo e della vegetazione.

E’ fuori di dubbio che il fattore climatico e I’andamento stagionale abbiano una notevole influenza nel creare le condizioni favorevoli allo sviluppo ed alla propagazione degli incendi boschivi, e nel caso di fulmini, anche nel determinarli direttamente, circostanza questa, pero’ non molto frequente. Di notevole importanza e’ il grado di umidita’ della vegetazione, in particolare modo di quella erbacea del sottobosco, che varia direttamente con I’andamento stagionale. Gli incendi dei boschi, pur seguendo I’andamento climatico, non si manifestano uniformemente sul territorio: ci sono delle zone dove questo pericolo e’ maggiore che in altre, come I’esperienza ed i fatti, annualmente, confermano. Si vuol affermare che, a parita’ di condizioni climatiche e di coefficiente d’aridita, vi sono altre diverse situazioni che favoriscono lo sviluppo degli incendi nei boschi, quali: I’afflusso turistico, I’abbandono rurale delle campagne, I’attivita’ di particolari pratiche agronomiche e pastorizie, le vendette, le speculazioni.

Cosi, a seconda dell’ubicazione propria del bosco e del suo rapporto specifico con le situazioni accennate, si hanno dei soprassuoli piu’ esposti al pericolo e al rischio d’incendio, rispetto ad altri, dove i fattori sociali ed umani, sono meno incidenti. In base all’andamento meteorologico e climatologico, dobbiamo registrare due periodi di grave pericolosita’: I’uno estivo, nei mesi di luglio, agosto, settembre, piu’ marcato nelle regioni del centro-sud, Liguria compresa; I’altro invernale, nei mesi di gennaio, febbraio e marzo localizzato in particolare nelle zone dell’arco alpino, quali la Liguria, il Piemonte, la Lombardia, il Veneto.

In entrambi i suddetti periodi, anche se con differente intensita’ e pur variando da zona a zona, si determinano le condizioni d’aridita’, predisponenti il fenomeno.

Generalmente, la causa determinante I’incendio dei boschi e’ di origine antropica, eccezion fatta per i casi dovuti ai fulmini. L’autocombustione, sovente citata a sproposito, e’ da ritenersi una giustificazione quanto mai semplicistica ed erronea, in quanto, nei nostri climi, non si verifica che in casi del tutto eccezionali e al piu’ limitata ai soli fienili o discariche.

Le condizioni che influenzano sia I’inizio che la prima propagazione dell’incendio, sono principalmente rappresentate:

– dalla quantita’ d’acqua che si trova nei tessuti delle piante, che puo’ variare dal 2 al 200% nei tessuti morti, in dipendenza delle condizioni atmosferiche ed in particolar modo dell’umidita’ relativa dell’aria;

– dal vento, che oltre a favorire I’afflusso dell’ossigeno, quale comburente, determina I’avanzamento della linea del fuoco, provoca il preriscaldamento del materiale legnoso e quindi nuovi punti d’inizio e di continuazione del fuoco;

– dalla quantita’, dimensioni, disposizioni dei materiali combustibili, i quali, se sottili e non pressati, offrono maggiore superficie esterna all’ossigeno comburente.

Le condizioni favorevoli per I’inizio dell’incendio nel bosco, si verificano, piu’ frequentemente, in presenza di copertura morta disseccata, con soprassuoli giovani, specialmente di essenze lucivaghe di resinose.

Le differenti condizioni meteorologiche: regime pluviometrico, dominanza dei venti, unitamente alle diverse tipologie forestali, al loro governo e trattamento, influenzano la frequenza stagionale degli incendi.

 

Le cause degli incendi boschivi

II fuoco mostra nelle foreste e nei boschi, ed in numerose localita’ del mondo, una presenza ricorrente anno dopo anno, con un’intensita’ devastatrice in continua ascesa.

Oggi non vi e’ paesaggio naturale e vegetale che non sia stato modellato piu’ o meno intensamente dal fuoco.

 vasti e frequenti incendi forestali degli ultimi anni, uniti alla irregolarita’ delle precipitazioni, possono aggravare i rischi di desertificazione.

Tale pericolo e’ presente in tutta la parte Sud dell’area mediterranea e incomincia a interessare anche la parte Nord ed a preoccupare seriamente gli organismi internazionali, poiché minaccia i programmi di riforestazione e di utilizzazione delle risorse forestali.

Di fronte a tale problema i paesi piu’ colpiti stanno organizzando il potenziamento dei mezzi di lotta e formulando progetti pilota alla CEE per contribuire al mutuo soccorso tra Stati Membri in caso di incendi di particolare gravita’.

La statistica delle cause e’ purtroppo molto meno completa di quella dei sinistri.

Per questi motivi, la questione delle cause non puo’ essere chiarita con dati certi e documentati e richiede una analisi profonda e molto allargata delle possibili motivazioni degli incendiari, per conoscere I’origine del fenomeno.

II clima e I’andamento stagionale giocano un ruolo fondamentale nel predisporre una situazione di favore allo scoppio dell’incendio, per cui, periodi di non pioggia e di alte temperature, determinano condizioni di estrema pericolosita’. E quando in luglio ed agosto ad altitudini comprese sino ai 700 m.s.l.m. la vegetazione erbacea e secca, il potenziale combustibile aumenta considerevolmente; viceversa, in pieno rigoglio vegetativo, I’innesco del fuoco e’ difficile.

Non vi e’ dubbio che la causa prima degli incendi boschivi vada ricercata essenzialmente nell’alto grado di depauperamento e di forte spopolamento delle zone dell’alta collina e della montagna. Un simile evento ha determinato nel tempo I’abbandono di tutte quelle pratiche agronomiche e selvicolturali che di contro in passato venivano effettuate nelle campagne e nei boschi, con il risultato di rendere il bosco meno soggetto nei confronti del fuoco.

I diradamenti, le ripuliture, il pascolo disciplinato, eventuali colture ed in alcuni casi anche il fuoco controllato, facevano si che il sottobosco non fornisse esca e nel contempo, la presenza attiva dell’agricoltore e del pastore era garanzia e sicurezza per un rapido intervento anche qualora I’incendio scoppiava.

Cosi, anche quando gli agricoltori, involontariamente potevano essere causa dell’incendio, essi stessi provvedevano a spegnerlo direttamente; cio’ era possibile grazie alla cospicua presenza demografica nelle zone di campagna, oggi di contro, fortemente diminuita ed invecchiata.

La situazione e’ ora cambiata, tanto che le operazioni selvicolturali tradizionali sono molto trascurate; e pratiche agronomiche e pastorali, nelle quali si fa uso anche del fuoco, oggi assumono, per i boschi limitrofi ai campi ed ai pascoli, un pericolo costante, poiché I’esodo da tali zone, in particolare quello giovanile, e’ stato massiccio. Ma, se questa e’ la ragione prima di certi tipi d’incendio, non diverse sono le considerazioni da fare per quanto concerne I’incendio boschivo determinato dalla presenza di altri potenziali utenti.

Anche tali casi riguardano I’uso del territorio, cosi carente di strutture e di servizi atti ad assicurarne il mantenimento, dal punto di vista fisico ed economico, in funzione dell’uso e non dell’abuso piu’ intenso.

Una correlazione interessante e’ quella degli incendi boschivi con la circolazione veicolare. Infatti si vede che ad un progressivo aumento degli autoveicoli circolanti e dello sviluppo viario, aumentano in progressione gli incendi boschivi. E dal rilevamento dei punti d’innesco del fuoco si evince come moltissimi incendi abbiano inizio dal bordo di strade ed autostrade.

Recentemente da parte del Servizio Antincendi del Corpo Forestale dello Stato e’ stato iniziato uno studio di tale tipo, che ha portato a definire il ventaglio di motivazioni di seguito descritto:

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La prevenzione

Qualsiasi strategia di prevenzione e lotta al fuoco, per quanto valida nei suoi principi ispiratori, e’ destinata a fallire se non sostenuta dalla partecipazione della gente, sia in termini di convincimenti che di azioni materiali.

Di qui la necessita’ di indicare alcuni orientamenti volti ad integrare il piano organizzativo anticendio, soprattutto quando lo studio delle cause del fenomeno induce a ritenere che il comportamento dell’uomo, doloso o colposo che sia (83,5%), e’ all’origine del diffondersi degli incendi boschivi e della distruzione dei delicati equilibri ambientali.

Valgono, pertanto, le seguenti considerazioni:

– La salvaguardia e la tutela dei boschi sono oggi strettamente connesse al grado di civilta’ degli uomini, alla loro cultura e sensibilita’.
Si rilevano, infatti, insufficienti i divieti e le sanzioni, i sistemi di lotta tecnologicamente avanzati, o altre iniziative adottate, in presenza di una coscienza sociale poco attenta alle esigenze dell’ambiente.

– La difesa del bosco e degli alberi, e’ ormai quasi esclusivamente connessa alla qualita’ dei rapporti che I’uomo e’ in grado di stabilire con I’ambiente. Al riguardo, I’opera di sensibilizzazione delle popolazioni e di informazione dei cittadini, anche con il coinvolgimento dei mass media, non sara’ mai pienamente efficace se non mira a realizzare una cultura della tutela del patrimonio forestale inteso come bene imprescindibile che appartiene alla stessa collettivita’.
É necessario, pertanto, dare opportuno impulso a tutte quelle azioni di carattere informativo e formativo che concorrono alla crescita di una cultura dell’ambiente e del bosco, promuovendo la consapevolezza che uomini e alberi appartengono al medesimo contesto naturale.

– La disattenzione verso tale ultimo interesse e valore (il bosco ha oggi un valore piu’ pubblico che privato, piu’ generale che locale, piu’ culturale che materiale, piu’ ecologico che economico) spesso addebitabile all’incuria, alla scarsa attenzione ed educazione, alla superficiale conoscenza del bosco e del suo significato ambientale, in non rari casi nasconde mire speculative che andrebbero, sempre e ovunque, contrastate, tenuto conto del divieto di cui all’art. 9 della legge 1 Marzo 1975, n. 47 e di analoghe disposizioni regionali in materia.
La predetta legge vieta I’insediamento di costruzioni di qualsiasi tipo nelle zone boscate distrutte o danneggiate dal fuoco, impedendo, altresi’, che tali zone assumano una destinazione diversa da quella avuta prima dell’incendio.
La tutela giuridica e’ stata in seguito integrata dalla Legge Galasso, n. 431 dell’ 8 Agosto 1985, che sottopone al vincolo paesaggistico i terreni boscati percorsi dalle fiamme.

– I materiali di risulta dall’agricoltura o della ripulitura dei boschi, le paglie, un tempo risorse da utilizzare negli allevamenti zootecnici, oggi sono considerati solo uno scarto da distruggere con I’incendio.
Da questi fuochi disseminati nelle campagne si origina un consistente numero di incendi, cosiddetti “involontari”, riconducibili, alla stregua della bruciatura delle stoppie, soprattutto nell’Italia meridionale, alla medesima preoccupante tendenza al disinteresse e alla disattenzione per le risorse naturali.
Una piu’ assidua vigilanza sull’osservanza delle norme, statali e regionali, che vietano tali operazioni nei periodi di massimo rischio per gli incendi, sicuramente circoscriverebbe la proporzione del fenomeno.

– Oggi si e’ promossa I’immagine del bosco come elemento del paesaggio e richiamo turistico, provocando I’effetto di un aumento della mobilita’ di massa e della presenza umana all’interno dei complessi boscati.
Una presenza, spesso, che si traduce in azioni devastatrici ed inquinanti, mediante comportamenti irresponsabili, come I’accendere fuochi ed abbandonare rifiuti nei boschi; una presenza, molte volte, poco consapevole del valore delle risorse naturali di cui beneficia e non in grado di capire il significato e I’importanza del ruolo che esse svolgono nell’ambito territoriale, ne’ il livello di produttivita’ che tali risorse raggiungono sia in termini di biomassa che di servizi forniti alla societa’.

– L’analisi dell’incidenza percentuale degli incendi sul tipo di proprieta’ e sul tipo di bosco bruciato evidenzia come le superfici colpite da maggiori aggressioni siano quelle in cui coesistono la proprieta’ privata e la presenza del ceduo, tipo di bosco piu’ frequentemente destinato all’abbandono.
Se a queste informazioni si aggiunge la considerazione che quasi il 30% degli incendi si verifica nelle aree di collina interna e circa il 34% in quelle di montagna interna, e possibile argomentare che la ricorrente frequenza degli incendi va correlata anche al complesso dei problemi che ostacolano il corretto recupero delle stesse aree.
I fattori che rendono un bosco vulnerabile al fuoco non sono diversi da quelli che concorrono a determinare la marginalita’ economica e sociale del contesto territoriale del quale esso fa parte. II bosco, infatti, si configura sempre piu’ come sito destinato ad essere toccato dalla stessa pericolosa fragilita’ ambientale del territorio che lo comprende.

– Lo studio analitico del fenomeno evidenzia che molti incendi si verificano lungo le ferrovie, strade ed autostrade, a partire dalle scarpate e dalle cunette spesso interessate da vegetazione facilmente infiammabile, oppure lungo le piste e i sentieri che si addentrano nei boschi.
Questi fuochi possono essere prevenuti sia con azioni tendenti a rendere piu’ consapevole e responsabile il comportamento dell’uomo, che con interventi di vigilanza delle Amministrazioni preposte.

– Per la prevenzione degli incendi volontari, che spesso assumono la forma dell’atto vandalico o del ricatto alle istituzioni, e opportuno attuare tutte le misure tendenti a ridurre le tensioni sociali che potrebbero degenerare nell’uso del fuoco.

– Oggi gli interventi contro il fuoco sono affidati a personale altamente addestrato e all’impiego di mezzi terrestri ed aerei.
Da scoraggiare e’ la morbosa curiosita’ con la quale di solito la gente assiste passivamente all’incendio, quasi che I’incendio stesso costituisca uno spettacolo.
Seppure non si puo’ nascondere che I’incendio susciti emozioni spettacolari, e’ pur vero che si tratta di un quadro desolante nel quale si consumano una parte della natura, della nostra storia, della nostra cultura e si distrugge un patrimonio naturale difficilmente ricostituibile nella sua originaria complessita’ ecologica.
E’ indispensabile dunque che nel corso di un incendio tutti si adoperino a collaborare con i forestali e con quanti sono preposti a compiti di spegnimento, astenendosi da ogni intralcio o disturbo.

– Chiunque scopra un incendio che ha attaccato o minaccia di attaccare un bosco e’ tenuto a dare I’allarme perche’ possa essere immediatamente avviata I’opera di spegnimento.

In tutte le Regioni sono diffusi i numeri telefonici degli Uffici Forestali.

In mancanza di questi, si puo’ chiamare il NUMERO NAZIONALE (1515)

 http://esserci.correrenelverde.com/emergenzeeservizi/1515.htm

Programmazione della lotta agli incendi boschivi

La dislocazione dei mezzi terrestri ed aerei per la migliore difesa del boschi dal fuoco viene fatta in funzione della differente vulnerabilita’ delle aree boscate.

In questa sede si e’ voluto sintetizzare quanto concretamente fatto nella scorsa campagna antincendio assieme al Dipartimento della Protezione Civile circa: I’apertura delle basi operative; gli elementi di valutazione per la richiesta tempestiva di intervento aereo; le procedure per I’impiego dei mezzi aerei.

Nelle cartine che seguono sono riportate le superfici ricoperte da boschi e le zone a rischio d’incendio valutate diversamente a seconda del periodo estivo o di fine inverno.

Tale ultima diversificazione e’ particolarmente importante perché si e’ visto ed analizzato come esistano due situazioni di particolare propensione al fuoco, in relazione ai fattori climatici.

II clima e l’andamento stagionale giocano un ruolo fondamentale nel predisporre una situazione di favore allo scoppio dell’incendio, per cui, periodi di non pioggia e di alte temperature, determinano condizioni di estrema pericolosita’. E quando in luglio ed agosto ad altitudini comprese sino ai 700 metri s.l.m. la vegetazione erbacea e’ secca, il potenziale combustibile aumenta considerevolmente;

viceversa, in pieno rigoglio vegetativo, l’innesco del fuoco e’ difficile.

Similare situazione di pericolosità, sia pur inferiore, si ha a fine inverno, generalmente nei mesi di febbraio – marzo, quando la vegetazione erbacea e’ stata seccata dal gelo. Tali situazioni le ritroviamo soprattutto nella zona prealpina sino agli 800 metri ed anche in quelle appenniniche, a quote superiori.

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Le misure adottate nella lotta agli incendi boschivi

L’emergenza incendi verificatasi negli ultimi anni ha posto la necessita’ di adottare specifiche misure di salvaguardia degli ambienti naturali dal fuoco.

Si tratta di provvedimenti di carattere preventivo e di potenziamento dei sistemi di allarme e difesa che costituiscono il proseguimento di una strategia di miglioramento dell’efficienza delle strutture preposte alla prevenzione e lotta degli incendi boschivi, gia’ da tempo perseguita dal Corpo Forestale dello Stato.

Gli Impianti di Monitoraggio

Gli impianti di teleavvistamento realizzati dallo Stato, dalle Regioni o dalle Amministrazioni locali, sono in continuo sviluppo.

I primi impianti sono stati realizzati dall’ex Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste: dal 1986 e’ in funzione presso il Centro Operativo Antincendi Boschivo di Sabaudia un impianto di telecontrollo forestale operante nel Parco Nazionale del Circeo, realizzato dalla Faenzi Giancarlo & C. di Grosseto.

Si tratta di un sistema ottico articolato in postazioni periferiche e in una sala operativa di comando e controllo che garantisce un servizio continuo nelle 24 ore.

Dal 1989 e’ in funzione nell’Isola di Caprera un sistema automatico di telerilevameto dei focolai di incendio operante nell’infrarosso e nel visibile, denominato B.S.D.S. e realizzato dalla Teletron di Cagliari.

A Vallo della Lucania, in Campania, e’stato sperimentato nello stesso anno il sistema con il sensore SRI-10 della Selenia per I’avvistamento e la gestione degli incendi boschivi.

I sistemi organici di monitoraggio elettronico sono concepiti per essere utilizzati in una rete telematica modulare e gerarchica, basata sull’organizzazione operativa del CFS, che partendo dai punti periferici di avvistamento (PPA) e passando per i Centri Operativi Locali e Provinciali (COL e COP), arriva fino ai Centri di Controllo Regionale (COR), in cui e’ prevista la interfaccia del sistema con la Protezione Civile.

I punti di avvistamento comprendono un sensore all’infrarosso, una unita’ di telerilevamento, una stazione automatica per la rilevazione dei dati meteorologici, apparecchiature hardware e software per lo scambio delle informazioni con i Centri Operativi Locali ed un sistema di controllo e diagnostica.

L’art. 30-bis della legge 28.2.1990, n. 38 e il decreto legge n. 142/91, convertito con la legge 195 del 3.7.1991, hanno concesso contributi per la realizzazione degli impianti di monitoraggio alle regioni Liguria, Sardegna, Sicilia, Piemonte, Lombardia, Toscana, Lazio, Puglia e Calabria.

La normativa sopra citata prevede che i sistemi automatici di monitoraggio, comando e controllo, abbiano caratteristiche tecniche conformi a tipologie sperimentate e collaudate ed assicurino la piena integrazione con il sistema satellitare ARGO, che e’ la prima rete di telecomunicazioni via satellite, non militare, impiegata per scopi di protezione civile e di controllo del territorio.

I sistemi di rilevamento degli incendi, basati sul sensore all’infrarosso (SRI-10) e sul modello tridimensionale delle telecamere operanti nel visibile e nell’infrarosso (sistema B.S.D.S.) si stanno realizzando nelle regioni interessate.

Il lavoro è un crimine

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( Dal Web )

Herman J. Schuurman

Nel linguaggio ci sono parole ed espressioni che dobbiamo eliminare, perché indicano dei concetti che costituiscono l’essenza disastrosa e corruttrice del sistema capitalista. Innanzitutto la parola «lavorare» e tutti i concetti ad essa collegati – lavoratore o operaio – tempo di lavoro – salario – sciopero – disoccupato – nullafacente.
Il lavoro è il più grande affronto e la più grande umiliazione che l’umanità abbia commesso contro se stessa.
Questo sistema sociale, il capitalismo, è fondato sul lavoro; ha creato una classe di uomini che devono lavorare – e una classe di uomini che non lavorano. I lavoratori sono costretti a lavorare, se non vogliono morire di fame. «Chi non lavora non mangia», sostengono i ricchi, i quali del resto pretendono che anche calcolare e accumulare i propri profitti significhi lavorare.
Ci sono disoccupati e nullafacenti. Se i primi sono senza lavoro e non possono farci niente, i secondi non lavorano e basta. I nullafacenti sono gli sfruttatori che vivono del lavoro dei lavoratori. I disoccupati sono lavoratori a cui non è permesso di lavorare, perché non se ne può ricavare profitto. I proprietari dell’apparato di produzione hanno stabilito il tempo del lavoro, hanno costruito delle officine  e ordinato a cosa e come i lavoratori devono lavorare. Questi ricevono quanto basta per non morire di fame, e sono a malapena in grado di dare da mangiare ai propri figli nei loro primi anni. Poi questi ragazzi vengono istruiti a scuola quel tanto che serve per potere andare a loro volta a lavorare. Anche i ricchi mandano i loro figli a scuola, perché sappiano anche loro come dirigere i lavoratori.
Il lavoro è la grande maledizione. Il prodotto di uomini senza spirito e senza anima.
Per far lavorare gli altri a proprio profitto bisogna mancare di personalità, e per lavorare pure bisogna mancare di personalità: bisogna strisciare, trafficare, tradire, ingannare e falsificare.
Per il ricco nullafacente il lavoro (dei lavoratori) è il mezzo per procurarsi una vita facile. Per i lavoratori è un peso di miseria, una cattiva sorte imposta fin dalla nascita che impedisce loro di vivere decentemente.
Quando smetteremo di lavorare, per noi inizierà infine la vita.
Il lavoro è nemico della vita. Un buon lavoratore è una bestia da soma dalle zampe incallite e con uno sguardo abbruttito e spento.
Quando l’uomo diventerà cosciente della vita non lavorerà mai più.
Io non pretendo che occorra semplicemente lasciare il proprio padrone domani e vedere poi come riuscire a mangiare senza lavorare, nella convinzione che inizi la vita. È già una disgrazia essere costretti a vivere nella miseria, ma poi la mancanza di lavoro porta nella maggior parte dei casi a vivere alle spalle dei compagni che lavorano. Se sei capace di guadagnarti da vivere saccheggiando e rubando — come dicono i cittadini onesti — senza farti sfruttare da un padrone, ebbene, vai; ma non credere che con ciò la grande questione sia risolta. Il lavoro è un male sociale. Questa società è nemica della vita ed è solo distruggendola, e distruggendo poi tutte le società del lavoro che seguiranno — ovvero facendo rivoluzione su rivoluzione — che il lavoro sparirà.
È solo allora che verrà la vita — la vita piena e ricca — nella quale ognuno sarà portato dai suoi puri istinti a creare. Allora, attraverso il proprio movimento, ogni uomo sarà creatore e produrrà unicamente ciò che è bello e buono; insomma, quel che è necessario. Allora non ci saranno più uomini-lavoratori, allora ognuno sarà uomo. E per bisogno vitale umano, per necessità interiore, all’interno di rapporti ragionevoli ognuno creerà in maniera inesauribile ciò che risponde ai bisogni vitali. Allora non ci sarà altro che la vita — una vita grandiosa, pura e cosmica — e la passione creatrice sarà la più grande felicità della vita umana senza costrizioni, una vita in cui non saremo più incatenati dalla fame o da un salario, dal tempo o dall’ambiente, e dove non saremo più sfruttati da parassiti.
Creare è una gioia intensa, lavorare è una sofferenza intensa.
Con i rapporti sociali criminali attuali, non è possibile creare.
Ogni lavoro è criminale.
Lavorare significa collaborare al profitto e allo sfruttamento; significa collaborare alla falsificazione, all’inganno, all’avvelenamento; significa collaborare ai preparativi di guerra; significa collaborare all’assassinio di tutta l’umanità.
Il lavoro distrugge la vita.
Se lo abbiamo ben capito, la nostra vita prenderà un altro significato. Se sentiamo in noi stessi questo slancio creatore, esso si esprimerà attraverso la distruzione di questo sistema vigliacco e criminale. E se per forza di cose dobbiamo lavorare per non morire di fame, bisogna che attraverso questo lavoro contribuiamo al crollo del capitalismo.
Se non lavoriamo per il crollo del capitalismo, lavoriamo per il crollo dell’umanità!
Ecco perché noi saboteremo coscientemente ogni impresa capitalista. Ogni padrone subirà perdite a causa nostra. Là dove noi giovani rivoltosi siamo obbligati a lavorare, le materie prime, le macchine e i prodotti verranno obbligatoriamente messi fuori uso. Ad ogni istante i denti salteranno dall’ingranaggio, forbici e coltelli si romperanno, gli attrezzi più indispensabili scompariranno — e ci comunicheremo le nostre ricette e i nostri mezzi.
Non vogliamo crepare a causa del capitalismo: ecco perché il capitalismo deve crepare a causa nostra.
Noi vogliamo creare come uomini liberi, non lavorare come schiavi: per questo distruggeremo il sistema di schiavitù. Il capitalismo esiste grazie al lavoro dei lavoratori, ecco perché non vogliamo essere dei lavoratori e perché saboteremo il lavoro.

Che cosa è fallito

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( Dal Web )

A. Visalli

È terribilmente vergognoso come i partiti sovversivi non abbiano saputo fare uno sforzo per impedire la presente guerra. Il proletariato è stato ancora una volta corbellato dai cattivi pastori. In Germania come in Francia, in Austria come in Italia, in Inghilterra come in Russia, in questi paesi nei quali i partiti sovversivi contano milioni di aderenti, se la loro forza fosse stata reale e non fittizia, le cose sarebbero andate in maniera molto diversa. Disgraziatamente nei paesi suddetti s’è pensato molto ad organizzare, s’è pensato poco a fare delle coscienze e delle volontà. Ed invero, le organizzazioni non hanno mai fatto coscienze, hanno irregimentato, hanno militarizzato, ed allorquando ci siamo illusi di avere qualche cosa di reale, ci siamo accorti di non aver nulla. Bastò che i capoccia del sindacalismo francese, tedesco ed italiano dessero, in buona o mala fede non importa, il loro consenso alla guerra per vedere il triste spettacolo di milioni d’uomini che si credevano emancipati, accodarsi su le orme dei mali pastori ligi al governo per interesse o per paura, e poi andare a servire quella bandiera, quella patria, quel re che erano stati il loro ludibrio, il cinquantenario bersaglio della loro propaganda rivoluzionaria. E tutto ciò senza una protesta virile, efficace.
Avrebbero di certo agito differentemente se non si fossero abituati a pensare con la testa dei sacerdoti, dei duci, del sinedrio.
La presente guerra ci ha rivelato moltissime cose. Ha messo il dito sulla cancrena organizzatrice, ha scoperto che molta propaganda s’è fatta per parere semplicemente sovversivi, mentre di fatto non lo si è; ha scoperto che si ha ancora la fregola di contarci, di essere dietro al numero, e non dietro alle coscienze. Milioni di organizzati che se semplicemente avessero osato, avrebbero potuto impedire la presente guerra, sono la prova più lampante del marcio delle cosiddette organizzazioni sovversive.