Archivio mensile:agosto 2017

Vecchi e nuovi padroni

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( Dal Web )

Jan Waclav Makhaïski
Da giovane studente nazionalista, il polacco Jan Waclav Makhaïski (1866-1926) è stato prima socialista, poi marxista, infine anarchico. Se lo zarismo punì il suo amore per la libertà con undici anni di galera, la storiografia militante punì la sua critica al «socialismo degli intellettuali» con l’oblio. Makhaïski è stato uno spietato nemico dell’intellighenzia e tutta la sua opera mirava a dimostrare come lo scopo dei partiti rivoluzionari, di qualsiasi colore fosse la loro bandiera, era servire da trampolino da lancio per intellettuali assetati di potere. 
Qui presentiamo uno stralcio da una sua opera apparsa nel 1905, anno della prima rivoluzione russa, in cui Makhaïski ribadisce la propria diffidenza nei confronti di teorie che considerano la rivoluzione non come un obiettivo immediato, ma come il risultato lontano dell’azione degli intellettuali. A finire nel suo mirino è la «scienza socialista», tanto inaccessibile agli sfruttati quanto utile al predominio dei suoi dotti servitori.
Qualsiasi libro, opuscolo, programma o giornale si consulti, sia esso socialdemocratico o anarchico, vecchio o recente, dovunque i socialisti si sforzano di suggerire ai lavoratori che i loro soli sfruttatori, i loro soli oppressori sono i detentori del capitale, i proprietari dei mezzi di produzione. Eppure, in tutti i paesi e in ogni Stato, esiste una immensa classe di persone che non possiedono né capitale mercantile né capitale industriale, eppure vivono da autentici padroni. Questa è la classe delle persone colte, la classe dell’intellighenzia.
Non possiedono terra né fabbriche, tuttavia beneficiano di redditi paragonabili a quelli dei capitalisti, medi o grandi. Non possiedono nulla, ma proprio come i capitalisti grandi e medi sono delle «mani bianche», esentati pure loro per tutta la vita dal lavoro manuale; e se partecipano alla produzione, è solo in qualità di ingegneri, direttori, amministratori. Essi risultano quindi nei confronti dei lavoratori, schiavi del lavoro manuale, come padroni e dirigenti identici in tutto e per tutto ai capitalisti-imprenditori.
I socialisti di tutte le epoche hanno diffuso tra gli operai un’enorme menzogna: solo i capitalisti vivrebbero di sfruttamento e saccheggio. Perché questa menzogna? Cosa apporta ai socialisti? Essa preserva tutta la società colta del mondo dagli attacchi degli schiavi insorti, poiché gli operai socialisti che ne sono vittime se la prenderebbero solo con la vecchia classe dei saccheggiatori. Così questa menzogna garantisce la sopravvivenza parassitaria della società dominante, prendendo di mira solo l’antico modo di rapina.
Si vede bene in che modo i socialisti aspirino alla soppressione dell’oppressione secolare dei lavoratori. Non fanno che promettere l’emancipazione agli operai, pregare per il suo avvento, proprio come i cristiani promettono, credono e sognano il paradiso. Cosa che non impedisce loro affatto, nella vita reale, di sviluppare e consolidare il saccheggio permanente. […]
Gli eruditi socialisti amano spiegare in modo particolareggiato che i capitalisti non sempre sono stati dei buoni a nulla come oggi. Al contrario, quando la borghesia non aveva ancora rovesciato il dominio degli aristocratici, l’intera industria doveva il proprio successo solo alla febbrile attività dei capitalisti, solo alla loro incessante lotta contro il vecchio ordine, lotta che ha portato alla libertà. Inoltre, i dotti socialisti spiegano che nella storia le cose sono avvenute nella stessa maniera con tutte le classi privilegiate. Proprio come i capitalisti, i nobili e anche gli schiavisti dell’antichità diventarono superflui, inutili alla società, solo alla fine del loro dominio, quando degenerarono; vennero allora sostituiti da nuovi padroni. All’inizio del loro ingresso nella storia, tutte queste classi dominanti fecero avanzare l’umanità su nuove vie e la società non poté fare a meno di loro. Le rivoluzioni, dicono ancora i socialisti, scoppiano soltanto nelle epoche di degenerazione del modo di produzione capitalista.
Non è evidente che i socialisti insorgano solo contro le forme arcaiche di dominio, e non contro il saccheggio secolare? Non fanno che attendere il rinnovamento di queste forme superate. Non si sollevano contro i padroni in generale, ma solo contro quelli che sono degenerati, che non sono più capaci di dirigere e portano l’economia alla rovina con la loro incuria, la loro inattività e la loro ignoranza. I socialisti non vedono nemmeno l’opportunità di lottare contro il sistema di saccheggio, nel caso in cui questo si sviluppi e progredisca, e ritengono che non sia possibile provocare una rivoluzione finché il capitalismo è, come dicono loro, «in grado di svilupparsi».
Quelli che, come i socialisti, si ribellano solo perché il secolare regime di saccheggio s’è aggravato, quelli non fanno che pretendere il suo rinnovamento, il suo sviluppo, e non fanno nulla di decisivo per la sua soppressione. È per questo che i socialisti, che avevano promesso per tutto il XIX secolo la caduta del regime borghese, in realtà hanno solo accelerato la sua evoluzione, spingendolo a progredire e a rinnovarsi. Mentre alla vigilia preconizzavano una morte immediata del capitalismo, furono costretti a spiegare che questa forma arcaica di produzione si era rivelata, contrariamente alle loro aspettative, assai capace di sopravvivere e di durare e che, nonostante tutto, nei paesi occidentali questo regime offriva una libertà crescente.
Quindi coloro che si ribellano soltanto contro padroni degenerati e inattivi, non più in grado di dirigere, non fanno che esigerne di nuovi più capaci, non fanno che facilitare il loro avvento e, di conseguenza, non indeboliscono ma rafforzano il dominio secolare dell’uomo sull’uomo. […]
Nel suo insegnamento la scienza socialista si è adoperata a ben dissimulare il futuro padrone di cui prepara la liberazione ed il dominio totale. Gli eruditi socialisti hanno agito, in questo caso, come i politici e gli apostoli della borghesia del tempo della sua lotta contro i nobili. All’epoca della rivoluzione francese del 1789, la scienza spiegava che gli unici saccheggiatori della società erano rappresentati da un piccolo numero di aristocratici debosciati e degenerati. Tutto il resto della popolazione apparentemente costituiva solo un popolo omogeneo, solidale e laborioso, al quale in fin dei conti sarebbe bastato rovesciare il pugno di parassiti per ottenere «libertà, uguaglianza e fratellanza» per tutti.
Tuttavia, in mezzo a quel «popolo» laborioso e solidale si trovava la classe già abbastanza numerosa di borghesi, capitalisti e industriali che si erano moltiplicati e sviluppati nel corso dei secoli. Questa classe costringeva le masse operaie a combattere gli aristocratici per farle ottenere diritti uguali a quelli dei vecchi privilegiati, così come il diritto di disporre senza limiti delle ricchezze del paese.
È per questo motivo che, alla fine della lotta, gli operai compresero di essere caduti in una servitù ancora maggiore di quella sotto i nobili.
In modo del tutto identico, i socialisti contemporanei assicurano alle masse operaie di essere sfruttate solo da «un piccolo pugno di magnati del capitale» e da «grandi proprietari terrieri» che si impadroniscono dei frutti del loro lavoro. Questo presunto pugno di saccheggiatori sfrutterebbe «tutta la società», tutte «le masse lavoratrici», tutto il resto della popolazione che verrebbe privata ogni giorno di più dei suoi beni, venendo in questo modo assimilata al proletariato sfruttato. I socialisti compiono qui, con la loro definizione di «proletariato», lo stesso gioco di prestigio dei democratici borghesi con il loro popolo.
I profeti del capitalismo equiparavano i milionari all’«intero popolo lavoratore»; i socialisti fanno lo stesso mescolando spudoratamente ai ranghi del «proletariato operaio e sfruttato» un’intera classe di autentici «padroni con le mani bianche», che vive la vita agiata dei padroni recitando il ruolo onorevole e dominatore di comandante di schiavi, di lavoratori manuali. Questo esercito di colletti bianchi si serve delle rivolte operaie per contrattare con i padroni i propri redditi sempre più cospicui; e in caso di sgombero della classe capitalista – quello di cui sognano i socialisti – questo esercito di colletti bianchi non tarderebbe ad occupare i posti degli imprenditori privati, a comandare direttamente e per conto proprio i lavoratori, e ad appropriarsi senza condividerle di tutte le ricchezze del mondo. Proprio come i capitalisti si sono riconciliati con gli aristocratici, l’intellighenzia, tutto il mondo colto, si riconcilierebbe rapidamente con i vecchi padroni, per un ordine socialista, e la servitù dei lavoratori non farebbe che rafforzarsi.
[La révolution bourgeoise et la cause ouvrière, 1905]
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La notte dei morti viventi

Ferrio

( Dal Web )

La sera dello scorso 13 luglio, a Padova, nel corso dello Sherwood Festival 2017, si è tenuto il dibattito «Settantasette. Quarant’anni fa, la rivoluzione qui ed ora». Prevista la partecipazione di alcuni ex partecipanti ad Autonomia Operaia fra i protagonisti di quell’anno scandaloso: Toni Negri (intervenuto attraverso un videomessaggio, che a certe distanze lui ci tiene), Oreste Scalzone, Franco Piperno, Vincenzo Miliucci… A quanto pare si è trattato di un vero e proprio evento che, come suol dirsi, ha attirato il pubblico delle grandi occasioni. Pochi giorni dopo — nella notte tra il 16 e il 17 luglio — la notizia deve essere arrivata fino in Canada, a Toronto, stroncando il celebre regista horror George Romero, il cui cuore non deve aver retto nell’apprendere di questa ennesima manifestazione delle sue apocalittiche visioni.
Più di un recensore ha sottolineato la forte critica sociale presente nei film di Romero, le cui creature grigie, putride, dagli occhi spenti, dal passo strascicato e dalla bocca piena di resti di carne umana, ben rispecchiano i membri dell’odierna civiltà occidentale. Lo zombie è la metafora dell’essere umano moderno, privo di ragione e dignità, morto nella propria individualità, presente sulla terra unicamente sotto forma di consumatore di merci, brancolante davanti alle vetrine dei negozi.
Ebbene, l’orda di morti viventi come metafora sociale è perfettamente calzante a indicare tutti coloro che vagano a bocca aperta attraverso le sale del tempio del capitale, siano essi clienti di mercati o sovversivi di Stato. Gli zombie di Romero che in Dawn of the Dead del 1978 si accalcano davanti ad un centro commerciale sono come gli zombie di Autonomia Operaia del 1977 che si accalcano davanti all’immagine sbiadita della «rivoluzione qui ed ora». Gli uni e gli altri seguono semplicemente la loro memoria muscolare, il riflesso condizionato che li porta laddove un tempo avveniva per loro qualcosa di importante. Ma se da morti si atteggiano a vivi, è perché da vivi si comportavano come già morti. Una vita trascorsa all’insegna della merce o della politica (ancorché rivoluzionaria) è una non-vita.
Morti viventi sono i consumatori di merci, morti viventi sono i consumatori di militanza. Gli zombie di Romero che si muovono tra i manichini dei grandi magazzini sono come gli zombi dell’Autonomia Operaia che si muovono tra i funzionari delle istituzioni, persone che quando erano in vita erano solo ingranaggi della macchina economica e politica. A differenza di vampiri e licantropi, a differenza di teste calde e cani sciolti — tutti solitari rei di individualismo, costretti alla macchia dalla società — gli zombie rappresentano la massa, l’enorme maggioranza annichilita e annichilente, comune, identica, tutta uguale malgrado qualche sfumatura, senza eccezioni. Quella che parte insieme e torna insieme dopo aver deciso insieme cosa fare insieme (e che è pure orgogliosa di condividere questa omologazione forzata). Lo scopo di questa orda vuota e insensata, senza cuore né anima, composta di pura materia senza spirito, biascicante gingle commerciali o slogan di piazza, è di sterminare la singolarità umana per creare un mondo abitato esclusivamente da zombie.
E poiché anche all’orrore capita talvolta di incontrare il comico, ecco spuntare il grottesco. L’obiettivo dichiarato del dibattito padovano era «quello di fare riemergere un sentire comune, un sentire che allora permeava il corpo sociale, un “feeling di parte” si direbbe, che i militanti del 77 trasmettono ancora, a quarant’anni di distanza… Questo feeling, questa sensazione di sentirsi sull’orlo della rivoluzione, di sentirsi la rivoluzione addosso, è ciò che rende il 77 straordinario». Ma da dove proveniva quella sensazione in grado di rendere straordinario il 77, se non dall’azione insurrezionale che la suscitava? La «terribile bellezza» di quell’anno non è forse data da un movimento che andava all’assalto senza rivendicare alcun diritto, che non voleva conquistare affatto lo Stato (aspirazione coltivata solo dal suo ristretto ceto politico), intendendo solo distruggerlo? Un movimento vasto e molteplice composto da decine e decine di migliaia di persone, che sfidavano l’ordine costituito in ogni ambito della vita, e di cui la ventina di sigle che in quell’anno rivendicarono duecento attentati non furono che una mera espressione.
E chi dovrebbe rievocarlo, il «feeling» che permeava quel movimento, chi più di tutti si diede da fare per rinnegarlo e vederlo sparire sotto la melma del compromesso politico?
Gli zombi di Autonomia Operaia sono affiorati nei primi anni 80. Prima, quando erano vivi morenti, volevano instaurare il nuovo potere proletario. Dopo, da morti viventi, volevano rinnovare il vecchio potere borghese. Il passaggio da prima a dopo, la loro mutazione, ha un nome storico preciso: si chiama dissociazione (la «desistenza» di Scalzone non ne è che la variante scaltra perché timida). Gli zombi di Autonomia Operaia sono coloro che vorrebbero vivere il comunismo, ma senza fare la rivoluzione; vorrebbero tornare al 77, ma senza passare per l’insurrezione. Ma senza rivoluzione ed insurrezione, cosa resta se non il riformismo?
Se ci si prendesse la briga di leggere i documenti redatti dal professore padovano e dai suoi sodali nei primi anni 80, si capirebbe meglio l’origine di ciò che spinge in avanti le odierne schiere di zombi rivoluzionari. È il maestro della dissociazione ad aver sostenuto che la necessaria fine delle ostilità deve lasciare spazio solo alle lotte sociali di massa, prescrizione che ai giorni nostri ha infettato persino molti anarchici: «La lotta politica proletaria deve distruggere l’immagine della guerra. Deve ricacciare in un passato nero e terribile il sentimento della disperazione, la frenesia dell’omicidio, l’ottusità della coerenza combattente. Oggi, la lotta politica è al primo posto, di nuovo agganciata alla lotta di massa, alle sue possibilità ed alla sua energica effettualità…. Respingo l’accusa che l’esplicita dissociazione dal terrorismo sia un’operazione minimale. Anzi. Essa rappresenta l’inizio di un nuovo progetto politico, che deve di nuovo rappresentare l’identità culturale e sociale del movimento. La sua prospettiva è questa: raccogliere la storia delle lotte, volendone dare una rappresentazione politica e una rappresentazione operativa. Tagliando, in maniera definitiva – sulla base di una censura che già storicamente (ma finora in maniera spontanea) s’è data sul livello di massa – con il terrorismo e con tutte le deviazioni militaristiche del movimento…. Riaprire un terreno di speranza comunista, significa, oggi, dissociarsi, e fare della dissociazione un programma di vittoria della lotta di massa».
Già!… Ed è sempre il maestro della dissociazione ad aver teorizzato l’urgenza pratica dell’oblio, quando ai suoi «fratellini» che lo criticavano rispondeva con stizza che «la vostra memoria è diventata la vostra galera, mentre una generazione politica nuova (non di soli ragazzi) si disloca nelle grandi lotte per la comunità, per la pace, per un nuovo modo di essere felici. Una generazione senza memoria e perciò più rivoluzionaria». Senza memoria si è più rivoluzionari, perché il movimento può crescere ed allargarsi: infatti oggi anche i delatori possono partecipare alle assemblee, i collaboratori di giustizia possono mettere piede in spazi occupati ed i magistrati possono essere invitati alle iniziative di lotta. Senza memoria, alle cene popolari c’è posto per tutti.
È il maestro della dissociazione ad aver insegnato come la condanna della violenza rivoluzionaria e la partecipazione alle lotte sociali consentano di confrontarsi con le istituzioni in qualità di interlocutori, aiutandole a migliorarsi: «una pratica politica di netto rifiuto di posizioni e comportamenti “combattenti” o terroristici, come primo passaggio per sollecitare e stimolare un rapporto dialettico, attivo e propositivo con quelle forze sociali e politiche che intendono superare la politica delle leggi speciali e del terrore ed aprire una fase di trasformazione… La soluzione della questione dei prigionieri politici è una condizione centrale per una radicale riforma delle istituzioni, per una loro modernizzazione. Ed una radicale riforma delle istituzioni è momento significativo della crescita di nuovi movimenti». Perché le istituzioni non vanno più abbattute, vanno riformate.
È il maestro della dissociazione ad aver proposto la strategia della conflittualità alternata, oggi dilagante in tutta Italia: «Lotta e mediazione politica. Lotta e trattativa con le istituzioni. Questa prospettiva – da noi come in Germania – è resa possibile e necessaria non dalla timidezza e dall’arretratezza del conflitto sociale, ma, al contrario, dall’estrema maturità dei suoi contenuti. Contro il militarismo statale e contro ogni riproposizione della “lotta armata” (di cui non c’è una versione “buona”, alternativa al terzinternazionalismo brigatista, ma nel suo insieme, come tale, risulta incongrua e nemica ai nuovi movimenti) bisogna riprendere e sviluppare il filo del ’77. Una potenza produttiva, collettiva e individuale, che si colloca contro e oltre il lavoro salariato, e con cui lo Stato deve fare i conti, anche in termini amministrativi ed econometrici, può essere, al tempo stesso, separata, antagonista e capace di mediazione».
La miseria del presente sta già tutta lì, annunciata a chiare lettere da chi da tempo aveva deciso di fare il più ignobile dei mercimoni con lo Stato.
Da vivi morenti come da morti viventi, i cantori della dissociazione e della desistenza da molti decenni diffondono la lebbra della servitù volontaria. Quando sostengono che il comunismo è il felice esito del capitalismo — il quale non deve perciò essere ostacolato e sabotato, bensì attraversato ed aiutato a compiersi — non fanno altro che scavare la fossa alla rivolta. Quando rincorrono l’uso dei mezzi di produzione in quanto sinonimo di progresso, non fanno altro che contribuire all’espansione del dominio tecnologico. Quando fanno delle istituzioni l’unico orizzonte a disposizione degli esseri umani — non a caso sono tutti allievi di quella gran testa di Tronti, quello che proprio nel 1977 scriveva che «Lo Stato moderno risulta, a questo punto, niente meno che la moderna forma di organizzazione autonoma della classe operaia» — non fanno altro che addomesticare gli individui, trasformandoli in cittadini. Quando esaltano la centralità del lavoro, non fanno altro che ammirare la fatica al servizio dello sfruttamento. Quando ambiscono ad organizzarsi in partito, non fanno altro che giustificare la gerarchia e la disciplina.
Fossero vivi, si batterebbero contro questo mondo mortifero. Essendo morti, si battono per riproporre lo stesso mondo mortifero, limitandosi a riconfigurarlo, garantendo così al potere e all’obbedienza un eterno presente. Fossero vivi, si guarderebbero attorno e vedrebbero a quali disastri umani, sociali ed ecologici ha portato il culto dell’autorità. Si accorgerebbero di come e quanto la ristrutturazione del capitale nel corso di questi ultimi decenni abbia fatto avanzare il deserto emozionale.
Ma sono morti, seppur viventi. E continuano ad aggirarsi fra i vivi, per divorarli.

Chiacchiere e distintivo

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( Dal Web )

Prima o poi qualcuno la proporrà, una bella legge a livello europeo che impedisca a giudici ancorati ad arcaici arnesi del diritto di intralciare la carriera di ipermoderni magistrati. Altrimenti tutta la fatica di questi ultimi e dei loro sbirri tirapiedi rischia di non dare i frutti auspicati. Come può la Repressione 2.0 perdere il proprio prezioso tempo ad ammirare e rispettare inutili fossili come l’habeas corpus o l’affirmanti incumbit probatio? Già i nomi in latino sono indicativi: una lingua morta non può che esprimere concetti morti. Ma poi, perché mai un giudice dovrebbe convalidare o invalidare un arresto già compiuto? Che spreco di tempo. E perché l’onere della prova dovrebbe spettare a chi accusa? Ah, no! Qui si invertono i ruoli! Ad accusare sono i magistrati, veri e propri galantuomini. Ad arrestare dietro loro ordine sono gli esecutori, tutte persone dabbene. Tutti servitori dello Stato nonché uomini di Legge. Quindi, se costoro se la prendono con qualcuno, un buon motivo ci sarà pure! Spetta all’imputato, sta solo a lui dimostrare la propria innocenza in un’aula di tribunale.
È questo il pensiero di ogni filisteo: dalla presunzione di innocenza fino a prova contraria si deve passare alla presunzione di colpevolezza fino ad alibi contrario. Ed invece, da Bruxelles a Firenze, pavidi giudici si nascondono dietro alla giurisprudenza anziché lanciarsi in avanti verso la giuristracotanza.
Lo scorso 1 agosto la Camera di Consiglio di Bruxelles si è espressa in merito alla richiesta della procura di mandare sotto processo un buon numero di anarchici accusati di «terrorismo» per una serie di azioni loro attribuite. Nella sua requisitoria il procuratore ha sfoggiato una logica impeccabile: gli imputati sono anarchici, gli anarchici sono nemici dichiarati del potere, gli imputati non sono contrari all’uso della violenza, quindi sono colpevoli di alcuni attentati avvenuti nel corso degli ultimi anni. Come si vede, non occorrono prove, è sufficiente un po’ di logica. Non occorre dimostrare cosa hanno fattogli imputati, basta dimostrare cosa pensano.
A quanto pare il sillogismo non è riuscito però a convincere i giudici che compongono la Camera di Consiglio — quei parrucconi! — i quali hanno sì rinviato a giudizio 12 anarchici, ma facendo cadere l’aggravante di «terrorismo», sopprimendo non pochi capi d’imputazione (fra cui quelli relativi ad un attacco ad un commissariato, e all’incendio di parecchie automobili di secondini parcheggiate fuori da una prigione), nonché ridefinendo le imputazioni. Nove imputati non hanno affatto partecipato «a un gruppo terrorista», però avrebbero fatto parte «di una associazione costituita allo scopo di colpire persone o proprietà, attraverso la perpetrazione di crimini o delitti». Altri tre imputati non sono più «dirigenti di un gruppo terrorista», ma sarebbero «provocatori o capi banda». Quanto ai reati loro attribuiti, sarebbero quasi tutti accaduti nel corso di manifestazioni di protesta. Il processo che si terrà rinverdirà una vecchia tradizione nella repressione degli anarchici, i quali andranno alla sbarra per aver costituito un’«associazione di malfattori».
Mesi ed anni di pedinamenti, intercettazioni, tentativi di infiltrazione, angherie varie… il lavoro della sbirraglia è servito a ben poco. Mesi ed anni di articoli sensazionalistici, con titoli a caratteri cubitali, di mostri sbattuti in prima pagina, di allarmi sociali indotti… eh sì, il lavoro della sbirraglia è servito a ben poco.
Pochi giorni dopo, ad oltre 1200 chilometri più a sud, la storia si ripete. Centinaia di poliziotti & carabinieri vengono sguinzagliati a Firenze, Roma e in provincia di Lecce per procedere all’arresto di otto anarchici, accusati di essere gli autori di due attentati avvenuti nel capoluogo toscano negli scorsi mesi: alcune molotov lanciate nell’aprile del 2016 contro una caserma dei carabinieri poco dopo una ostentazione di muscolosa arroganza da parte di quei guastafeste, e un pacco esplosivo lasciato sulla soglia di un centro culturale fascista la notte dello scorso capodanno (la cui detonazione ferì lo spavaldo artificiere che intendeva disinnescare l’ordigno). Due azioni dirette contro alcuni manovali del potere, con e senza uniforme d’ordinanza, avvenute per di più nel feudo del nuovo volto della classe dirigente, non potevano e non dovevano rimanere senza reazione. Qualcuno doveva pagare per un simile affronto alle istituzioni, per aver dato il cattivo esempio e dimostrato che non è affatto obbligatorio «obbedir tacendo» alle autorità — ma che è possibile anche ribellarsi e passare all’azione, in qualsiasi luogo e momento.
L’operazione repressiva ha suscitato un certo entusiasmo nelle alte sfere, scatenando la foia dei soliti forcaioli. Fra questi, vale la pena soffermarsi un attimo sulle parole del ministro dell’Interno Minniti, secondo cui questa operazione «rappresenta un successo di alto livello conseguito attraverso una complessa e articolata attività investigativa». A parte il fatto che, secondo la stessa teoria giuridica classica, il «successo di alto livello» lo dovrebbe sancire una condanna in tribunale, non il tintinnio delle manette. Ma poi queste complesse indagini in cosa consisterebbero? In intercettazioni ambientali che raccolgono frammenti di conversazioni? Qui si ripropone ancora il solito sillogismo questurino: gli imputati sono anarchici, gli anarchici sono nemici dichiarati del potere, ecc. ecc… No, decisamente non occorre dimostrare cosa hanno fatto gli arrestati, basta dimostrare cosa pensano. Ad ogni longitudine e latitudine, uno sbirro resta uno sbirro.
Passano solo due giorni dagli arresti ed ecco che il giudice per le indagini preliminari di Firenze, forse amante del latino ed ammiratore di Pietro Leopoldo, rimette in libertà cinque dei sei anarchici arrestati in quella città. Insufficienza di prove (per il sesto, la discutibilissima prova del dna viene ritenuta sufficiente per tenerlo al fresco). Ed ora, quali assi nella manica tireranno fuori gli inquirenti? Per il momento sostengono senza vergogna di avere in mano… niente. Niente, nulla, zero. Non hanno invocato il classico «riserbo sulle indagini», né hanno ostentato le classiche «prove granitiche», che il più delle volte si sono rivelate di sabbia. «Intercettazioni» — riportano le veline della stampa — solo e soltanto «intercettazioni». Ovvero parole carpite al volo, stralci di discussioni, battute, frammenti di vocaboli che non è possibile stabilire né se siano stati effettivamente pronunciati, né il contesto in cui sarebbero stati pronunciati, né la credibilità di chi li avrebbe pronunciati. Ciò che un tempo sarebbe stato considerato un indizio tutto da verificare, oggi è diventata una prova che basta evocare per decretare la faccenda risolta. Davanti all’euforia del procuratore Creazzo, o del dirigente dell’antiterrorismo Spina, o del generale dei Ros Governale, ci viene in mente la celebre frase rivolta ad uno sbirro in un film: «Tu non hai niente… sei solo chiacchiere e distintivo, sei solo chiacchiere e distintivo, chiacchiere e distintivo». Ma nella realtà ancor più che nella fantasia, un po’ di chiacchiere bastano e avanzano per dare lustro a quel distintivo.
Alla fin fine, tutto quel clamore per un fiasco di basso rango? Temiamo di no. Oltre al fatto che due degli arrestati sono ancora dietro alle sbarre, non riusciamo a toglierci di dosso la spiacevole sensazione di essere davanti ad un ennesimo esperimento di massa volto a far accettare l’inaccettabile.

Non aggiustate ciò che vi distrugge

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( Dal Web )

Pamphlet per il buon vivere

1.
La politica non può creare alternative. Il suo scopo non è quello di aiutarci a realizzare le nostre possibilità e capacità: attraverso la politica, facciamo solo valere gli interessi legati al nostro ruolo all’interno dell’ordine esistente. La politica è un programma borghese. Ogni suo passo ed ogni sua azione fa sempre riferimento allo Stato e al mercato. La politica è l’animatrice della società, il suo medium è il denaro. Le regole a cui obbedisce sono simili a quelle del mercato. Da una parte come dall’altra, al centro c’è la pubblicità; da una parte come dall’altra, il punto è la valorizzazione e le sue condizioni necessarie.
Il borghese modello moderno ha completamente interiorizzato le costrizioni del valore e del denaro, non può nemmeno immaginarsi senza di essi. È davvero «padrone» di se stesso, signore e servo si incontrano qui nello stesso corpo. La democrazia non significa null’altro se non l’auto-controllo del ruolo sociale che viene imposto. Siccome siamo sia contro il potere che contro il concetto di popolo, perché dovremmo essere favorevoli al potere del popolo?
Essere favorevoli alla democrazia — questo è il consenso totalitario, il credo collettivo della nostra epoca. La democrazia è al tempo stesso appello e soluzione. La democrazia viene vista come il risultato finale della storia; può essere solo perfezionata poiché oltre la quale non vi è nulla. La democrazia è parte integrante del regime del denaro e del valore, dello Stato e della nazione, del capitale e del lavoro. Essendo una parola vuota, tutto può essere introdotto ed evocato in questo feticcio.
Il sistema politico va sempre più verso lo sfascio. Non si tratta semplicemente di una crisi dei partiti e dei politici, ma di una erosione della politica in tutti i suoi aspetti. Ma è proprio necessaria la politica? Per quale motivo, ma soprattutto a che scopo? Nessuna politica è possibile! Anti-politica significa azione degli esseri umani contro i ruoli sociali che vengono loro imposti.
2.
Capitale e lavoro non sono antagonisti, al contrario costituiscono un blocco di valorizzazione per l’accumulazione del capitale. Chi è contro il capitale, deve essere contro il lavoro. La religione del lavoro di cui siamo i praticanti è uno scenario di autolesionismo e autodistruzione, nel quale ci troviamo catturati e intrappolati. L’addestramento al lavoro è stato — e rimane — uno degli obiettivi dichiarati della modernizzazione occidentale.
Mentre la prigione del lavoro crolla, la sua influenza cresce e diventa fanatismo. È il lavoro a renderci stupidi e sempre più malati. Le fabbriche, gli uffici, i grandi magazzini, i cantieri, le scuole, sono tutte istituzioni legali di distruzione. Le stimmate del lavoro, le vediamo ogni giorno sui volti e sui corpi.
Il lavoro è la voce principale all’interno del consenso. È considerato una necessità naturale, ma non è altro che l’addomesticamento capitalista dell’attività umana. L’attività è tutt’altra cosa, quando non viene svolta per i soldi e il mercato, ma sotto forma di dono, regalo, contributo, creazione a beneficio di noi stessi o della vita individuale e collettiva degli individui liberamente associati.
Una parte considerevole di tutti i prodotti e servizi è esclusivamente in funzione della moltiplicazione del denaro, ci costringe a tormenti non necessari, spreca il nostro tempo e minaccia le basi fondamentali della vita. Certe tecnologie possono essere considerate solo come apocalittiche.
3.
Il denaro è il feticcio di noi tutti. Non esiste nessuno che non voglia averne. Così è, anche se non lo abbiamo mai deciso noi. Il denaro è un imperativo sociale, non è uno strumento manipolabile. In quanto potenza che ci costringe costantemente a calcolare, spendere, risparmiare, indebitarci o fare credito, il denaro ci umilia e ci domina ora dopo ora. Il denaro è una sostanza nociva senza pari. La coazione a comprare e vendere ostacola ogni liberazione ed ogni autonomia. Il denaro fa di noi dei concorrenti, ovvero dei nemici. Il denaro divora la vita. Lo scambio è una forma barbarica di condivisione.
Non solo è assurdo il fatto che una miriade di professioni abbiano il denaro come unico oggetto, ma anche che tutti gli altri lavoratori intellettuali e manuali siano continuamente impegnati a calcolare e speculare. Siamo macchinette calcolatrici. Il denaro ci taglia fuori dalle nostre possibilità, permette solo ciò che è redditizio in termini di economia di mercato. Noi non vogliamo che il denaro stia a galla, ma che sparisca.
Merce e denaro non sono da espropriare, ma da superare. Esseri umani, case, mezzi di produzione, natura e ambiente; in breve: niente deve essere una merce! Dobbiamo smettere di riprodurre le condizioni che ci rendono infelici.
Liberazione significa che gli esseri umani ricevono i loro prodotti e i loro servizi liberamente, a seconda dei loro bisogni. Che essi si rapportino direttamente gli uni con gli altri e non si oppongano, come avviene ora, in base ai loro ruoli e interessi sociali (in quanto capitalisti, lavoratori, compratori, cittadini, persone giuridiche, inquilini, proprietari, ecc.). Già ora esistono nelle nostre vite dei rapporti non monetari: nell’amore, nell’amicizia, nella simpatia, nell’aiuto reciproco. Qui doniamo qualcosa agli altri, attingiamo insieme alle nostre energie esistenziali e culturali senza presentare fatture. Si tratta di istanti in cui sentiamo che potremmo fare a meno di matrici.
4.
La critica è più di un’analisi radicale, essa esige la sovversione delle condizioni esistenti. La prospettiva cerca di formulare un progetto in cui le condizioni umane non abbiano più bisogno di una tale critica; un’idea di una società in cui la vita individuale e collettiva possa e debba essere reinventata. La prospettiva senza critica è cieca, la critica senza prospettiva è impotente. La trasformazione è un’esperienza che ha la critica come fondamento, e la prospettiva come orizzonte. «Aggiusta ciò che ti distrugge» non può essere il nostro motto.
Si tratta niente meno che dell’abolizione del dominio, che esso si manifesti attraverso dipendenze personali o attraverso costrizioni oggettive. È inaccettabile che degli esseri umani siano sottomessi ad altri esseri umani, o che siano impotenti davanti al loro destino o a strutture. Non vogliamo né autocrazia né auto-dominio. Il dominio è più del capitalismo, ma il capitalismo è fino ad oggi il sistema di dominio più sviluppato, complesso e distruttivo. La nostra vita quotidiana ne è così condizionata che riproduciamo capitalismo ogni giorno, e ci comportiamo come se non esistesse alcuna alternativa.
Siamo bloccati. Il denaro e il valore bloccano il nostro cervello e intasano le nostre emozioni. L’economia di mercato funziona come una grande matrice. Negarla e superarla è il nostro obiettivo. Una vita bella e appagante presuppone la rottura con il capitale e il dominio. Nessuna trasformazione delle strutture sociali è possibile senza il cambiamento delle nostra basi mentali, e nessun cambiamento delle nostre basi mentali senza la soppressione delle strutture sociali.
5.
Noi non protestiamo, abbiamo già superato questa fase. Noi non vogliamo reinventare né la democrazia né la politica. Noi non lottiamo per l’uguaglianza e la giustizia, e non reclamiamo alcun libero arbitrio. Non vogliamo nemmeno puntare sullo Stato sociale e sullo Stato di diritto. E di certo non vogliamo andare in giro a spacciare «valori».
È facile rispondere alla domanda su quali siano i valori di cui abbiamo bisogno: nessuno!
Noi siamo per il totale annullamento dei valori, per la rottura con i ritornelli degli schiavi — generalmente denominati «cittadini». Questa categoria è da respingere. Mentalmente abbiamo già rinunciato al rapporto di dominazione. La sollevazione che abbiamo in mente assomiglia ad un salto paradigmatico.
Dobbiamo uscire dalla gabbia della forma statale ed economica. Politica e Stato, democrazia e diritto, nazione e popolo sono forme immanenti di dominio. Per la trasformazione non possiamo fare affidamento su nessun partito, nessuna classe, nessun soggetto e nessun movimento.
6.
Ad essere in gioco è la liberazione del tempo della nostra vita. Essa sola permetterà più agio, più piacere, più soddisfazione. Buon vivere significa avere tempo. Abbiamo bisogno di più tempo per l’amore e l’amicizia, per i bambini, per riflettere o per oziare, ma anche di più tempo per occuparci intensamente ed in modo eccessivo di ciò che ci piace. Noi siamo per l’espansione totale del godimento.
Una vita liberata significa dormire più a lungo e meglio, e soprattutto dormire in compagnia più spesso e più intensamente. Lo scopo di questa vita — l’unica che possediamo — è quello di vivere bene, di unire esistenza e piaceri, di far indietreggiare i bisogni e moltiplicare le gioie. Il gioco, in tutte le sue varianti, richiede tempo e spazio. La vita deve cessare di essere la grande occasione persa.
Non vogliamo più essere quello che siamo costretti ad essere.